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domenica 24 luglio 2022

VIS à VIS FUORILUOGO 25 Artists in Residence Project

 VIS à VIS FUORILUOGO 25

Artists in Residence Project


Intervento finanziato con risorse FSC - Piano Sviluppo e Coesione della Regione Molise

e con il contributo dei comuni di Lucito (CB) e Provvidenti (CB)

 

da sabato 6 agosto 2022

Lucito (CB), artista in residenza Anna Capolupo

Provvidenti (CB), artista in residenza Lucia Magnifico

 

 

Comunicato stampa

 

Da sabato 6 agosto 2022 prende avvio la nuova edizione di VIS à VIS Fuoriluogo 25, programma internazionale di residenze artistiche che quest’anno ospita le artiste Anna Capolupo e Lucia Magnifico, nei comuni molisani di Lucito e Provvidenti (CB). Il progetto, diretto dall’associazione culturale Limiti Inchiusi (Paolo Borrelli e Fausto Colavecchia), è a cura di Tommaso Evangelista e Matteo Innocenti.

 

Il programma internazionale di residenze artistiche VIS à VIS Fuoriluogo, che quest’anno giunge all’undicesima edizione - dall’avvio nel 2012 da parte dell’associazione culturale Limiti Inchiusi - segna il passaggio del decennale con alcune importanti novità nelle modalità e negli obiettivi.

Il programma prevede, a partire da questa edizione, che le artiste e gli artisti vengano ospitati su invito diretto da parte dell’associazione e dei curatori. Inoltre le residenze, mantenendo l’identità che le hanno sinora caratterizzate, ovvero il forte rapporto con le comunità, vengono messe in relazione a degli obiettivi specifici legati ai singoli contesti ospitanti. In questa edizione per quanto concerne Lucito si lavorerà sulla Pinacoteca intitolata ad Antonio Pettinicchi - celebre artista molisano scomparso nel 2018 - mentre per Provvidenti si guarderà alla riqualificazione in chiave culturale di edifici e spazi di proprietà comunale, ad oggi disabitati, con l’obiettivo di attivarli per l’intero anno. Come ad ogni edizione i due artisti, insieme ai curatori, renderanno vitale la residenza con una serie di workshop, incontri e una mostra finale che segnerà anche la consegna di un lavoro alla collettività. La residenza sarà testimoniata da un catalogo e un video-documentario.

VIS à VIS, tra le associazioni promotrici di STARE - Associazione delle Residenze d'artista italiane, si dimostra tra le residenze artistiche più longeve e interessanti dedicate alle aree interne e alle comunità locali.

 

Le due artiste invitate a VIS à VIS Fuoriluogo 25 sono Anna Capolupo (Lamezia Terme, 1983; vive e lavora a Firenze) che opererà a Lucito, e Lucia Magnifico (Isernia, 1993; vive e lavora a Bologna) che opererà a Provvidenti.

 

Anna Capolupo (Lamezia Terme nel 1983) vive e lavora a Firenze. Laureata in pittura all’Accademia delle Belle arti di Firenze. E’ fra i vincitori del Premio Nocivelli del 2020, Vincitrice del Premio Combat Prize nel 2016 e Finalista al Premio Terna del 2014. Nel 2019 è stata selezionata al programma di residenze presso LA CASAPARK art residency di New York, la Residenza Facto di Montelupo Fiorentino e ha preso parte al Simposio di Pittura della Fondazione Lac o Le mon a San Cesario di Lecce. La sua ricerca ruota attorno alla vita delle cose quotidiane, debitamente organizzate nel solco della tradizione pittorica della natura morta. Le sue opere sono caratterizzate dalla presenza di una piattaforma, su cui poggiano giochi d’infanzia, piante e oggetti di uso comune; un piano di valore simbolico che eleva, come in una scena teatrale, l’ordinario e il prosaico a una dimensione straordinaria ed enigmatica. L’atmosfera onirica è data dal colore, dal contorno degli elementi votati al non finito confondendosi con la scena circostante, è l’accostamento singolare di certi elementi, ritrovati più per gioco che per una loro ragione pratica. I piani, inquadrano ed espongono con naturalezza il mondo interiore dell’artista, diviso tra sogno e realtà. Collabora con diverse gallerie e spazi indipendenti sul territorio nazionale.

Mostre selezionate: Pittura, Pittura, Pittura Project room Marignana Arte a cura di Serena Fineschi, “A New Body of Paintings” presso SuperStudiolo, all’interno del programma del Festival di Arte Contemporanea ArtDate a cura di The Blank Contemporary Art, Bergamo; SALON PALERMO testo critico di Antonio Grulli presso Rizzuto Gallery, Palermo; FRAGILE a cura di Christian Caliandro presso Monitor Gallery Roma; Un giorno in casa, presso Fondazione Smart Roma, a cura di Davide Ferri e Saverio Verini, Roma; Portafortuna, presso Toast project Space, Manifattura Tabacchi, (Fi).

 

Lucia Magnifico nasce a Isernia nel 1993, si trasferisce a Milano nel 2013 dove studia Nuove tecnologie per l’arte presso l’accademia di belle arti di Brera. Inizia qui a interessarsi al documentario e alla videoarte. Nel 2017 sviluppa il suo progetto di tesi, il cortometraggio Hawaii Point nel campo profughi informale di Calais in Francia. Le riflessioni sull’etica del filmare in contesti socialmente difficili la inducono allo studio dell’antropologia. Si iscrive alla magistrale di Antropologia Culturale ed Etnologia a Bologna coronando i suoi studi con una tesi in Antropologia Visiva - sul filo rosso delle migrazioni - lungo la rotta balcanica. Qui produce il cortometraggio documentario/performativo Escape Point. Adesso, attraverso l’arte e il video, ricerca le proprie radici nelle terre molisane esplorando alcuni temi quali lo spopolamento, il turismo e quell’alone di magia che caratterizza i piccoli luoghi che hanno la fortuna di restare autentici.

 

Limiti inchiusi è un’associazione di produzione culturale e artistica con sede a Limosano in provincia di Campobasso. Fondata nel 1994, promuove progetti d’arte contemporanea dal respiro internazionale in costante dialogo con il territorio del Molise, come indagine sul paesaggio e i borghi molisani. Con residenze d'artista, mostre, installazioni d’arte pubblica, workshop, laboratori ed incontri, Limiti inchiusi pone al centro il territorio regionale per rileggerlo e mapparlo nei suoi cambiamenti, creando nuove narrazioni. Il lavoro svolto negli anni, documentato con numerose pubblicazioni, ha riguardato la produzione di opere d’arte, la didattica con le nuove generazioni, la ricerca e l’inclusione sociale con uno sguardo attento alle emergenze e problematiche delle comunità coinvolte.

Dal 2012, con la direzione degli artisti Paolo Borrelli e Fausto Colavecchia, l'associazione ha inaugurato i programmi internazionali di Residenze per artisti Vis à Vis Fuoriluogo e Vis à Vis Flaneur. Nel 2021 Limiti inchiusi è tra i soci fondatori di STARE - Associazione delle Residenze d'artista italiane.

