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giovedì 15 novembre 2018

L'occhio del fotografo. Intervista a Steve McCurry








Per Espoarte ho intervistato Steve McCurry - Official page durante il suo intervento per Poietika lo scorso settembre a Campobasso. Un grazie per l'aiuto a Maria Cristina Notte e Maurizio Cavaliere

 La fotografia di Steve McCurry, come da lui definita, è “Fotografia della semplicità” per quella sua caratteristica di unire alto valore simbolico, caratterizzazione e intensità mnemonica in una veste chiara, facilmente leggibile e memorizzabile. È naturalmente fotografia di viaggio, viaggio – per dirla alla Chatwin – quale approfondimento della conoscenza e tentativo di entrare nel vissuto della gente per cogliere e raccontare l’essenza dei luoghi (“Una fotografia deve portare con sé emozione, semplicità e deve avere una storia da raccontare, deve essere in grado di trasportarci da qualche parte”). Il suo particolare modo di scattare gli ha permesso di stare insieme alle comunità, cogliendo linguaggi, feste, danze, elementi culturali che stanno scomparendo e che spetta alla fotografia documentare nel modo più evocativo possibile pur nell’apparente naturalità (“Non cerco mai di abbellire o di romanzare, la cosa più importante è raccontare la storia nel modo migliore possibile”). L’aspetto narrativo pertanto diviene un fattore potente nei suoi scatti, per quel tentativo di proporre ai fruitori un variegato universo di esperienze che si sommano e che alla fine saturano, come i colori, la coscienza (“La parte più importante del mio lavoro è narrare storie, è per questo che la maggior parte delle mie immagini posa le sue radici nella gente comune. Sono alla ricerca di quell’attimo di autenticità e spontaneità capace di raccontare una persona o, in senso più ampio, di mettere in relazione la vita di una persona con la nostra esperienza umana”). Il segreto di tutto ciò risiede nell’attesa dell’occhio (“Se sai aspettare, le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto […] c’è una chimica che istituisce un legame con le persone, grazie al quale si può gettare una sguardo nella loro anima e nella loro personalità”).

Steve McCurry a Campobasso
Lo scorso 8 settembre, McCurry, è tornato in Italia, più precisamente in Molise, nell’ambito di Poietika, il festival diretto dal poeta Valentino Campo e dedicato alla parola e alla letteratura, per una lezione-evento presso il Palazzo GIL di Campobasso. L’iniziativa, sostenuta dalla Fondazione Molise Cultura e dall’assessorato alla cultura, ha riscosso un grande successo di pubblico ed è riuscita a strappare al fotografo la promessa di un ritorno in terra molisana per una campagna fotografica e una retrospettiva da allestire nel capoluogo agli inizi del 2019. Il Molise quale terra sconosciuta e mitica, al pari dell’India o di regioni dimenticate dell’Afghanistan, ha sicuramente colpito lo sguardo indagatore di McCurry il quale ha mostrato un vivo interesse per i suoi paesaggi incontaminati e le sue tradizioni folcloriche e religiose. E poi perché l’Italia è sempre nel suo cuore (“Per divertirmi scelgo l’Italia perché offre tantissimo dal punto di vista storico, culturale, artistico, paesaggistico, culinario e… per gli ottimi vini!”). Abbiamo colto il momento della conferenza stampa prima della lecture per fare al fotografo qualche domanda, e le risposte non sono state banali. McCurry, sarà di nuovo in Italia, domenica 18 novembre, in occasione di Bookcity Milano 2018, dove Steve e Bonnie McCurry (la sorella del fotografo) ripercorrono Una vita per immagini la prima biografia ufficiale edita da Mondadori Electa.

Steve McCurry a Campobasso, credit: Maurizio Cavaliere
La fotografia è un vedere ciò che non è neppure visibile ed ha offerto la possibilità di imparare a notare certi aspetti del mondo che, benché veduti, erano fino al momento dello scatto passati inosservati. Vi è un contenuto invisibile da cogliere nel reale? Si sente un veggente?Penso che si tratta di osservazione e si tratta di curiosità. Prima siamo andati a pranzo e camminando io non mi stavo concentrando su ciò che avevo intorno perché si stava parlando, non stavo cioè notando. Però normalmente quando camminiamo, andiamo fuori, scegliamo di svolgere un lavoro in esterno c’è sempre un qualcosa, un’area, una zona, un punto che desta la nostra attenzione, che ci cattura, ed è come se ci rendesse più sensibili. Secondo voi quante persone si sono mai chieste che tipo di pavimento è questo su cui poggio i piedi? Si tratta sempre di un esercizio che facciamo in modo consapevole o inconsapevole anche se la maggioranza delle persone non allena l’occhio e quindi non allena i sensi, non esercita quello che avviene dietro l’occhio. Bisogna possedere una chiave capace di renderci acuti nell’osservazione, nel catturare le cose che ci stanno intorno, ciò che io chiamo “chiave osservazionale”.
L’occhio, e ancor più l’occhio del fotografo, costruisce mondi diversi, a seconda della qualità della visione. Penso ai suoi ritratti, alla loro luce classica e morbida, alla messa in posa del volto, a tanti dettagli che richiamano alla storia dell’arte e quindi della bellezza. Qual è la sua idea di bellezza?Quando pensiamo alla bellezza mi viene da pensare all’armonia, a qualcosa che fluisce e risplende. Se penso per esempio ad una particolare epidermide, magari dal colore intenso, che cosa c’è che mi può attirare? E’ un qualcosa di fluido, di armonico, di particolare. Mi immagino un balletto o una specie di coreografia e vi ritrovo questa idea. Penso al fascino che rinveniamo in una composizione o in una architettura, in un progetto o in un disegno e lo associo ad una sensazione liquida, immediata da cogliere. Se rifletto sull’argomento luce Caravaggio è l’esempio principe per quella sua luminosità molto soffice e trascendente, certamente velata di bellezza. E’ anche vero però che gli artisti rompono le regole e arriva qualcuno che a quella luce bellissima, morbida, soffusa, predilige l’esatto contrario, anche solo per il fatto di essere bastian contrario, prendendo una direzione opposta e dichiarando la sua contrarietà. La bellezza quindi si trova anche in questo contrasto.

Steve McCurry a Campobasso
La sua foto “Afghan Girl” è una delle icone visive del XX secolo. La ragazza, tra l’altro, è stata rifotografata vent’anni dopo mostrando pur nei segni del tempo la persistenza dell’aura (si veda A Life Revealed)  Quali sono secondo lei i meccanismi (culturali, artistici, sociali) che sottendono alla nascita di un’icona?I meccanismi dovrebbero chiederli ai critici. A parte gli scherzi cercare di descrivere qual è la filosofia, cosa vi è dietro quella fotografia e quello sguardo lo lascerei fare al pubblico poiché di ogni scatto possiamo parlare per ore in virtù delle sue infinite tangenti e impressioni. Pensiamo ad una canzone o ad una melodia, cosa fa si che la gente inizi a canticchiarla o che le persone si sentano connesse e in sintonia con il brano? La verità è che certe fotografie sono talmente potenti che poco hanno a che vedere con la teoria o l’analisi mentre molto hanno a che fare con lo stato d’animo di chi le osserva.

