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giovedì 15 ottobre 2015

Arte e fede. La potenza della bellezza. Lectio di Rodolfo Papa a Petrella Trifernina

PETRELLA IN FIERA – Chiesa di San Giorgio Martire: potenza della Bellezza Expo 2015 “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, una quattro giorni di eventi tra Cultura e Promozione Territoriale organizzati dall’Amministrazione Comunale guidata da Alessandro AMOROSO, insieme alla Pro Loco e alla Parrocchia, con il sostegno della Regione Molise – Sviluppo Italia FSC (Fondo per lo Sviluppo e la Coesione) nell’ambito di Expo e Territori.

Dal 16 al 19 ottobre Petrella Tifernina (CB), e in particolare la chiesa di San Giorgio, scelta dalla Commissione di Expo per rappresentare la potenza della Bellezza italiana nel mondo, sarà il centro di una programmazione in tema con l’Esposizione Universale di Milano, che si innesta su una tradizione centenaria della Fiera dei prodotti agro alimentari e dell’artigianato locale. Si parte da una riflessione sui disturbi alimentari degli adolescenti, a cura del dr. Antonio D’ALESIO, passando per le due serate dell’Oktober Fest Petrellese, fino a “Cuochi per un giorno” destinato alla Scuola dell’Infanzia con il cuoco Angelo PAGANO.

Evento clou della programmazione, la Lectio Magistralis "Arte e fede. La potenza della bellezza" del Maestro Rodolfo PAPA, accademico della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon, moderata dalla giornalista-artista Mina CAPPUSSI che, per l’occasione, porterà il Ciclo Pittorico “Holy Bible: La Gioia della Creazione” già esposto con successo al New York Art Expo 2015. La serata del 18 ottobre si chiuderà con l’esibizione del Coro Polifonico Jubilate di Campobasso, diretto dal maestro Antonio COLASURDO.






giovedì 16 aprile 2015

Museo Civico Virtuale di Bojano

Il Museo Civico Virtuale di Bojano è un gruppo su Facebook che vuole creare una raccolta di immagini relative a reperti archeologici ed oggetti di interesse storico, artistico e culturale da collocare nel museo civico di Bojano (una sorta di museo virtuale fruibile da tutti i visitatori). Tra le immagini postate, che testimoniano la ricchezza e, purtroppo, l'abbandono, della città transitata attraverso il periodo sannita, romana, medievale e moderna, sono inclusi anche elementi attualmente conservati in altri musei, in collezioni private ed eventuali donazioni. Di seguito alcune immagini della raccolta.





mercoledì 26 giugno 2013

La Cripta dell'Abate Epifanio - Il libro con un secolo di studi (1896-2007)



Con piacere riporto questo comunicato stampa circa l'uscita di un libro che reputo fondamentale per la conoscenza degli affreschi della Cripta di Epifanio a San Vincenzo al Volturno, un libro che raccoglie un secolo di studi dei più prestigiosi nomi della storia dell'arte che aiuteranno a fare chiarezza sulla complessa iconografia del ciclo pittorico altomedievale unico in Europa.


È in vendita nelle librerie e nelle edicole della Regione Molise e sul web il volume “La Cripta dell’Abate Epifanio a San Vincenzo al Volturno – Un secolo di studi (1896-2007)”

Il volume, edito dalla Volturnia Edizioni in collaborazione con L’IRESMO (Istituto Regionale degli Studi Storici del Molise “Vincenzo Cuoco”), è stato dato alle stampe nel giugno 2013.

La Cripta dell’Abate Epifanio - con il ciclo di pitture al suo interno custodite - è il gioiello d’arte più prezioso dell’Abbazia di San Vincenzo al Volturno ed uno dei monumenti più importanti della pittura altomedievale europea. Scoperta nel 1832, dalla fine dell’800 ad oggi è stata oggetto di studio da parte di alcuni dei maggiori storici dell’arte medievale attivi nel corso del XX secolo. La provenienza internazionale di tali studiosi testimonia meglio di ogni altra cosa la rilevanza del sacello vulturnense e l’interesse che esso da sempre ha suscitato per la comprensione della sensibilità estetica e della cultura figurativa dell’età carolingia.

