Visualizzazione post con etichetta Elio Franceschelli. Mostra tutti i post
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giovedì 3 marzo 2016
Studio visit #1
Oil on water 1993/2016 - used motor oil floating on water enclosed in plexiglass or glass (Elio in his studio / New York 2007)
Elio Franceschelli FB
lunedì 24 marzo 2014
Ispop tv
Si definisce intima popular. E' ispop.tv la tv online dell'artista isernino Elio Franceschelli, nata da alcuni mesi e che sta portando avanti una linea editoriale volta al confronto, alla critica e all'attacco su molte mancanze dell'ambiente artistico-politico-culturale molisano. Un modo diverso, anche, di concepire l'arte come intervento civile e performance pubblica che si basa molto sul dibattito e lo scontro.
venerdì 10 gennaio 2014
domenica 12 maggio 2013
Artisti molisani negli USA
Elio Franceschelli espone alla collettiva Flow Follow Flow presso Rupert Ravens Nexxt
Inaugural Exhibition
May 25 - July 28, 2013
Opening reception: Saturday May 25 | 7PM - 9PM
Si inaugura venerdì 3 maggio alle ore 17.30 presso il Museum of Geometric and MADI Art di Dallas (USA), una selezione curata di opere MADI della collezione permanente del Museo.
La selezione comprende opere degli anni ’40 degli artisti storici del MADI e opere più recenti degli artisti più giovani aderenti al Movimento fondato nel 1946 da Carmelo Arden Quin.
La mostra si conclude il 14 luglio 2013. Nella rassegna presente anche il molisano Vincenzo Mascia, tra i massimi esponenti in Italia del MADI.
lunedì 29 ottobre 2012
RestArt - Foto dal vernissage
L’apertura di un nuovo spazio espositivo rappresenta un momento delicato di confronto con la città perché viene a porsi, contemporaneamente, come azione di continuità e gesto di rottura, ma anche configurazione di nuove prospettive di senso e riflessione sull’autenticità dei luoghi e delle espressioni. L’idea, quindi, del nuovo inizio (restart) - unitamente al concetto di ripresa - non va nella direzione del semplice rapporto con un passato da far riemergere, nel segno di un fin troppo abusato archetipo di genius loci, ma volge nella prospettiva del rinnovamento del gusto attraverso un più recente sguardo critico.
Ciò ha condotto, pur con tutte le cautele del caso e nel rispetto della continuità storica e della tradizione, a immaginare una mostra che fosse rappresentativa - nella selezione degli artisti - di tali problematiche, proponendo anche differenti contrasti. La scelta di artisti operanti sul territorio da lungo tempo, unitamente al coinvolgimento delle nuove generazioni creative, lontana da velleità ricapitolative ed esaustive, offre un momento di confronto/scontro tra l’idea di una permanenza dell’ “attuale” ed una veterana evoluzione. Il legame con la storia dell’arte locale si fronteggia con l’ipotesi della verifica attraverso un libero dialogo tra le opere, svincolato da logiche retrospettive e/o invadenze del nuovo. I lavori, pertanto, si pongono come impressioni, mutevoli e disuguali, sul confine della critica, svolgendo un’azione “terapeutica” orientata alle recenti ipotesi di visione. Ne deriva un’esposizione ambigua e mutevole, dove rinascenze figurative si scontrano con svolgimenti concettuali e materici e ipotesi minimali, dove artisti storicizzati incontrano e dialogano con i nuovi sviluppi che inevitabilmente si scollegano dalla terra d’origine per prospettare aperture simultanee. Tre generazioni a confronto per una visione trasversale e progettuale dell’arte molisana nel tentativo di porre dei confini e delle relazioni.
