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giovedì 10 aprile 2014

Vincenzo Ucciferri - Le tessere dell'introspezione

Il prossimo 15 aprile, nella mostra Contemporanea all'Auditorium di Isernia, verranno presentate quattro opere inedite del maestro isernino Vincenzo Ucciferri, artista viscerale e introspettivo, dalla forte carica onirica, prematuramente scomparso. Grande disegnatore, allievo di Armando De Stefano, ha saputo sommare la tradizione figurativa di ascendenza partenopea ad una visione magmatica e stratificata della realtà. Per l'occasione segnalo questo interessante testo di Leo Strozzieri.

Le tessere dell’introspezione

di Leo Strozzieri

Ad un’attenta lettura dell’opera di Vincenzo Ucciferri, artista tra i più qualificati della nuova generazione molisana, non sfugge la conflittualità, intesa come enunciazione di correnti opposte, gestuali, dirompenti linguisticamente, con pause talvolta che preludono alla drammaticità piena. Un pittura fortemente  delineata, come materia pittorica anche, e di contestazione nei confronti di ogni fideismo ottimistico: è la risultanza critica vuoi nei dipinti del grafismo ossessivo e labirintico ove le stesure lìvide del colore vengono solcate da guizzi luministici spaesanti e provocatori, vuoi in certe composizioni interamente originate dal dialogo tra la figura e la spazialità pura, ma in preda all’antropofagia, quasi innata avesse una capacità di divorare con dirompenza progressiva la presenza umana. Ma la spazialità nel momento stesso in cui si prolunga, delineando appunto palcoscenici con un solo personaggio, enuncia la riproposizione dell’analisi interiore, introspettiva, non certo mortificatoria di quel dinamismo che è - come si diceva - a fondamento di tutta la ricerca pittorica del maestro molisano. Nel suo corso, il potere della volontà ha bisogno anche e soprattutto del pensiero, perché possa, fuori d’ogni routine declamatoria, strutturarsi in chiave umanistica. Che se Ucciferri si fosse posto in linea ad esempio con il pensiero nicciano, non avremmo avuto, in quelle composizioni soprattutto orizzontali a cui si faceva cenno, il dominio dello spazio, inteso ovviamente quale riflessione critica, sul personaggio, ma viceversa. Ad una modalità lirica, quindi, preferendo l’artista un cromatismo epico, si sostituisce l’intenzione di intercettare certe componenti d’impronta espressionista, tipologia estetica consona all’autore affascinato certo dal neorealismo guttusiano ed anche dal realismo sociale che ebbe in Mucchi un insigne esponente, ma ancor più della Nuova Figurazione brindisiana dei grandi cicli pittorici sulla “Storia del Fascismo”, sulla “Tragedia di Via Fani” , “L’abbattimento del mito di Stalin”, percorsi da un gestualismo prorompente alle soglie dell’informale. Ucciferri elimina la contestualità metamorfica, ovvero, il passaggio quasi definitivo dalla figura all’astrazione, rimanendo invece saldamente ancorato all’immagine, però il tessuto interiore del discorso è lo stesso, sicché gli attori spesso non offrono la narrazione, ma l’incubo che, per rilevanza partecipativa, non riguarda solo eventi storici, ma eventi della persona in quanto tale. Si vuol dire che nella pittura di Ucciferri la contestualità sociale interessa relativamente, così come i riporti di vicende del nostro secolo; al contrario egli incentra sull’uomo il sentimento del tragico, patrocinato persino nelle composizioni paesaggistiche dalla cocente forza segnica, allegoria di una acuta analisi della nostra epoca, ave s’impone il groviglio sulla logica. E’ una vera e propria immersione su un nucleo oggettivo di ricerca, quale quello esistenziale, di indubbia modernità, al di fuori di neomanierismi popartistici o informali, che purtroppo irretiscono tanti suoi giovani colleghi. E per analisi completa delle sue immersioni entro il perimetro dell’io, dirò anche di alcuni attimi magici di spaesamento metafisico, di forza immaginativa allegorica e persino di vaga tensione surreale (talvolta), non per esaurimento di indagine antropologica, ma come necessità di uscire dal chiuso per un impegno archetipo universale del suo messaggio etico.
 