Si ringrazia per questa intervista Maria Cristina Notte, Maurizio Cavaliere.










Steve McCurry al Poietika Art Festival, lectio magistralis su "La bellezza negli occhi"






Da circa 30 anni, Steve McCurry è considerato una delle voci più autorevoli della fotografia contemporanea. La sua maestria nell'uso del colore, l'empatia e l'umanità delle sue foto fanno sì che le sue immagini siano indimenticabili. Ha ottenuto copertine di libri e di riviste, ha pubblicato svariati libri e moltissime sono le sue mostre aperte in tutto il mondo. I suoi lavori raccontano di conflitti, di culture che stanno scomparendo, di tradizioni antiche e di culture contemporanee, ma sempre mantenendo al centro l'elemento umano che ha fatto sì che la sua immagine più famosa, la ragazza afgana, fosse una foto così potente. McCurry è stato insignito di alcuni tra i più importanti premi della fotografia, inclusa la Robert Capa Gold Medal, il premio della National Press Photographers. Il ministro della cultura francese lo ha nominato cavaliere dell'Ordine delle Arti e delle Lettere e, più recentemente, la Royal Photographic Society di Londra gli ha conferito la Centenary Medal for Lifetime Achievement.



Il 13 settembre scorso, nell'ambito del Poietika Art Festival edizione estiva 2018 si è tenuto il grandissimo appuntamento di importanza nazionale con la lectio magistralis di Steve McCurry. Ospite del Teatro Savoia di Campobasso McCurry, considerato una delle voci più autorevoli della fotografia contemporanea, autore della foto della ragazza afgana, ha parlato della “Bellezza negli occhi”.



mercoledì 20 settembre 2017

Ernesto Saquella. Filosofo per mezzo del colore


Ernesto Saquella. Filosofo per mezzo del colore.

Organizzazione: Officina Solare Arte Contemporanea, Fondazione Molise Cultura, Assessorato alla Cultura della Regione Molise.

Palazzo Ex GIL, Campobasso

23 settembre / 18 ottobre 2017

Conferenza Stampa: sabato 23 settembre ore 17.00 EX GIL campobasso

Inaugurazione: sabato 23 settembre ore 18.00

Orario di apertura: 10.00/13.00 17.00/20.00, lunedì chiuso

Curatori: Nino Barone e Giuseppe Siano

Testi critici e testimonianze in catalogo di: Nino Barone, Giuseppe Siano, Rino Cardone, Tommaso Evangelista, Antonio Gasbarrini, Antonio Picariello, Antonio Porpora Anastasio.

Catalogo: Cm Stampa, Campobasso

PRESENTAZIONE CRITICA

Mistico creativo e distruttivo, Ernesto Saquella, tra i primissimi artisti italiani ad aver approfondito le potenzialità offerte dalla realtà virtuale, dal cyberspazio e dalla multimedialità, presentano una parabola di ricerca estremamente complessa e in parte ancora da decifrare. Da analizzare è il passaggio dall’ipermediale all’alchimia, dalla ricerca di una forma reticolare e flessibile di rappresentazione allo studio della Tradizione, verso immagini simboliche profondamente strutturate e meditate. Il passaggio dal technikòs all’artifex è pertanto un punto fondamentale sul quale ragionare.

Le prime opere legate all’astrattismo lirico presentano tracce geometriche in campi cromatici più o meno definiti. Triangoli acuti, reiterati e strutturati in insiemi, come anche falci e mezzelune, permettono già di leggere una relazione magica tra colori e forme secondo i principi elaborati da Vasilij Kandinskij per i quali colori squillanti s’intensificano se posti entro forme apicali. L’arte, per comunicare contenuti spirituali, e per riuscirvi, come teorizzato da tendenze di stampo spiritualista, deve essere libera dalla rappresentazione realistica e comunicare prettamente, attraverso l’occultamento, l’interiorità spogliata dell’artista. La forma, infatti, anche se è completamente astratta e orientata verso figurazioni geometriche, conserva un suono interiore che la lega all’autore, il solo che può comprendere la struttura nella sua totalità di complesso d’elementi. In tali opere si avverte una profondità per contatto e lo sforzo di creare un flusso continuo di materia, quasi violento, per cui la trascendenza dell’organismo/forma tende a persistere oltre il limite fisico del supporto. In tale tentativo di orientamento, le forme e i segni tendono all’instabilità e mutabilità con accentuato vigore fisico, per il timbro coloristico estroverso e aggressivo.

Con la serie Storyboard dei primi anni novanta emerge il concetto di "testo aperto" per cui il palinsesto, formato da molteplici blocchi di parole e d’immagini connesse secondo plurimo percorsi digitali, riporta all’idea di Tempo delle avanguardie storiche. L’opera diventa linguaggio mentre la sua lontananza è dettata dall’aura la quale decade immediatamente in un sistema di rappresentazione numerico dove è assente il rapporto creazione-materializzazione, sostituito dal ricorso a sequenze di calcoli. La questione della forma dell’informazione in relazione alla tecnologia diventa per l’artista un argomento di riflessione in quanto l'immagine generata dal computer è il risultato di una sintesi automatica che parte da un progetto astratto tradotto in una serie di operazioni computazionali. La riproduzione diventa un’operazione eseguita dal computer, indipendentemente dalla presenza dell'artista, e può essere reiterata indefinitamente, ed in qualsiasi luogo.

Il passaggio dal virtuale al figurale, nel senso di simbolico ma anche di figurativo, riprendendo concetti più complessi di periodizzazione e generazione quali postulati da Wölfflin e da Riegl, può richiamare, nell’ambito del percorso conoscitivo di Saquella, il passaggio dal segnale lineare al segno pittorico ovvero da una pittura (digitale) tattile/connettiva a una rappresentazione/descrizione ottica.

Nell’acceso simbolismo dell’ultimo periodo vi è una perenne osmosi tra il dentro e il fuori, tra l’io e il noi, tra la luce e l’oscurità ovvero tra il colore e la sostanza. L’interno dell’oggetto descritto ed evocato, e in ciò si avvicina all’elaborazione digitale, non viene però posseduto dalla materia bensì dalla memoria e l’artista, giocando su questo incantamento, cerca di superare il limite dell’opera comunicando l’universalità dell’immagine. Così nella sua arte viene gradualmente sempre più in primo piano l’elemento dell’astratto che è interiorità legata al simbolo, infografico nel caso degli storyboard, alchemico nel caso dell’ultima produzione.

