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giovedì 13 giugno 2019

Transiti - Borgese, Cecola e Godi a Castello Pandone


La mostra Transiti allestita a Castello Pandone, nelle sale nobili del primo piano, ripercorre il sodalizio umano e creativo di tre artisti legati da profonde affinità di visione e di ricerca artistica: Ugo Borgese, Carmine Cecola e Goffredo Godi. I tre, pittori Borgese e Godi, scultore Cecola, legati al contesto romano, sono stati molto amici negli anni e sono stati tutti attivi sul versante figurativo, conservando un solido legame con la tradizione interpretata però attraverso personali e aggiornate soluzioni formali. L’esposizione vuol mettere parimenti in evidenza il costante e intenso rapporto dei tre con il paesaggio, la natura e il corpo umano, perennemente in bilico tra forma e astrazione, e riportare alla luce, nell’ambito della storia dell’arte molisana del Novecento, la figura di Carmine Cecola, scultore originario di Monteroduni del quale saranno esposte inedite opere monumentali. La mostra presenta quindi un’ampia selezione di opere dei tre artisti, tra pitture e sculture, a loro volta in dialogo con gli spazi e gli affreschi del Museo. L'evento è organizzato dal Polo Museale del Molise insieme al Museo Nazionale di Castello Pandone e vuol essere la prima tappa di una rinnovata programmazione espositiva pensata specificatamente per il castello. L’esposizione inoltre è una nuovo tappa del progetto itinerante che i figli dei tre artisti hanno chiamato “Amici d’arte” e che vuol essere un momento di riflessione e studio sulle singole ricerche e sull’idea di gruppo. La curatela è stata affidata allo storico e critico d’arte Tommaso Evangelista.

CONCEPT

Le ricerche plastiche dei tre artisti, sviluppanti un alfabeto visivo incentrato su un naturalismo sintetico e primitivo, si contraddistinguono per un’indagine lirica del paesaggio e della figura umana. Parallelamente, all’interno dei tre corpus si possono individuare nuclei che si caratterizzano per rigore costruttivo e forza dinamica. Nell’ottica di una retrospettiva che proponga chiavi di letture nuove sui percorsi artistici, osservati sia singolarmente sia in una dimensione collettiva e corporativa, emerge la sottile differenza tra una pittura/scultura maggiormente incentrata sulla lettura del paesaggio e del corpo, con spirito realistico e analitico, seppur riassuntivo e condensato, e alcune sperimentazioni formali fondate sulla scomposizione e sulla decostruzione degli spazi e delle figure, in chiave artificiale e astratta. Da un lato abbiamo vibrazione della luce, pennellate veloci, anatomie calibrate, sublimazione della natura e della veduta, e dall’altro dinamismo, oscillazione, ricerca cromatica. Il “transito” della mostra è questa duplice lettura che mette a confronto la produzione di impronta analitica, nata dalla visione e dallo studio del vero, e le creazioni di stampo strutturale, maggiormente eclettiche e sperimentali, lineari e geometriche. Dallo “scontro” stilistico e contenutistico di queste due dimensioni (naturale/artificiale – forma/struttura – natura/ambiente) nasce una positiva impressione di vitalità e ricerca.


ARTISTI

Ugo Borgese
Polistena (RC) 1931 – Roma 1984

Ugo Borgese ha iniziato a dipingere all’età di 13 anni sotto la guida del pittore Antonio Cannata. A 14 anni è partito per Roma dove si è iscritto all’Accademia di Belle Arti nel corso tenuto da Amerigo Bartoli. Dopo il diploma ha iniziato a insegnare come assistente di anatomia con il professor Barreca per poi diventare titolare di cattedra dopo pochi anni. Nel 1966 ha iniziato ad insegnare Figura Disegnata in vari licei artistici fino ad arrivare a quello di via Ripetta presso il quale è rimasto fino alla morte. Parallelamente all’attività didattica ancora studente ha decorato l’abside della Chiesa Matrice di Polistena. Durante la propria carriera ha esposto in numerosi spazi pubblici e privati: Palazzo Barberini, Mostra delle Forze Armate, dove la sua opera “Il guado” ha vinto la medaglia d’oro; Castello di Murcia, I Mostra di Pittura “Valle Murcia”; XV Mostra Nazionale d’Arte Sacra a Perugia; Quadriennale Nazionale d’Arte di Perugia; Concorso Nazionale di Pittura Premio Ramazzotti, nel quale è risultato vincitore del I premio. Sue opere si trovano in importanti collezioni pubbliche e private a Roma, Napoli, Torino, Pinerolo, Reggio Emilia, Messina, Palermo, Milano, Catania, Reggio Calabria, Parigi, Londra, Guadalajara (Messico), New York, Boston. E’ stato nominato socio dell’Accademia Tiberina di Roma. I suoi lavori, con il tempo, si sono sempre più essenzializzati, esprimendo con pochi tratti e pennellate il concetto puro della forma e del paesaggio. Continuando a fare ricerca iniziò ad usare tempere “a barattolo”, grandi pennellate e colori ad olio, arrivando a spremere il colore direttamente sul compensato, ottenendo risultati di assoluta sinteticità. Nel 1978 espone assieme ai pittori Carmine Cecola, Goffredo Godi e Gennaro Cuocolo presso la Galleria “Il Canovaccio” di Roma inaugurando un sodalizio artistico che è stato portato avanti negli anni anche dopo la sua prematura morte.