In questo volume si riuniscono pertanto per la prima volta i maggiori contributi scientifici dedicati allo studio stilistico, iconologico e conservativo delle raffigurazioni pittoriche presenti nella Cripta, ma anche all’architettura di questo singolare spazio di culto, proponendo quindi uno sguardo d’insieme preziosissimo sulle letture critiche di cui nel tempo esse sono state oggetto. Insieme ai saggi già apparsi in altre sedi editoriali nel periodo compreso fra il 1896 e il 2007, il libro propone anche due contributi inediti, uno ad opera di Federico Marazzi e l’altro di Francesca Dell’Acqua, incentrati rispettivamente sulla storia degli studi e su una nuova lettura del ciclo pittorico legata principalmente alle riflessioni teologiche dell’Abate vulturnense Ambrogio Autperto.

Autori Vari, La Cripta dell’Abate Epifanio a San Vincenzo al Volturno – Un secolo di studi (1896-2007), a cura di Federico Marazzi, Volturnia Edizioni, Cerro al Volturno (IS), 2013

Pagine 544 con illustrazioni a colori e in b/n. Collana Studi Vulturnensi (vol. III)


La Collana
STUDI VULTURNENSI 
La collana, la cui cura scientifica è affidata al prof. Federico Marazzi (coadiuvato da un Comitato scientifico formato da importanti nomi del mondo accademico italiano ed europeo), vuole costituire una sede accreditata ove far confluire in primo luogo gli studi sul Monastero di San Vincenzo al Volturno, ma anche ricerche che abbiano per oggetto i territori su cui si è proiettata la presenza del Monastero medesimo (ad esempio, la Valle del Volturno, le dipendenze monastiche poste in altri territori, etc.), ovvero che trattino, più in generale, di storia, cultura, arte e archeologia dei monasteri medievali. Per quanto concerne nello specifico l'abbazia vulturnense, il fine è anche quello di riportare alla luce e di rendere quindi nuovamente fruibili studi e ricerche condotti da studiosi che, in passato, si sono interessati del sito e della sua storia.

Nella stessa collana:
1 - Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni
a cura di Massimo OLDONI

2 - Archeologia della Parola
a cura di Federico Marazzi

3 - La Cripta dell’Abate Epifanio a San Vincenzo al Volturno, 1896-2007: Cento anni di Studi
a cura di Federico Marazzi

In uscita:
4 - L’Abbazia benedettina delle isole Tremiti e i suoi documenti dall’XI al XIII secolo
a cura di Erica MORLACCHETTI

5 - San Vincenzo Maggiore - Scavi anni 2000-2007
a cura di Federico Marazzi
Doc. grafica A. Frisetti - A. Gobbi

In preparazione:
I libri dell’Abbazia di San Vincenzo al Volturno nella loro storia
a cura di Madre Agnese Shaw O.S.B.

domenica 16 dicembre 2012

Nascita di un Museo, al tempo delle crisi - Il Museo Nazionale di Castello Pandone

Martedì 18 dicembre alle ore 11 presso il castello Pandone di Venafro ci sarà la conferenza stampa di presentazione del nuovo museo, Museo Nazionale di Castello Pandone, voluto dalla soprintendenza per i beni storico-artistici e che presenta un affascinante percorso nella pittura molisana e centro-meridionale.

A Venafro, “porta del Molise” nel punto di incontro con Lazio, Campania e Abruzzo, presentiamo al pubblico il Museo Nazionale di Castello Pandone, frutto del lavoro delle strutture territoriali del Ministero per i beni e le attività culturali. 