(da Tommaso Evangelista)

BIOGRAFIA

Ernesto Saquella, artista e saggista italiano (Campobasso, 25 agosto 1958 - 1 marzo 2008)

Si dedica all’arte da giovanissimo, dipingendo paesaggi e soggetti dal vero, e parallelamente conduce studi regolari che si completano con la laurea in Giurisprudenza presso l’Università “Federico II” di Napoli.

Durante il soggiorno partenopeo, dal 1977, nasce il ciclo Griglie. Dal 1983 al 1987 realizza linoleografie e xilografie, singole o raggruppate in cartelle, che ritraggono figure, paesaggi e scene simboliche.

Dopo alcuni viaggi di studio nelle principali capitali europee, nella prima metà degli anni Ottanta lavora al ciclo Città.

Nel 1985 con altri artisti molisani fonda il “Gruppo di Orientamento”.

Segue il ciclo Apici, un’esplosione di colori e contrasti scanditi talvolta dalla presenza di materiali compositi, che “narra” per sottrazione e decantazione la fortissima spinta ascendente individuale in opposizione all’incertezza e allo spaesamento dell’uomo tecnologico dinanzi alla moltitudine e all’immensità.

Nominato Accademico Associato all’Accademia Tiberina di Roma, nella capitale frequenta gli ambienti che gravitano intorno ai cenacoli di Filiberto Menna e Giulio Carlo Argan. Nel 1987 fonda l’Associazione Culturale Nazionale “Il Quadrato e la Luce”.

Gli anni Ottanta si chiudono con il ciclo Astrattismo lirico, una serie di opere di grande formato che racchiude e porta a compimento le esperienze tecniche e concettuali elaborate nei cicli precedenti aprendo, contemporaneamente, la via alle successive.

Nei primi anni Novanta abbandona i tradizionali medium e si dedica all’universo digitale. È fra i primissimi operatori culturali italiani ad approfondire le potenzialità offerte dalla multimedialità, dal ciberspazio e dalla realtà virtuale. Entra in contatto con artisti, docenti di prestigiose università americane, imprenditori e tecnici delle nascenti società private nate sull’onda del cambiamento (Apple, Microsoft etc.). Nasce il ciclo Story board.

Nel 1994 decide di rientrare in Molise e si dedica alla divulgazione artistica e teorica: organizza conferenze e collabora con quotidiani, settimanali e mensili regionali.

Nel gennaio 1994 pubblica il saggio Dallo spazio euclideo al ciberspazio. Quale cultura per il terzo millennio? (in: Nino Barone, Rino Cardone, Ernesto Saquella: Angeli e Macchine. 2000 giorni al 2000), un testo in cui descrive e analizza il passaggio “dalla materia alla funzione”, ovvero il passaggio dalla tecnologia pesante alla tecnologia leggera.

Oltrepassando i confini imposti da un testo di conferenza, nel settembre 1994 riprende ed approfondisce gli stessi temi in: Verso il Millennio virtuale. La rivoluzione tecno-antropologica prossima ventura.

Chiude il cerchio con il saggio, inedito, Il cavaliere del ciberspazio. La creativita’ nell’era di internet, nel quale ripercorre il proprio processo artistico e intellettuale dagli inizi fino a giungere ai nuovi assunti digitali.

Nel 1996, firma il manifesto del movimento internazionale “Archetyp’art”.

Nel 1997 avviene l’incontro con l’Alchimia.

Seguono anni di profondi cambiamenti che lo porteranno ad esplorare nuovi, e al tempo stesso antichissimi, sentieri.

Nel 2002 scrive il “racconto autobiografico”, pubblicato postumo, La rosa rossa. Arte e iniziazione, la testimonianza di un’esperienza straordinaria e incomunicabile ambientata fra tessere musive, boschi sacri e rivelazioni neoplatoniche.

Riprendendo la tecnica dei “retouché”, altro ciclo di opere al quale si dedica negli anni intorno al 2000, nel 2006 realizza, in collaborazione con il fotografo Giuseppe Terrigno, il progetto “Il Mistero”, un ciclo di opere dedicato alla processione del Corpus Domini di Campobasso. Ventisei opere, tredici scatti in bianco e nero e tredici interventi pittorici su altrettante fotografie, che mirano a sublimare le valenze sacrali e tradizionali delle macchine sceniche rapportando l’evento cattolico e il suo aspetto folcloristico al significato originario della festa e della rituaria ad essa collegata.

Nello stesso periodo inizia la stesura di A regola d’Arte, un testo al quale Ernesto Saquella lavora ininterrottamente fino all’ultimo giorno di vita, uno scritto motivato con chiarezza: “Non leggete questo libro con l’unico intento di ottenere nuove informazioni, ma provate a utilizzare subito, nella pratica, quanto vi trovate d’utile”.

Il volume, pubblicato nel giugno 2008 per i tipi della Libreria Editrice Filopoli di Campobasso, è un’opera letteraria che non ha precedenti in Molise. In essa sono trattati, con mano sicura ed esiti sorprendenti, i temi della Tradizione, che non ha nulla a che vedere con il folclore, e della Spiritualità, che non ha nulla a che vedere con la religione. L’opera, dalla struttura ciclica, è suddivisa in dodici capitoli, più premessa (“Ordo ad chao”) ed epilogo (bibliografia). Tutti gli argomenti trattati sono da considerarsi come affluenti di un unico grande fiume dal quale al tempo stesso tutti provengono. L’alveo di questo fiume è la vita stessa. L’alfabeto della Tradizione è costituito dai simboli e dagli archetipi della mai interrotta catena sapienziale che ha la sua essenza nello studio profondo della Natura.

Dal 1974 ha esposto in mostre personali e collettive in Italia (Campobasso, Pescara, Napoli, Ferrazzano, Termoli, Roma, Campolieto, Bari, S. Croce di Magliano, Macerata, Ischia, Bologna, Monteroduni, Busso, Campomarino, Foggia, Ripalimosani, Vallata, L’Aquila, Oratino, Bojano, Ferrara, Petrella Tifernina, Isernia, San Giuliano di Puglia, Spoltore, Casacalenda, Macchiagodena, Lapio, Guardialfiera, Larino, Quadrelle) e all’estero (Montreal, Ginevra).

Le sue opere sono presenti in istituzioni museali, collezioni private e gallerie d’arte italiane e straniere.

Hanno scritto di lui e della sua arte responsabili d’istituzioni pubbliche e private, artisti, giornalisti, intellettuali, critici e storici dell’arte, fra cui: Achille Pace, Leo Strozzieri, Maria Augusta Baitello, Daniela Comandini, Hugo Orlando, Massimo Bignardi, Enzo Santese, Giuseppe Pittà, Rino Cardone, Antonio Picariello, Antonio Gasbarrini, Alessandro Masi, Giuseppe Siano, Francesco Gallo, Camillo Viti, Stefano Manocchio, Giacoma Maria Pagano, Anna Lombardi, Silvana De Gregorio, Lorenzo Canova, Antonio Porpora Anastasio.