Borgese - Pandone


Carmine Cecola
Monteroduni (IS) 1923 – Roma 2001

Carmine Cecola ha studiato all’Istituto d’Arte (sezione scultura) e all’Accademia di Belle Arti di Napoli (sezione scultura), allievo di Alessandro Monteleone e di Giovanni Amoroso al quale fu legato da una lunga e profonda amicizia. E’ stato vincitore delle borse di studio accademiche negli anni 1947-48, 1948-49, 1949-1950. Ha ottenuto il Premio Scultura alla Mostra dell’Accademia nell’anno 1949-1950 ed è stato assistente alla Cattedra di Scultura del suo Maestro Monteleone. Costanza Lorenzetti scrisse di lui “mostra sincerità e una rude forza di espressione ispirate forse da antiche forme romaniche”. Nel 1955 ha iniziato ad insegnare Plastica all’Istituto d’Arte di Napoli, dove è rimasto fino al 1962 quando ha vinto il concorso per la Cattedra di Figura Modellata al Liceo Artistico della medesima città. In seguito ha insegnato al Liceo Artistico di Massa Carrara, dove ha avuto la Cattedra di Figura Modellata. Nel 1967 è stato inviato dal Ministero della Pubblica Istruzione ad istituire l’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, dove ha insegnato scultura. Successivamente ha vissuto a Roma, insegnando Figura Modellata al I Liceo Artistico di Via Ripetta fino al 1989. Autore di sculture in legno, gesso, marmo, cera, bronzo, il suo repertorio spazia dal figurativo all’astratto. Valide ricerche si segnalano anche in campo pittorico. L’artista ha partecipato a numerose esposizioni collettive e personali ed è stato più volte premiato in concorsi artistici. Le sue opere sono esposte in collezioni pubbliche e private in Italia ed all’estero.

Cecola - Pandone



Goffredo Godi
Omignano (SA) 1920 – Roma 2013

Formatosi nell’orizzonte vesuviano tra Ercolano e Napoli, Goffredo Godi ha avuto per maestro Giuseppe Palomba, uno degli allievi prediletti di Michele Cammarano. Si è diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Napoli, seguendo i corsi di Emilio notte e stringendo amicizia soprattutto con Armando De Stefano. E’ stato assistente di Domenico Spinosa. Ha insegnato discipline pittoriche nei Licei Artistici di Napoli e di Roma. Ha fatto parte dell’Accademia Fiorentina delle Arti del Disegno. Nel corso della sua carriera ha allestito una ventina di mostre personali in numerose città e ha esposto in importanti rassegne nazionali, tra le quali la Quadriennale di Roma. Nella sua pittura rinveniamo un giovanile entusiasmo per gli esponenti del Secondo Futurismo seguito da una calibrata sperimentazione astratta nella metà degli anni Settanta. In realtà l’artista non si distaccò mai dall’indagine del reale e della natura, privilegiando la pittura en plein air e maturando uno stile analitico e sintetico, di grande lirismo e forza visiva.

Godi - Pandone


Transiti
Borgese – Cecola – Godi
“Amici d’arte”

Venafro, Museo Nazionale di Castello Pandone
24 maggio 2019 – 24 agosto 2019


Con il patrocinio di:
Regione Molise
Comune di Venafro
Aratro. Galleria Gino Marotta. Università degli Studi del Molise

Promossa da
Prof. Leandro Ventura
Segretario regionale MIBAC per il Molise
e Direttore del Polo Museale del Molise

A cura di
Tommaso Evangelista

Con la collaborazione di
Adelina Cecola
Filippo Godi
Leonardo Borgese

Coordinamento organizzativo
Irene Spada, Direttrice del Museo nazionale di Castello Pandone
Lia Montereale, Funzionaria per la promozione e valorizzazione
Giovanni Iacovone, Funzionario per le tecnologie
Pierangelo Izzo, Funzionario architetto
Francesca Dal Maschio, Funzionaria restauratrice

Si ringrazia il personale del Museo Nazione di Castello Pandone
Benedetto Zullo, Funzionario per le tecnologie
Lello Golluccio, Funzionario per le tecnologie
Nicandro Brusello, Funzionario per le tecnologie
Antonio Iannacone, Assistente alla fruizione, accoglienza e vigilanza
Albertina Bagaglia, Assistente alla fruizione, accoglienza e vigilanza

e il personale di assistenza al pubblico e vigilanza Ales - Arte Lavoro e Servizi Spa
Lidia Falcone
Valentina Serpe

Un ringraziamento sentito va inoltre all’attività dei volontari dell’Associazione nazionale Carabinieri – Sezione di Venafro

Didattica
Me.Mo Cantieri Culturali a.p.s.

