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giovedì 15 novembre 2018

L'occhio del fotografo. Intervista a Steve McCurry








Per Espoarte ho intervistato Steve McCurry - Official page durante il suo intervento per Poietika lo scorso settembre a Campobasso. Un grazie per l'aiuto a Maria Cristina Notte e Maurizio Cavaliere

 La fotografia di Steve McCurry, come da lui definita, è “Fotografia della semplicità” per quella sua caratteristica di unire alto valore simbolico, caratterizzazione e intensità mnemonica in una veste chiara, facilmente leggibile e memorizzabile. È naturalmente fotografia di viaggio, viaggio – per dirla alla Chatwin – quale approfondimento della conoscenza e tentativo di entrare nel vissuto della gente per cogliere e raccontare l’essenza dei luoghi (“Una fotografia deve portare con sé emozione, semplicità e deve avere una storia da raccontare, deve essere in grado di trasportarci da qualche parte”). Il suo particolare modo di scattare gli ha permesso di stare insieme alle comunità, cogliendo linguaggi, feste, danze, elementi culturali che stanno scomparendo e che spetta alla fotografia documentare nel modo più evocativo possibile pur nell’apparente naturalità (“Non cerco mai di abbellire o di romanzare, la cosa più importante è raccontare la storia nel modo migliore possibile”). L’aspetto narrativo pertanto diviene un fattore potente nei suoi scatti, per quel tentativo di proporre ai fruitori un variegato universo di esperienze che si sommano e che alla fine saturano, come i colori, la coscienza (“La parte più importante del mio lavoro è narrare storie, è per questo che la maggior parte delle mie immagini posa le sue radici nella gente comune. Sono alla ricerca di quell’attimo di autenticità e spontaneità capace di raccontare una persona o, in senso più ampio, di mettere in relazione la vita di una persona con la nostra esperienza umana”). Il segreto di tutto ciò risiede nell’attesa dell’occhio (“Se sai aspettare, le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto […] c’è una chimica che istituisce un legame con le persone, grazie al quale si può gettare una sguardo nella loro anima e nella loro personalità”).

Steve McCurry a Campobasso
Lo scorso 8 settembre, McCurry, è tornato in Italia, più precisamente in Molise, nell’ambito di Poietika, il festival diretto dal poeta Valentino Campo e dedicato alla parola e alla letteratura, per una lezione-evento presso il Palazzo GIL di Campobasso. L’iniziativa, sostenuta dalla Fondazione Molise Cultura e dall’assessorato alla cultura, ha riscosso un grande successo di pubblico ed è riuscita a strappare al fotografo la promessa di un ritorno in terra molisana per una campagna fotografica e una retrospettiva da allestire nel capoluogo agli inizi del 2019. Il Molise quale terra sconosciuta e mitica, al pari dell’India o di regioni dimenticate dell’Afghanistan, ha sicuramente colpito lo sguardo indagatore di McCurry il quale ha mostrato un vivo interesse per i suoi paesaggi incontaminati e le sue tradizioni folcloriche e religiose. E poi perché l’Italia è sempre nel suo cuore (“Per divertirmi scelgo l’Italia perché offre tantissimo dal punto di vista storico, culturale, artistico, paesaggistico, culinario e… per gli ottimi vini!”). Abbiamo colto il momento della conferenza stampa prima della lecture per fare al fotografo qualche domanda, e le risposte non sono state banali. McCurry, sarà di nuovo in Italia, domenica 18 novembre, in occasione di Bookcity Milano 2018, dove Steve e Bonnie McCurry (la sorella del fotografo) ripercorrono Una vita per immagini la prima biografia ufficiale edita da Mondadori Electa.