È presente nelle pubblicazioni:

“ Il Segno” notiziario internazionale di arte contemporanea 1989

Massimo Bignardi, Itinerari eccentrici, Edizioni Enne, Campobasso 1992

Massimo Bignardi, Contemporanea. Appunti per una storia delle arti visive nel Molise dal 1945 al 1992, IRRSAE Molise 1997

Barbara Bertolini e Rita Frattolillo , Molisani. Milleuno profili e biografie, Edizioni Enne, Campobasso 1998.

Antonio Picariello, Molise mon amour. Diario di un critico d’arte, Archetyp’art - Edizioni Enne 2000

Massimo Bignardi, la pittura contemporanea in italia meridionale 1945-1990, Electra Napoli 2003

Antonio Mario di Nunzio, Daniele Muccilli, Lucia Petrucciani Lagioia, Novecento letterario molisano con appunti sull’arte e spunti sul fumetto, graus editore 2008



venerdì 3 giugno 2016

Satoshi Hirose - Senza Titolo (13 anelli)



Martedì 7 giugno alle ore 18:00 presso la Fondazione Molise Cultura (Palazzo Ex-GIL, via Milano, 15 - Campobasso) sarà presentata al pubblico l'opera realizzata dall'artista giapponese Satoshi Hirose.
Ospite del progetto di residenza Vis à Vis - Flâneur – ideato dall'Associazione culturale Limiti inchiusi arte contemporanea - Hirose ha trascorso circa un mese in Molise, viaggiando alla scoperta di luoghi, storia, costumi e tradizioni locali. L'approfondimento di questi temi ha condotto l'artista alla creazione dell’opera di grandi dimensioni, “Untitled (13 anelli)”; ispirata al Molise, sarà installata in modo permanente negli spazi della Fondazione, contribuendo ad arricchirne la collezione. E' la prima volta che un'opera d'arte contemporanea viene realizzata appositamente per il Palazzo ex-GIL. A corredo di questo lavoro, Hirose ha realizzato una serie di 13 installazioni temporanee che saranno visibili all'interno di un percorso negli ambienti del Palazzo ex-GIL. In occasione della presentazione i curatori del progetto – Matteo Innocenti e Silvia Valente – illustreranno insieme all'artista il lavoro svolto e presenteranno al pubblico le opere realizzate.

venerdì 29 aprile 2016

Flâneur - Residenza d’artista presso la Fondazione Molise Cultura


Flâneur
residenza d’artista presso la Fondazione Molise Cultura
Palazzo ex GIL - Campobasso
2 - 23 maggio 2016

Flâneur è un progetto di residenza per artisti che nasce da una costola del più noto e consolidato Vis à Vis - artists in residence project, il programma ideato dall’associazione culturale Limiti inchiusi arte contemporanea di Campobasso.
A differenza di Vis à Vis che realizza le sue residenze nei piccoli paesi molisani, Flâneur si svolge negli spazi della Fondazione Molise Cultura (Palazzo ex GIL), attualmente l’unica istituzione culturale ufficiale della regione Molise.
Per questa prima edizione del progetto – che prevede almeno altre due annualità – gli ideatori hanno selezionato un artista internazionale, il giapponese Satoshi Hirose che risiederà a Campobasso dal 2 al 23 maggio 2016.
La residenza d’artista è un progetto culturale che prevede la permanenza fisica di un artista visivo in un determinato luogo con lo scopo di realizzare un’opera d’arte basata sull’analisi del contesto in cui è stata concepita; nel caso di Flâneur, Satoshi Hirose avrà a disposizione uno spazio all’interno della Fondazione Molise Cultura da utilizzare come studio, dove approfondirà la storia, gli usi e i costumi del Molise per realizzare, a termine della residenza, un’opera d’arte ispirata alla terra che lo ha ospitato.
Il lavoro ideato e realizzato dall’artista resterà di proprietà della Fondazione Molise Cultura e entrerà a far parte del patrimonio della stessa, trovando contestualmente una sua collocazione all’interno degli spazi del palazzo ex GIL.
Il progetto - ideato dall’associazione culturale Limiti inchiusi di Campobasso e sostenuto dalla Fondazione Molise Cultura – sarà curato da Silvia Valente e Matteo Innocenti.
L’idea di praticare una residenza all’interno di uno spazio istituzionale è un progetto ormai largamente consolidato a livello internazionale: musei di tutto il mondo, gallerie e fondazioni ospitano regolarmente gli artisti nei loro ambienti con lo scopo di condurre attività di ricerca e studio, una pratica imprescindibile per ogni struttura culturale che si rispetti.
Satoshi Hirose, giapponese ma italiano di “adozione”, ha sviluppato una ricerca artistica originale basata su differenti modalità espressive, dall'installazione alla scultura, dalla fotografia alla pittura, all'azione partecipata. Spesso adopera oggetti della vita quotidiana ma li ricombina dandogli nuova forma per stimolare il nostro modo di rapportarci ad essi. Ogni cosa è indice di infinite (ed impreviste) interrelazioni: la componente materiale e spirituale dell'uomo, l'apparente stabilità e la sostanziale “impermanenza” dei fenomeni, la complementare distanza e prossimità tra il naturale e l'artificiale, il rapporto di identità seppur a scala differente tra micro e macrocosmo. Con il termine “deterritorializzare” Hirose suggerisce uno sguardo alternativo che non consideri con fissità alcun limite o confine: da qui l'importanza del viaggio biografico dell’artista (sia immaginario che fisico) atto a soddisfazione di una tendenza al nomadismo. A emergere è un territorio di ambivalenza, rispettoso e propositivo delle differenze e dei punti di incontro (date le premesse, anche di quelli tra Oriente e Occidente) a significare la complessa ricchezza del nostro mondo e della nostra vita. «La banale dimensione quotidiana dell'esistenza, dove si ritiene non si dia mai nulla di nuovo, è in verità un mondo pieno di stimoli. Riproducendo e rimodulando i piccoli fatti della vita di ogni giorno, ci appare la ricchezza insospettata di questa dimensione dell'esistenza umana». (Satoshi Hirose).