Orari di apertura: martedì - domenica 8:00-19:00
Via Tre Cappelle s.n.c., 86079 Venafro (IS)
Tel. 0865-904698
pm-mol@beniculturali.it



martedì 26 settembre 2017

Sconfini - Impressioni dal margine - Peri Robbio Tramontano all'Aratro


niversità degli Studi del Molise
Dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociali e della Formazione
Galleria Gino Marotta / ARATRO
archivio delle arti elettroniche – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea

invito e comunicato stampa mostra

(S)CONFINI
IMPRESSIONI DAL MARGINE
Michele Peri- Valentino Robbio- Antonio Tramontano
a cura di
Lorenzo Canova, Piernicola Maria Di Iorio, Tommaso Evangelista

Inaugurazione 28 settembre 2017 ore 18.00
Con un intervento musicale di Nicola Graziano

L’ARATRO presenta una mostra collettiva dove sono raccolte le eterogenee ricerche pittoriche, installative e fotografiche dei tre artisti molisani Michele Peri, Valentino Robbio e Antonio Tramontano. La mostra, come scrive Tommaso Evangelista, intende indagare “la dimensione virtuale del margine inteso quale luogo vitale della forma. La costruzione del senso che avviene sul limite di questo confine indefinito comporta un perenne scarto tra visibile e velato, ovvero un senso precario della presenza. La chiusura (incondizionata) dei confini dell’opera d’arte subisce piccole crisi che si svolgono sui margini della rappresentazione. Se limite della forma e limite dello spazio costituiscono il limite dell’opera, ovvero il confine entro il quale si definisce l’oggetto-idea, l’opposizione al margine, inteso anche come frontiera estetica, determina una sorta di lavoro sul continuum (tempo/spazio/memoria). I concetti di transitività e riflessività sono indagati in relazione alla rappresentazione la quale, quando mostra la propria struttura e sutura, rende palese e vitale la condizione di confine. La collettiva è un invito pertanto alla contemplazione dell’inutile, dello (s)confine, della materia che si fa ricordo e corrode lo spazio dello spettacolo attraverso l’indagine scomposta della fine. La collettiva si vuol porre in linea di continuità con due storiche mostre organizzate nel capoluogo molisano negli anni Ottanta, curate da Massimo Bignardi: Il perimetro del vento e I margini del segno entrambe incentrate sull’idea di una rappresentazione espansa e sulla decostruzione dello spazio. Di tali esperienze, legata fortemente al contesto molisano il quale usciva -una prima volta- fuori dai suoi confini con una proposta criticamente strutturata, rimane in collettiva, quale legame e memoria, il lavoro di Peri il quale si arricchisce delle ricerche cromatiche di Tramontano e delle tensioni vitali di Robbio. È il tentativo del territorio di ripensare all’idea di gruppo e di ricerca condivisa, ad una proposta coerente capace di dialogare fuori dai limiti regionali”.

Michele Peri (1947) è nato a Rocchetta a Volturno. Vive e lavora a Rocchetta a Volturno (IS)
Valentino Robbio (1958) è nato a Pietrabairano (CS). Vive e lavora a Isernia
Antonio Tramontano (1965) è nato a Pesche. Vive e lavora a Pesche (IS)

ARATRO- archivio delle arti elettroniche- museo laboratorio di arte contemporanea
2° piano- 2° edificio polifunzionale, Università del Molise, via De Sanctis 86100 Campobasso
Facebook: Galleria Gino Marotta- Aratro Università del Molise
Dal 28 settembre al 18 ottobre 2017

sabato 5 marzo 2016

Tito: 90 - Energie tra figurazione e astrazione

Tito Amodei, più noto come Tito, è uno scultore, pittore, critico d'arte e religioso italiano di origini molisane (Colli a Volturno, 11 marzo 1926). Tuttora in attività, opera dalla fine degli anni cinquanta prevalentemente come scultore nel campo dell'arte sacra e monumentale. E' di certo da annoverare tra i più significativi scultori italiani del secondo Novecento per l'originalità della ricerca legata inizialmente a forme simboliche nel rapporto tra superficie e oggetto, con evidenze segnico-totemiche, e successivamente ad un segno puro, assoluto, libero e conchiuso in strutture archetipiche, colossali e minimali allo stesso tempo. Legato al legno quale materiale per eccellenza nella realizzazione delle sue strutture: “Il legno è già caldo come una materia: lavorato con l’accetta entra dirompente nello spirito prima ancora che si profili l’immagine. Fa lo stesso effetto della terra arata. Un intervento emotivo e ragionato che sia, che coinvolge l’uomo nel suo rapporto con il mondo. Viene esclusa ogni mediazione. E’ una reazione dell’artigiano al diffuso manierismo nella scultura oggi, dovuto, secondo me, ad un eccessivo intellettualismo” (Tito). Padre passionista, nel 1970, ai piedi del complesso della Scala Santa a Roma fonda il suo studio che successivamente si amplia con una galleria d'arte, Centro di Sperimentazione Artistica Sala 1, che diventa tra le galleria più suggestive della capitale.


In occasione del suo novantesimo compleanno gli amici ed i sostenitori lo celebrano il 12 marzo 2016 con un’iniziativa che vuole sottolineare il suo operato. Il progetto si articola in tutti i luoghi che compongono il Complesso Culturale in Piazza di Porta S. Giovanni: Sala 1 Centro Internazionale d’Arte Contemporanea, TRAleVOLTE, Sala2Architettura, Teatro Salauno, lo studio di Tito e il Parco della Scala Santa.  Tra le iniziative anche una raccolta antologica fotografica di Stefano Fontebasso de Martino, testimone dell’operato di Tito da più di 35 anni. Un artista che dovrebbe sicuramente essere riscoperto dalla sua regione di nascita, il Molise, colpevolmente assente in iniziative atte a valorizzare e presentare la sua opera artistica. L'ultima presenza di Tito in regione, con due piccole sculture, risale al 2012 nella collettiva Restart presso la galleria Artes Contemporanea di Campobasso.

