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mercoledì 20 settembre 2017

Ernesto Saquella. Filosofo per mezzo del colore


Ernesto Saquella. Filosofo per mezzo del colore.

Organizzazione: Officina Solare Arte Contemporanea, Fondazione Molise Cultura, Assessorato alla Cultura della Regione Molise.

Palazzo Ex GIL, Campobasso

23 settembre / 18 ottobre 2017

Conferenza Stampa: sabato 23 settembre ore 17.00 EX GIL campobasso

Inaugurazione: sabato 23 settembre ore 18.00

Orario di apertura: 10.00/13.00 17.00/20.00, lunedì chiuso

Curatori: Nino Barone e Giuseppe Siano

Testi critici e testimonianze in catalogo di: Nino Barone, Giuseppe Siano, Rino Cardone, Tommaso Evangelista, Antonio Gasbarrini, Antonio Picariello, Antonio Porpora Anastasio.

Catalogo: Cm Stampa, Campobasso

PRESENTAZIONE CRITICA

Mistico creativo e distruttivo, Ernesto Saquella, tra i primissimi artisti italiani ad aver approfondito le potenzialità offerte dalla realtà virtuale, dal cyberspazio e dalla multimedialità, presentano una parabola di ricerca estremamente complessa e in parte ancora da decifrare. Da analizzare è il passaggio dall’ipermediale all’alchimia, dalla ricerca di una forma reticolare e flessibile di rappresentazione allo studio della Tradizione, verso immagini simboliche profondamente strutturate e meditate. Il passaggio dal technikòs all’artifex è pertanto un punto fondamentale sul quale ragionare.

Le prime opere legate all’astrattismo lirico presentano tracce geometriche in campi cromatici più o meno definiti. Triangoli acuti, reiterati e strutturati in insiemi, come anche falci e mezzelune, permettono già di leggere una relazione magica tra colori e forme secondo i principi elaborati da Vasilij Kandinskij per i quali colori squillanti s’intensificano se posti entro forme apicali. L’arte, per comunicare contenuti spirituali, e per riuscirvi, come teorizzato da tendenze di stampo spiritualista, deve essere libera dalla rappresentazione realistica e comunicare prettamente, attraverso l’occultamento, l’interiorità spogliata dell’artista. La forma, infatti, anche se è completamente astratta e orientata verso figurazioni geometriche, conserva un suono interiore che la lega all’autore, il solo che può comprendere la struttura nella sua totalità di complesso d’elementi. In tali opere si avverte una profondità per contatto e lo sforzo di creare un flusso continuo di materia, quasi violento, per cui la trascendenza dell’organismo/forma tende a persistere oltre il limite fisico del supporto. In tale tentativo di orientamento, le forme e i segni tendono all’instabilità e mutabilità con accentuato vigore fisico, per il timbro coloristico estroverso e aggressivo.

Con la serie Storyboard dei primi anni novanta emerge il concetto di "testo aperto" per cui il palinsesto, formato da molteplici blocchi di parole e d’immagini connesse secondo plurimo percorsi digitali, riporta all’idea di Tempo delle avanguardie storiche. L’opera diventa linguaggio mentre la sua lontananza è dettata dall’aura la quale decade immediatamente in un sistema di rappresentazione numerico dove è assente il rapporto creazione-materializzazione, sostituito dal ricorso a sequenze di calcoli. La questione della forma dell’informazione in relazione alla tecnologia diventa per l’artista un argomento di riflessione in quanto l'immagine generata dal computer è il risultato di una sintesi automatica che parte da un progetto astratto tradotto in una serie di operazioni computazionali. La riproduzione diventa un’operazione eseguita dal computer, indipendentemente dalla presenza dell'artista, e può essere reiterata indefinitamente, ed in qualsiasi luogo.

Il passaggio dal virtuale al figurale, nel senso di simbolico ma anche di figurativo, riprendendo concetti più complessi di periodizzazione e generazione quali postulati da Wölfflin e da Riegl, può richiamare, nell’ambito del percorso conoscitivo di Saquella, il passaggio dal segnale lineare al segno pittorico ovvero da una pittura (digitale) tattile/connettiva a una rappresentazione/descrizione ottica.