Pescara, marzo 1999

Nello studio

Racconto

Salomè

Sul filo spinato

mercoledì 21 agosto 2013

L'albero della Vita di Marotta e free cannabis


di Paolo Giordano su Il quotidiano del Molise

L’aver scelto una scultura di Gino Marotta per abbellire l’ex Villa dei Cannoni, oggi B. Musenga, non obbliga tutti -indistintamente- ad apprezzare quel genere d’arte. Ma la mancanza di rispetto per la produzione artistica in generale, e nello specifico per quella di chi, come Marotta, si è distinto in Italia ed all’estero ricevendo apprezzamenti e consensi, denota una povertà d’animo ed una completa ineducazione al bello.

L’Albero della Vita continua ad essere scambiato per una bacheca, infatti vi si affiggono i più disparati manifestini. Inoltre lo si sta utilizzando per lanciare un messaggio pro liberalizzazione delle droghe leggere attraverso un pupazzo issato sul piedistallo con la scritta: “lasciatemi fumare in pace – legalize – free cannabis”.

Troppo semplicistico il solo condannare gli autori di simili comportamenti! Senza dubbio la mancanza di rispetto per l’Arte va biasimata, ma altre due domande “nascono spontanee”.

La prima è come mai, pur trovandoci a due passi dal Comune (del Capoluogo di Regione), nessuno abbia ancora rimosso i volantini da mesi ivi attaccati.

La seconda è se ci si stia veramente interrogando su cosa frulli nelle giovani teste del popolo che frequenta quel luogo nel cuore di Campobasso. Il pupazzetto “fuma canne”, collocato in modo sicuramente inopportuno, è la punta d’iceberg di malessere sociale, ed insofferenza giovanile, oppure è solo la “simpatica” bravata di uno spiritosone?

paolo giordano campobassensis il blog del giornalista Paolo Giordano, ricco di spigolature molisane e articoli di arte e di cultura. Tra le penne più interessanti e raffinate che si occupano di cultura sui giornali della regione.

mercoledì 10 luglio 2013

Eppure mi sento molisano - di Adelchi Battista


Giorni fa, una bella rivista molisana che si chiama ‘Il Bene Comune’, ha organizzato una registrazione televisiva in un teatro, nel quale alcuni esponenti della società civile hanno raccontato il loro sentirsi e il loro non sentirsi ‘molisani’. Questo, più o meno, il testo del mio intervento.

Io non mi sento molisano. Io lo sono, per diritto di nascita e per eredità storica. Mio padre è albanese, mia madre è vòlgare, nel senso che viene dal Volga, Volgàre o Bùlgara, mio nonno Longobardo, mia nonna Normanna, e i miei zii sono Svevi e Albanesi.

Il molisano non esiste, perché è la somma di decine di popoli, e io sono quella somma e quel risultato.

Io non mi sento molisano perché il mio paese, come gran parte dei paesi non sanniti e non romani del Molise è stato fondato dai monaci. I monaci vi hanno stanziato le famiglie che lavoravano in schiavitù, che si chiamasse conduma o livellaria, ovvero la decima parte del raccolto da donare sempre e comunque al monastero o all’istituzione religiosa, poi diventata una chiesa, una confraternita, un seminario, un partito, un vescovo. Io non mi sento molisano perché sono un laico in una terra posseduta dai preti.

Eppure mi sento molisano perché da laico so riconoscere la tradizione. Riconosco la possente e millenaria cultura che la religione ha portato nei borghi medioevali rimasti intatti e poi abbandonati, il culto dei santi che pesca a piene mani dal paganesimo romano, normanno, svevo e longobardo. Riconosco i culti celtici, vichinghi, slavi, saraceni e spagnoli, riconosco l’eco dell’intera Europa e del bacino Mediterraneo, e mi riconosco in questa tradizione perché essa mi ha formato ed educato, e mi ha fatto stare al mondo, lontano dal Molise ma orgoglioso della mia origine.