Un'intervista su Repubblica: Tito Amodei: sono un frate e sono un pittore ma trovo di pessimo gusto l'arte sacra

TITO:90
Energie tra figurazione e astrazione
dal 12 marzo al 12 maggio 2016
Presentazione: sabato 12 marzo, ore 17.30
Progetto di: Stefano Fontebasso de Martino, Mary Angela Schroth, Ottaviano D’Egidio, Francesco China, Francesco Pezzini, Alessandra Scerrato
Complesso Culturale di Piazza di Porta S. Giovanni, 10 (Scala Santa) Roma
Orario: lun-sab, ore 1630-19.30



domenica 25 ottobre 2015

Una stele a Oratino per il Museo nelle cave

Installazione della "Stele" in una cava di pietra calcarea di Oratino, opera realizzata da Renato Chiocchio e Ugo Tarasco. La Stele riprende un dettaglio dello stipite destro del portale centrale della chiesa di Santa Maria Assunta di Oratino datato 1526. La prima testimonianza del Museo nelle cave.
(Foto Dante Gentile Lorusso)





“Riportiamo dignità alle cave”. E’ stato questo  lo slogan scelto per l’iniziativa promossa ieri dalla Fondazione “NONSALAPIETRA”, col patrocinio dell’amministrazione comunale di Oratino e della Regione Molise. Un evento al quale ha preso parte l’intera comunità in segno di  gratitudine alla natura e alle cave che rappresentano la storia, l’identità e sono parte preziosa del patrimonio culturale e civile di Oratino. L’evento ha preso il via nel primo pomeriggio dove, da Piazza Chiesa è partita il corteo di cittadini con la Stele giunto fino alla cava di pietra in località Costa Santa Maria. Sulla sommità della cava è avvenuta l’installazione del manufatto, realizzato dal maestro scalpellino Renato Chiocchio e da Ugo Tarasco.
La Stele riprende un dettaglio dello stipite destro del portale centrale della chiesa di Santa Maria Assunta datato 1526. E’ stato scelto un luogo suggestivo, con l’incantevole Morgia a fare da sfondo, per la posa della prima pietra di quello che diventerà il Museo all’aperto di Oratino. Un progetto importante, unitamente alla creazione della scuola degli scalpellini, a cui  stanno lavorando con impegno e dedizione la  fondazione e l’amministrazione comunale. L’obiettivo è quello di non disperdere il sapere  che deriva dalla ricca  storia del borgo, una storia fatta di bellezza, maestria, dinamismo culturale; elementi questi ultimi che hanno fatto conoscere Oratino ben oltre i confini nazionali e su cui  oggi la comunità intende puntare per valorizzare il borgo in ambito turistico.

Nella seconda parte del pomeriggio si è tenuto un interessante convegno all’Auditorium Altobello, cui hanno preso parte  l’architetto Nicola D’Addio in rappresentanza della fondazione NONSALAPIETRA e i docenti Agostino Catalano ed Ernesto Di Renzo: il primo professore dell’Università degli Studi del Molise  e Presidente CICOP Italia Unesco, il secondo docente di storia delle tradizioni popolari all’Università Tor Vergata di Roma. “Una giornata carica di emozioni – ha affermato Dante Gentile Lorusso, tra i promotori dell’evento - che entrerà nella storia di una comunità caratterizzata da una forte vocazione creativa”.  Sul valore della creatività e sull’indissolubile legame tra natura e sapere umano sono stati incentrati gli interventi dei due docenti universitari, che con il loro contributo scientifico hanno arricchito una giornata salutata con grande gioia dal Sindaco Luca Fatica. Oratino si conferma avanguardia di un possibile rilancio del Molise sotto l’aspetto culturale e turistico. Si spiega così anche l’adesione convinta dell’amministrazione comunale al Parco delle Morge Cenozoiche. Ciò che di straordinario si è ereditato dalla natura, costituisce un oggi un valore aggiunto per la riscoperta, in chiave turistica, dei luoghi simbolo della storia e dell’identità stessa della comunità. (Fonte Moliseweb)

venerdì 20 giugno 2014

Forme dal Fuoco - Scultura all'Officina Solare


FORME DAL FUOCO
MASSIMO ANTONELLI / NINO BARONE / MICHELE CARAFA / CLEOFINO CASOLINO

a cura di Gioia Cativa

21 GIUGNO / 3 LUGLIO 2014

Inaugurazione sabato 21 giugno 2014
Ingresso libero
Apertura tutti i giorni ore 19.00 / 21.00

Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 Termoli


Presentazione

“Abbiamo tutti una vita interiore.
Tutti sentiamo di far parte di un mondo e nello stesso
tempo di esserne esiliati. Bruciamo tutti nel fuoco
delle nostre esistenze. Abbiamo bisogno delle parole
per esprimere ciò che abbiamo dentro.”
(Paul Auster)