 

 

Contatti:

limitinchiusi@gmail.com

328.1413929 . 392.9999001

www.limitinchiusi.it

www.limitinchiusi.jimdofree.com

facebook: Limiti inchiusi arte contemporanea

facebook: Vis a Vis - Fuoriluogo

instagram: limiti.inchiusi


Vis a Vis Fuoriluogo 25



Lucia Magnifico


Anna Capolupo


giovedì 15 novembre 2018

Le opere di Pettinicchi sull'eccidio di Fornelli verso il “Museo della Memoria”




Le opere di Pettinicchi sull’Eccidio di Fornelli verso il “Museo della Memoria”.



Domenica 7 ottobre è avvenuta la presentazione in comune di tutte le opere donate dalla famiglia dell’Artista all’Amministrazione Comunale.






FORNELLI. Un altro grande successo per l’Amministrazione Comunale di Fornelli, che è riuscita, con grande amore verso la storia e la cultura, a chiudere, grazie all’operato del sindaco Giovanni Tedeschi e della maggioranza, un’operazione di indubbio valore. Ben 25, tra le più importanti opere che raccontano l’Eccidio di Fornelli, del 3 e 4 ottobre 1943, del grande artista Antonio Pettinicchi, sono entrate nel patrimonio dell’ente comunale grazie alla donazione della famiglia dell’artista e dell’Archivio di Stato.
Si tratta, come ribadito dal sindaco di Fornelli, di un primo passo verso la creazione di un vero e proprio Museo della Memoria, che il sindaco Tedeschi insieme alla sua maggioranza, alla famiglia dell’artista e all’Archivio di Stato, intende offrire alla cittadinanza.
Nella mattinata di domenica 7 ottobre, con inizio alle ore 11, all’interno della sala consiliare del comune di Fornelli, ci sarà la presentazione del catalogo riguardante proprio le opere di Pettinicchi donate al comune di Fornelli.
Presenzieranno per l’occasione il sindaco di Fornelli Giovanni Tedeschi, Antonietta Santilli (Funzionario Ministero Beni Culturali, Silvia Valente (critico d’arte), Celine D’Agostino (Me.Mo. Cantieri Culturali), Gennaro Petrecca (gallerista e critico d’arte), Vincenzo Cotugno (Assessore regionale Cultura e Turisimo). L’incontro sarà coordinato dall’assessore comunale di Fornelli Pasquale Lombardi.
FORNELLI (IS) 05/10/2018
Amministrazione Comunale Fornelli (Is)

giovedì 18 giugno 2015

Antonio Pettinicchi - CONTROLUCE



Antonio Pettinicchi – CONTROLUCE
24 giugno-27 settembre 2015

Fondazione Molise Cultura, Palazzo GIL Campobasso
Art Garage, Fondazione Potito, Campobasso

A cura di: Piernicola Maria Di Iorio, Tommaso Evangelista
Catalogo: Regia Edizioni

Inaugurazione martedì 23 giugno ore 17 Palazzo GIL, Campobasso
Ingresso: 5 euro intero, 3 euro ridotto

A due anni dall’ultima personale presso la Galleria Artes di Campobasso e ad un anno esatto dalla sua scomparsa si inaugura presso gli spazi della Gil la prima grande retrospettiva dedicata ad Antonio Pettinicchi, l’artista di Lucito che ha saputo narrare e indagare come pochi in regione l’animo umano e l’intensità dei colori.
La mostra, voluta dalla Fondazione Molise Cultura e curata dai due critici Piernicola Maria Di Iorio e Tommaso Evangelista, indaga la complessità e la profondità dell’arte del maestro gettando nuova luce su diversi aspetti della sua produzione artistica. Il titolo scelto, Controluce, è esplicativo dell'innovativo taglio che si è voluto dare all’esposizione per far emergere, attraverso un’accorta selezione di lavori, una ricerca pittorica innovativa e aggiornata, un’indagine complessa sulle forme stesse della pittura calate negli abissi, luminosi o oscuri, dell’animo umano. L’uomo e il mondo, osservati nei controluce, emergono nell’arte di Pettinicchi liquidi e aperti, profondamente drammatici e tragici ma capaci di comunicare una complessità di visione estremamente suggestiva.
Dai cicli ispirati dalla musica di Mahler passando per le visioni di Dresda fino ad arrivare alla produzione dell’ultimo decennio, una produzione inedita al pubblico e alla critica e nella quale si nota progressivamente lo sfaldamento delle forme e l’emersione di una linea astratta estremamente personale, le cinquanta grandi tele esposte in mostra tracciano il profilo di un’artista non solamente legato agli aspetti contingenti della realtà molisana bensì capace di esprimere uno stile innovativo, ricco di spunti e riferimenti, da Bacon a Cezanne, da Gauguin a Freud, dagli espressionisti tedeschi ai neorealisti italiani, ma assolutamente originale nel trattamento dei corpi, nell’uso dei colori e delle luci, nella tensione segnica.

Una sezione dedicata all’incisione, del quale Pettinicchi è stato uno dei massimi esponenti del secondo Novecento italiano, accende dei flash su tematiche e tecniche, indagando l’evoluzione dello stile e dei soggetti: dai primi lavori accademici, dal forte segno geometrico, si transita per i paesaggi molisani, le scene di stampo maggiormente post-espressionista per giungere infine al dissolvimento delle forme e delle strutture grazie al sapiente uso dell’acquaforte e dell’acquatinta.
Ma è soprattutto nelle tele che l’artista di Lucito, in particolare nell’ultimo decennio di attività, è riuscito a giungere ad una pittura dai colori intensi, intesi sempre più quali elementi strutturali sui quali far poggiare costruzioni ottenute per masse continuamente in bilico tra forma e informe.
In tali lavori, si vedano le ultime visioni mahleriane e i paesaggi liquidi e disfatti, la forma si riduce alla funzione di segno e si avverte il recupero di una maggiore creatività soggettiva slegata da inferenze di stampo sociale. L’abisso tra il reale e l’ideale ormai è completamente spalancato mentre i dipinti assumono sempre più costruzioni disorganiche. E’ il trionfo del colore e dei riverberi, nelle loro componenti astratte e astraenti, che rende tali lavori autentiche visioni in controluce di una sapienza compositiva e immaginativa unica. E’ la scoperta al pubblico molisano e alla storiografia artistica di una figura “titanica” nella perenne ricerca di una pace interiore che si scontra con le lacerazioni dell’anima, è la riscoperta di un grande intellettuale e soprattutto di un complesso e maturo pittore.

L’importante contributo della Fondazione Potito ha permesso inoltre la realizzazione di un evento parallelo che contribuisce alla delineazione quanto più completa della figura dell’artista. Negli spazi dell’Art Garage, infatti, verranno ospitate opere del pittore; questa esposizione, prende come filo conduttore il volto e la figura per indagare differenti aspetti della poetica e dello stile dell’artista.