Steve McCurry a Campobasso, credit: Maurizio Cavaliere
La fotografia è un vedere ciò che non è neppure visibile ed ha offerto la possibilità di imparare a notare certi aspetti del mondo che, benché veduti, erano fino al momento dello scatto passati inosservati. Vi è un contenuto invisibile da cogliere nel reale? Si sente un veggente?Penso che si tratta di osservazione e si tratta di curiosità. Prima siamo andati a pranzo e camminando io non mi stavo concentrando su ciò che avevo intorno perché si stava parlando, non stavo cioè notando. Però normalmente quando camminiamo, andiamo fuori, scegliamo di svolgere un lavoro in esterno c’è sempre un qualcosa, un’area, una zona, un punto che desta la nostra attenzione, che ci cattura, ed è come se ci rendesse più sensibili. Secondo voi quante persone si sono mai chieste che tipo di pavimento è questo su cui poggio i piedi? Si tratta sempre di un esercizio che facciamo in modo consapevole o inconsapevole anche se la maggioranza delle persone non allena l’occhio e quindi non allena i sensi, non esercita quello che avviene dietro l’occhio. Bisogna possedere una chiave capace di renderci acuti nell’osservazione, nel catturare le cose che ci stanno intorno, ciò che io chiamo “chiave osservazionale”.
L’occhio, e ancor più l’occhio del fotografo, costruisce mondi diversi, a seconda della qualità della visione. Penso ai suoi ritratti, alla loro luce classica e morbida, alla messa in posa del volto, a tanti dettagli che richiamano alla storia dell’arte e quindi della bellezza. Qual è la sua idea di bellezza?Quando pensiamo alla bellezza mi viene da pensare all’armonia, a qualcosa che fluisce e risplende. Se penso per esempio ad una particolare epidermide, magari dal colore intenso, che cosa c’è che mi può attirare? E’ un qualcosa di fluido, di armonico, di particolare. Mi immagino un balletto o una specie di coreografia e vi ritrovo questa idea. Penso al fascino che rinveniamo in una composizione o in una architettura, in un progetto o in un disegno e lo associo ad una sensazione liquida, immediata da cogliere. Se rifletto sull’argomento luce Caravaggio è l’esempio principe per quella sua luminosità molto soffice e trascendente, certamente velata di bellezza. E’ anche vero però che gli artisti rompono le regole e arriva qualcuno che a quella luce bellissima, morbida, soffusa, predilige l’esatto contrario, anche solo per il fatto di essere bastian contrario, prendendo una direzione opposta e dichiarando la sua contrarietà. La bellezza quindi si trova anche in questo contrasto.

Steve McCurry a Campobasso
La sua foto “Afghan Girl” è una delle icone visive del XX secolo. La ragazza, tra l’altro, è stata rifotografata vent’anni dopo mostrando pur nei segni del tempo la persistenza dell’aura (si veda A Life Revealed)  Quali sono secondo lei i meccanismi (culturali, artistici, sociali) che sottendono alla nascita di un’icona?I meccanismi dovrebbero chiederli ai critici. A parte gli scherzi cercare di descrivere qual è la filosofia, cosa vi è dietro quella fotografia e quello sguardo lo lascerei fare al pubblico poiché di ogni scatto possiamo parlare per ore in virtù delle sue infinite tangenti e impressioni. Pensiamo ad una canzone o ad una melodia, cosa fa si che la gente inizi a canticchiarla o che le persone si sentano connesse e in sintonia con il brano? La verità è che certe fotografie sono talmente potenti che poco hanno a che vedere con la teoria o l’analisi mentre molto hanno a che fare con lo stato d’animo di chi le osserva.

Si ringrazia per questa intervista Maria Cristina Notte, Maurizio Cavaliere.










lunedì 22 agosto 2016

Tre domande a Luigi Grassi

Nell'inconsueta ombra al M3TE


Una prima domanda riguarda la tua ricerca fotografica, da sempre attenta alle micro-dinamiche della regione, nel tentativo di catturare attraverso la fotografia i ricordi e i volti dei luoghi. Tale narrazione, vedi il caso della tua ultima mostra ospitata al METE di San Giuliano di Puglia, da singolare diventa complessa e pertanto le tue singole campagne si sommano presentando un unico e sfaccettato ritratto del nostro contesto socio-culturale. Ci vuoi parlare di questa tua indagine sul territorio?