Nell’acceso simbolismo dell’ultimo periodo vi è una perenne osmosi tra il dentro e il fuori, tra l’io e il noi, tra la luce e l’oscurità ovvero tra il colore e la sostanza. L’interno dell’oggetto descritto ed evocato, e in ciò si avvicina all’elaborazione digitale, non viene però posseduto dalla materia bensì dalla memoria e l’artista, giocando su questo incantamento, cerca di superare il limite dell’opera comunicando l’universalità dell’immagine. Così nella sua arte viene gradualmente sempre più in primo piano l’elemento dell’astratto che è interiorità legata al simbolo, infografico nel caso degli storyboard, alchemico nel caso dell’ultima produzione.

(da Tommaso Evangelista)

BIOGRAFIA

Ernesto Saquella, artista e saggista italiano (Campobasso, 25 agosto 1958 - 1 marzo 2008)

Si dedica all’arte da giovanissimo, dipingendo paesaggi e soggetti dal vero, e parallelamente conduce studi regolari che si completano con la laurea in Giurisprudenza presso l’Università “Federico II” di Napoli.

Durante il soggiorno partenopeo, dal 1977, nasce il ciclo Griglie. Dal 1983 al 1987 realizza linoleografie e xilografie, singole o raggruppate in cartelle, che ritraggono figure, paesaggi e scene simboliche.

Dopo alcuni viaggi di studio nelle principali capitali europee, nella prima metà degli anni Ottanta lavora al ciclo Città.

Nel 1985 con altri artisti molisani fonda il “Gruppo di Orientamento”.

Segue il ciclo Apici, un’esplosione di colori e contrasti scanditi talvolta dalla presenza di materiali compositi, che “narra” per sottrazione e decantazione la fortissima spinta ascendente individuale in opposizione all’incertezza e allo spaesamento dell’uomo tecnologico dinanzi alla moltitudine e all’immensità.

Nominato Accademico Associato all’Accademia Tiberina di Roma, nella capitale frequenta gli ambienti che gravitano intorno ai cenacoli di Filiberto Menna e Giulio Carlo Argan. Nel 1987 fonda l’Associazione Culturale Nazionale “Il Quadrato e la Luce”.

Gli anni Ottanta si chiudono con il ciclo Astrattismo lirico, una serie di opere di grande formato che racchiude e porta a compimento le esperienze tecniche e concettuali elaborate nei cicli precedenti aprendo, contemporaneamente, la via alle successive.

Nei primi anni Novanta abbandona i tradizionali medium e si dedica all’universo digitale. È fra i primissimi operatori culturali italiani ad approfondire le potenzialità offerte dalla multimedialità, dal ciberspazio e dalla realtà virtuale. Entra in contatto con artisti, docenti di prestigiose università americane, imprenditori e tecnici delle nascenti società private nate sull’onda del cambiamento (Apple, Microsoft etc.). Nasce il ciclo Story board.

Nel 1994 decide di rientrare in Molise e si dedica alla divulgazione artistica e teorica: organizza conferenze e collabora con quotidiani, settimanali e mensili regionali.

Nel gennaio 1994 pubblica il saggio Dallo spazio euclideo al ciberspazio. Quale cultura per il terzo millennio? (in: Nino Barone, Rino Cardone, Ernesto Saquella: Angeli e Macchine. 2000 giorni al 2000), un testo in cui descrive e analizza il passaggio “dalla materia alla funzione”, ovvero il passaggio dalla tecnologia pesante alla tecnologia leggera.

Oltrepassando i confini imposti da un testo di conferenza, nel settembre 1994 riprende ed approfondisce gli stessi temi in: Verso il Millennio virtuale. La rivoluzione tecno-antropologica prossima ventura.

Chiude il cerchio con il saggio, inedito, Il cavaliere del ciberspazio. La creativita’ nell’era di internet, nel quale ripercorre il proprio processo artistico e intellettuale dagli inizi fino a giungere ai nuovi assunti digitali.

Nel 1996, firma il manifesto del movimento internazionale “Archetyp’art”.

Nel 1997 avviene l’incontro con l’Alchimia.