Il Castello domina Venafro, principale centro dell’alta Valle del Volturno per la posizione sulla biforcazione della via Latina verso la Campania e il Sannio, ed è a sua volta dominato dal monte Santa Croce, ove durante la guerra fra Sanniti e Romani (343 – 290 a.C.) fu costruita una fortificazione. Dopo il fiorente periodo romano, che vide Venafro dotarsi di acquedotto, anfiteatro, teatro, odeon, la città si contrasse intorno alla cattedrale.

I Longobardi occuparono per esigenze difensive l’anfiteatro (il “Verlascio”), ma alla fine del X secolo eressero una fortificazione a nord della città, sui resti di precedenti strutture romane. Fu in questo contesto che prese forma il nucleo originario dell’attuale Castello Pandone, che divenne un nuovo punto di riferimento per lo sviluppo urbano medievale, la cui evoluzione determinò l’insolita posizione della cattedrale fuori dalle mura. 
Il nucleo più antico del Castello, la torre longobarda, risale alla seconda metà del X secolo. Il complesso subì numerose trasformazioni nelle epoche successive, a partire da quella angioina, e particolarmente importanti furono gli interventi rinascimentali che ne determinarono la funzione di dimora della famiglia Pandone, che aveva ricevuto il feudo dai re aragonesi. 
La decorazione con il ciclo dei cavalli di Enrico Pandone, per la sua unicità, offre un percorso interessante sotto diversi punti di vista. Per la tecnica esecutiva, trattandosi di intonaco a rilievo e affrescato; per la probabile provenienza della bottega incaricata dell’impresa dall’ambiente napoletano, caratterizzato da pittori iberico-fiamminghi – un cui riflesso è ravvisabile nel ciclo per l’insistenza decorativa e il retaggio “gotico” delle figure – e artisti romani e lombardi, dai quali potrebbe derivare la ricerca di effetti prospettici nella rappresentazione dei cavalli a dimensione naturale. Interessante è anche il significato culturale dell’originale “galleria” di ritratti equini, il cui solo possibile confronto è con la Sala dei Cavalli in Palazzo Tè a Mantova, affrescata per i Gonzaga da Giulio Romano poco dopo il ciclo venafrano. Enrico Pandone, noto allevatore di cavalli, potrebbe essere considerato il campione di quei nobili napoletani criticati dall’umanista Pietro Summonte per la poca attenzione all’arte, ciò per avere “atteso se non alle cose della guerra, alle giostre, ad fornimenti di cavalli, alle cacce”. Sarebbe errato tuttavia ignorare il presupposto culturale umanistico e cavalleresco che ispirò a Pandone questi “ritratti”, corredati dalle rispettive ed eleganti epigrafi. Lo si percepisce anche dagli strati di intonaco su cui lavorò la bottega, sui quali si vedono, oltre i disegni preparatori, schizzi di navi, caricature, conteggi, versi, proverbi a carattere morale e amoroso in italiano, spagnolo, latino. Questo era l’immaginario preferito di un uomo d’arme come Pandone, fino al suo tradimento dell’imperatore con il passaggio alla parte francese, decisione che gli costò la vita nel 1528. Successivamente i Lannoy decorarono il Castello, cercando di cancellare la memoria della decaduta famiglia: a loro spettò la commissione del fregio nel salone e in altri ambienti con scene di vita cittadina e di corte. 

Il percorso museale

Il percorso museale ha inizio con le più antiche testimonianze pittoriche molisane, i frammenti di affresco del VII secolo da Santa Maria delle Monache di Isernia, e prosegue con opere medievali quali l’affresco con i Santi Bartolomeo e Michele dalla chiesa di San Michele di Roccaravindola e la scultura trecentesca della Madonna con Bambino da Santa Maria della Strada di Matrice. 
Il polittico con scene della Passione di Cristo, realizzato in alabastro nel XV secolo da una bottega inglese di Nottingham, è indicativo di una committenza esigente, tutt’altro che estranea all’internazionalità del gusto, ruotante intorno alla chiesa dell’Annunziata di Venafro e all’importante Confraternita dei Flagellanti. 
Opere prodotte a Napoli per il Molise o da artisti molisani formatisi a Napoli nel Sei e Settecento sono state poste ‘in dialogo’ nel percorso museale con dipinti provenienti da importanti musei statali: Museo Nazionale di Capodimonte e Museo Nazionale di San Martino, Napoli; Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini, Roma; Palazzo Reale, Caserta. 