Ho iniziato a fotografare ai tempi dell’Università,  solo perché la fotografia faceva parte del mio programma di studi, da allora la fotografia è diventata una vera passione, nel senso antico del termine, un’azione che agiva sull'animo, sul mio, e da allora non ho più smesso. Il mio primo lavoro è stato sul paesaggio urbano (Sudari), in seguito ho maturato la consapevolezza che un soggetto per me troppo poco intimo, o forse troppo vasto e sconosciuto, come la città, non rientrava nella mia poetica, non riusciva a scuotere la mia sensibilità e la mia curiosità. Così ho deciso di costruire il mio percorso personale partendo da ciò che mi apparteneva di più, ogni volta che ritornavo nei miei luoghi, tra le mie cose, sulla terra e sotto il cielo che mi ha visto nascere sentivo una motivazione forte al fotografare, questo mi ha fatto capire che dovevo partire con ciò che meglio conoscevo e che più sentivo come mio. Da qui ho cominciato a lavorare in luoghi fortemente circoscritti del mio paese, generando alcune serie fotografiche specifiche come Nell’inconsueta Ombra (Limosano), Oratino e un lavoro sugli elmi dei Sanniti dal titolo Eroi Sanniti, che sarà in mostra in autunno, scoprendo che nella realtà racchiusa era nascosto il mondo intero. Ho imparato a fotografare seguendo il Laboratorio Irregolare di Antonio Biasiucci, questa esperienza oltre a darmi gli strumenti necessari per diventare un autore, mi ha messo in discussione rispetto alla fotografia e a quello che sentivo di dover indagare con questo mezzo espressivo, è stata una delle esperienze umane e artistiche più profonde e formative che ho fatto. I miei lavori sono diventati specifici, ogni realtà che ho affrontato attraverso la fotografia, è diventata per me una narrazione, del mio percorso e della mia terra. Ogni serie fotografica racconta una storia, e insieme queste immagini vanno a comporre un storia più grande che è la narrazione delle mie radici, dei volti delle persone che abitano ancora i piccoli paesi intorno a Campobasso, degli animali e della natura magnifica che circonda questa terra. Lentamente, senza volere, mi sono reso conto che la storia della mia Regione che stavo raccontando si stava trasformando nella Storia di uomini e donne, di luoghi che proprio grazie alla fotografia si spogliavano del contesto e acquistavano universalità. Nell'installazione Nell'inconsueta ombra presentata al Museo M3TE ho potuto coniugare la mia indagine interiore, con quella propria di ogni uomo, l'indagine del territorio molisano e delle sue radici è diventata specchio delle meraviglie e delle solitudini umane, cercando di imprimere nelle mie fotografie emozioni, tradizioni e solitudini. Il mio percorso fotografico è adesso una commistione di luoghi familiari e particolari che rappresentano però luoghi più ampi e universali, che permettono di conciliare la passione per la mia terra con un messaggio fotografico e narrativo più universale, questo mi ha portato ad esporre non solo nella mia Regione, che rimane per me il luogo di partenza e anche di ritorno, ma anche nell'ambito di manifestazioni nazionali e internazionali, tra cui i Rencontres d’Arles (Circuito Off), Biennale dei giovani fotografi al CIFA di Biebbiena, Premio Nazionale delle Arti, Festival Internazionale di fotografia a Roma, SI Fest di Savignano e a pubblicazioni importanti come un contributo per il volume “Doni” della Collezione Imagomundi di Luciano Benetton a cura di Chiara Pirozzi.

Oratino

Nel tuo lavoro conta molto la tecnica, la ricerca sull’analogico, lo studio degli effetti e delle emulsioni. È un’investigazione per molti versi anche pittorica. Qual è il rapporto tra tecnica, effetto e composizione quando scatti una foto?