“Forme dal fuoco” è una collettiva d'arte dal duplice significato: in virtù delle opere esposte al pubblico, ovvero piccole e medie sculture in terracotta. Da un lato, possiamo intendere il titolo da un punto di vista prettamente letterale, potremmo pensare ai manufatti di terracotta come il risultato finale di un processo di lavorazione che termina con la cottura nei forni ad altissime temperature: dal fuoco si generano quelle forme che osserviamo davanti a noi e che possiamo apprezzare. È la forza primordiale del fuoco, che avvolge le stesse, le forgia, le rende indistruttibili e tangibili quanto artisticamente uniche. La fiamma è vista come una mano creatrice che plasma e dona vita alla creatività degli artisti, di coloro che ideano e si affidano al fuoco per creare.
Da un punto di vista, invece, più metafisico, empatico o filosofico, il fuoco nell'arte ha rappresentato e, forse, rappresenta tutt'ora nel contemporaneo la forza purificatrice, quel simbolo di cambiamento e rinnovamento nel segno della distruzione e della rinascita. Nel secondo dopoguerra, l'arte conosce le combustioni di Alberto Burri, il suo studio del fuoco direttamente sull'opera, le sensazioni che si scatenano da essa, accompagnata dalla convinzione che non sia simbolo di distruzione, bensì l'annuncio di qualcosa di nuovo, che diventa una vera e propria forma di purificazione, soprattutto nelle performances degli anni '70. Allo stesso tempo, il fuoco diviene una di quelle immagini simboliche sempre più ricche ed articolate della contraddizione umana: protesa verso il nuovo, alla scoperta e al progresso ma allo stesso tempo incapace di dominare realmente con la ragione e con la scienza le forze più profonde della natura. Qui nella collettiva “Forme dal fuoco” vogliamo “leggere” la creazione di queste opere attraverso una visione metafisica, osservando un sentimentalismo ed una spiritualità che si esterna, si appropria di forme nuove per emanciparsi, liberarsi e venire fuori, rendendosi, così, comprensibile all'occhio profano.

La fiamma che arde, prende forma nelle sculture di Cleofino Casolino, dove la donna diviene quasi protagonista assoluta. Assistiamo ad una spontaneità delle forme espresse, in questo caso, con una semplice manifattura , ma che possiede e sprigiona una forte emotività. Casolino rappresenta un vulcano di creatività in continua produzione, un tumulto che si racchiude in queste terracotte presentate alla mostra: sono momenti e sensazioni dell'artista catturati nella materia. In questi lavori assistiamo all'esaltazione della femminilità nelle sue molteplici e tormentate forme , dalla voluttuosità alle tensioni delle stesse: corpi che si tendono, che si piegano su sé stessi,volti carichi di pathos, dolori che lacerano l'anima. È la drammaticità dei suoi contasti interiori.

Nino Barone, con una serie di piccole sculture vivacemente colorate, pone l'accento su un tema delicato ma quanto mai attuale: la salute dell'ambiente e la salvaguardia di specie (uccelli) a rischio estinzione. Forme particolarmente accentuate, richiamano alla mente uccelli esotici, caratterizzati da una vivida gamma cromatica. La terracotta viene lavorata in queste forme piccole ma armoniche e dipinte con cura dei dettagli. Siamo di fronte alle ispirazioni di Barone che prendono forma, alla sua fiamma artistica che si materializza in questi pregiati lavori, i quali diventano la sua testimonianza, la sua presa di coscienza di una natura sempre più debole ma distruttiva allo stesso tempo, dell'operato dell'uomo che inficia su di essa ed altera un equilibrio millenario. Osserviamo le sue emozioni realizzate artisticamente e prendiamo atto della sua indubbia capacità di lavorare, con eleganza ed armoniosità, i più diversi materiali e supporti.

Anche Massimo Antonelli ci permette di entrare nel suo immaginario sociale, se cosi lo possiamo definire, attraverso una “grattugia”in terracotta: l'oggetto è una metafora dell'artista per parlare di una società vuota, che è annichilita e annichilisce l'uomo attraverso enormi difficoltà, ingiustizie e dolori. Ci troviamo davanti ad un'opera “graffiante”, sinonimo di una vita che ci graffia, ci ferisce ma allo stesso tempo ci fortifica. Lo stesso Antonelli sostiene “ (…) i buchi sono gli eventi tristi. È la vita che ti gratta dentro:” l'arte contemporanea è, dunque, quella monumentalità e quella bellezza estetica “invisibile”, racchiusa all'interno di un comune oggetto. Assistiamo ad una scultura di recupero che, da un punto di vista estetico, si avvicina molto al ready- made, in quanto osserviamo un oggetto comune prefabbricato o realizzato con un materiale diverso dalla sua natura. Isolato dal suo contesto funzionale, dunque, decontestualizzato e contestualizzato nuovamente in seguito alle scelte dell'artista. L'autore “regala”una percezione diversa ed una visione analitica dell'oggetto, in quanto, possiamo osservare la scarnificazione dello stesso attraverso i tagli, le fessure ed i fori. Attraverso questa forma, Antonelli, manifesta il suo fuoco, quel grido di disapprovazione reincarnato nelle grattugie.

Come sosteneva Dewey nel suo “Art and Experience”l'arte non è un posto dove si incontrano solamente le sensazioni, ma diventa la creazione di qualcosa di nuovo, una nuova esperienza, ed è quello che fa anche Michele Carafa con la sua scultura “mi vuoi sposare?”. Un' artista che lavora con diversi materiali, dalla terracotta al polimaterico, in una ricerca plastica continua che culmina in sculture che uniscono spiritualità e una gestione dello spazio anche da un punto di vista geometrico. Una profonda religiosità pervade attraverso le forme plasmate da Carafa, si respira serenità, un senso di pace interiore che in “Mi vuoi sposare?”è dato dalle mani raccolte al petto, gesto che indica la nostra libertà, la possibilità attraverso il libero arbitrio di scegliere il meglio, godendo, di conseguenza, di uno stato di beatitudine. L'artista lavora dando forma ad una armoniosa plasticità, le varie componenti si sublimano in una perfetta unicità: è un assemblaggio che non conosce “interruzioni”, è un continuum di linee che aderiscono fra loro e sottolineano un momento di grande emozione ed evidenziano la capacità dell'artista di cogliere stati d'animo forti, che “ardono”, “imprigionandoli” nei suoi lavori.