Satoshi Hirose (Tokyo, 1963), attualmente lavora tra Milano e Tokyo. Laureato alla Tama Art University di Tokyo si specializza all'Accademia di Brera di Milano; nel corso degli anni, oltre a numerose personali e collettive in gallerie e altri spazi espositivi, è stato invitato da importanti istituzioni museali tra cui: Hiroshima City Museum of Contemporary Art, Mambo (Museo d'Arte Moderna di Bologna), Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci (Prato), MCA (Museum of Contemporary Art Australia).

lunedì 11 aprile 2016

MARCELLO SCARANO - Collecta Gratia



Dal 9 aprile al 31 maggio 2016

Palazzo GIL - Ingresso Via Gorizia

Dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 17:00 alle 20:00 - Tutti i giorni eccetto Lunedì

A cura di Antonio Picariello


Marcello Scarano è considerato all’unanimità il migliore artista del ’900 rappresentante il territorio molisano.
Ne è testimonianza la sua stessa Biografia che gli notifica il riconoscimento di partecipazione (21 giugno - 20 settembre 1942) alla XIII Biennale di Venezia (da questa data, a seguito dello scoppio della seconda guerra mondiale, l’attività della Biennale si interrompe fino 1948) al II- III- Premio Cremona (in questa occasione riceve il Premio Speciale Triennale di Milano e lire 5000, quale più giovane pittore presente alla manifestazione), alla XXV Mostra della galleria di Roma, alla Mostra nazionale di Milano, al Premio Michetti con continuità fino al 1959. Partecipa alla Mostra Nazionale d’Arte Sacra contemporanea di Napoli e alla IV e V Sindacale d’Abruzzo e Molise.
Questa sintesi biografico/artistica, giustifica parte del senso della responsabilità della mostra, l’altra percentuale di coscienza organizzativa deriva da una sorta di vivificazione identitaria collettiva che attraverso la figura di Marcello Scarano riconosce le sue caratteristiche espressive, culturali, di culto, di comportamento sociale e di linguaggi avvalorati anche dalla condizione “sinceramente magica” delle opere che sono patrimonio privato di famiglie storiche molisane, di collezionisti particolari che più delle volte hanno ricevuto o acquistato le opere con riti diretti e personalizzati e non dall’acquisto ordinario che si verifica attraverso la partecipazione e l’intervento presso il mercato delle Aste o di Gallerie. Il gesto stesso del possesso o la cura familiare delle opere considera un’operazione altra dalla mera e semplificata presentazione di un artista estraneo alla vita della comunità. Tutti questi valori sono contenuti nella “magia” delle opere di Marcello Scarano che inneggiano sia alla visione di una certa Tradizione, sia alla forza espressiva e di ricerca di un periodo storico votato alle Avanguardie artistiche. Si riconosce così, nello stesso manufatto che vive nell’ambiente familiare molisano, una sorta di forza duchampiana del “ready- made” parcellizzato tra la vita intima e ambientale delle famiglie molisane.
Il vissuto storico del territorio, la genuinità delle famiglie, i luoghi, la luce, la sonorità del territorio riuniscono in questa mostra l’espressione di una continuità di senso emanato dalle opere che codificano un corollario magico della comunità per una sorta di concerto dell’incantamento collettivo.
La mostra “Collecta Gratia” assume il duplice compito di incarnare la storia attraverso la risonanza tra la vita del- l’artista Scarano, il senso nascosto della vita del territorio, della memoria, e dell’identità collettiva parallela alla vita storica del palazzo ex G.I.L.
L’insieme continuerà nella potenzialità del Catalogo considerato prezioso contenitore e promotore di archetipi culturali molisani.

Antonio Picariello


mercoledì 13 gennaio 2016

Non aprire che all'oscuro


Un ritrovamento incredibile e una storia commovente. Dal 13 gennaio al 28 febbraio 2016 presso gli spazi espositivi GIL a Campobasso, saranno in mostra oltre 90 fotografie che raccontano la realtà del Mezzogiorno (in particolare di Casacalenda, Molise) tra il XIX e XX secolo. La mostra è curata da Flavio Brunetti e organizzata dalla Fondazione Molise Cultura. 







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Il testo Madre  apre il racconto (circa 80p.) di Flavio Brunetti, intitolato Non aprire che all'oscuro, dedicato alla funzione essenziale della fotografia per l'autore,  essendo lui stesso fotografo. Questa prima pagina è collocata al preciso momento in cui all'obitorio dell'ospedale l'autore va a fare visita per l'ultima volta a sua madre prima che la salma sia composta nella bara. È quindi un testo autobiografico nel quale l'autore descrive quello che vede in questo luogo di morte e evoca nello stesso tempo i ricordi che lo assalgono. Ci dà anche da sentire le parole che rivolge alla madre, un discorso  rivelatore della loro relazione filiale profonda. Si tratta di evidenziare perché il testo coinvolga violentemente il lettore e perché, celebrando sua madre, l'autore riesca in qualche modo a superare la morte. 
La prima parte sottolineerà il modo in cui la morte e la vita vengono descritte. La seconda sarà un' analisi delle immagini della madre che ci propone l'autore. Infine vedremo se scrivendo, l'autore non riusce a immortalare l'immagine di sua madre e l'amore che nutre per lei.


I rappresentazioni  della morte e della vita sono notevoli, contrastano e alternano fra di loro. Sin dall'inizio il lettore viene immediatamente colpito dalle prime due parole importantissime che introducono la pagina. La parola Madre è la prima, è il titolo della pagina, e la seconda è gli obitori. Quest'ultima è anche messa in rilievo perché inizia il testo stesso. Con queste due parole che si urtano il lettore comprende subito la situazione ed è per di più invitato al raccoglimento. Difatti ha appena letto il titolo polisemico del racconto Non aprire che all'oscuro, e sa dunque che sta per passare dalla luce all'oscuro. Anche il significato etimologico di obitorio,  dal latino obire 'andare verso', 'obire mortem', rimanda al passaggio dalla vita alla morte. Il termine usato al plurale provoca una  generalizzazione prolungata per l'intero primo paragrafo e permette di insistere su un fatto tipico delle nostre società moderne che evacuano la morte dalla vita sociale. La morte diventa  anonima, anzi vergognosa, come lo conferma la costruzione impersonale [il corpo] prima che se lo portino via (l.6). L'autore rafforza la durezza di questa relegazione usando diversi procedimenti sintattici o lessicali: utilizza antonimi semplici, in basso/di sopra (l.1;2), frasi corte (soggetto-verbo essere-attributo), frasi ellittiche (soggetto-attributo) o anche ridotte a una sola parola. Questi procedimenti per descrivere gli obitori equivalgono a un atto di accusa contro questo costume sociale di fronte alla morte. La prima volta quando evoca la madre (l.8) e ogni volta in seguito( l.25-26; l.27) l'autore utilizza solamente frasi nominali che, con le loro ellissi, accentuano l'emozione trattenuta o anzi il dolore (l.29-30).
La ricchezza delle percezioni sensoriali esprime acutamente l'opposizione tra le immagini della morte e quelle della vita di cui l'autore si ricorda. Le sensazioni olfattive in riferimento alla morte sono  di un realismo crudo e di una violenza estrema (l.5-6), quelle visive del mondo in bianco e nero della morte contrastano con lo scaturire variopinto dei colori della vita, simboleggiati attraverso la luce del sole, i frutti e i fiori (l.11-12). Però il termine nero non si legge in quanto stesso, è sostituito con una perifrasi che aggiunge al colore nero connotazioni più infauste: l'uomo corvo. La perifrasi è ripresa cinque volte e sottolinea l'anonimato del artigiano della morte, suggerendo che è di cattivo augurio e lascia incombere una minaccia malefica. Non si legge neanche il termine bianco, è solamente indicata la lastra di marmo, ripresa sei volte, anch' esse ricca di connotazioni. Suggerisce associazioni con il senso del tatto, il freddo, con l'immobilità, la rigidità della pietra: è già una lastra tombale. La vita invece è rappresentata mediante verbi di movimento, camminava, saltare (l.13;14) e con i colori vivi della natura. In questo contesto il bianco che si vede è un bianco vivo, quello della neve luccicante.
Abbiamo segnato sopra l'uso di numerosi frasi dalla costruzione apparamente  semplice, la struttura narrativa del testo però si rivela più complessa. Passaggi descrittivi si alternano con passaggi di dialoghi e producono un' alternanza di tempi verbali significativa. L'imperfetto è legato ai ricordi della vita (l. 11-14; l.20-21; l.26-27.l.34-35) mentre il passato prossimo è riservato al discorso diretto e familiare che l'autore rivolge a sua madre. In quanto riguarda il futuro, appartiene esclusivamente a l'uomo corvo, è quello della separazione imminente, ineluttabile, è un futuro talmente prossimo che si trova pure due volte accostato all' avverbio ora: ora verrà (l.14), ora sarà (l.36).