Prima ancora di interessarmi alla fotografia, intesa come relazione fra me e il circostante e di fare delle vere fotografie, la mia prima passione è stata il laboratorio fotografico, la camera oscura  e la possibilità di sperimentare le immagini e le sostanze fotosensibili. Ho iniziato a stampare fotografie in bianco e nero e mi sono appassionato alle tecniche alternative, un revival delle tecniche di stampa ottocentesca. Inizialmente le fotografie erano appesantite da questa ricerca sui materiali per la stampa, perché ritenevo più importante il passaggio della camera oscura, credendo di aggiungere un ulteriore valore, solo successivamente ho capito l’importanza dello sguardo oltre a quello della tecnica. Crescendo ho realizzato che la poesia della fotografia sta principalmente in quello che si racconta, in ciò che trasmette e suscita l’immagine, lo sguardo è il punto di partenza e di arrivo, è il contenuto che si fa forma e non l’inverso. Ora questa passione per la stampa fotografica l’ho messa a disposizione dell’insegnamento al Centro per la fotografia Vivian Maier, la scuola di fotografia che insieme a due amici abbiamo aperto a Campobasso, organizzando prevalentemente corsi di tecniche di stampa per i principianti, il passaggio in camera oscura può essere un’esperienza molto formativa, un punto di partenza per entrare nel mondo della fotografia. Adesso riesco a conciliare l’elemento della stampa senza che questo prevarichi sul concetto dell’immagine, la forma diventa compendio del contenuto, lo completa senza alterarne l’essenza, un esempio sono le stampe, 40X50 cm, che ho fatto per il lavoro sugli elmi dei Sanniti interamente realizzate con la tecnica della stampa bruna. Un’altra esperienza importante è stata quella avuta con i miei studenti nell’area archeologica di Sepino, dove hanno fotografato gli scavi e stampato manualmente le loro immagini, la mostra è ancora visibile fino a settembre.

Centro per la fotografia Vivian Maier

“Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare”. Daniel Pennac. L’esercitazione dello sguardo, nella nostra regione “che non esiste” è un tentativo di preservare il senso, attuare quasi un’azione di resistenza dello sguardo. Come vedi e concepisci in generale la fotografia in rapporto a tali dinamiche?

La fotografia è un grande mezzo di indagine e narrazione. Lo sguardo fotografico diventa memoria, ma non solo, solleva le immagini dal tempo e dallo spazio contingente e le rende eterne. La narrazione di uno diventa la narrazione di tutti, il senso e il sentimento colti in un preciso momento diventano universali, gli oggetti si trasformano in emozioni, le persone in monumenti e la luce disegna e mostra armonie che sono proprie della scrittura, della musica, dei sogni. Bisogna sempre raccontare e raccontarsi, perché il racconto è mezzo di conoscenza e di indagine per se e per gli altri che leggono la nostra storia. Quando i miei lavori sui paesi molisani sono segnalati come esempio, nei festival di fotografia, come nel caso del lavoro su Oratino, oppure sono menzionati in qualche rivista specializzata, sono felice, sono felice perché sento di compiere un’azione importante a livello sociale e culturale per il mio paese. Per me fotografare il Molise con insistenza crea sicuramente una memoria, una nuova fonte dalla quale attingere in futuro per altre operazioni culturali, ma allo stesso tempo integra il mio paese con il mondo, regalandogli una fratellanza umana propria di ognuno, in ogni luogo. Il mio è un atto d’amore verso la nostra storia, le nostre case, la nostra terra. In questo momento sto lavorando ad una ricognizione sul paesaggio molisano e spero presto di poterne riparlare con te, grazie mille.

Tommaso Evangelista

Eroi Sanniti

Luigi Grassi - Nato a Campobasso nel 1985, Grassi si è specializzato in Fotografia come linguaggio d’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Dal 2008 collabora con PrimoPiano Napoli, una galleria dedicata alla fotografia, al design e alla video arte. Nel 2012 comincia a frequentare Lab, il laboratorio irregolare di Antonio Biasiucci, dove s’impegna ad approfondire il proprio metodo di ricerca personale. Le sue opere sono state esposte nell'ambito di diverse manifestazioni, nazionali e internazionali, tra cui i Rencontres d’Arles (Circuito Off), Biennale dei giovani fotografi, Arezzo Arte Expo, KunStart, The Darkroom Project, Premio Nazionale delle Arti, FOTOGRAFIA - Festival Internazionale di Roma, SI Fest Savignano Immagini, Photissima, Affordable Art Fair, Marche EXPO 2015, NAF - Napoli Arte Fiera.


