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martedì 11 febbraio 2014

Il Novecento molisano in mostra alla Galleria Artes di Campobasso: “Ritorno alla forma – la linea figurativa e realistica nell’arte molisana del novecento” - Paolo Giordano


Nella Galleria Artes di Campobasso, quasi a volerne festeggiare nel migliore dei modi il primo anno di vita, è stata allestita la mostra “Ritorno alla forma – la linea figurativa e realistica nell’arte molisana del novecento”. 
L’importante evento, curato da Francesca Della Ventura e Tommaso Evangelista, analizza quella che potrebbe essere ritenuta l’unica autentica linea artistica molisana, riunendo –per la prima volta– tutti i grandi pittori figurativi che hanno operato in Molise.
Tale “corrente” è generalmente ritenuta anacronistica, eppure la mancanza di legame con le “avanguardie” (che ben tardi arriveranno in Regione grazie al Premio Termoli) ha caratterizzato la cultura locale, non tagliando fuori il Molise dal panorama nazionale, bensì consentendo la nascita di una vera e propria Scuola, quella di Campobasso.
Fu il compianto Lino Mastropaolo a coniare tale definizione riferendosi al gruppo di artisti che si ispira a Trivisonno, o che ne sono stati allievi, o che, comunque, ne hanno subito influenza.
Unitamente al Maestro Amedeo, un talento “fuori dal tempo”, ma pienamente inserito nella Storia dell’Arte Italiana, è stata parimenti determinante un’altra personalità totalmente diversa: il bohemien Marcello Scarano.
Insomma, è offerta al visitatore (dal 21/12/13 al 12/02/14), in un ambiente di forte spessore tecnico e qualitativo, una rassegna completa ed esplicativa dei figurativi molisani. 
Le opere sono atemporali e con una valenza universale. In esse si riscontra l’attenta ricerca formale e la cura di quei valori che sono alla base della buona pittura.

Aprono la mostra i quadri di D’Attellis tra i quali la “discarica” in cui la Venere di Urbino del Tiziano viene deposta (all’ombra del Monforte) su un camion della nettezza urbana: inquietante ed inconfutabile icona della furia iconoclasta della nostra epoca.
Un autentico scoop le opere dell’isernino Ucciferri, cariche di sensualità ed analisi dell’identità della persona, che da oltre 5 anni non erano ammirate da un pubblico. 
Particolare l’accostamento di due “crocifissioni”: quella di Pettinicchi, con la sua struggente distorsione dei corpi, e quella di Oriente che, memore dei toni espressionistici del Pettinicchi, caratterizza la scena con una variegata e grottesca umanità.
Fresche e vitali le sculture di Manocchio, d’effetto il neorealismo di Genua, di grande qualità la pregevole produzione di Paglione, còlto negli aspetti più intimi e nascosti del suo religiosissimo animo.
L’unica presenza femminile è la milanese Gilda Pansiotti, molisana d’adozione, che dopo aver esposto nella Berlino degli anni ‘30 ed in diverse biennali organizzate durante il “ventennio”, si innamorò della XX piccola regione. Sua una serie di costumi popolari: nei locali di Artes la “donna col costume di Frosolone”.
Affascinate, infine, il dialogo tra i due Maestri i cui capolavori sono collocati nello stesso spazio gli uni di fronte agli altri.
Scarano sia con la sua pennellata densa, che si rifà alla Scuola Romana, e sia con l’inconfondibile tratto quasi impressionista.
Trivisonno (anche) con un autoritratto che richiama proprio la tecnica di Marcello Scarano e con un sorprendente bozzetto “barocco” (Natività), in cui le figure emergono, estratte dall’ombra, grazie ad un sapiente uso del pennello.
Nell’ultima sala due autori in cui si concretizza una sorta di epilogo. Di Toro che, ispirandosi a Guttuso, incarna l’ultima propaggine di realismo sociale ed il romano Papa che, avendo affrescato la Cattedrale di Bojano, rappresenta la continuità dell’Arte Sacra in Molise, di cui Trivisonno e “l’allievo” Paglione sono gli indiscussi capiscuola. 
Parrebbe, quindi, che la Mostra si concluda con un interrogativo sulle incertezze del “domani”: quale sarà il prosieguo della linea figurativa e realistica nell’arte molisana?


Paolo Giordano su il Quotidiano del Molise




mercoledì 21 agosto 2013

L'albero della Vita di Marotta e free cannabis


di Paolo Giordano su Il quotidiano del Molise

L’aver scelto una scultura di Gino Marotta per abbellire l’ex Villa dei Cannoni, oggi B. Musenga, non obbliga tutti -indistintamente- ad apprezzare quel genere d’arte. Ma la mancanza di rispetto per la produzione artistica in generale, e nello specifico per quella di chi, come Marotta, si è distinto in Italia ed all’estero ricevendo apprezzamenti e consensi, denota una povertà d’animo ed una completa ineducazione al bello.

L’Albero della Vita continua ad essere scambiato per una bacheca, infatti vi si affiggono i più disparati manifestini. Inoltre lo si sta utilizzando per lanciare un messaggio pro liberalizzazione delle droghe leggere attraverso un pupazzo issato sul piedistallo con la scritta: “lasciatemi fumare in pace – legalize – free cannabis”.