Seguono anni di profondi cambiamenti che lo porteranno ad esplorare nuovi, e al tempo stesso antichissimi, sentieri.

Nel 2002 scrive il “racconto autobiografico”, pubblicato postumo, La rosa rossa. Arte e iniziazione, la testimonianza di un’esperienza straordinaria e incomunicabile ambientata fra tessere musive, boschi sacri e rivelazioni neoplatoniche.

Riprendendo la tecnica dei “retouché”, altro ciclo di opere al quale si dedica negli anni intorno al 2000, nel 2006 realizza, in collaborazione con il fotografo Giuseppe Terrigno, il progetto “Il Mistero”, un ciclo di opere dedicato alla processione del Corpus Domini di Campobasso. Ventisei opere, tredici scatti in bianco e nero e tredici interventi pittorici su altrettante fotografie, che mirano a sublimare le valenze sacrali e tradizionali delle macchine sceniche rapportando l’evento cattolico e il suo aspetto folcloristico al significato originario della festa e della rituaria ad essa collegata.

Nello stesso periodo inizia la stesura di A regola d’Arte, un testo al quale Ernesto Saquella lavora ininterrottamente fino all’ultimo giorno di vita, uno scritto motivato con chiarezza: “Non leggete questo libro con l’unico intento di ottenere nuove informazioni, ma provate a utilizzare subito, nella pratica, quanto vi trovate d’utile”.

Il volume, pubblicato nel giugno 2008 per i tipi della Libreria Editrice Filopoli di Campobasso, è un’opera letteraria che non ha precedenti in Molise. In essa sono trattati, con mano sicura ed esiti sorprendenti, i temi della Tradizione, che non ha nulla a che vedere con il folclore, e della Spiritualità, che non ha nulla a che vedere con la religione. L’opera, dalla struttura ciclica, è suddivisa in dodici capitoli, più premessa (“Ordo ad chao”) ed epilogo (bibliografia). Tutti gli argomenti trattati sono da considerarsi come affluenti di un unico grande fiume dal quale al tempo stesso tutti provengono. L’alveo di questo fiume è la vita stessa. L’alfabeto della Tradizione è costituito dai simboli e dagli archetipi della mai interrotta catena sapienziale che ha la sua essenza nello studio profondo della Natura.

Dal 1974 ha esposto in mostre personali e collettive in Italia (Campobasso, Pescara, Napoli, Ferrazzano, Termoli, Roma, Campolieto, Bari, S. Croce di Magliano, Macerata, Ischia, Bologna, Monteroduni, Busso, Campomarino, Foggia, Ripalimosani, Vallata, L’Aquila, Oratino, Bojano, Ferrara, Petrella Tifernina, Isernia, San Giuliano di Puglia, Spoltore, Casacalenda, Macchiagodena, Lapio, Guardialfiera, Larino, Quadrelle) e all’estero (Montreal, Ginevra).

Le sue opere sono presenti in istituzioni museali, collezioni private e gallerie d’arte italiane e straniere.

Hanno scritto di lui e della sua arte responsabili d’istituzioni pubbliche e private, artisti, giornalisti, intellettuali, critici e storici dell’arte, fra cui: Achille Pace, Leo Strozzieri, Maria Augusta Baitello, Daniela Comandini, Hugo Orlando, Massimo Bignardi, Enzo Santese, Giuseppe Pittà, Rino Cardone, Antonio Picariello, Antonio Gasbarrini, Alessandro Masi, Giuseppe Siano, Francesco Gallo, Camillo Viti, Stefano Manocchio, Giacoma Maria Pagano, Anna Lombardi, Silvana De Gregorio, Lorenzo Canova, Antonio Porpora Anastasio.

È presente nelle pubblicazioni:

“ Il Segno” notiziario internazionale di arte contemporanea 1989

Massimo Bignardi, Itinerari eccentrici, Edizioni Enne, Campobasso 1992

Massimo Bignardi, Contemporanea. Appunti per una storia delle arti visive nel Molise dal 1945 al 1992, IRRSAE Molise 1997

Barbara Bertolini e Rita Frattolillo , Molisani. Milleuno profili e biografie, Edizioni Enne, Campobasso 1998.