Dalle poetiche e mistiche visioni spaziali e formali di Tito, autentico decano della scultura italiana del Novecento, alle rigorose strutture progettuali di Serricchio si arriva fino alle configurazioni materialistiche-dialettiche di Mascia. Partendo dalla riflessione su segni e segmenti minimi di Esposito e dalle valutazioni architettonico minimali di Faralli giungiamo alla serialità viscerale e “oliografica” di Franceschelli. Dall’irrompere di una materia grezza e in divenire di Pellegrini si attraversano i ritrovamenti, nella forma, di relitti archetipici di Dusi fino ai segmenti simbolici di Janigro. Gli “amorosi” segni primigeni e significanti di Gentile Lorusso dialogano con i palinsesti facciali di memorie e immagini di Borrelli fino alle reminiscenze patafisiche di Colavecchia. Dalla tradizione chiarificata e figurata da De Notariis all’emersione dell’anatomia asettica nel bianco di Micatrotta fino al perdersi della forma nella luce di Grandillo. Dalla morbida linea materna di Napoli al drastico irrompere di materie caotiche di Palumbo fino alla lirica presentazione/invocazione intro(retro)spettiva di Peri per terminare con i travestimenti sinestetico-geometrici di Merola. In questo senso il ruolo della galleria vuol essere quello del semplice spazio d’incontro e di scontro tra istanze dissimili.
Per evitare la singola evidenza, inoltre, è stato chiesto agli artisti di fornire anche uno o più disegni o un elaborato grafico che mostrasse le dinamiche dell’evoluzione creativa e al tempo stesso fosse ulteriore testimonianza di progettualità e di azione. Una sezione apposita, adibita a quadreria, mostra nell’invadenza dell’insieme le idee costruttive di fondo.
Tommaso Evangelista
Silvia Valente
giovedì 2 agosto 2012
Fuoriluogo 1996
Prezioso documento della prima mostra Fuoriluogo con nino barone, paolo borrelli, elio franceschelli, dante gentile lorusso, michelangelo janigro, vincenzo mascia, michele peri, luciano perrotta, ernesto saquella. Allestita al Blue Note di Ripalimosani.
lunedì 14 maggio 2012
Elio Franceschelli - Minimal-Animal al liceo Romita
E' la seconda delle mostre minimalanimal : " leggera retrospettiva - studio out " durante le quali l'artista incontra giovani e studenti per un confronto sulle tematiche dell'arte contemporanea. In particolare "il bisogno di acqua" (olio di motore usato che galleggia su acqua in plexiglass) affronta la tematica sociale dell'utilizzo sostenibile delle risorse in rapporto ai cambiamenti climatici.
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Minimalanimal. La
personale di Elio Franceschelli a Palazzo Orlando
Si è inaugurata il 5 marzo presso
la prestigiosa sede di Palazzo Orlando la mostra Minimalanimal del’artista
isernino Elio Franceschelli. L’esposizione, che ha come sottotitolo “studio out
leggera retrospettiva 1990-2010”, è l’omaggio dell’artista alla sua città e
momento di riflessione, e di ricapitolazione, sugli ultimi suoi vent’anni di
carriera. In questo senso va recepito un allestimento che non punta tanto allo
schematismo tematico, ma cerca la sorpresa, lo stupore che deriva
dall’abbondanza di opere esposte sui tre piani del palazzo. Un vero e proprio
“studio fuori”, con quella sensazione di work in progress che solo i famosi
loft newyorkesi sanno trasmettere ma che Elio, che tra l’altro in un loft a New
York ha vissuto e lavorato, è riuscito a restituire. Effetto spaesante, dunque,
ma anche tanta concretezza poiché, di parete in parete, riusciamo a renderci
conto del lavoro dell’artista e della sua evoluzione attraverso l’ultimo ventennio.
Il risultato è un’autentica sorpresa, o una scoperta per chi non conoscesse
ancora le sue opere. Elio è, probabilmente, tra i più innovativi artisti della
regione e le sue ricerche nel campo dell’arte contemporanea non hanno nulla da
invidiare al panorama internazionale.