Antonio Pettinicchi nasce a Lucito (CB) nel 1925 e muore a Bojano nel 2014.  Si forma all’Accademia di Belle Arti di Napoli sotto la guida di Lino Bianchi Barriviera e Emilio Notte, avendo come compagni di studio figure quali Armando De Stefano e Luigi Guerricchio. Ha operato tutta la vita in Molise indagando le difficili condizioni sociali ed economiche dei contadini, analizzando, successivamente, le alienazioni dell’uomo moderno e le tensioni e i turbamenti della propria anima.
Voce fuori dal coro, schivo e ritirato nella sua pittura, ha partecipato negli anni Sessanta e Settanta al dibattito artistico in Molise, facendo parte di importanti sodalizi artistici tra i quali si ricorda il Gruppo ’70. La sua attività incisoria e pittorica è testimoniata dalla partecipazione a numerose mostre e rassegne di carattere nazionale e internazionale: quattro edizioni della Quadriennale Nazionale di Roma (tra il 1952 e il 1965), la XXVIII Biennale Internazionale di Venezia, sette edizioni della Biennale Nazionale della Grafica Contemporanea di Venezia (dal 1955 al 1967), numerose mostre in collaborazione con il gruppo degli Incisori Veneti oltre alle cinque edizioni del Premio Termoli, per citarne solo alcune.

Numerose anche le personali realizzate soprattutto nel capoluogo molisano. Sue opere sono presenti in importanti collezioni pubbliche e private, fra le quali evidenziamo: Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Modena, Venezia; Civica raccolta delle stampe Achille Bernarelli, Castello Sforzesco, Milano; Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; Raccolta disegni e stampe, Galleria Uffizi; Museo Puskin, Mosca; Altes Museum, Berlino. Nel palazzo della Provincia di Campobasso è esposto l’intero ciclo dedicato alla Divina Commedia.

Tra i vari riconoscimenti e premi si ricordano: 1950, Premio del Presidente della Repubblica, I Mostra Nazionale d’Arte Giovanile, Roma; 1951, Primo Premio per la Grafica alla Mostra delle Accademie e Belle Arti d’Italia, Napoli; 1952, Premio Borsa di Studio Fagan Purves, Accademia di Belle Arti di Napoli, Napoli; 1958, Primo Premio di Pittura nella Mostra Internazionale Arte Giovanile, Roma; 1961, Premio Asiago alla IV Biennale dell’Incisione, Venezia; 1962, Premio “Paesaggio Autostrada del Sole”, Roma; 1976 Premio alla V Biennale Internazionale della Grafica, Firenze.


Antonio Pettinicchi con Walter Genua alla sua ultima personale a Campobasso


sabato 26 luglio 2014

Uno sgarbo "gratuito" ad Antonio Pettinicchi


Dato l'affetto che mi lega ad Antonio Pettinicchi, che considero tra i più grandi pittori e incisori che abbia prodotto la nostra regione e che sto studiando da ben quattro anni non posso tacere sul trattamento che gli è stato riservato ultimamente con una "personale" all'ex-Gil di Campobasso. Una retrospettiva che doveva essere, nelle intenzioni degli organizzatori, il primo omaggio ad un mese della sua dipartita ma che si è rivelata invece un'operazione dilettantesca e offensiva che di certo il pittore non meritava. Invito quindi i miei amici ed operatori del settore a prendere visione di questa petizione e nell'eventualità a contribuire all'appello

UNO SGARBO “GRATUITO” AD ANTONIO PETTINICCHI
A poche settimane dalla scomparsa di uno dei più grandi ed evocativi artisti molisani del Novecento, l’Assessorato alla cultura della Regione Molise, ha avuto l’improntitudine di dedicargli una “mostriciattola” senza né capo né coda , rabberciata per spazio e per impalcatura. Senza criterio (senza chiara curatela) , sono state messe in mostra quindici (15) opere del Maestro Pettinicchi, scelte (chissà come e da chi) fra le 87 che illustrano la Divina Commedia, acquistate dalla Provincia di Campobasso nel 1994.
Intanto, sulla facciata dell'ex-GIL, campeggia il manifesto della mostra di Domenico Fratianni che si svolge in contemporanea, mentre è assente del tutto l’indicazione dell’esposizione di Pettinicchi. Le opere di quest’ultimo sono affilate in una saletta di dimensioni modeste quasi fino all’offesa, addirittura di passaggio, per accedere alla mostra di Fratianni, che invece si irradia in tre ambienti ampi e ben strutturati. Tecnicamente, per impianto, quest’iniziativa rappresenta un danno grave per la figura e per l’opera di un vero e proprio caposcuola dell’arte contemporanea molisana, e dunque per l’immagine culturale dell’intera nostra comunità.
I sottoscrittori di questo appello chiedono che sia immediatamente chiuso il “corridoio espositivo” dedicato a Pettinicchi presso il palazzo dell’EX GIL, che siano rimossi dai loro incarichi, per incompetenza manifesta, i responsabili di un’iniziativa tanto improvvida e che ad Antonio Pettinicchi sia dedicato un grande evento espositivo, assegnandone la curatela ad uno dei tanti critici di rilievo nazionale che negli anni si sono occupati del suo lavoro. 
Per sottoscrivere l’appello è sufficiente inviare un’e-mail a redazione@ilbenecomune.it oppure a regiaedizioni@virgilio.it, specificando nome, cognome e ragione sociale e indicando nell’oggetto il titolo dell’appello: “uno sgarbo gratuito ad Antonio Pettinicchi”

PRIMI SOTTOSCRITTORI:
Antonio Ruggieri – direttore de il Bene Comune
Vincenzo Manocchio – direttore di Artes Contemporanea
Paolo Pettinicchi – figlio di Antonio Pettinicchi


giovedì 24 luglio 2014

Pettinicchi all'ex-Gil (sic!)

dal  23 luglio al 29 agosto 2014

Palazzo ex-Gil Via Milano

a cura dell'Assessorato Regionale alla Cultura



"Omaggio al Maestro Antonio Pettinicchi, recentemente scomparso, con l'esposizione di 15 opere dal ciclo ispirato alla Divina Commedia e realizzate da Antonio Pettinicchi in buona parte nel biennio 1985 – 1986. La serie fu acquistata dalla Provincia di Campobasso e oggi esposta al pubblico nelle sale e lungo i corridoi di Palazzo Magno. 
È uno dei lavori più noti amati della lunga carriera di Antonio Pettinicchi. Il forte tratto espressionista della sua pittura mette in scena un vero e proprio teatro crudele in cui figure mitologiche incontrano e dialogano con persone reali che rappresentano il Molise più povero e dignitoso, mettendo in mostra, senza giudicare, la condizione dell'uomo passata e presente. E così l’umanità dolorante di Dante si trasfigura e attualizza nell’umanità dolorante di oggi in quella che Gino Marotta definisce una complessa elegia e cognizione della crudeltà e della caducità umana".

giovedì 3 luglio 2014

L’umile come l’artista: dentro il suo sangue, Dio - Intervista di Pier Paolo Giannubilo ad Antonio Pettinicchi


Riproponiamo l’intervista ad Antonio Pettinicchi, pubblicata nel catalogo "I dipinti su La Divina Commedia" (Palladino Editore) che raccoglie le pitture del Maestro esposte nella grande mostra ospitata alla Pinacoteca Dinamica di Campobasso nel marzo-aprile 2002. (su Primonumero)

Campobasso. A quando risalgono le pitture su carta ispirate alla Commedia? 
Più o meno l’intero ciclo è stato terminato in quattro anni, soprattutto nel biennio ’85-’86. Le tavole sono state iniziate, abbandonate temporaneamente, riprese, rifatte, buttate. Non si è trattato di un lavoro fatto di getto.