Scaturisce un itinerario nella pittura centro-meridionale al cui interno è possibile notare la Madonna con Bambino e santi dalla Chiesa del Carmine di Venafro, che il raro pittore napoletano Simone Papa, allievo di Belisario Corenzio, firmò e datò 1612 influenzato dalla pittura tardo manierista e dal realismo caravaggesco. Raccoglie disegni e stampe appartenenti a famiglie di artisti provenienti dal centro molisano di Oratino – i Brunetti, i Falocco, seguaci di Francesco Solimena – la collezione di Giacomo e Nicola Giuliani, di cui viene esposta una selezione illustrante disegni di soggetti sacri decorazioni per edifici civili e arredi.
Spicca la qualità del San Sebastiano curato da Irene, proveniente dalla Chiesa Parrocchiale di Gildone, del caravaggesco Giuseppe Di Guido, in precedenza detto “Maestro di Fontanarosa”, che si esalta nel confronto con l’Andata al Calvario di Pacecco De Rosa, (Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli), in cui il realismo caravaggesco – che ispirò anche due suoi maestri, Massimo Stanzione e Filippo Vitale - si coniuga con il classicismo emiliano e romano. Di quest’ultima linea culturale De Rosa fu il più convinto seguace, essendosi accostato al bolognese Domenichino, attivo a Napoli fin dal 1631.

Per la pittura della fine del Seicento e del Settecento due artisti napoletani furono punto di riferimento per l’Italia e l’Europa. Uno è Luca Giordano, che, dopo l’iniziale influenza del naturalismo di Ribera, attraversò la penisola per studiare le opere di Pietro da Cortona, Tiziano, Veronese ed elaborò un proprio linguaggio pittorico vivace e rutilante, fluido fino quasi alla dissolvenza formale e luministica. All’ambito di questo maestro è attribuito Pan e la ninfa Siringa (Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli). L’altro è Francesco Solimena, che sviluppò uno stile tra il naturalismo e il barocco di Giovanni Lanfranco e Mattia Preti, concreto e definito come nella Madonna con Bambino della Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini di Roma, ove è quella saldezza formale ricorrente in pale d’altare e decorazioni scenografiche. Con i due citati protagonisti della scena pittorica si confrontarono inevitabilmente gli altri artisti, interpretandone le novità e diffondendole nei diversi territori. Per il Settecento spiccano per qualità a Venafro la Madonna con Bambino e san Nicola da Tolentino, dalla Chiesa di Sant’Agostino in Venafro, opera di Nicola Maria Rossi, molto influenzato da Solimena, oppure i Misteri del Rosario di un Seguace di Francesco De Mura, dalla Chiesa di Sant’Agostino in Venafro. A suggerire il gusto per la pittura di genere, che probabilmente caratterizzò le dimore della nobiltà napoletana in Molise, sono state esposte nature morte di Gaetano Cusati (Museo Nazionale di San Martino, Napoli), che contribuì a evolvere tali soggetti dal naturalismo al barocco, e Baldassarre De Caro (Palazzo Reale, Caserta), dai densi bagliori e ombre che riflettono l’influsso di Solimena.