Ma come si fa a sentirsi molisani quando la statura storica della nostra terra è stata calpestata da ogni sorta di padrone, padrone del feudo, del latifondo, conte, duca, capo di famiglia potente? Laddove finì la schiavitù dei monaci, incominciò quella dei balivi, dei nobili, dei feudatari e dei prepotenti. Ancora adesso le famiglie potenti e prepotenti mi governano e impediscono la mia emancipazione, impediscono lo sviluppo della mia cultura millenaria, distruggono le mie bellezze naturali, devastano con ogni sorta di ammennicolo leguleio le mie terre, i miei pascoli, le mie antichissime strade, i miei castelli e le mie cattedrali, riducendo persino la bellezza dell’agone politico a uno squallido gioco di potere tra studi legali.

Perciò mi sento molisano, come molisani furono coloro che si ribellarono alla prepotenza romana, i molisani che si ribellarono alle scorrerie dei Saraceni, a quelle degli Svevi, ai borboni nel 1647 e nel 1799, i molisani che si ribellarono ai Savoia nel 1860 e agli angloamericani nel 1943-44.

Mi sento molisano, unico popolo dell’Italia repubblicana ad essersi autodeterminato 50 anni fa, e ancora capace di ribellarsi contro le belle parole del positivismo razionalista, contro lo sviluppo, l’industria, l’europa, il turismo di massa e tutte le stupidaggini che ogni volta ci vengono a raccontare, che sono la parte peggiore e deteriore della civiltà occidentale, quella che vorrebbe segarci in due con un’autostrada, i suoi tir, i suoi autogrill, il suo combustibile fossile e suoi fast food.

Quando tutto questo sarà una realtà nessuno di noi si sentirà più molisano, perché tutti saremo cittadini del mondo, ogni nostro dialetto sarà spazzato via dalla lingua dei computer e dei televisori, e noi saremo i perfetti consumatori del nulla, sudditi, morti ammazzati nel nome di un progresso finto che ci avrà azzerato nel Pensiero Unico. Saremo allora non molisani, ma annientati componenti del Villaggio Globale.

Ebbene io invece sono, mi sento e voglio essere molisano, cioè ribelle, refrattario, testardo e conservatore, non del privilegio di pochi o del potere del re, ma conservatore del bene e dei beni comuni, di tutti, perché il molisano vero lascia intatto il mondo, così come lo ha trovato.



domenica 28 aprile 2013

Impressioni in forma poetica dal rifugio di Moulin




Il fiore della mia vita poteva sbocciare da ogni lato
ma un vento aspro ha impedito la crescita dei miei petali
proprio sul lato che voi nel paese riuscivate a vedere
Edgard Lee Master