Lo spunto nacque da una rilettura di Dante, o Dante fu il necessario approdo di una sua meditazione sui temi dell’eternità e dell’aldilà?
Non ho riletto Dante prima di affrontare le pitture. Dante era parte di me da quando l’avevo studiato a scuola. Ma questo è stato un bene: se avessi riletto Dante a ridosso del lavoro, credo che sarei stato meno libero, avrei sentito l’istinto di essergli più fedele.

Quali tavole sono state composte per prime? 
È andata così. All’inizio mi sono cimentato con l’Inferno e il Liceo dove insegnavo ha allestito subito una mostra. Poi mi è venuta voglia di continuare su quella scia e ho dipinto anche le altre due cantiche. Avevo già messo nell’Inferno personaggi legati alla lussuria, l’avidità, l’ira: sono gli aspetti che ho trovato più interessanti. Una personaggio che ho amato rappresentare è stato Gerione. L’ho dipinto come una biscia dalla figura umana dai tanti occhi. In realtà volevo raffigurare l’uomo che vuole tenere in mano le redini di tutto, avido di soldi e potere, con quegli occhi che vedono ogni cosa, se tu lavori, se sei fermo, gli occhi che spiano. Del Purgatorio invece mi hanno affascinato maggiormente le situazioni umane, terrene, come gli incontri con Casella il cantore e con quelli che piangono e dicono di volere piangere, perché in quel momento hanno bisogno di farlo. Mi piacevano quei penitenti che vogliono piangere, piuttosto che parlare, che desiderano diventare anime in tutto e per tutto, e andarsene via…

La vera novità, per quanto riguarda i personaggi, è stata però il Paradiso. Contrariamente a Dante, che è riuscito più suggestivo e potente nell’Inferno, gli aspetti più originali della sua Divina Commedia sono in quel Paradiso degli artisti e degli umili, dove volano i poveri per essere consolati: madri con bambini, persone con zappe o strumenti musicali in mano e berretti in testa, con bicchieri e tazze accanto a loro, fino a Gesù Cristo che spezza il pane…
Nel Paradiso mi sono sbizzarrito. Mi stava particolarmente a cuore inserire nei luoghi della beatitudine non i santi, che già c’erano, ma la gente comune, quegli uomini e donne che io consideravo martiri. I miei beati del popolo li ho posti accanto a poeti, pittori, musicisti. Lo meritavano, il martirio l’avevano sopportato davvero. Quella famiglia del Codacchio, per esempio, che arrivava nella mia Lucito per elemosinare un tozzo di pane, un po’ di olio e un pezzo di lardo. Raccattavano alla festa di San Giuseppe tutto quello che potevano, mettevano tutto dentro. Si accontentavano perché avevano forza morale e spirituale. Sopravvivevano, nient’altro. Ho fatto beati i coltivatori col bidente insieme ai rivoluzionari: Marat e Masaniello, uno innamorato della giustizia la cui lotta alla fine non fu capita: come accade sempre, del resto, a quelli che si occupano di queste cose.
C’è un personaggio che vola in cielo col trombone in mano. È Persichillo. Era un suonatore di trombone che non aveva pari. Non aveva studiato al Conservatorio, era autodidatta, si era formato ascoltando suonatori di bombardino. Quando soffiava nello strumento si sentiva a tre chilometri, aveva una potenza di fiato e un accordo favolosi. Il suo non era un suono “inutile”, non so se riesco a spiegarmi. Sapeva fare emozionare. Quando vedo un quadro di Caravaggio, io provo sollievo. Apprezzo la vita. Una tela di Van Gogh, di Gauguin, rivela l’interiorità di uomini che hanno un’aspirazione, una visione superiore. È come se essi hanno, dentro il sangue, Dio. Sono dei “protetti” da Dio. Quando leggi Leopardi, in quelle parole c’è tutto. Caravaggio e Leopardi sono santi o no? Questi artisti sono stati traforati dal Padreterno. Le sinfonie di Mahler danno i brividi. “Gianni Schicchi” e la “Bohème” di Puccini, la storia della zimarra venduta al banco dei pegni per comprare le medicine alla tisica Mimì… Quando ascolti quel canto capisci che c’è gente trapassata da Dio. Significa che lì dentro c’è la mano di Dio. E allo stesso modo Dio è nei contadini, cioè in quei personaggi che io dipingo e che non sono solo contadini, ma così li chiamano e va bene lo stesso... La loro resistenza, la loro capacità di vivere rivela la presenza di una forza superiore che li abita. È uno sbocco naturale, per loro, il Paradiso.

Secondo la legge del contrappasso?
Già. Ricordo uno storpio, che se ne stava sempre vicino ad una cartolibreria nel centro di Campobasso a chiedere l’elemosina. Anche lui va in cielo, fugge e fa finalmente quello che non ha potuto fare sulla faccia della terra…

Ma nel Paradiso di Pettinicchi non mancano neppure i personaggi danteschi in senso stretto.
San Bonaventura, San Francesco, un uomo vicino a noi, che si accontentava del pane e dell’acqua. I mistici, che entrano ed escono dall’aria, mentre l’aria entra ed esce da loro, nello spazio infinito, quindi in Dio.

Lei in una lettera a un critico ha scritto: “Sono attaccato alla mia terra e agli uomini che ci stanno e cerco nel mio lavoro di farli parlare. Nelle cose che mi stanno davanti c’è il reale, il surreale e l’essenziale. Questi pochi uomini liberi li amo; ne condivido le angosce, le sconfitte, le pesanti rassegnazioni e l’attesa della fine. Questa visione l’avevo già quando giravo a piedi per queste terre. Ora sono più accanito a considerare le vicende umane di questi luoghi per trarne, per quanto posso, gli echi e le risonanze tragiche che possiedono”. Di anni ne sono passati altri 17, dall’85. È ancora vivo, il senso di questa ricerca dolorosa, per Antonio Pettinicchi?
Non è propriamente una visione dolorosa. Perché in questa gente c’è la vita, e la vita supera il dolore. Il catalogo della mia prossima antologica si intitolerà “Penitenti in attesa”. Tutti noi sulla terra siamo penitenti, alcuni sono più penitenti di tutti gli altri: e a quelli io cerco di dare la vita. Le figure che rappresento escono da me dopo che io gli ho posto in testa l’aureola: sono per lo più uomini tritati, che hanno sofferto ingiustizie enormi, ma hanno resistito fin quando hanno potuto.