Tra i primissimi studi segnalo la serie
“estensioni”, riflessione sul concetto di spazio e di luogo, con le opere che
diventano filtro tra reale e percepito. L’uso di molle, diversamente tese,
permette infatti giochi ottici ed effetti di luci ed ombre dalla spiccata
valenza pittorica, nonché simbolica in quanto le tensioni possono essere intese
come reali o metaforiche. Seguono i lavori sui sacchi e sulle tele che, oltre a
richiamare naturalmente le ricerche di Burri, sono originali in quanto indagano
la “mediterraneità” della materia e del supporto che, essendo materiale umile e
legato al lavoro e alla fatica, si presta a rendere, per analogia, l’immagine
di un sud vitale e caldo. Anche quando sui sacchi compaiono delle scritte,
lontanamente pop, il gesto e la parola sono sempre in relazione con l’uomo e il
suo vissuto. Nei sacchi l’artista lavora con coscienza critica elaborando la
propria esperienza in una povertà materica che non si traduce mai in povertà
spirituale, anzi l’idea viene esaltata proprio dalla precarietà del supporto
che diventa palinsesto di memorie. Si arriva così alla sua ricerca può
originale e personale, quella sui cosiddetti olii combusti, intrapresa a
partire dal 1994. Oil on water, ovvero l’unione-scontro tra tecnologia e
natura, nord e sud del mondo, freddo-caldo. In queste vere e proprie
installazioni, a volte serializzate altre volte isolate, in recipienti di
plexiglass viene inserito dell’olio di motore usato e dell’acqua colorata;
l’olio tende a salire creando di fatto una divisione netta con l’elemento
dell’acqua. Abbiamo così dei neri profondissimi e dei colori “acquatici” e
caldi che vi si contrappongono, poiché ciò che tenta l’artista è la ricerca di
quell’equilibrio che l’uomo tecnologico ha interrotto. L’olio, inteso come
prodotto di utilizzo, è sottratto alla polluzione e adoperato come materiale
artistico di un discorso minimale e sentito. Anche qui ritorna il concetto di
resistenza, in quanto l’acqua resiste, col suo diverso peso specifico,
all’invadenza del liquido nero e, così facendo, preserva, colorata, la
dimensione umana della gioia, tipicamente meridionale. Il linguaggio dell’olio,
però, non è così serializzato come potrebbe apparire.
Nelle teche di
plexiglass, infatti, assistiamo a diverse modalità di unione tra i due elementi
che diventano differenti rese grafiche: c’è la netta e speculare separazione
tra nero e colore, oppure il nero prende il sopravvento (o viceversa); a volte
si formano delle linee quasi ad evocare forme sensuali di paesaggi collinari;
altre volte, infine, l’olio macchia il colore, penetra dentro sporcandone la
purezza e creando striature e venature dense e materiche. In questa linea di
ricerca vanno collocati anche gli “Oblò”, i “Collettori” e le “Mask” che di
fatto è la sua ultima ricerca in perfetta continuità con il discorso sull’olio,
in quanto le mascherine sono intese come ultima forma di resistenza alla sua combustione.
Intere pareti in mostra, colorate esplicitamente per l’occasione, accolgono teorie di mascherine che da un lato
guardano al design e dall’altro all’attualità. Icone di una civiltà
tecnocratica che annulla l’individuo relegandolo al ruolo di passivo “fruitore”
di veleni con pochi mezzi da opporre. In antitesi a tali opere, però, troviamo
il mondo del colore, quello che Elio chiama il “Festival del Sud”, dove non è
più la linea, minima, a farla da padrone, ma la superficie. Campiture
cromatiche che nascondono lo spazio ma ci parlano di un ottimismo di fondo che,
pur nella fine, non viene mai a mancare. Serie quasi ininterrotte di riquadri
colorati ci fanno dimenticare la pratica della bruciatura che ha come effetto
esclusivamente il nero e, anche nel rigore dell’impaginazione, ci riportano ad
una passionalità che vuole superare il presente e l’incapacità dell’uomo di
guardare oltre il profitto. Arte sociale, quindi, in un discorso concettuale ed
elegantissimo, dove per una volta il rapporto squilibrato dell’essere umano con
il mondo sembra essere invertito a favore di un’unità di fondo e di una
speranza. La bruciatura e combustione dell’olio permette il progresso ma genera
scompenso e danno in quanto il progresso punta sempre in una direzione,
marginalizzando il resto del mondo; l’olio è metafora di tutto ciò ma, nelle
mani dell’artista, diventa elemento di ri-equilibrio, denso di significati. Minimale
e immediata la mostra, ricchissima di opere, presenta tanti altri spunti: il
tema del riuso e del riciclaggio degli scarti, il tentativo dell’artista contro
l’annichilimento tecnocratico, la ricerca della meditterraneità e del colore
del sud, l’analisi quasi scientifica della materia, il prodotto-merce-scarto
inserito in un’ottica estetica, la ricerca di un equilibrio di fondo che sa
tanto di design ma che si esprime con un’arte pura e autentica.