La valle scende come una gola che è sentiero e letto, scende lungo i massi fino al bordo, rotolando come ventre. Le rocce intorno hanno forme addormentate e guardano in che modo il silenzio sosta col vento e si mette a danzare. E’ anche mio questo voler saltare a tutti i costi oltre il limite della terra che cade. Qui su non c’è forma o petto, solo un sottile graffio che incide nel solco delle ossa il ricordo di una vita dolce come rosa. Non guardo per non volare, e sento insieme la colpa e l’assenza e uno spento suono che sa di liquide zampogne, un suono che mi guarda come il canto dei dannati. Ma la luce qui è soprattutto perdono e forse redenzione per chi col cuore aveva perduto se stesso. La capanna è pietra trafitta di rami e silenzio, perimetro di fiato e silenzio, ombra di muschio e silenzio, e tronchi e spine con la visione di un cavalletto storto che pare piegarsi ad ogni frastuono più forte del tocco di una foglia che cade. Ispirazione e luce e supremo confine dove con la morte è anche bello giocare a nascondino tra i sentieri, mentre gli animali hanno anime parlanti. Il colore che non si può fermare, la luce, oppure entrambi mischiati nella volontà di portare a termine la creazione ininterrotta degli occhi poiché il lampo non viene dalle muse. L’ispirazione è visione, prima, e poi contemplazione infinita sulle prime cose. Da qui in alto la linea dell’orizzonte è troppo ampia da contenere ma guardando e avendo la totalità dello spazio sembra quasi di possedere il tutto e solo allora si sente, come vincolo, l’insufficienza delle norme e la mancanza di leggi. Perché qui la mente di svuota e il bordo dei pensieri è sostituito dall’orrore sacro di un’immensità che non si misura. Mistero tremendo è la luce del sole, così vicina a Dio da apparire oscura, notte oscura tra le querce e i richiami di animali dalle sembianti d’ombre. Tra le pareti che premono sulle tempie, l’afa, l’altezza e l’aria rarefatta come pastello, e il sapersi in bilico tra esistenza e amore, ogni granello di polvere che filtra e si posa velando la vista è come un’epifania incompleta. Colui che vede se stesso. Colui che appare a se stesso disarmato e inerte, mentre come ebete ride del riso saggio dei folli. Bisognerebbe comprendere allora l’idea di santità per violare l’eccesso della concezione. Perché i santi si possono amare e perdonare quando hanno accenni improvvisi di estati e infinite ore di tormento, perché i santi si possono pur pregare dove i loro luoghi diventano eremi e si caricano della vitalità del divino. Ma queste quattro mura circondate dalle radici della montagna non sono cella o convento, non sono passaggio o trionfo, sono solo e soltanto opera e stanchezza. Divina allora è l’illusione e la ricerca, dove la privazione rende oro la bava di una lumaca o lo stormire delle foglie: solo allora l’illuminazione scava ponti tra le pieghe del petto, la mano obbedisce all’idea e l’occhio insegue l’attimo per infiniti attimi. Solo allora il colore può diventare sostanza del creato per confidare alle tele e ai cartoni ciò che non riusciamo a scorgere. “San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando. I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso, e invece di posare ricadono”: ecco quindi che ogni impacciato concetto è una caduta senz’ali, un volo a precipizio verso l’eccesso che appesantisce le forme, verso il velo che ricopre le mani e i volti e ce li mostra come già cadenti. Le notti passate a implorare sugli altari dei ricordi una costrizione che sapeva d’amore. E banalmente amore doveva essere stata la sola visione che ti aveva scaldato il cuore e l’impressione, e ti aveva portato per i sentieri lenti della forma e dello sguardo. Emilie forse si chiamava il sogno verde dei disperati. Era ricca e sapeva disegnare le rose e le case quando a Parigi le damigelle sceglievano volti africani e i bordelli diventavano filosofici. Emilie era un soffio d’albero lento come un tramonto ma l’eccesso della pittura e del simbolo consuma e annulla, e quando avevi capito la distanza tra lei, te e il