L’ingiustizia nei confronti del mondo che lei ha amato è un dato immodificabile?
Quelli che governano hanno studiato i filosofi, Dante, Manzoni, Leopardi. Sono credenti, vanno a messa. Sono colti. Da loro gli uomini si aspettano qualcosa, ma loro sono sordi. Vorremmo aspettarci gioia e invece alla fine, sulla terra, siamo tutti nemici.

Quali sono state le tappe principali della sua carriera di pittore? Come è iniziato tutto e cosa ha significato per lei il lungo contatto con la terra molisana e la città di Campobasso in particolare?
Bisogna partire dalla scuola. Mio padre, prima di iscriverci all’Istituto magistrale, ci aveva mandato alla scuole industriali. C’era un esame di ammissione e noi non sapevamo nulla. A Lucito si mangiava e si beveva, nient’altro. Avevo dodici anni, quando arrivai a Campobasso. Andavo bene in Disegno. In un giorno di giugno mi arrivò una lettera della scuola per gli “Agonali” di disegno, le gare della scuola fascista. Mio padre mi proibì di andarci, mia madre si oppose alla sua decisione, mi preparò una frittata, mi fece andare a letto presto e a mezzanotte mi svegliò per la partenza. Arrivai a Campobasso alle 7.30, dopo 35 chilometri a piedi. Facevo Lucito-Campobasso sempre a piedi, anche quando avevamo giorni di vacanza per neve. Andavo e tornavo da Lucito senza mezzi, con la neve alta. Era una vita da poveraccio, ma era bella perché ero pieno di vigoria fisica. Poi finii all’Istituto Magistrale. Ero un tipo timoroso, me ne stavo nascosto all’ultimo banco, non parlavo. Abitavo nei pressi del passaggio a livello insieme a mio fratello: io cucinavo e lui rassettava. Una mattina - mi alzavo prestissimo - avevo visto un’alba e la ritrassi sulla lavagna coi gessetti colorati. Ci misi dieci minuti, più o meno: allora l’orario non era così rigido fra un’ora e l’altra, si parlava, passava del tempo. Il professore di Disegno, che si chiamava Trivisonno, entrò in classe e chiese: “Chi ha fatto questo disegno?”. Io, naturalmente, tacevo. I compagni mi indicarono. Il professore allora disse: “Tu in questa scuola non ci devi stare, devi fare l’artista”. Da allora cominciò ad aiutarmi, mettendomi 10 nella sua materia. Ma mio padre non volle saperne, si impuntò, dovevo continuare e terminare gli studi da maestro. In realtà nelle altre materie andavo piuttosto maluccio. Però Trivisonno mi fece frequentare il suo studio per un po’, mi fece capire tante cose, era coltissimo. Poi feci il Liceo Artistico, privatamente, a Napoli. Acquisii la padronanza del disegno raffigurando le mani e i piedi dei contadini di Lucito. A Napoli l’ambiente era diverso da quello del mio paese. Stavamo soli, io e mio fratello, sempre io a cucinare e lui a rassettare. Anche a Napoli feci incontri giusti, con professori che mi volevano bene. Si può dire che l’Accademia di Belle Arti mi liberò. Quando andai lì, ero pavido. Durante gli esercizi di riproduzione avevo paura nel maneggiare il pennello. Poi il professore Emilio Notte mi si avvicinò e mi disse: “Afferra il pennello all’estremità superiore e butta colore, con libertà assoluta, senza paura”. Io non avevo un soldo in tasca, mai. Mai una lira. Erano tempi difficili, ma rifarei quella vita con entusiasmo. Abitavamo in uno stanzino, avevamo solo una piccola spiritiera, su cui preparavamo per lo più maccheroni e frittata, frittata e maccheroni. Per mesi. Mio fratello studiava ingegneria e portava i conti, studiavamo. Queste sono le cose belle che io ricordo, tutto il resto - Dante, anche la pittura stessa - è marginale rispetto alla vita, alla vita che uno ha fatto. Il professore di incisione mi portava le lastre di zinco nuove o mi faceva lavorare sul retro di lastre già usate. A Napoli finalmente potevo studiare in biblioteche ricchissime, a Campobasso non esistevano biblioteche con libri di storia dell’arte illustrati, o a colori. Ricordo questo problema delle fotografie in bianco e nero. Non ci si capiva niente, è chiaro. Quando mi accostai a Gauguin, Cezanne, quando a Milano vidi nel ’50 tutto Van Gogh, a Brera Tintoretto che mi sconvolse, poi Tiziano, fu meraviglioso. Un momento importante fu la partecipazione alla Biennale internazionale di Venezia, che funzionava per accettazione, non per inviti come adesso. C’era una commissione di critici e pittori che decideva chi avrebbe partecipato e chi no. Io ero tornato a Lucito, avevo comprato il torchio per le incisioni, sempre grazie ai soldi di mia madre che per accontentarmi e mettere da parte qualcosa vendeva lenzuola. Mio padre continuava ad essere contrario: “Che devi fare, tu? il pittore?” Mandai delle acqueforti, un gruppo di acqueforti. Su 6000-7000 opere ne selezionarono 300, fra cui le mie. Quando arrivò la lettera da Venezia, andai a farmi un quarto di vino. Tutto qua. Ero contento, ma anche allora ero distaccato da quello che ruotava intorno al mondo dell’arte. Tutti i miei cataloghi li ho persi, li perdo in continuazione, non sono bravo a raccogliere e ordinare le cose che mi riguardano. Non ci tengo. E quando devo trovare una cosa, sono sicuro che non troverò nulla.

Perché decise di tornare in Molise?
Ho avuto più possibilità di restarmene lontano. Mi chiesero di fare l’assistente al Liceo artistico di Napoli. Rifiutai, anche se adesso rimpiango quella decisione. Ebbi dei guai in famiglia, e contemporaneamente il posto qui nella scuola. Avevo da pensare a vari problemi. Ripeto: rispetto alla vita, tutto sembra una stupidaggine, qualsiasi altra scelta passa in secondo piano.