Luigi Grassi

Nell'inconsueta ombra


giovedì 3 marzo 2016

Riccardo Baruzzi. Un’opera tra lirismo e ricerca segnica per il sessantesimo Premio Termoli

Riccardo Baruzzi, classe 1976, con l’opera Porta pittura dei riccioli (2015) è il vincitore della sessantesima edizione del Premio Termoli curata da Anna Daneri. La proclamazione, coincisa con l’inaugurazione, è avvenuta lo scorso 20 febbraio mentre l’intera collettiva sarà fruibile presso i nuovi spazi del MACTE Museo d’Arte Contemporanea di Termoli fino al 30 aprile. In giuria l’artista Stefano Arienti, il critico Lorenzo Canova e il curatore Simone Menegoi hanno così motivato il verdetto “un’opera che combina con eleganza pittura, disegno, scultura e design. La sua poetica si segnala per una maturità e un lirismo non comuni, e stabilisce, da una posizione di ricerca contemporanea, un dialogo con la storia del Premio Termoli, caratterizzata dall’interesse per le ricerche astratte, e dal rapporto fra arte e percezione visiva”. Una menzione speciale è stata assegnata a Gabriella Ciancimino per l’opera Chardon d’amour (2014), dalla sottile poetica relazionale. All’artista sarà affidata la conduzione del workshop da progettare per il contesto cittadino. Abbiamo fatto alcune domande all’artista vincitore.

Nella tua opera dialoga la ricerca sul segno, l’eleganza data dallo studio dei materiali e una sottile analisi sulla struttura, e quindi sulle condizioni stesse della visione. Come si sviluppa questa poetica della sottrazione e dell’amplificazione della traccia minima?
Circoscrivo la domanda alla questione del segno prendendo in prestito qualche riga dal capitolo settimo del libro Disegnare e conoscere di Giuseppe Di Napoli.
"Il segno grafico denominato linea é un concetto visibile, un'astrazione sensibile, svincolata dalla funzione di riprodurre delle somiglianze iconiche, tipiche del segno-traccia. La linea impone un suo statuto di completa autonomia semantica, quello di essere un segno-in-se, dotato di un proprio intrinseco significato. Con la linea il pensiero umano avanza verso un altro stadio evolutivo; l'uomo, con essa, può delimitare il mondo e trascenderlo: «ciò che limita è senza limite» (Simone Weil) (…) La linea non ha un'entità fisica (di quella cosa), non la si vede direttamente nelle cose o tra le cose; bisogna innanzitutto pensarla più che vederla, giacché essa è una res cogitandi, una cosa mentale, che stabilisce non tanto una somiglianza tra la cosa e la sua percezione, quanto piuttosto una continuità tra il segno disegnato e la cosa pensata: la linea assomiglia al pensiero e non alle cose".

Il lirismo del segno grafico, e le sue (per)mutazioni, sembrano determinare nell'opera anche una componente temporale che, a livello di impressione, richiama l'idea di "cantiere" impostata dalla curatrice Daneri. Come valuti questo aspetto nel tuo lavoro?
Non riesco ad associare al mio operato l'idea di mutazione e temporalità, tantomeno quella di cantiere.

Colpisce dell’opera la sua dimensione “scultorea” data dal porta pittura il quale contiene altre tracce, e varianti, dell’idea appesa a parete. Questo focalizzarsi sulla sequenza, oltre ad una suggestione musicale, mi fa pensare, data la sua recente scomparsa, ad un saggio di Umberto Eco ovvero alla sua idea di “vertigine della lista”, del mondo che analizza, enumera, elenca elementi comuni o discordanti. Ci sono liste che hanno fini pratici e sono finite e altre che sono immaginarie e fantastiche, in quale si colloca questo tuo dialogo di tele?
Il P.P. fa parte di una serie di dispositivi che raccolgono dipinti di piccolo/medio formato: per lo più forme astratte e monocromi. Ogni porta pittura viene allestito nello spazio espositivo e non tutti i dipinti contenuti al suo interno vengono appesi simultaneamente. Il porta pittura resta nello spazio come presenza scultorea (i cui pieni e vuoti mutano in base al numero dei dipinti ospitati), ed è un invito a pensare i quadri come entità intercambiabili, non autoriali, disposti in sequenze variabili e indefinite (ogni porta pittura prevede una rotazione, e non è stabilito a priori che i nuovi allestimenti siano effettuati dall’artista).



Tommaso Evangelista

La giuria con l'opera

Da sinistra Arienti, Menegoi, Baruzzi, Canova

Premio Termoli, veduta d'insieme

Baruzzi, Porta pittura dei riccioli



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