mondo era sparita lasciando vuoti densi come universi. Cercata e amata mille volte, mille volte usata per fare l’amore e poi smarrita perché perduta in un’assenza spietata e sola. Ma lo sguardo della donna amata non può che essere egoismo, mentre il colore ottenuto con verdi intensi e rossi di bacche e polveri sottili di sputo e di fango non può non accedere all’anima ed allora l’innamoramento diventa un lungo sogno col quale combattere ogni volta che dal rifugio una goccia scende e si posa sul naso. Ma quando poi ci si annoia della sconfitta, e la nostalgia è più distante della tensione, allora si può abbracciare l’intera vita umana per tramutarla in concetto. Gli ideali, le vite immaginarie, la resistenza e l’assenza: lì era un’immensità di fronte alla quale l’uomo non contava più. I giganti della montagna hanno braccia troppo grandi per maneggiare pennelli; dalla loro cresta vedono due mari, e le albe e i tramonti vorticare come fiamme. Nella distesa invece c’è la pace delle oscurità e della neve, e sentieri d’acqua e foglie dove anche le feci dei pascoli hanno la maestà dei tumuli. Le erbe si mischiano tra loro e fanno essenze senza sfiorarsi; dai picchi ogni aquila è viandante. Il meriggio dei pensieri allora è fuoco quando i raggi picchiano nelle tempie e il cervello pulsa quasi a voler uscire. La poca aria non fa resistenze a quelle forze nere che premono mani ossute sopra le ciglia e ogni giorno è lotta contro demoni meridiani. E la lotta è lunga anche contro la distanza che sulle mani crea incrostazioni di pieghe e solchi mentre il pensiero, alla ricerca dell’oltre, si perde ancora per viaggi e premi di Roma. Il cuore resta inciso al primo stato, forse una volta soltanto e per così pochi millimetri che ogni sussurro spezzerebbe la traccia, mentre l’acido che cola sembra avere essenze di petrolio. Ma qui oli e colle non si legavano con le pietre ed ogni bastoncello colorato nasceva per lento accumulo di frammenti. Qualsiasi azione qui è meditata, ciascun ricordo soppesato sulla bilancia della Croce dove Cristo giudice è severo e dolce come nel volto della Sindone. Quante domande e lacrime da confidare alla barba e quanti sospiri spezzati dal rumore dei cervi e dei lupi. Emilie è un sogno al quale chiedere ogni notte una stella sulla fronte, e un bacio, e poi un conforto prima del grande salto, quello che si fa ad occhi chiusi dall’immaginario picco della pittura per scordarsi dell’esistente. Domani nella battaglia pensa a me, pensa alla rincorsa affannosa sulle trame delle tele dove trasparenti pepli nascondono alla carne il presente ma dove la luce è ultramondana e buca come ruggine lo sguardo. Mentre scendevo ho smarrito gli occhiali. Ho perso la vista o la visione? Per ammirare profondamente le tue polveri colorate bisogna abbandonarsi al pensiero; l’essenza delle cose va oltre l’apparenza sensibile. Per guardare in faccia il mondo o anche solo il frammento d’un quadro c’è bisogno dell’anima e del cuore. L’amore lo si dovrebbe cercare e trovare solo in quest’assenza e non nell’abitudine del rimorso. In città tutto va avanti come se nulla fosse, e anche il tuo volto ora è scavato dal distacco: volto severo di parigina affannata nella ricerca di lampioni ad arco. La città multicolore creata dai lumi che non essendo luce disintegrava nel cubo le forme mentre tra questi passi, durante la resistenza, qualcuno è divenuto realmente luce morendo per amore. Avvenne poco dopo che il rifugio fu bucato dal fulmine, prima che le sue pietre servissero alle trincee tedesche. Il fulmine poi non è mai attratto dal disordine o dal caos, cerca sempre un punto dove scaricare la sua folgore. Se, prima di scendere malato e trafitto, è voluto cadere nel mezzo del tuo metro di vita era perché, in quell’attimo infinito come galassia, ti si dovevano mostrare tutti i colori dell’Iride come li ha concepiti Dio nella purezza dello spazio divino. E quei colori che sfuggono e si perdono sono poi diventati amore. Amore è forse proprio questa pace che non consuma, questo prendersi cura delle miserie altrui. 