Antonio Picariello, Molise mon amour. Diario di un critico d’arte, Archetyp’art - Edizioni Enne 2000

Massimo Bignardi, la pittura contemporanea in italia meridionale 1945-1990, Electra Napoli 2003

Antonio Mario di Nunzio, Daniele Muccilli, Lucia Petrucciani Lagioia, Novecento letterario molisano con appunti sull’arte e spunti sul fumetto, graus editore 2008



giovedì 8 agosto 2013

Cleofino Casolino - personale di scultura all'Officina Solare


CLEOFINO CASOLINO
"Dall'incanto del Cuore l'Argilla Racconta"

a cura di GIUSEPPE SIANO

10 / 22 agosto 2013
Inaugurazione sabato 10 agosto 2013 ore 19.30
apertura tutti i giorni ore 22.00 / 23.30

OFFICINA SOLARE GALLERY
Via Marconi, 2 Termoli (Italy)

L’universo femminile di Casolino

Le opere in terracotta di Cleofino Casolino, presenti nel suo atelier, raccontano dell’universo femminile.Da ogni donna emerge un racconto, a cui è possibile attribuire un’esperienza, e classificarla con una tipologia psicologica, per risalire a un modello di vita e del rappresentare l’esistenza; come del resto è emerso in molti autori delle post-avanguardie storiche, che hanno scelto come finalità del proprio fare il «sentire», lo «sperimentare», l’«organizzare», la narrazione partendo dall’esperienza personale. Con meraviglia, visitando poi la chiesa di san Timoteo di Termoli, incontro un altro tipo di suoi lavori con la terracotta; per lo più sono opere appena sbozzate, che evocano esperimenti di altri autori d’avanguardia, riutilizzati in modo originale dall’artista termolese.

Il fare (poiein) rappresentativo di Cleofino Casolino è attento a raccontare sia le varie forme di coinvolgimento dell’animo e della mente nel quotidiano, che in effetti caratterizzano il lato sensibile — o femminile — degli uomini in generale, sia quella contemplazione che porta alla perdita del proprio genere.

Sembra che Cleofino nelle rappresentazioni del mistero del sacro predilige porre, però, l’accento sull’esperienza di un corpo mistico che ha subito gravi colpi dalla nostra attuale organizzazione sociale. Dalle sue rappresentazioni traspare, infatti, una probabile doppia soluzione; e il racconto si sospende nel vago, perché non rivela all’osservatore se la fede (rappresentata come una barca sconquassata e senza governo — o timone —) sta dirigendosi verso un naufragio sicuro in alto mare, oppure nonostante le distrazioni che seducono oggi il nostro universo fisico-e percettivo e che agitano così i marosi (pensieri) della mente, essa (fede) ora si sta dirigendo verso un approdo sicuro, in un porto. Nell’atelier trovo un altro tipo di rappresentazioni.

Sembra che l’altra natura dell’autore, attenta alla vita di tutti i giorni, lo induca a rappresentare nella terracotta anche i cambiamenti delle relazioni umane, cioè di quella materia tranquilla e sottomessa che prima veniva tenuta a freno dalle leggi spirito; fino a mostrarne altresì le tensioni che si producono nel fisico e nell’animo. In questo modo, quelle sue opere acquisiscono un significato sottile, che trattano di stati psicologici. Le sue rappresentazioni sono caratterizzate a partire proprio da quei vorticismi attrattori di movimenti che possono provocare instabilità, inquietudine, turbamento e angoscia nell’animo umano in generale, e femminile in particolare. Quei movimenti trascinano l’intera struttura fisica in una tensione, fino a segnarne l’aspetto interiore ed esteriore. La materia sembra sia diventata compartecipe degli umori e del coinvolgimento dell’animo umano, assumendo la forma del “genere” femminile.

Lo sviluppo del tema delle terrecotte di Casolino, infatti, oscilla proprio tra il tema delle “donne” di San Timoteo, che furono ligie nell’educare il giovane santo in vita, alla probità, alla bontà e alla santità, a quello che emerge da un volto femminile adagiato e ancora trasognante e senza espressione, su una barca sventrata e senza poppa e timone, fino alla rappresentazione di volti e corpi di donne prese dalle tensioni generate dalla vita.