La parola Madre echeggia sull' intera pagina, le sue quindici occorrenze dicono palesemente la sua importanza. Quale immagini di sua madre, della Madre, l'autore riusce quindi a darci?
Dapprima la madre, fonte della vita, è la madre dell'autore. Apparve come una madre tutelare, garante della sua educazione, che ha soprattutto saputo trasmettergli calore e tenerezza. Un esempio: l'enumerazione dei verbi al imperfetto in seconda persona (l.34-35) provoca una serie di assonanze significative, si sente la voce della madre rimproverando il bambino, il vocale i ne riproduce gli accenti d'ira. Poi, alla fine della frase, viene il verbo dormire, l'unico che si chiuda con un vocale meno acuto, la e, esprimendo la quiete ritrovata. 
Alla madre vengono inoltre attribuite multiplice qualità seducenti che dimostrano di volta in volta la sua grazia sorridente, la sua sensualità (l.11-12), la sua modestia (l.22), la sua tenerezza (l.35). Sono degli immagini forte che ci la fanno vedere come la madre nutrice, l'alma mater che fa tutt' uno con la natura nella quale si fonde. Entra in contatto diretto con gli elementi: con la terra, cammina scalza (l.13); con l'aria, saltando; con l'acqua sotto forma di neve; con il fuoco rappresentato dal sole. È anche un'incarnazione della bellezza (l. 32) e l'aggettivo bello ricorre cinque volte. Ma su questo punto torneremo sotto.
Si potrebbe andare più avanti, è come se l'autore procedesse a una specie di deificazione. La madre si metamorfosa in una figura di dea-Madre. In effetti la parola Madre apre e chiude la pagina e ricorre spesso con la maiuscola laudativa. Risalta particolarmente perché è collocata in principio di proposizione, Madre è un' anafora che scandisce l'intera pagina, che le dà una musicalità innegabile.
Il vocativo ha dunque il valore di un' incantazione, di un invocazione. È come se l'autore si rivolgesse a un nume, a una divinità. Non sappiamo se si tratta di una preghiera alla dea-Madre o piuttosto alla Madonna della religione cattolica. Diverse interpretazioni sono senz'altra possibili secondo le connotazioni, ma la venerazione dell'autore non lascia nessun dubbio e la madre prende una dimensione  universale. 

 Anafore, assonanze, immagini forti sono procedimenti tipici della scrittura poetica. Permettono di risentire e di leggere la pagina come si legge una pagina di prosa lirica.
Così si spiega perché la primissima immagine concreta che l'autore ci dà di sua madre coinvolga talmente il lettore. Due frasi nominali conseguenti, della stessa lunghezza, come se si trattasse delle due emistichi di un falso alessandrino, restituiscono la fragilità di questo essere oramai senza difesa:
Madre sulla lastra di marmo. Madre non ancora vestita..
Da questo momento in poi abbiamo l'impressione che i ruoli sono invertiti. È il figlio che diventa materno, che rassicura la madre. Si esprime in discorso diretto (l. 8;16) usa due volte la congiunzione di causa perché (l.10;11) per spiegarle i propri gesti come si fa con un bambino, utilizza allora il tono familiare della tenerezza affettuosa. Peraltro l'espressione l'uomo corvo non è solamente una   metafora della morte, potrebbe rappresentare nello stesso tempo una figura che spaventa i bambini. È ripresa cinque volte come se l'autore volesse scongiurare questa presenza malefica. L'autore precisa due volte è venuto con me, perché la madre non si spaventi. L'atteggiamento affettuoso e materno culmina ancora nell' ultimissima domanda che le rivolge e che potrebbe anch' esse rivolgersi a un bambino:
Madre, hai freddo sulla lastra di marmo?
Anche se il contesto non è lo stesso ci si ricorda la metrica e il tono materno adoperato da Rimbaud al verso 11 del sonetto Le Dormeur du val:
Nature, berce-le chaudement: il a froid.
Si vede dunque che mediante incantazioni ripetute, nel preciso momento in cui dice la morte di sua madre, l'autore entra un ultima volta in contatto diretto con lei. Verso la fine (l. 29) si trova l'unica occorrenza della parola madre scritta senza maiuscola e con il possessivo personale, traducendo il suo turbamento la sua tenerezza, il suo dolore, con estrema decenza. La morte non impedisce loro di rimanere tutte e due nella stessa comunità spirituale. Il suo elogio gli permette di rivolgersi a lei malgrado la morte, di comunicare con lei aldilà della morte, di oltrepassare la morte, di trascenderla.
Un altro legame intimo e privilegiato sopravviverà tra loro aldilà della morte, si tratta della bellezza. Già scegliendo i vestiti per agghindarla è sollecito di portarle i più belli (l. 9;16). È preoccupato di piaciarle, di farla bella. Poi alla fine pronuncia un' affermazione veemente, rifiutando di vedere nel impiegato dell'obitorio altro che un funzionario secondario: 
Solo io conosco la tua bellezza, l'uomo corvo, no!
L'officiante anonimo, quindi la morte, non avrà ragione della bellezza. A lui, al figlio, al fotografo, allo scrittore spetterà il ruolo di dire, di risuscitare, di rivelare la bellezza di sua madre, se ne fa garante. Anche grazie alla bellezza potrà trascendere la morte.