Gioia Cativa

mercoledì 23 ottobre 2013

La vita che gratta - personale di Massimo Antonelli all'Officina Solare


"LA VITA CHE GRATTA"
Personale di
MASSIMO ANTONELLI
a cura di Tommaso Evangelista
26 ottobre / 6 novembre 2013
Inaugurazione sabato 26 ottobre 2013 ore 18.30
Apertura tutti i giorni 18.30/20.30
Ingresso libero
Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 Termoli


PRESENTAZIONE

Le sculture in creta di Massimo Antonelli sono estreme riflessioni materiche che partono da un oggetto ben preciso, una grattugia in questo caso, per mostrare una varietà di forme e configurazioni che annullano il punto di partenza della ricerca per aprire a indefinite sperimentazioni sulla forma. Come per le caffettiere di Riccardo Dalisi o le forchette di Bruno Munari assistiamo all’infinita trasfigurazione dell’utensile che da silenzioso strumento meccanico diventa struttura significante dotata di una propria aura. Proprio il conferimento dello status di opera comporta una percezione diversa, amplificata dall’apparente serialità dei lavori, e una visione analitica, quasi da microscopio, sulla struttura. Nell’ossessione del bene di consumo c’è sicuramente un clima “pop” (celebre la frase di Wahrol “Gli artisti producono cose inutili che alcuni apprezzano e sono disposti a comperare) anche se le impressioni possono essere eterogenee poiché il trattamento della superficie e la scarnificazione dei profili ci rimandano alle dinamiche dell’informale mentre i buchi e gli squarci alle tensioni spaziali di Fontana. Dall’esaltazione della ripetizione differenziata, col libero gioco dialettico tra riconoscibilità e assemblaggio-scavo, arriviamo così alla fine di Dio e ad un nichilismo di maniera nell’agitazione spaziale del collasso violato. Il modulo esaltato nelle sculture in metallo, e chiaramente in riferimento a forme architettoniche disumanizzanti e seriali, eccessivamente antinaturalistiche nella replica infinita, diventa ossessione dell’interno nei lavori in creta poiché i tagli e le ferite sono potente metafora di scavo interiore. Dalla rilettura della forma quasi divina, come fosse un’architettura sacra, della grattugia emerge una sensibilità che cerca nelle pieghe dell’oggetto insolito una critica ironica e spietata allo stesso tempo. Come ha riferito in diverse interviste, per l’artista i buchi delle grattugie sono le tensioni disumanizzanti dell’organico diventato numero: “Sono stato a New York e sono salito sull'Empire State Building: ho visto milioni di grattugie! Un vespaio che mette paura, che non ha rapporto con l'uomo. È la vita che ti gratta dentro; i buchi della grattugia sono tutti gli eventi tristi della vita: la solitudine, l'alienazione, la paranoia, la mia ulcera perforata. Se chiedi aiuto da una finestra di un grattacielo, non ti sente nessuno”. Le manipolazioni della creta diventano le dinamiche spietate della vita e sono gli occhi, inversi, dell’esistenza che guardano l’apparato umano dal profondo di una materia. La grande bellezza dell’estetica superficiale contemporanea, quindi, viene ad implodere e collassare nella monumentalità invisibile di un utensile letto come abitazione ma vissuto come corpo di confine, da manipolare fino all’eccesso del buco. Nel sistema che schiaccia l’individuo la refrattarietà della superficie della grattugia, graffiante appunto e capace di segnare, diventa il racconto di un mondo segnato fin nel profondo dai tagli e dal dolore. Una visione trasversale della vita che ha molto poco di dadaista, come potrebbe sembrare ad una prima lettura, e tanto di esistenziale poiché ogni segno, o stappo o fessura, è in fondo una mancanza e un’assenza non colmata dal desiderio ma solo da inutili paranoie.

Tommaso Evangelista

lunedì 16 settembre 2013

Ipotesi di unione - Opere scultoree di Antonio Natale di Maria


Ipotesi di Unione 
Personale di Antonio Natale di Maria 


21 settembre - 20 ottobre 2013

Inaugurazione sabato 21 settembre ore 18.30

Viale Elena 60, Campobasso

Tentativi di unione
(estratto dal testo critico di Tommaso Evangelista)

"Le sculture di Antonio Di Maria vivono sul sottile equilibrio della forma, nel tentativo di dare consistenza (tattile) a visioni frammentarie che vengono a fondersi nella materia viva della struttura. Il tentativo di unione sottolineato nel titolo è proprio questo sforzo dell’artista da una parte di mettere ordine nella concezione di opera e dall’altra di sommare le idee per presentarle come intimamente combinate e armonizzate. Lo stile, pur influenzato da certe tendenze primitiviste e naif, non rompe mai con i canoni classici tradizionali preservando figuratività e narratività pertanto ogni lavoro è di per se una storia da leggere in divenire, nella somma dei tempi che solo la statuaria riesce a presentare in simultanea. Il linguaggio, invece, spaziando dalla figurazione oggettiva alla rappresentazione simbolica all’astrazione, somma l’organico e il materico producendo un effetto piacevolmente distonico, ovvero per nulla dissonante (Eco). Il centro dell’intervento di Di Maria è l’immaginario archetipico delle forme mai chiuse in se stesse, nell’incomunicabilità dell’emblema e del sintomo, bensì sempre capaci di rivelare un racconto e pertanto di aprirsi al senso e alla lettura. Le virtù mitopoietiche del materiale plastico permettono un sottile scavo nell’inconscio per cui la materia oltre ad avere una forma, plasmata abilmente e con grande perizia tecnica, si costituisce anche in una storia...."
Eros