Casolino sente tutto il coinvolgimento dell’umano in queste due estreme forme di organizzazione; da una parte quella che spinge l’uomo ad assumere un modello di elevazione e di distacco dagli accidenti della vita, dall’altra quella che percepisce l’inarrestabile coinvolgimento del proprio universo fisico e mentale nelle tante tensioni e disequilibri, che spesso s’introducono inarrestabili nel quotidiano, dove è impegnata questa nostraesistenza che, però, si vorrebbe armonica e pacificata come in un film.

Il racconto di Casolino pone anche una inevitabile analogia tra la Chiesa, nave o vascello salvifico dell’unità dei fedeli, e il corpo e la sua cura. Nonostante il sacro è da lui rappresentato come una barca sventrata, senza poppa e timone, come se fosse alla deriva, è per alcuni ancora un’ancora di salvataggio, che può tenere lontano l’agitarsi del mare mentale. La spiritualità dei fedeli, comunque, è anch’essa sconquassata e messa in dubbio dalle tensioni e dal desiderio di apparire, in una socialità in cui l’unico valore instabile e fluttuante sembra sia il consumo e l’acquisizione di beni materiali.

L’universo dell’artista è rappresentato in successione tra il proiettare nella quotidianità i propri sogni e cercare di realizzarne i desideri nascosti nel proprio animo (come nelle opere Sinuosità, Sogno,); o la ricerca del cambiamento di personalità che avviene attraverso segnali esteriori (Metamorfosi); o di rappresentare a tutti di essere una madre-Madonna; o del gruppo di suore che, in preghiera e in opere, hanno scelto di uniformarsi alla vita di santa Giovanna Antita Touret; o “l’abbraccio” di una madre al proprio piccolo figliolo; o l’altero gusto di una donna che si adorna per uscire (senza titolo); e, infine, la superficialità di qualche altra la cui unica occupazione è mantenere un bel profilo (senza titolo) — e non importa se l’altra parte del volto non c’è, quasi a sottolineare che un’esistenza può essere solo cura minuziosa di se stessi…, del corpo, o del proprio benessere, senza preoccuparsi del rapporto con gli altri, insomma.

Casolino nei volti femminili trova la possibilità di narrare dei caratteri e mettere in scena fantasiosi racconti di donne. Oggi la maschera è rilevatrice del messaggio sensitivo e percettivo che si vuole rappresentare e trasmettere a tutti quelli che sono coinvolti nello stesso ambiente vitale.

La forma, o apparenza, o verosimile, ha preso il sopravvento, sull’anima e la verità. Questo ha prodotto una consapevolezza, ulteriore, però; ognuno interpreta e dà valore alla maschera secondo una propria — o singolare — scala di valori, e attraverso i propri modelli culturali, che non sono ormai più “oggettivi”, cioè validi per tutti. Chiunque si trova a fare una scelta, e vive le proprie tensioni, direzioni, naufragi o approdi. Cleofino Casolino, dal proprio punto di vista, accentua ed esagera nei suoi racconti di terracotta l’universo femminile, e in questo modo eccede i due mondi separati del maschile e del femminile. Egli porta a estreme conseguenze i caratteri umani, ma si sa che, come ogni artista, egli come fine ha l’arte intesa quale narrazione di un’esperienza, e simula la vita col suo rappresentare.

Giuseppe Siano


giovedì 16 maggio 2013

Marco Fioramanti - Trattista o del primitivismo astratto all'Officina Solare


"TRATTISTA O DEL PRIMITIVISMO ASTRATTO"
ROMA-BERLINO OVEST-MONACO DI BAVIERA
1982-1986

Mostra personale di
MARCO FIORAMANTI

A cura di
Giuseppe Siano
18 / 30 maggio 2013
Inaugurazione della mostra sabato 18 MAGGIO 2013 alle ore 19.00

Officina Solare Gallery
Termoli, Via Marconi 2

Informazioni: 329.4217383, www.officinasolaregallery.com.