Tommaso Evangelista


domenica 14 aprile 2013

LETTERA APERTA di Pierluigi Giorgio in merito al Convegno su Charles Moulin



Leggo un articolo su Charles Moulin e il Convegno sul pittore francese (1869-1960) ad Isernia presso la Camera di Commercio sabato 13. E' già qualcosa! Mi tornano in mente gl'innumerevoli passi snocciolati tra Castelnuovo al Volturno e su per l'erta china di Monte Marrone, spesi nel tempo dal 1990 in poi, alla ricerca delle tracce della saggezza umana del Grande Vecchio. I ricordi di un tempo intenso s'accavallano ad altri ricordi fatti di fascinazione, stupore, densa poesia e malcelato disappunto. Non posso esimermi dopo 23 anni, dal dipanare l'intensa scaletta di promozioni, suggerimenti personali e azioni a favore del poeta del pastello: per lui, per il giusto riconoscimento di un grande saggio e gran pittore, per l'ampia valenza del suo messaggio umano. 

Mi servii del progetto di un documentario per la Rai da girare in loco, "Il Canto della Montagna Rosa", per convincere il Sindaco dell'epoca a far rimettere in piedi il rifugio di Moulin, in modo fedele ai suoi disegni, che inviò nel 1919 a Lille alla sorella. Oggi lo ammetto: fu un pretesto! Per le riprese sul posto, avrei potuto adattare qualsiasi ricovero pastorale ancora integro, ma volevo fosse ricostruito proprio quello, per lasciare una testimonianza dell'artista, concreta, fruibile ai visitatori e agli escursionisti che poco sapevano di lui, delle sue opere, del suo messaggio -oggi più che mai- di pace e rispetto per la Natura e gli esseri viventi. Nel trentennale della morte (1960-1990), proprio quando la primavera si annuncia con tutta la sua potenza rigeneratrice, donai a Castelnuovo una mostra di foto di opere, scritti e articoli di giornali raccolti non solo a Castelnuovo, ma sparpagliati in giro per l'Italia. In quell'occasione conobbi l'amico Roberto Fiocca che ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare: quante riflessioni condividemmo negli anni! Ultimate le riprese, salutai tutti e mi ritirai per svariati giorni e notti nello stesso rifugio per assorbire in ogni infinitesimale cellula, in ogni respiro, palpito del cuore, l'essenza di un uomo e il suo messaggio; cibandomi come lui di erbe e radici, attingendo acqua alla sorgente, assimilando albe e tramonti, e su quel giaciglio, notti, notti indimenticabili… 

Lasciai anche delle foto di Moulin (sparite!) e un quaderno che negli anni, è andato infittendosi di testimonianze e firme dei vari avventori, anche stranieri, colmi di gratitudine, ammaliati… Ma questi sono ricordi e quindi andiamo al dunque: il rifugio prima o poi, potrebbe crollare di nuovo a causa di infiltrazioni dal tetto e per una, due travi pericolosamente incrinate. Ne parlai qualche anno fa con il Sindaco e il Presidente del Parco Giuseppe Rossi, ma tutto è rimasto come prima e gl'inverni si succedono agli inverni, e la neve si accumula e pesa su quel fragile tetto! Son tornato su quei monti, come attratto da una calamita potente, dalle voci di allettanti sirene, e ho girato un altro documentario "Tutta la luce delle Mainarde" per Geo&geo, cercando di fermare la meraviglia cangiante della luce che tanto ha attratto il pittore e lo ha convinto a fermarsi in Molise sino a morire in questa terra. Le sue ossa raccolte in una cassetta, riposano nel cimitero di Castelnuovo. RIPROPONGO: perché non apportare nell'immediato alcune riparazioni al rifugio? Perché non tumulare i resti di Moulin in montagna o lungo il sentiero che porta lassù? Magari accanto ad un cippo, una statua stilizzata che ritrae il pittore all'opera? Perché non dedicare il sentiero all'artista intitolandolo a suo nome? 

Credo sia finalmente giunto il tempo di un atto dovuto, concreto, una dimostrazione di gratitudine nei riguardi di un uomo che rinunciando a fama e onori, scelse la nostra regione per restarci per sempre! Una testimonianza e un esempio… Ciò ad evitare che i Convegni (pur necessari) si riducano soltanto in parole e autocelebrazioni. Come quelli sui tratturi, altra peculiare risorsa del Molise, da me percorsi in lungo e in largo in tempi insospetti per chilometri, con lo scopo di attirare l'attenzione su questi particolarissimi, unici tracciati storici, che continuano ad essere asfaltati, dati in concessione, cancellati, nonostante riconosciute, rigide norme di salvaguardia. Perché non fare uno sforzo? Perché rinviare ancora una volta? Accontentarsi del poco o niente? Perché non smentire il detto e stile di vita così consoni ai molisani, gente comune e politici: "Làssa stà u' 'munn cumm z' trova!" . Lascia stare il mondo come si trova…

di Pierluigi Giorgio

giovedì 5 maggio 2011

Auditorium d'Isernia lettera aperta alla politica dagli artisti molisani

Gentili lettori, ma soprattutto GENTILI POLITICI:invio la presente lettera aperta facendomi portavoce dei MUSICISTI e degli ARTISTI molisani, inerentemente alla feroce polemica sul tanto dibattuto "AUDITORIUM" di Isernia, che e' da mesi protagonista degli attacchi e delle difese di chi e' pro e contro la super struttura, che sara' inaugurata ad Isernia il prossimo Dicembre.