Guardiani del tempo
primavera

mercoledì 21 agosto 2013

Bianco come il silenzio - Personale di Angela Laudato

In occasione della settimana della cultura di Termoli le sale dello spazio espositivo del Castello Svevo da Mercoledì 28 agosto alle ore 20.30 al Lunedì 2 settembre alle ore 23.30 accoglieranno l’artista Angela Laudato in una mostra dal titolo “Bianco come il silenzio” a cura di Rezarta Zaloshnja.

Il titolo della mostra “Bianco come il silenzio” trae ispirazione dall’incontro tra la sensibilità artistica come tecnica e come espressione con l’intensità del mondo interiore e contemporaneo dell’artista. Al contempo le opere in mostra spaziano tra la pittura, scultura e installazioni le quali innescano ed attivano in forma provocatoria riflessioni ed emozioni nei fruitori delle opere. Lo spettatore si immerge in una dimensione con radici antiche come la storia del Castello Svevo che si contempla nel silenzio dei volti e delle forme essenziali che invadono lo spazio diventando così materia liquida di narrazione dell’intimità, dei frammenti e delle storie personali dell’artista attraverso l’immagine. 

Volti con bocche cucite, figure appoggiate su se stesse, alcune nell’ eterna ricerca dell’equilibrio, altre in meditazione melanconica, altre ancora origliano il silenzio e si rivestono di foglie di alberi. Capigliature che si avvolgono o si sciolgono nello spazio di tarlatana delle tele bianche. Ed infine i libri, personificazione dell’eterna comunicazione che viene tramandata in silenzio. 

Angela Laudato nasce a Termoli nel 1984, sin da piccola si appassiona all’arte. In seguito frequenta il Liceo Artistico B. Jacovitti di Termoli e nel 2003 si trasferisce a Roma per svolgere l’Accademia di Belle Arti, diplomandosi in Scultura. Nel suo percorso lavorativo collabora con Enzo Cucchi e contemporaneamente svolge molteplici mostre collettive tra Milano e Roma. In quest’ultime si presenta nella sua multiforme espressività spaziando tra scultura, pittura, incisione, fotografia, installazione e video - art. Attualmente vive e lavora a Roma. Le opere di Angela Laudato si possono consultare: http://angelalaudato.tumblr.com/

Ingresso LIBERO
Orario di visita: 20.30 – 23.30
28 agosto 2 settembre

giovedì 8 agosto 2013

Cleofino Casolino - personale di scultura all'Officina Solare


CLEOFINO CASOLINO
"Dall'incanto del Cuore l'Argilla Racconta"

a cura di GIUSEPPE SIANO

10 / 22 agosto 2013
Inaugurazione sabato 10 agosto 2013 ore 19.30
apertura tutti i giorni ore 22.00 / 23.30

OFFICINA SOLARE GALLERY
Via Marconi, 2 Termoli (Italy)

L’universo femminile di Casolino

Le opere in terracotta di Cleofino Casolino, presenti nel suo atelier, raccontano dell’universo femminile.Da ogni donna emerge un racconto, a cui è possibile attribuire un’esperienza, e classificarla con una tipologia psicologica, per risalire a un modello di vita e del rappresentare l’esistenza; come del resto è emerso in molti autori delle post-avanguardie storiche, che hanno scelto come finalità del proprio fare il «sentire», lo «sperimentare», l’«organizzare», la narrazione partendo dall’esperienza personale. Con meraviglia, visitando poi la chiesa di san Timoteo di Termoli, incontro un altro tipo di suoi lavori con la terracotta; per lo più sono opere appena sbozzate, che evocano esperimenti di altri autori d’avanguardia, riutilizzati in modo originale dall’artista termolese.

Il fare (poiein) rappresentativo di Cleofino Casolino è attento a raccontare sia le varie forme di coinvolgimento dell’animo e della mente nel quotidiano, che in effetti caratterizzano il lato sensibile — o femminile — degli uomini in generale, sia quella contemplazione che porta alla perdita del proprio genere.

Sembra che Cleofino nelle rappresentazioni del mistero del sacro predilige porre, però, l’accento sull’esperienza di un corpo mistico che ha subito gravi colpi dalla nostra attuale organizzazione sociale. Dalle sue rappresentazioni traspare, infatti, una probabile doppia soluzione; e il racconto si sospende nel vago, perché non rivela all’osservatore se la fede (rappresentata come una barca sconquassata e senza governo — o timone —) sta dirigendosi verso un naufragio sicuro in alto mare, oppure nonostante le distrazioni che seducono oggi il nostro universo fisico-e percettivo e che agitano così i marosi (pensieri) della mente, essa (fede) ora si sta dirigendo verso un approdo sicuro, in un porto. Nell’atelier trovo un altro tipo di rappresentazioni.