La mostra,
patrocinata dal comune di Isernia e dall’assessorato alla cultura, vista
l’affluenza di pubblico e il successo, è stata prolungata anche per il mese di
arile e resterà aperta tutti i giorni dalle 11 alle 13 e dalle 17 alle 20. Sono
previsti inoltre convegni e incontri-visite con le scolaresche che avranno modo
di fruire, per una volta, di una mostra dal respiro internazionale e con tanti
contenuti sui quali riflettere. Minimalanimal non è, pertanto, solo il
soprannome, curioso, che l’artista ha ricevuto negli Stati Uniti, ma anche il
tentativo di un legame tra arte e istinto, occasione per una relazione non
banale tra la creatività e il presente nel segno di un ottimismo di fondo.
Tommaso Evangelista su Il Bene Comune Aprile 2011
venerdì 22 luglio 2011
Un caciocavallo alla Biennale
Il titolo dell’opera di Elio è “Il suicidio del caciocavallo” (sottotitolo “gli è stato fatale il culatello”) e nasce da un passo della conferenza stampa di Sgarbi per la presentazione del Padiglione dove il critico si sofferma a parlare per più di venti minuti del culatello di Parma. Alla domanda di un giornalista che gli rimproverava la poca coerenza del suo discorso con l’arte Sgarbi, infervorato, cominciava una difesa del culatello in quanto prodotto tipico dell’Italia e delle sue scelte che, dobbiamo dire, non sono state delle migliori, con tanto di uscita “E’ la mia Biennale e se voglio esporre i culatelli chi mi può dir niente?”. Il discorso è più complesso e le sue selezioni volevano andare contro il “sistema dell’arte” assegnando la scelta dei duemila artisti ad altrettanti intellettuali; ciò naturalmente, anche per l’assenza di una linea curatoriale, ha portato ad una ricognizione eccessiva che di fatto fa smarrire la qualità nella quantità. Tornando ad Elio il caciocavallo entra nella storia in quanto si trovava vicino all’artista mentre questi, sbalordito, stava sentendo l’intervento della conferenza stampa. Se il culatello, per Sgarbi, diventava la più grande opera che poteva offrire Venezia il caciocavallo, ormai personalizzato, cominciava ad insistere con l’artista per essere portato anche lui alla Biennale. In una Biennale dei “prodotti tipici” ecco allora che anche un caciocavallo non fa brutta figura dimostrandosi, anzi, secondo l’idea dell’artista, superiore al culatello in quanto per farlo non bisogna ammazzare nessuno, può essere mangiato anche dai vegetariani e a prescindere dalla religione. E poiché oggi si usa spiazzare il formaggio ha chiesto all’artista l’insano gesto di essere suicidato (metafora se vogliamo del fallimento di questa Biennale che alla “mafia” del sistema ne ha sostituita un’altra). Queste sono state le sue ultime parole “vuoi vedere che un posticino nella storia dell'arte...magari ... oh! io ci provo! e poi ,come si dice, suicidandomi lo SPIAZZO!! a sto cazzo di culatello!!!".
P.s. Su Youtube si possono vedere i video della conferenza stampa di Sgarbi e di Franceschelli cercando Intervento Sgarbi in Conferenza Stampa - 2/10 e LA DANZA DEL CULATELLO
Un altro articolo di Maria Cristina Giovannitti
Un altro articolo di Maria Cristina Giovannitti
venerdì 10 giugno 2011
domenica 29 maggio 2011
Il suicidio del caciocavallo
Sabato 4 giugno alle ore 21.00 presso Palazzo Orlando di Isernia Elio Franceschelli presenta l'opera con la quale parteciperà al prestigioso avvenimento artistico internazionale Padiglione Italia - Molise LA BIENNALE DI VENEZIA. 54
IL SUICIDIO DEL CACIOCAVALLO
gli è stato fatale il culatello!
La presentazione avverrà in occasione della chiusura della retrospettiva : MINIMALANIMAL.