Come non si può parlare della Divina Commedia senza Dio, così non possiamo parlare di un artista contemporaneo che ha lavorato sui temi e le metafore dell’aldilà cristiano senza interrogarci su come funziona o ha funzionato il rapporto tra Pettinicchi e Dio.
Durante la vita da studente ho sofferto, sia a Campobasso che a Napoli. Qualche volta mia madre riusciva a spedirci un po’ di carne da Lucito, altrimenti fagioli e peperoni fritti, e uova. Cataste di gusci coprivano la casa, non li buttavamo neppure. Dio significa grandiosità, immensità. Noi significhiamo piccolezza. La nostra vita significa piccolezza. L’immensità ci copre, ci assorbe. Io credo. Da sempre. E credo proprio perché parto da questa piccolezza. Una figura religiosa a cui sono molto legato è la Madonna. Quando penso a lei intensamente avverto ancora oggi come dei rumori. Ti racconto un episodio. Una volta, nei pressi delle Quercigliole, dove c’è una cappellina, mi ero fermato a pregare la Madre di Dio. Feci proprio questo pensiero: se mi sente, deve comparire un serpente. Nello stesso istante ne passarono due. Mi si drizzarono i capelli in testa ed ebbi paura. Non dovevo aver paura, oggi che ci penso capisco che ho fatto un grave errore. Avrei dovuto restare lì, invece fuggii…

Lei ha dipinto un mondo spesso torchiato dalla sofferenza. Con il passare del tempo gli uomini e la società soffrono di più o di meno?
Questo non lo so: se ne occupa la filosofia. Ma posso dire che per me l’uomo della Divina Commedia è un uomo scalfito, un uomo che si decompone. È per questo che su alcuni soggetti continuo a metterci l’aureola. La materia di molti uomini, la materia, i muscoli, se ne va. La visione dell’uomo è drammatica. Non è propriamente una visione tragica dell’esistenza. È una visione drammatica. È diverso. Gli uomini che mi interessano artisticamente sono gonfi di spirito, dentro, hanno sofferto, la loro spiritualità è aumentata, mentre il corpo si liquefa. È questa l’immagine dell’uomo che ho.

Campobasso, che è il centro e il simbolo di tutto il Molise, è radicalmente cambiata rispetto al passato. In bene o in male?
Direi in bene. Non posso fare a meno di pensare al benessere materiale, alle cose, alla tecnologia. Carne, pesce, cibo. Ma in fondo non so se questo è un fatto positivo o meno. Siamo coperti di cose, però io non so il “dentro” delle persone com’è: io le persone le vedo cadenti. Forse mi sbaglio, sono io ad essere cadente e poiché riproduco sempre me stesso nelle pitture - come se in ciò che dipingo facessi solo autoritratti che non si somigliano - le vedo cadenti. Non so rispondere.

Il maestro Pettinicchi ha detto che non ama fare filosofia…
No, no, stavo scherzando. Io sono un ottimo filosofo. Su questo si può stare tranquilli…

… ma, oggi come oggi, è possibile per un artista lanciare ancora un messaggio positivo a quelli che verranno?
Io dico semplicemente una cosa: il motore di tutto è il lavoro. Artista o macellaio, il lavoro in sé ti costruisce dentro. È la base di tutto, qualunque lavoro. Purché fatto senza lagnarsi.

L’etica del lavoro?
L’etica del lavoro.

Le piace parlare più della vita, che dell’arte, vero? 
Esatto. Quando si arriva a una certa soglia non posso più rispondere, perché il “dentro” mi si sfiata. E non posso permetterlo. Il “dentro” deve essere forte. Se io parlo troppo, mi si sgonfia l’anima, è come diventare un’altra persona, perdi energia. Ci sono cose che non puoi comunicare, vanno tenute esclusivamente per te. Gli altri, se sanno leggere, leggono. Questa mia Divina Commedia è una lettura, no? Non dimenticherò mai quel critico che veniva a vedere le mostre e passava quasi correndo davanti ai quadri dando un’occhiata distratta. Parlare troppo intorno alle cose a volte non aiuta. Bisogna saper leggere, i libri come i quadri. Tu che ne dici, professore? Va bene, così come è andata?

Certamente.
Benissimo. Allora abbiamo finito…

giovedì 26 giugno 2014

Pettinicchi - Quel poeta del dolore che dipingeva con rabbia


Nel 1993 Giuseppe Tabasso incontrò Antonio Pettinicchi, suo vecchio compagno di studi, e gli dedicò questo incisivo ritratto apparso sul mensile "Molise". Lo riproponiamo ai nostri lettori. Fonte PrimaPaginaMolise

Esattamente trent'anni fa, autunno 1963, Antonio Pettinicchi, pittore molisano di Lucito, appese al chiodo pennelli, cavalletto e tavolozza e smise di dipingere. Aveva 38 anni, era nel pieno della sua potenza espressiva, l'uso dei colori non aveva segreti per lui, poteva fare tutto: decise di non fare più nulla. 
Antonio Pettinicchi è, paradossalmente, il più molisano e il meno molisano dei nostri pittori. Si esprime meglio in dialetto, sta bene (si fa per dire) solo nel Molise e il solo pensiero di partire, anche per poche ore, gli dà il panico. Si trova a suo agio solo con la sua gente, è diffidente con i "borghesi" e con il loro linguaggio, nel suo "studio" campobassano (squallida stanzetta di uno squallido edificio moderno) non esiste una sola sedia e lui stesso dipinge all'impiedi ossessionato dall'idea che vi si possa "fare salotto". 
Dipinge solo gente e scenari molisani, ha bandito nature morte e fiori (ma riconosce che "anche un fiore può essere un oggetto drammatico"). Ha illustrato le tre cantiche di Dante - forse il suo lavoro più impegnativo - e nel ˇParadisoˇ, insieme a Caravaggio, Gauguin, Van Gogh e all'adorato Mahler, ci ha messo i suoi contadini (oltre ad un suo figlio morto). Nel suo Inferno i contadini sono assenti, vi figurano solo borghesi, molti politici, burocrati, anche pittori, personaggi in vista, sui cui nomi si lascia scappare una sarcastica confidenza (poi, però, se ne pente e mi vincola al giuramento di non rivelarli).
Il suo mondo rimane sempre e ossessivamente il Molise. Per capire Trivisonno si deve conoscere Giotto e Michelangelo, per capire Marotta si deve amare De Chirico e Bernini: non si capisce Pettinicchi se non si capisce il Molise. Scarano raccontava il Molise al mondo, Pettinicchi racconta (con rabbia) il mondo al Molise. Ma certi suoi dipinti, come quelli sul bombardamento di Isernia o sulla strage di Fornelli - le sue "Guerniche" molisane - sono racconti di valenza universale.
Chi gli stava più vicino diede poco peso alla decisione di gettare alle ortiche i pennelli: si pensò a un bisogno di "ricaricare le batterie", a una delle sue "mattane", a un passeggero momento di crisi, a una fase di stanca e perfino di pigrizia. Si trattava, invece, di un vero e proprio suicidio artistico, un atto d'intransigenza esistenziale, il karakiri del Pettinicchi più "facile" e più felice di sé, l'estinzione del Pettinicchi "tonale". Pettinicchi versus Pettinicchi. 
La sua "morte apparente" durò fino al 1973: dieci lunghi anni durante i quali il l'artista sopravvisse a se stesso insegnando disegno e storia dell'arte proprio nelle aule di quell'istituto magistrale di Campobasso dove negli anni ‘40 egli, povero studente di estrazione contadina, ebbe come suo primo insegnante di disegno Amedeo Trivisonno. Dieci anni di silenzio totale e di buio artistico. 
Poi la fulminante riapparizione. Ma quello che torna sulla scena artistica molisana è un Pettinicchi annichilito, sconvolto, lacerato. Atonale. Maledetto. I suoi dipinti sono urla di rabbia, di passione, di rancore, di amore e orrore del presente: un'esplosione non più trattenuta, un tormento senza estasi.
"I miei quadri - mi dice - sono tragedia, luce e odori, sì anche gli odori che perdi in un attimo possono essere tragedia".
E di tragedia è atrocemente segnata la sua vita privata, familiare, una nicchia oscura in cui non è assolutamente consentito far capolino, ma che Pettinicchi, artista di origini e cultura contadina e dunque incapace di understatement e metafore, finisce tuttavia col "denudare" nei suoi dipinti. 
Nel terribile "Autoritratto in un paesaggio nevoso" si esibisce letteralmente "sviscerato" (lui stesso di definisce personaggio "squartato"); il colore dei suoi occhi penetranti, azzurrissimi, non si rifletterà mai più nei suoi cieli minacciosi, tempestosi; i suoi "paesaggi" sembrano incubi dipinti con un bisturi che li 
seziona e accartoccia in un rincorrersi di frane e crepacci. 
Castellino sul Biferno, la cui sopravvivenza è minacciata da una frana e dove Antonio ha una casetta, è il suo spettrale paese-simbolo, più volte ricorrente nei suoi quadri. E in uno di essi - "La banda suona la Va di Mahler a Castellino" - c'è l'altro ossessivo mito artistico di Pettinicchi: Gustav Mahler e la Sinfonia no 5, il cui primo movimento, non a caso, ha un tempo di marcia funebre. 
"L'arte non è rassicurante - mi dice - perché dovrebbe esserlo la mia?" Gli chiedo: "Sei credente ?" Mi guarda, poi risponde: "Purtroppo!"
Chissà se un giorno, la vecchiaia, la saggezza, il distacco dalle cose della vita potranno mai placare questo suo conflittuale rapporto col mondo. Chissà se potremo mai vedere un terzo Pettinicchi che approda alle sponde della rassegnazione, se non della serenità. Chissà se alla fine del suo tormento ci sarà un pò d'estasi. La domanda è senza risposta. Antonio si stringe nelle spalle, abbozza quel suo nevrotico sorriso-ghigno e strizza quei suoi occhi azzurri acciaio per togliere qualsiasi illusione, come per dire "ma che ne sapete del dolore...".