Troppo semplicistico il solo condannare gli autori di simili comportamenti! Senza dubbio la mancanza di rispetto per l’Arte va biasimata, ma altre due domande “nascono spontanee”.

La prima è come mai, pur trovandoci a due passi dal Comune (del Capoluogo di Regione), nessuno abbia ancora rimosso i volantini da mesi ivi attaccati.

La seconda è se ci si stia veramente interrogando su cosa frulli nelle giovani teste del popolo che frequenta quel luogo nel cuore di Campobasso. Il pupazzetto “fuma canne”, collocato in modo sicuramente inopportuno, è la punta d’iceberg di malessere sociale, ed insofferenza giovanile, oppure è solo la “simpatica” bravata di uno spiritosone?

paolo giordano campobassensis il blog del giornalista Paolo Giordano, ricco di spigolature molisane e articoli di arte e di cultura. Tra le penne più interessanti e raffinate che si occupano di cultura sui giornali della regione.

martedì 14 maggio 2013

Antonio Pettinicchi, lui è il Molise. Omaggio all'artista

A conclusione della personale di Pettinicchi alla galleria Artes di Campobasso un interessante articolo del giornalista Paolo Giordano.

E’ oramai prossima alla conclusione (11/05/2013) la mostra “Antonio Pettinicchi – lui è il Molise” allestita nella Galleria Artes di Campobasso; curatori Silvia Valente e Tommaso Evangelista.
L’evento, che ha riscosso notevole successo di pubblico e critica, è un doveroso omaggio ad un indiscusso genio creativo rivelatosi fondamentale per la città di Campobasso, avendo tracciato una strada maestra percorsa dalla maggior parte delle successive generazioni di artisti. Come insegnate, poi, ha coinvolto ed appassionato centinaia di studenti e discepoli. Infine (con Marotta e Pace) ha per lungo tempo assolto il compito di accreditare “all’esterno” l’esistenza di una cultura artistica regionale.
Negli spazi di viale Elena sono state esposte sia incisioni (in un’affascinante retrospettiva) che dipinti (gli ultimi anni fino al “conclusivo” 2009). Le prime, selezionate da una produzione incisoria tra le più prolifiche della seconda metà del novecento (circa 600 lastre), abbracciano il vasto periodo dal 1949, anno dell’esordio, al 1995.
Pettinicchi, allievo di Lino Bianchi Barriviera, uno dei più grandi maestri del secolo, con questa tecnica ha ottenuto le maggiori soddisfazioni professionali, partecipando ad importanti manifestazioni sia nazionali che europee.
Temi ricorrenti sono la sua terra, quindi il mondo dei contadini contraddistinto dal proprio bagaglio di miseria, sofferenza, fatica… e dignità. Anche nella produzione pittorica si ritrovano gli stessi argomenti a lui tanto cari, ma è possibile ammirare addirittura una “crocifissione”.
Autentica rarità essendo pochissime le opere di arte sacra, di cui è estremamente geloso e tutt’altro che incline a condividere con il pubblico.
La sua complessa formazione di pittore cominciò quale allievo di Amedeo Trivisonno che, avendolo alunno al Magistrale, ne scoprì le doti incoraggiandolo: “tu in questa scuola non ci devi stare, devi fare l’artista!”Dopo l’esordio come “figurativo” sviluppò in maniera precisa e marcata il suo “segno” per merito di Emilio Notte (di formazione futurista), il più importante artista napoletano del dopoguerra). In seguito pur rimanendo nell’ambito della figurazione, con il tempo, riuscì a “trasformare la figura umana”. E’ questa la sua caratteristica principale: grazie al pennello ed ai colori mostrare contemporaneamente l’esterno (sembianze fisiche) e l’interno (realtà interiore) dei soggetti raffigurati. Necessarie ovviamente una valida conoscenza dell’anatomia nonché una sconvolgente capacità di scavare nel profondo dell’Animo.
La storia artistica ed umana di Antonio Pettinicchi, che sarà possibile “indagare” con una monografia di prossima pubblicazione (Regia Edizioni), permette di scoprire un Molise culturalmente vivo, attraversato e scosso da accesi dibattiti artistici, oggi impensabili nel guardare l’attuale sonnacchiosa realtà. All’epoca si era al passo con l’andamento dell’Arte in quegli anni: sperimentazione e ricerca erano le stesse sia in provincia che nel resto della nazione. Non emulazione, bensì un’empatia che permise alla nostra Terra di essere “trasportata” sulle tele con uno stile inconfutabilmente “contemporaneo”. A testimonianza di quei fermenti, all’interno della mostra, un asterisco dedicato al celebre “Gruppo 70” (Pettinicchi, Massa, Mastropaolo e Genua).
Vasta ed incontenibile, insomma, risulta la personalità del Maestro. L’unico ad essere riuscito nell’impossibile sintesi della sua Arte è stato Armando De Stefano, compagno d’accademia ed amico personale: “Pettinicchi ha la sua terra nel sangue, nel pennello, nel colore e, cosa più vera, esprime il dolore del suo popolo con un disegno forte e netto, da pittore autentico che si identifica col prossimo. Lui è una natura via, lui è il Molise”.

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