La brochure con la pianta del museo

Il comunicato stampa sul sito del MiBac



lunedì 23 gennaio 2012

Splendori dal Medioevo

La Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise ha ritenuto particolarmente importante illustrare, in una mostra nel Museo Archeologico di Venafro, l’arte, la vita e gli elevati valori spirituali che attraverso il cenobio benedettino di San Vincenzo al Volturno si sono diffusi nel Medioevo in vasti territori dell’Italia centro-meridionale. Si è voluta fissare l’inaugurazione, in modo simbolico, il 22 gennaio 2012 data coincidente con la festività di San Vincenzo martire di Saragozza. 
La mostra si articola in sei sezioni nelle quali viene ripercorso il cammino storico dell’Abbazia attraverso i reperti e le fonti storiche, iniziando dalle fasi più antiche (La fondazione del monastero e il luogo sacro), che ha tra i reperti più importanti l’altare affrescato di tardo VIII secolo proveniente dalla Chiesa Sud. Si prosegue con La rinascita carolingia, che presenta l’abbazia al massimo del suo splendore: già celebre in età longobarda; il monastero di San Vincenzo, alla fine dell’VIII secolo, si trovò al confine delle terre italiane conquistate da Carlo Magno e, in virtù di ciò, venne incluso dal sovrano franco nel novero delle abbazie direttamente poste sotto la sua protezione. 
Durante il IX secolo il monastero raggiunge la sua massima espansione: gli abati Giosué, Talarico ed Epifanio trasformano il cenobio in una vera e propria città monastica avviando imponenti progetti di costruzione. L’abate Giosuè (792-817) che, secondo il Chronicon Vulturnense (XII secolo d.C.), era imparentato con la famiglia regnante carolingia, trasformò San Vincenzo in uno dei più grandi monasteri d’Europa. Le ingenti risorse economiche a disposizione accrebbero lo splendore dell’abbazia, che giunse ad annoverare, a metà del IX secolo, ben nove chiese, tra cui la basilica maior, una colossale costruzione di oltre sessanta metri di lunghezza e quasi trenta di larghezza, con trenta colonne di granito egizio, in grado di gareggiare con le più splendide chiese abbaziali dell’Europa carolingia. Di questa fase verranno esposte le vetrate multicolori, le suppellettili in vetro di cui si illustreranno le tecniche di produzione. 
Degli splendidi affreschi originali sarà esposta la sequenza dei profeti, dei santi, degli abati. Si prosegue con l’illustrazione dei modelli pittorici e delle scuole di provenienza degli artisti, con le sculture e con i pavimenti in opus sectile. L’epilogo: dopo il saccheggio dell’abbazia da parte di predoni arabi nell’881, la comunità dei monaci fu costretta a trasferirsi ma alla fine del X secolo il monastero ebbe una fase di rinascita, con la ricostruzione della basilica maggiore e il recupero di altri edifici del grande chiostro carolingio. Alla fine dell’XI secolo però, di fronte alla comparsa dei Normanni, la comunità decise di trasferirsi a poche centinaia di metri di distanza, sulla riva opposta del Volturno, per edificare un monastero interamente nuovo e fortificato. 
Si conclude con la VI sezione: La presenza araba a Venafro e in Molise tra IX e X secolo. Il gioco degli scacchi e la simbologia, che approfondisce la fase tra IX e XI secolo nel territorio dell’Alto Volturno. Testimonianza significativa del periodo sono gli scacchi rinvenuti nel 1932 in una sepoltura di Venafro. Saranno esposti per la prima volta in Molise, prestati per l’occasione dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli.





Data Inizio:22 gennaio 2012 
Data Fine: 04 novembre 2012 
Costo del biglietto: € 2,00; Riduzioni: come da normativa vigente; Per informazioni 0865 900742 
Prenotazione: Nessuna 
Luogo: Venafro, Museo Archeologico, ex Convento di Santa Chiara 
Orario: 9,00-19,00; domenica: 13,30-19,30; chiuso il lunedì 
Telefono: 0865 900742 
Fax: 0865 900742 
E-mail: sba-mol@beniculturali.it
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