mercoledì 25 giugno 2014

E' morto il maestro Antonio Pettinicchi

E' morto il pittore Antonio Pettinicchi nato a Lucito nel 1925, uno dei più importanti artisti molisani del secondo Novecento.

la famiglia d'italia che parte per il belgio sul treno di termoli

domenica 15 dicembre 2013

Ritorno alla forma La linea figurativa e realistica nell’arte molisana del Novecento


Ritorno alla forma
La linea figurativa e realistica nell’arte molisana del Novecento

A cura di
Francesca Della Ventura
Tommaso Evangelista

Col patrocinio di
PROVINCIA DI CAMPOBASSO

21 dicembre 2013 / 12 febbraio 2014

Inaugurazione sabato 21 dicembre ore 18.00

Galleria Artes Contemporanea
Viale Elena, 60, Campobasso

Artisti:
Antonio D’Attellis
Antonio Di Toro
Walter Genua
Giovanni Manocchio
Giulio Oriente
Leo Paglione
Gilda Pansiotti D’Amico
Rodolfo Papa
Antonio Pettinicchi
Marcello Scarano
Amedeo Trivisonno
Vincenzo Ucciferri

Abstract

Una delle peculiarità dell’arte molisana contemporanea è stata quella di non aver mai smarrito una spiccata linea figurativa. Fuori dalle correnti più significative, lambita solo superficialmente dalle tensioni del Futurismo, lontananel dopoguerra dai dibattiti sull’astrattismo, la regione ha mantenuto intatta un modo di saper dipingere e scolpire che affonda molte radici nella tradizione più nobile dell’arte italiana. Il merito principale del perdurare di tale tendenza è da ascrivere soprattutto a Amedeo Trivisonno e Marcello Scarano. Mentre il primo, Trivisonno, ha creato una vera e propria “scuola” formando diversi validi artisti in relazione, in particolare, all’arte sacra autentica, Scarano ha ispirato una ricerca sempre sulla forma ma letta in chiave maggiormente espressiva e intimista. I dibattiti sorti agli inizi degli anni Sessanta, di rottura e tensione, e liberazione di un’arte non più legata alla forma ma al concetto, andavano contro gli epigoni e gli esponenti meno innovativi della pittura, i cosiddetti “pittori della domenica”, ma mai contro i grandi maestri. Una collettiva sulla linea figurativa e realistica nell’arte molisana è un atto dovuto alla storia della regione per fissare alcuni punti certi, per riscoprire maestri dimenticati e soprattutto per mostrare un’arte sempre attuale e mai anacronistica, fatta di sapere tecnico e progettuale ma anche di spiccate doti creative; è anche un’occasione di studio e di approfondimento su artisti significativi del Novecento. Oltre alle opere di artisti storici si sono voluti esporre anche i lavori di pittori che, pur nel perdurare delle correnti e degli “ismi”, non hanno mai abbandonato il pennello e la forma. La collettiva ha diversi pregi. Ha la pretesa di concentrare su poche pareti un secolo di arte molisana seguendo la linea della forma; vuol presentare una rassegna quanto più completa ed esplicativa degli artisti figurativi molisani, ovvero di quei pittori che maggiormente hanno indagato la raffigurazione, mostrando legami, derivazioni e ispirazioni; cerca di rivalutare contesti poco indagati dalla critica, mostrando un ambiente estremamente vitale e di forte spessore tecnico e qualitativo. Parlare della forma significa indagare l’intima natura dell’arte, capace di schiudere, nel gesto personale del rappresentare, la visione concreta e spirituale dell’artista chiamato a farsi carico del reale per comunicarlo all’esterno. Se l’astratto è tensione emotiva e riconfigurazione in chiave sintetica dell’idea, la costruzione sulla e intorno alla figura comporta un perenne agire sulla struttura interna del dipinto per veicolare, nello scontro tra immagine e percezione, una personale osservazione sull’unicità del mondo.

martedì 14 maggio 2013

Antonio Pettinicchi, lui è il Molise. Omaggio all'artista

A conclusione della personale di Pettinicchi alla galleria Artes di Campobasso un interessante articolo del giornalista Paolo Giordano.