Il Manifesto Trattista
Roma, 4 gennaio 1982

Nel "Tratto" noi esprimiamo il gesto più semplice, alla portata di tutti, primitivo, perciò antintellettuale. La rozzezza e l'espressività esasperata indicano su quali punti si arrocca il nostro dialogo col mondo insonnolito dell'arte e con la società. Aborriamo qualsiasi forma di gerarchia ed è perciò difficile pensare a degli adepti seri e coscienziosi, ricercatori coerenti e raffinati.
Tale è il nostro linguaggio: arcaico, così, in modo semplice, crediamo di esaltare i colori. Nelle opere non ha alcun significato la competizione, la loro struttura compositiva si rivela estremamente popolare ed esaltante.
Il "Tratto" è il nostro rifiuto ad affiancarci al mondo della cultura ufficiale. E’ l'antidoto alla ubriacatura del pubblico comune, che è vittima della sottocultura alimentata dalla mancanza di informazione e dall'ostruzionismo culturale
perpetrato dai burocrati dell'arte per accumulare potere, o soprattutto per la loro incapacità di riallacciare le teorie dell'arte al mondo del lavoro e alla vita sociale, facendo degli artisti, che a loro si assoggettano, degli antisociali nella vita e del pubblico una massa di emarginati nell'arte.
Questa è l'evoluzione dialettica che domina tutta la storiografia dell'arte, che ricorda lo sviluppo degli eventi umani, dove le nuove teorie vengono approvate e legalizzate solo quando, svuotate del loro contenuto innovativo, restano soltanto forma, o entrano nel costume non più come novità, messaggio, spinta, ma come bisogno elementare insopprimibile. Con il "Tratto" semplice, immediato, "privo di cultura", vogliamo cancellare "l'arte colta e sofisticata, il professionista geniale, il Maestro", e con lui cancellare quell'aura magica e irreale di cui è circondato.
Vogliamo che il Trattismo divenga l'arte di chi non ha mai compreso l'arte, divenga l'arte degli emarginati, dei vagabondi, degli alienati, e di tutti quelli ai quali è stato insegnato che non potevano dipingere perché non sapevano
disegnare, perché non erano abbastanza acculturati da poter fare quello che una élite scaltra professa ormai da un secolo.
Divenga l'arte di tutti questi. Vogliamo che chi ha rapinato il gusto lo restituisca alla gente, e soprattutto a quella porzione d'umanità emarginata, più fantasiosa e feconda, che ha dato in passato uomini della mole di Caravaggio, Vermeer, Van Gogh, Gauguin, Modigliani, Pollock, che i critici loro contemporanei hanno ritenuto opportuno ignorare.
Vogliamo che l'arte, lo spettacolo, la satira, la commedia, il costume, coincidano in un unico lacerante grido di rivolta, nel quale la miseria affondi le proprie radici e trovi la propria espressività in un rituale primitivo e inconscio, che sconfina nella magia. Nasce così l'amore per ciò che è primitivo, pagano, nomade. Nasce così la nostra solidarietà per i gruppi umani, per le società primitive, di cui la moderna tecnologia ha sancito la degradazione e l'estinzione.
Prima di noi sono stati Trattisti: gli Indiani d'America, i popoli africani, gli aborigeni australiani, i popoli della protostoria andina.

Firmatari:
Claudio Bianchi, Luciano Cialente, Marco Fioramanti, Adalberto Magrini, Ubaldo Marciani, Sergio Salvatori (pittori); Marco Luci (videomaker)

Marco Fioramanti è nato a Roma l’11 febbraio 1954, è un artista italiano. La sua opera è caratterizzata dall'uso di differenti materiali verso un'idea totale dell'arte che mira al recupero dei segni, dei gesti, dei comportamenti e dei riti d'iniziazione delle culture extra-europee. « Ho sempre pensato che Fioramanti svelasse l'alone metafisico che avvolge ogni gesto quotidiano, anche quello più consueto; lui ci rivela lo stupore di scoprire pregnanti di significato tutte le azioni della nostra vita senza eccezioni. » (Gastone Bonsembiante da Marco Fioramanti 1983-2003 - Edizioni Jouvence)

ANNI ’70 Inizia l’attività artistica a metà degli anni ’70 con una grafica figurativa e l’elaborazione di tecniche incisorie. Nel 1979 si laurea in Ingegneria civile alla Università La Sapienza di Roma sotto la guida di Giorgio Croci con una tesi sperimentale sul consolidamento relativo ai dissesti statico-dinamici nei centri storici. Prosegue con studi di Estetica sulla percezione visiva con Pietro Montani ed Emilio Garroni e Antropologia culturale con Alberto Mario Cirese.