Questo testo autobiografico dagli accenti lirici, dipingendo la morte con emozioni e immagini forti si presenta come l' ultima offerta del figlio a sua madre. Lo scrittore, lodando la madre, le rende omaggio con una pagina di prosa poetica che perenna il suo ricordo e immortalizza la sua bellezza come verrà confermato nel testo che segue quest' esordio. 

professeur Françoise Lamblin
francoise.lamblin@ennamane.net



giovedì 18 giugno 2015

Antonio Pettinicchi - CONTROLUCE



Antonio Pettinicchi – CONTROLUCE
24 giugno-27 settembre 2015

Fondazione Molise Cultura, Palazzo GIL Campobasso
Art Garage, Fondazione Potito, Campobasso

A cura di: Piernicola Maria Di Iorio, Tommaso Evangelista
Catalogo: Regia Edizioni

Inaugurazione martedì 23 giugno ore 17 Palazzo GIL, Campobasso
Ingresso: 5 euro intero, 3 euro ridotto

A due anni dall’ultima personale presso la Galleria Artes di Campobasso e ad un anno esatto dalla sua scomparsa si inaugura presso gli spazi della Gil la prima grande retrospettiva dedicata ad Antonio Pettinicchi, l’artista di Lucito che ha saputo narrare e indagare come pochi in regione l’animo umano e l’intensità dei colori.
La mostra, voluta dalla Fondazione Molise Cultura e curata dai due critici Piernicola Maria Di Iorio e Tommaso Evangelista, indaga la complessità e la profondità dell’arte del maestro gettando nuova luce su diversi aspetti della sua produzione artistica. Il titolo scelto, Controluce, è esplicativo dell'innovativo taglio che si è voluto dare all’esposizione per far emergere, attraverso un’accorta selezione di lavori, una ricerca pittorica innovativa e aggiornata, un’indagine complessa sulle forme stesse della pittura calate negli abissi, luminosi o oscuri, dell’animo umano. L’uomo e il mondo, osservati nei controluce, emergono nell’arte di Pettinicchi liquidi e aperti, profondamente drammatici e tragici ma capaci di comunicare una complessità di visione estremamente suggestiva.
Dai cicli ispirati dalla musica di Mahler passando per le visioni di Dresda fino ad arrivare alla produzione dell’ultimo decennio, una produzione inedita al pubblico e alla critica e nella quale si nota progressivamente lo sfaldamento delle forme e l’emersione di una linea astratta estremamente personale, le cinquanta grandi tele esposte in mostra tracciano il profilo di un’artista non solamente legato agli aspetti contingenti della realtà molisana bensì capace di esprimere uno stile innovativo, ricco di spunti e riferimenti, da Bacon a Cezanne, da Gauguin a Freud, dagli espressionisti tedeschi ai neorealisti italiani, ma assolutamente originale nel trattamento dei corpi, nell’uso dei colori e delle luci, nella tensione segnica.

Una sezione dedicata all’incisione, del quale Pettinicchi è stato uno dei massimi esponenti del secondo Novecento italiano, accende dei flash su tematiche e tecniche, indagando l’evoluzione dello stile e dei soggetti: dai primi lavori accademici, dal forte segno geometrico, si transita per i paesaggi molisani, le scene di stampo maggiormente post-espressionista per giungere infine al dissolvimento delle forme e delle strutture grazie al sapiente uso dell’acquaforte e dell’acquatinta.
Ma è soprattutto nelle tele che l’artista di Lucito, in particolare nell’ultimo decennio di attività, è riuscito a giungere ad una pittura dai colori intensi, intesi sempre più quali elementi strutturali sui quali far poggiare costruzioni ottenute per masse continuamente in bilico tra forma e informe.
In tali lavori, si vedano le ultime visioni mahleriane e i paesaggi liquidi e disfatti, la forma si riduce alla funzione di segno e si avverte il recupero di una maggiore creatività soggettiva slegata da inferenze di stampo sociale. L’abisso tra il reale e l’ideale ormai è completamente spalancato mentre i dipinti assumono sempre più costruzioni disorganiche. E’ il trionfo del colore e dei riverberi, nelle loro componenti astratte e astraenti, che rende tali lavori autentiche visioni in controluce di una sapienza compositiva e immaginativa unica. E’ la scoperta al pubblico molisano e alla storiografia artistica di una figura “titanica” nella perenne ricerca di una pace interiore che si scontra con le lacerazioni dell’anima, è la riscoperta di un grande intellettuale e soprattutto di un complesso e maturo pittore.

L’importante contributo della Fondazione Potito ha permesso inoltre la realizzazione di un evento parallelo che contribuisce alla delineazione quanto più completa della figura dell’artista. Negli spazi dell’Art Garage, infatti, verranno ospitate opere del pittore; questa esposizione, prende come filo conduttore il volto e la figura per indagare differenti aspetti della poetica e dello stile dell’artista.

Antonio Pettinicchi nasce a Lucito (CB) nel 1925 e muore a Bojano nel 2014.  Si forma all’Accademia di Belle Arti di Napoli sotto la guida di Lino Bianchi Barriviera e Emilio Notte, avendo come compagni di studio figure quali Armando De Stefano e Luigi Guerricchio. Ha operato tutta la vita in Molise indagando le difficili condizioni sociali ed economiche dei contadini, analizzando, successivamente, le alienazioni dell’uomo moderno e le tensioni e i turbamenti della propria anima.
Voce fuori dal coro, schivo e ritirato nella sua pittura, ha partecipato negli anni Sessanta e Settanta al dibattito artistico in Molise, facendo parte di importanti sodalizi artistici tra i quali si ricorda il Gruppo ’70. La sua attività incisoria e pittorica è testimoniata dalla partecipazione a numerose mostre e rassegne di carattere nazionale e internazionale: quattro edizioni della Quadriennale Nazionale di Roma (tra il 1952 e il 1965), la XXVIII Biennale Internazionale di Venezia, sette edizioni della Biennale Nazionale della Grafica Contemporanea di Venezia (dal 1955 al 1967), numerose mostre in collaborazione con il gruppo degli Incisori Veneti oltre alle cinque edizioni del Premio Termoli, per citarne solo alcune.

Numerose anche le personali realizzate soprattutto nel capoluogo molisano. Sue opere sono presenti in importanti collezioni pubbliche e private, fra le quali evidenziamo: Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Modena, Venezia; Civica raccolta delle stampe Achille Bernarelli, Castello Sforzesco, Milano; Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; Raccolta disegni e stampe, Galleria Uffizi; Museo Puskin, Mosca; Altes Museum, Berlino. Nel palazzo della Provincia di Campobasso è esposto l’intero ciclo dedicato alla Divina Commedia.

Tra i vari riconoscimenti e premi si ricordano: 1950, Premio del Presidente della Repubblica, I Mostra Nazionale d’Arte Giovanile, Roma; 1951, Primo Premio per la Grafica alla Mostra delle Accademie e Belle Arti d’Italia, Napoli; 1952, Premio Borsa di Studio Fagan Purves, Accademia di Belle Arti di Napoli, Napoli; 1958, Primo Premio di Pittura nella Mostra Internazionale Arte Giovanile, Roma; 1961, Premio Asiago alla IV Biennale dell’Incisione, Venezia; 1962, Premio “Paesaggio Autostrada del Sole”, Roma; 1976 Premio alla V Biennale Internazionale della Grafica, Firenze.