E’ oramai prossima alla conclusione (11/05/2013) la mostra “Antonio Pettinicchi – lui è il Molise” allestita nella Galleria Artes di Campobasso; curatori Silvia Valente e Tommaso Evangelista.
L’evento, che ha riscosso notevole successo di pubblico e critica, è un doveroso omaggio ad un indiscusso genio creativo rivelatosi fondamentale per la città di Campobasso, avendo tracciato una strada maestra percorsa dalla maggior parte delle successive generazioni di artisti. Come insegnate, poi, ha coinvolto ed appassionato centinaia di studenti e discepoli. Infine (con Marotta e Pace) ha per lungo tempo assolto il compito di accreditare “all’esterno” l’esistenza di una cultura artistica regionale.
Negli spazi di viale Elena sono state esposte sia incisioni (in un’affascinante retrospettiva) che dipinti (gli ultimi anni fino al “conclusivo” 2009). Le prime, selezionate da una produzione incisoria tra le più prolifiche della seconda metà del novecento (circa 600 lastre), abbracciano il vasto periodo dal 1949, anno dell’esordio, al 1995.
Pettinicchi, allievo di Lino Bianchi Barriviera, uno dei più grandi maestri del secolo, con questa tecnica ha ottenuto le maggiori soddisfazioni professionali, partecipando ad importanti manifestazioni sia nazionali che europee.
Temi ricorrenti sono la sua terra, quindi il mondo dei contadini contraddistinto dal proprio bagaglio di miseria, sofferenza, fatica… e dignità. Anche nella produzione pittorica si ritrovano gli stessi argomenti a lui tanto cari, ma è possibile ammirare addirittura una “crocifissione”.
Autentica rarità essendo pochissime le opere di arte sacra, di cui è estremamente geloso e tutt’altro che incline a condividere con il pubblico.
La sua complessa formazione di pittore cominciò quale allievo di Amedeo Trivisonno che, avendolo alunno al Magistrale, ne scoprì le doti incoraggiandolo: “tu in questa scuola non ci devi stare, devi fare l’artista!”Dopo l’esordio come “figurativo” sviluppò in maniera precisa e marcata il suo “segno” per merito di Emilio Notte (di formazione futurista), il più importante artista napoletano del dopoguerra). In seguito pur rimanendo nell’ambito della figurazione, con il tempo, riuscì a “trasformare la figura umana”. E’ questa la sua caratteristica principale: grazie al pennello ed ai colori mostrare contemporaneamente l’esterno (sembianze fisiche) e l’interno (realtà interiore) dei soggetti raffigurati. Necessarie ovviamente una valida conoscenza dell’anatomia nonché una sconvolgente capacità di scavare nel profondo dell’Animo.
La storia artistica ed umana di Antonio Pettinicchi, che sarà possibile “indagare” con una monografia di prossima pubblicazione (Regia Edizioni), permette di scoprire un Molise culturalmente vivo, attraversato e scosso da accesi dibattiti artistici, oggi impensabili nel guardare l’attuale sonnacchiosa realtà. All’epoca si era al passo con l’andamento dell’Arte in quegli anni: sperimentazione e ricerca erano le stesse sia in provincia che nel resto della nazione. Non emulazione, bensì un’empatia che permise alla nostra Terra di essere “trasportata” sulle tele con uno stile inconfutabilmente “contemporaneo”. A testimonianza di quei fermenti, all’interno della mostra, un asterisco dedicato al celebre “Gruppo 70” (Pettinicchi, Massa, Mastropaolo e Genua).
Vasta ed incontenibile, insomma, risulta la personalità del Maestro. L’unico ad essere riuscito nell’impossibile sintesi della sua Arte è stato Armando De Stefano, compagno d’accademia ed amico personale: “Pettinicchi ha la sua terra nel sangue, nel pennello, nel colore e, cosa più vera, esprime il dolore del suo popolo con un disegno forte e netto, da pittore autentico che si identifica col prossimo. Lui è una natura via, lui è il Molise”.

venerdì 29 marzo 2013

Antonio Pettinicchi

Il video proiettato all'inaugurazione della mostra Lui è il Molise. Personale di dipinti e incisioni di Antonio Pettinicchi presso Artes Contemporanea.


venerdì 22 marzo 2013

Antonio Pettinicchi - Lui è il Molise - Personale a Campobasso



ANTONIO PETTINICCHI
“LUI È IL MOLISE”
a cura di
Tommaso Evangelista e Silvia Valente

28 marzo-11 maggio 2013
Galleria Artes, viale Elena n. 60 - Campobasso

COMUNICATO STAMPA



A sei anni di distanza dall’ultima personale, torna nel capoluogo molisano il maestro Antonio Pettinicchi. La mostra, a cura dei critici d’arte Tommaso Evangelista e Silvia Valente, sarà ospitata nei prestigiosi spazi della galleria Artes in viale Elena n. 60 a Campobasso dal 28 marzo all’11 maggio 2013 e presenterà una selezione di lavori su tela unitamente ad una retrospettiva sulla produzione grafica. 

I dipinti testimoniano vari aspetti della sua poetica e spaziano dai celebri autoritratti al mondo contadino con uno sconfinamento nelle tematiche del sacro (Crocifissione). La maggior parte dei lavori risale all’ultimo decennio di produzione - inedite le opere del 2008 e del 2009 - e si caratterizza per una forte accentuazione delle valenze espressioniste, per un segno tagliente, per una sapienza costruttiva dettata da pennellate energiche e vigorose che conferiscono alla figura struttura e, allo stesso tempo, indeterminatezza. 

La produzione incisoria riguarda, invece, un lasso di tempo più ampio e mostra l’evoluzione della tecnica, dello stile e dei soggetti. Dai primi lavori realizzati durante la formazione accademica - che vedono come soggetti le figure del mondo contadino – si attraversano i paesaggi molisani caratterizzati dalla forte componente geometrica di stampo post-cubista per giungere, sul finale, a un dissolvimento delle forme e delle strutture grazie al sapiente uso dell’acquaforte, del quale è stato maestro indiscusso del Novecento italiano. 

Un piccolo asterisco sarà dedicato alla documentazione del celebre Gruppo 70 formato, appunto, da Antonio Pettinicchi, Walter Genua, Augusto Massa e Lino Mastropaolo, dei quali verranno presentati lavori a carattere esplicativo, utili a fornire una ricostruzione del percorso dell’artista. 

Antonio Pettinicchi nasce a Lucito (Campobasso) nel 1925. Si forma all’Accademia di Belle Arti di Napoli sotto la guida severa ed attenta di Lino Bianchi Barriviera e Emilio Notte. La sua attività incisoria e pittorica è testimoniata dalla partecipazione a numerose mostre e rassegne di carattere nazionale e internazionale, fra cui: quattro edizioni della Quadriennale Nazionale di Roma (tra il 1952 e il 1965), la XXVIII Biennale Internazionale di Venezia, sette edizioni della Biennale Nazionale della Grafica Contemporanea di Venezia (dal 1955 al 1967), numerose mostre in collaborazione con ilgruppo degli Incisori Veneti oltre alle cinque edizioni del Premio Termoli, per citarne solo alcune. Sue opere sono presenti in importantissime collezioni pubbliche e private, fra le quali citiamo: Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Modena, Venezia; Civica raccolta delle stampe Achille Bernarelli, Castello Sforzesco, Milano; Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; Raccolta disegni e stampe, Galleria Uffizi. 

Proprio da un ricordo del maestro e compagno di studi accademici Armando De Stefano è tratto il titolo della mostra cui seguirà l’uscita della monografia, a cura di Tommaso Evangelista e Silvia Valente, edita dalla Regia edizioni e che verrà presentata in occasione del finissage (11 maggio 2013).

Info:
Artes Contemporanea
Viale Elena n. 60 – Campobasso
Tel. 0874 443377


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