ANNI ’80 Co-redattore del Manifesto Trattista (o del primitivismo astratto), nel gennaio 1982 dà vita al Movimento omonimo. Lascia la professione per dedicarsi completamente alla pittura. Si trasferisce a Berlino Ovest dove apre al pubblico il suo atelier/galleria (TRATTISTAMBIENTE - Ansbacher Strasse 58). Nel 1985 realizza l'installazione con la Volkswagen contro il Muro. Stringe un sodalizio con Bruno Zevi il quale, interessato al trattismo nell'architettura, lo mette in contatto con Frei Otto a Stoccarda. Fonda il Gruppo Multimediale Trattista Berlin e, con il patrocinio del Senato alla Cultura di Berlino, realizza una tournée in Gran Bretagna che si conclude al Fringe Festival di Edimburgo. Prende inoltre parte al Theaterfestival di Monaco di Baviera. Nel 1986 crea il "Laboratorio Olduval" del Gruppo Trattista con una mostra itinerante e performativa (Stoccolma, Berlino Ovest, Roma, Napoli, Salerno e Algeri/I Biennale Internazionale di Arti Visive). Si trasferisce per un anno a Barcellona. Viene selezionato per la prima sessione dei "Giovani Artisti a Roma" all’Ex Borsa in Campo Boario (in commissione V.Apuleo, U.Attardi, F.D'Amico, G.Napoleone, S.Orienti, G.Porzano, G.Proietti, T.Scialoja, L.Trucchi, M.Volpi Orlandini). Nel 1988 soggiorna a New York dove elabora il rapporto totem/grattacielo e dove stringe amicizia con Anton Perich e col poeta tamil Indran Amirthanayagam.

ANNI ’90 In Thailandia avviene il primo contatto con l'Oriente. Inizia la pratica del Taijiquan e sottopone il suo corpo a una severa disciplina. Viaggia in Cina e in Tibet e comincia a lavorare la ceramica apprendendo l'alchimia degli smalti. Realizza un ciclo di lavori con l'intenzione di far dialogare culture e simbologie di matrice differente: il rosso ossido dei Nuer del Sudan e il bianco orientale dei giardini zen (graniglia di marmo di Carrara). Partecipa a una missione di ricerca sullo sciamanismo in Nepal, condotta da Romano Mastromattei (Università di Roma “Tor Vergata”). Soggiorna alcuni anni a Parigi, dove partecipa alla formazione del gruppo Cyber-Dada. Nel 1999-2000 sposta il suo studio in Portogallo, invitato dal Sindaco di Celorico da Beira a coordinare una serie di attività culturali.

Anni 2000 Dal 2001 si stabilisce definitivamente a Roma pur continuando a viaggiare e collaborare con artisti internazionali. Apre al pubblico il suo atelier di Monteverde e collabora con il Movimento di Pittura Clandestina. È invitato a esporre con una personale a Lisbona e Oporto (ciclo degli Acheropiti). Nel 2007 è nominato artista-curatore del Padiglione Italiano della XXIV Biennale Internazionale d'Arte Contemporanea di Alessandria D'Egitto. Nel 2010 collabora a un film-documentario sulla storia di Anton Perich e The Factory di Andy Warhol. A New York stringe un sodalizio con Tony Vaccaro.