Antonio Pettinicchi con Walter Genua alla sua ultima personale a Campobasso


lunedì 11 novembre 2013

Gino Marotta all'Ex-Gil




GINO MAROTTA
a cura di Lorenzo Canova

Palazzo EX GIL
Fondazione Molise Cultura
Via Milano 15/ Via Gorizia 86100 Campobasso

conferenza stampa sabato 16 novembre 2013 ore 11

inaugurazione sabato 16 novembre 2013 ore 18

Una grande mostra di Gino Marotta (Campobasso 1935- Roma 2012) inaugurerà sabato 16 novembre le splendide sale espositive della Fondazione Molise Cultura nel restaurato palazzo della Ex GIL di Campobasso progettato dall’architetto Domenico Filippone. 

La mostra (curata da Lorenzo Canova, docente di storia dell’arte contemporanea dell’Università del Molise e Sovrintendente della Fondazione Molise Cultura) nasce come un grande omaggio a Gino Marotta nella sua regione e nella sua città di nascita, a un anno esatto di distanza dalla sua scomparsa, e sviluppa un progetto, al quale ha lavorato fino ai suoi ultimi giorni, pensato proprio per gli spazi del palazzo della Ex GIL a cui l’artista era particolarmente legato. 

Raccolte intorno a otto grandi installazioni, saranno dunque esposte sessanta grandi opere pittoriche e scultoree di Marotta che coprono più di cinquanta anni di lavoro, dal Bandone del 1958 fino al Cronotopo virtuale del 2011, in un percorso che non rappresenta solo un dovuto tributo a un grande protagonista della cultura italiana e internazionale, ma una dimostrazione tangibile della vitalità creativa e della grande forza costruttiva di un uomo che ha sempre saputo rinnovarsi e mettersi in gioco, cercando sempre nuove soluzioni tecniche, formali e concettuali

Sarà possibile dunque ammirare una splendida selezione dei metacrilati di Marotta: palme, siepi e querce che sorgono dal pavimento, foreste di menta che inquadrano lo spazio in un modulo cubico, rinoceronti, giraffe e tigri che in un cono temporale riportano fino al paleolitico, cicloni e alberi elettrici che seguono il tracciato del laser in pulsanti vibrazioni di led luminosi. 

Il risultato di questa mostra rispecchia dunque pienamente l’idea di apertura e sconfinamento che ha sempre segnato il lavoro di Marotta, seguendo la visione di sviluppo del futurismo elaborata nel fecondo clima della Roma degli anni sessanta di cui l’artista è stato uno degli assoluti protagonisti, elaborando tra i primissimi i codici fondanti dell’environment, di quell’opera-ambiente i cui spazi immersivi devono assorbire e coinvolgere totalmente lo spettatore in modo multisensoriale, come accade nella sua Foresta di Menta del 1968. Questo capolavoro apre non a caso la mostra di Campobasso per fare entrare gli spettatori nel mondo magico dell’artista, assorbendoli nel suo avvolgente abbraccio fatto di liane artificiali, di profumi e sapori, fondendo l’elemento visivo, tattile, olfattivo e gustativo. 

L’esposizione, nei suoi spazi aperti dove le opere conversano liberamente tra loro, dimostra ancora una volta come Marotta sia stato uno dei veri artisti totali del secondo novecento, prosecutore della visione dell’artista polimorfico rinascimentale e barocco, capace di fondere pittura, scultura e architettura, di raggiungere il design e di contribuire all’apertura verso l’opera ambientale e la dimensione dello spettacolo, in una declinazione anche elettronica, con l’uso del neon prima e poi con i led delle sue ultime opere che pulsano nel buio come costellazioni artificiali nate dal suo pensiero costruttivo. 

Si potranno ammirare anche i grandi quadri degli ultimi anni in cui Marotta gioca con il suo mondo iconografico componendo opere di misteriosa sospensione dove tutto viene preso da un vento enigmatico di leggerezza che fa volare le cose nel turbine leggero e fremente di una stesura lieve e raffinatissima formata su una visione composita e impalpabile, allo stesso antica nel suo rigore e futuribile nella sua visionarietà iconica. 

Nella fusione di tutti questi elementi di questa opera unica e aperta, i diversi capitoli tracciati da Marotta si stagliano con energia nelle prospettive tese e rilucenti delle sale rinnovate della Ex GIL, dialogano con lo spazio e formano nuove relazioni tra le loro modulazioni e il loro impianto costruttivo, i colori acidi e squillanti si armonizzano con le oscure trasparenze dell’Oasi d’ombra che si distende verso la Foresta di Menta e il Corteo di dromedari, i Fenicotteri artificiali sembrano essere volati via dall’Oasi coloratissima e rispecchiata nelle vetrate dell’Hortus conclusus con il suo serpente blu e la sua giraffa rosa che mangia un fiore, lirica anticipazione della Ninfea blu che sboccia nel buio con le sue onde azzurre riflesse nelle sculture di luce, vibrazioni ininterrotte del genio elettrico di Gino Marotta che continua ancora a regalare nuove visioni e nuove splendenti rivelazioni. 

Per l’occasione sarà stampato un catalogo pubblicato da Maretti Editore dove saranno pubblicate le immagini delle opere di Marotta già installate negli spazi della Ex GIL. 

Conferenza stampa sabato 16 novembre 2013 ore 11 

Interventi: 
Paolo di Laura Frattura 
Presidente Regione Molise
Fondazione Molise Cultura
Sandro Arco
Direttore Fondazione Molise Cultura
Lorenzo Canova
Università del Molise- Sovrintendente Fondazione Molise Cultura - Curatore della mostra

Seguirà visita guidata alla mostra per la stampa 

Nel pomeriggio
Inaugurazione e apertura al pubblico sabato 16 novembre 2013 ore 18
Alle 19 cocktail dinner in collaborazione con 
Cantine D’Uva; Pastificio La Molisana; Onav sezione di Campobasso

GINO MAROTTA
Palazzo EX GIL
Fondazione Molise Cultura
Via Milano 15/ Via Gorizia 86100 Campobasso
16 Novembre 2013 – 28 febbraio 2014
Orari: Lun - Ven. 10,00/ 13,00 - Lun. e Merc. 15,30/ 18,00
Info e Prenotazioni Tel. 0874/314383 Fax 0874/437388 Cell. 3891018993 www.fondazionecultura.it
mostra organizzata con la collaborazione scientifica dell’ARATRO, Archivio delle Arti Elettroniche – Laboratorio per l’Arte Contemporanea dell’Università del Molise
Catalogo: Maretti Editore
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