L'opera nasce dalla conferenza stampa di presentazione, di Vittorio Sgarbi, del 5 maggio. Come scrive però l'artista "quando il caciocavallo ha sentito le parole di sgarbi sul culatello (la migliore opera mai esposta in tutte le biennali, ha pensato : vuoi vedere che un posticino nella storia dell'arte...magari ... oh! io ci provo! e poi ,come si dice, suicidandomi lo SPIAZZO!! a sto cazzo di culatello!!!"
domenica 6 marzo 2011
sabato 5 marzo 2011
Minimalanimal. La personale di Elio Franceschelli a Palazzo Orlando
Si inaugura oggi presso la prestigiosa sede di Palazzo Orlando, alle ore 18, la mostra Minimalanimal del’artista isernino Elio Franceschelli. L’esposizione, che ha come sottotitolo “studio out leggera retrospettiva 1990-2010”, è l’omaggio dell’artista alla sua città e momento di riflessione, o anche ricapitolazione, sugli ultimi suoi vent’anni di carriera. In questo senso va recepito un allestimento che non punta tanto allo schematismo, ma cerca la sorpresa, lo stupore che deriva dall’abbondanza di opere esposte sui tre piani del palazzo. Un vero e proprio “studio fuori”, con quella sensazione di work in progress che solo i famosi loft newyorkesi sanno trasmettere ma che Elio, che tra l’altro in un loft a New York vi ha lavorato, è riuscito a restituire. Effetto spaesante, dunque, ma anche tanta concretezza poiché, di parete in parete, riusciamo a renderci conto del lavoro dell’artista e della sua evoluzione attraverso l’ultimo ventennio. Il risultato è un’autentica sorpresa, o una scoperta per chi non conoscesse ancora le sue opere. Elio è, probabilmente, tra i più innovativi artisti della regione e le sue ricerche nel campo dell’arte contemporanea non hanno nulla da invidiare al panorama internazionale. Tra i primissimi studi segnalo la serie “estensioni”, riflessione sul concetto di spazio e di luogo, con le opere che diventano filtro tra reale e percepito. Seguono i lavori sui sacchi e sulle tele che, oltre a richiamare naturalmente le ricerche di Burri, sono originali in quanto indagano la “mediterraneità” della materia e del supporto che, essendo materiale umile e legato al lavoro e alla fatica, si presta a rendere, per analogia, l’immagine di un sud vitale e caldo. Anche quando sui sacchi compaiono delle scritte, lontanamente pop, il gesto e la parola sono sempre in relazione con l’uomo e il suo vissuto. Si arriva così alla sua ricerca può originale e personale, quella sui cosiddetti olii combusti, intrapresa a partire dal 1994. Oil on water, ovvero l’unione-scontro tra tecnologia e natura, nord e sud del mondo, freddo-caldo. In queste vere e proprie installazioni, a volte serializzate altre volte isolate, in recipienti di plexiglass viene inserito dell’olio di motore usato e dell’acqua colorata; l’olio tende a salire creando di fatto una divisione netta con l’elemento dell’acqua. Abbiamo così dei neri profondissimi e dei colori “acquatici” e caldi che vi si contrappongono, poiché ciò che tenta l’artista è la ricerca di quell’equilibrio che l’uomo tecnologico ha interrotto. In questa linea di ricerca vanno collocati anche gli “Oblò”, i “Collettori” e le “Mask” che di fatto è la sua ultima ricerca in perfetta continuità con il discorso sull’olio, in quanto le mascherine sono intese come ultima forma di resistenza alla sua combustione. Arte sociale, quindi, in un discorso concettuale ed elegantissimo, dove per una volta il rapporto squilibrato dell’essere umano con il mondo sembra essere invertito a favore di un’unità di fondo e di una speranza. La bruciatura e combustione dell’olio permette il progresso ma genera scompenso e danno in quanto il progresso punta sempre in una direzione, marginalizzando il resto del mondo; l’olio è metafora di tutto ciò ma, nelle mani dell’artista, diventa elemento di riequilinri, denso di significati. Minimale e immediata la mostra, ricchissima di opere, presenta tanti altri spunti: il tema del riuso, il tentativo dell’artista contro l’annichilimento tecnocratico, la ricerca della meditterraneità, l’analisi quasi scientifica della materia, il prodotto-merce-scarto inserito in un’ottica estetica. La mostra, patrocinata dal comune di Isernia e dall’assessorato alla cultura, resterà aperta per un mese tutti i giorni dalle 11 alle 13 e dalle 17 alle 20. Saranno previsti convegni e incontri-visite con le scolaresche che avranno modo di fruire, per una volta, di una mostra dal respiro internazionale e con tanti contenuti sui quali riflettere.
Tommaso Evangelista
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