Nel 2007 crea e dirige NIGHT ITALIA, libro/rivista periodico, costola indipendente dell'omonima rivista newyorkese NIGHT, fondata nel 1978 da Anton Perich, pittore, video artista e fotografo per la rivista “Interview magazine” di Andy Warhol. NIGHT ITALIA nasce come progetto di comunicazione e informazione no profit, realizzato in forma volontaria da una serie di artisti e operatori i quali, dopo esperienze in varie discipline, hanno deciso di unirsi per contribuire a colmare il vuoto critico lacerante che si è andato formando nel sempre più diffuso conformismo culturale.


sabato 4 maggio 2013

Sergio Lombardo a Termoli - Pitture stocastiche




Si è chiusa a Termoli l’esposizione di “pitture stocastiche” di Sergio Lombardo all’Officina Solare di Nino Barone. Diciamo che è proprio quel Sergio Lombardo famoso che, nel 1961, ha partecipato allo storico gruppo di Piazza del Popolo con Jannis Kounellis, Tano Festa, Franco Angeli, Renato Mambor, Cesare Tacchi e Mario Schifano. Una mostra che è in linea col movimento da lui fondato in seguito: l’eventualismo (1977-79). Attratto dalle nuove forme geometriche ottenute dalle rotazioni di “elementi” in uno spazio-tempo a più dimensioni, dal 1980 al 1996, Lombardo ha lavorato con l’intento di ottenere nell’arte una tecnica con cui mostrare in che modo si percepiscono le forme in movimento e come emerge una nuova organizzazione delle relazioni in un ambiente. Queste sue opere emergono come rapporto tra una rappresentazione, la percezione del movimento e la dimensione del tempo. Per ottenere queste relazioni e spostamenti spazio-temporali egli si è avvalso di algoritmi matematici che si riproducono utilizzando i programmi logici di randomizzazione [sviluppo casuale] del computer. Sicuramente per questo motivo egli ha definito le sue opere “pitture stocastiche” [cioè pitture dallo stato finito e dai tempi discreti]. 

Le opere di Lombardo subito proiettano in un ambiente percettivo di contestuali e logici spostamenti, che coinvolgono oggetti, o figure geometriche inusuali, che collegano più piani o stati di un’evoluzione. Rappresentare un’origine, oggi, è risalire a uno stimolo, anche dopo l’intervento della freccia temporale. Si possono perciò definire le figure che Lombardo ottiene come “rappresentazioni” di elementi casuali “complessi”, colti da più punti di vista, e che si spostano in un ambiente a più dimensioni — almeno una in più dopo le tre canoniche. 

Le sue pitture, sembra, contengano un espresso riferimento al principio d’indeterminazione di Heisenberg e, indirettamente, a FLUXUS. Il principio permette di osservare il fenomeno secondo l’analisi degli elementi, e non secondo un racconto fondato sul “senso” della “parola”, che rappresenta un’unica “verità”. Ogni evento indeterminato si può raccontare secondo uno dei due aspetti di una variabile. Se, ad esempio, ci si sofferma sulla determinazione esatta di un parametro, quale può essere la posizione di un fotone nel mondo subatomico, ciò comporta l’indeterminazione dell’altro parametro qual è la sua velocità di spostamento. FLUXUS e l’eventualismo di Lombardo, partendo da principi diversi, hanno applicato al mondo dell’arte il principio delle variabili di Heisenberg della materia-energia subatomica, di cui un aspetto sarà sempre indeterminato. 

In Lombardo, le sue opere sono prodotte su supporti bidimensionali — qual è considerato ancora il foglio di carta o la tela —, e cercano di farci percepire come le rappresentazioni nelle nuove dimensioni dello spazio-tempo provengono e da una nuova concezione di materia-energia inscindibile e da complessi calcoli, che sono possibili ottenere con il computer. Per questo motivo le colloco nel filone delle cosiddette dissoluzioni della geometria euclidea e della fine della rappresentazione del pensiero logico-lineare, che furono già sabotate dalle cosiddette avanguardie storiche (futurismo, dadaismo e surrealismo). 

Le sue opere fanno un esplicito riferimento alla filosofia dell’emergenza logico-percettiva-contestuale, con cui si manifesta un evento relativo in un osservatore. 

Le “pitture stocastiche” presentate da Lombardo aprono, con l’intervento di un osservatore, il campo dell’artistico alle nuove frontiere della percezione della materia-energia, che per questo si espande in irraggiamenti evolutivo-caotici in un ambiente relazionale a più dimensioni dello spazio-tempo. 

Giuseppe Siano su Juliet


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