Confrontandomi con i miei colleghi, mi sono reso conto che il mio pensiero e' totalmente condiviso dalla stragrande maggioranza degli operatori culturali e piu' in generale degli Artisti di questa regione, per cui mi sono quindi sentito in "dovere" di scrivere la seguente missiva a proposite dell' opera succitata, che ricordiamo e' una delle 11 costruite in Italia per il centocinquantenario, il che potrebbe e dovrebbe gia' bastare a smuovere le coscienze e l'interesse generale, per un momento in cui il Molise, incredibile a dirsi, non e' il solito "fanalino di coda" dell'Italia.

Avevamo assolutamente bisogno di un infrastruttura, di una sede vera, funzionale, e di grande respiro, che possa finalmente accogliere e artisti di medio e grande calibro, offrendo finalmente l'occasione a questa terra di rilanciare la propria immagine all'interno di quello che e' il business dell'arte e dello spettacolo. 

Stando a quello che le carte dicono, il Comune d'Isernia ha incassato piu' di 30 milioni di euro da parte dello Stato per mettere in opera l'Auditorium, la qual cosa mi sembra gia' una notevole vittoria per una provincia che merita visibilita' e che vuole essere l'elemento di traino, l'esempio da seguire, citta' capofila di un progetto culturale che in un momento storico in cui il decadimento dell'arte e' palesato dalla difficolta' stessa con cui gli operatori del settore si trovano ad operare.

Ed e' in un momento come questo che un opera come l'Auditorium diventa un vero e proprio gancio che permettera' a questa regione di rimanere ancorata al movimento culturale italiano, entrando finalmente a far parte di quella schiera di gestioni e locations che ospitano gli eventi ed i protagonisti principali del panorama musicale ed artistico internazionale. 

E mi meraviglio davvero della bieca cecita' di alcuni politici, che strumentalizzando la questione per i loro fini, sono arrivati a dire che un Auditorium di 700 poltroncine e' una struttura enorme la cui presenza non e' giustificata in una citta' con poche decine di migliaia di abitanti come Isernia. 

Vorrei dire a costoro che mi sembra ovvio, scontato, e di facile intuizione, il fatto che una location del genere e' destinata ad ospitare eventi che interesseranno non solo gli isernini, ma anche tutti i molisani ed ancora gli abitanti delle regioni limitrofe.

Oppure pensano che il Parco della Musica a Roma sia un Auditorium per i Romani?? Ma dico, stiamo scherzando?

L'altra questione e' quella inerente alla spesa per l'auditorium. Non capisco perche' tanta ferocia contro il Sindaco Melogli, meritevole di una grande intuizione e colpevole solo di aver pensato che per una volta, Isernia ed al Molise, potevano diventare protagoniste delle dinamiche italiane, anziche' relegare a questa terra il primato di "eterna esclusa".

Ed allora quello che vorrei dire a tutti i miei amministratori, locali, regionali, e provinciali e' : perche' non proviamo a fare squadra per individuare le risorse di cui ha bisogno la regione ed il comune per completare l'opera? 

Parliamo di 10 milioni di euro, somma considerevole indubbiamente, che pero' sono sicuro, puo' essere raggiunta con un diligente lavoro di squadra, scevro dai colori politici e dalle polemiche (soprattutto quelle pre-elettorali!) in un momento in cui, una volta in piu' la Cultura dovrebbe essere l'anello di congiunzione, il terreno comune su cui confrontarsi, per lavorare insieme e permettere a questa Regione di esprimersi in tutte le sue potenzialita. Inutile aggiungere che l'Arte e la Cutlura NON HANNO E NON DEVONO AVERE COLORE POLITICO, ma continuare ad essere la massima espressione dell'anima di un popolo.

Nel salutare tutti i lettori, tengo a precisare che non sono tesserato con nessun partito, non sono in politica, e non sono residente ad Isernia dove quindi non ho diritto di voto, ma come tutti gli artisti sono interessato alla diffusione ed alla qualita' delle produzioni artistiche di questa terra dove ho scelto di tornare a vivere e ad operare. 

Simone Sala - Pianista da PrimaPaginaMolise
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