Sembra che l’altra natura dell’autore, attenta alla vita di tutti i giorni, lo induca a rappresentare nella terracotta anche i cambiamenti delle relazioni umane, cioè di quella materia tranquilla e sottomessa che prima veniva tenuta a freno dalle leggi spirito; fino a mostrarne altresì le tensioni che si producono nel fisico e nell’animo. In questo modo, quelle sue opere acquisiscono un significato sottile, che trattano di stati psicologici. Le sue rappresentazioni sono caratterizzate a partire proprio da quei vorticismi attrattori di movimenti che possono provocare instabilità, inquietudine, turbamento e angoscia nell’animo umano in generale, e femminile in particolare. Quei movimenti trascinano l’intera struttura fisica in una tensione, fino a segnarne l’aspetto interiore ed esteriore. La materia sembra sia diventata compartecipe degli umori e del coinvolgimento dell’animo umano, assumendo la forma del “genere” femminile.

Lo sviluppo del tema delle terrecotte di Casolino, infatti, oscilla proprio tra il tema delle “donne” di San Timoteo, che furono ligie nell’educare il giovane santo in vita, alla probità, alla bontà e alla santità, a quello che emerge da un volto femminile adagiato e ancora trasognante e senza espressione, su una barca sventrata e senza poppa e timone, fino alla rappresentazione di volti e corpi di donne prese dalle tensioni generate dalla vita.

Casolino sente tutto il coinvolgimento dell’umano in queste due estreme forme di organizzazione; da una parte quella che spinge l’uomo ad assumere un modello di elevazione e di distacco dagli accidenti della vita, dall’altra quella che percepisce l’inarrestabile coinvolgimento del proprio universo fisico e mentale nelle tante tensioni e disequilibri, che spesso s’introducono inarrestabili nel quotidiano, dove è impegnata questa nostraesistenza che, però, si vorrebbe armonica e pacificata come in un film.

Il racconto di Casolino pone anche una inevitabile analogia tra la Chiesa, nave o vascello salvifico dell’unità dei fedeli, e il corpo e la sua cura. Nonostante il sacro è da lui rappresentato come una barca sventrata, senza poppa e timone, come se fosse alla deriva, è per alcuni ancora un’ancora di salvataggio, che può tenere lontano l’agitarsi del mare mentale. La spiritualità dei fedeli, comunque, è anch’essa sconquassata e messa in dubbio dalle tensioni e dal desiderio di apparire, in una socialità in cui l’unico valore instabile e fluttuante sembra sia il consumo e l’acquisizione di beni materiali.

L’universo dell’artista è rappresentato in successione tra il proiettare nella quotidianità i propri sogni e cercare di realizzarne i desideri nascosti nel proprio animo (come nelle opere Sinuosità, Sogno,); o la ricerca del cambiamento di personalità che avviene attraverso segnali esteriori (Metamorfosi); o di rappresentare a tutti di essere una madre-Madonna; o del gruppo di suore che, in preghiera e in opere, hanno scelto di uniformarsi alla vita di santa Giovanna Antita Touret; o “l’abbraccio” di una madre al proprio piccolo figliolo; o l’altero gusto di una donna che si adorna per uscire (senza titolo); e, infine, la superficialità di qualche altra la cui unica occupazione è mantenere un bel profilo (senza titolo) — e non importa se l’altra parte del volto non c’è, quasi a sottolineare che un’esistenza può essere solo cura minuziosa di se stessi…, del corpo, o del proprio benessere, senza preoccuparsi del rapporto con gli altri, insomma.

Casolino nei volti femminili trova la possibilità di narrare dei caratteri e mettere in scena fantasiosi racconti di donne. Oggi la maschera è rilevatrice del messaggio sensitivo e percettivo che si vuole rappresentare e trasmettere a tutti quelli che sono coinvolti nello stesso ambiente vitale.

La forma, o apparenza, o verosimile, ha preso il sopravvento, sull’anima e la verità. Questo ha prodotto una consapevolezza, ulteriore, però; ognuno interpreta e dà valore alla maschera secondo una propria — o singolare — scala di valori, e attraverso i propri modelli culturali, che non sono ormai più “oggettivi”, cioè validi per tutti. Chiunque si trova a fare una scelta, e vive le proprie tensioni, direzioni, naufragi o approdi. Cleofino Casolino, dal proprio punto di vista, accentua ed esagera nei suoi racconti di terracotta l’universo femminile, e in questo modo eccede i due mondi separati del maschile e del femminile. Egli porta a estreme conseguenze i caratteri umani, ma si sa che, come ogni artista, egli come fine ha l’arte intesa quale narrazione di un’esperienza, e simula la vita col suo rappresentare.

Giuseppe Siano


domenica 2 dicembre 2012

sabato 3 novembre 2012

Michele Peri - Il racconto, la scultura


Sabato 3 novembre alle ore 18,30 sarà inaugurata la mostra personale dello scultore Michele Peri dal titolo “Il racconto, la scultura”, preceduta da una presentazione dell’opera dell’artista molisano che si terra presso la sala delle conferenze del Museo-Frac di Baronissi.

Questa è la prima significativa personale in area campana dopo circa trent’anni da quella allestita alla Galleria san Carlo di Napoli: ordinata da Pasquale Ruocco essa ripercorre, attraverso opere cariche di una straordinaria essenzialità narrativa, le esperienze di questo ultimo decennio nelle quali l’artista di Rocchetta al Volturno ha maggiormente insistito sull’invadenza dello spazio, assunto come “materia” di una narrazione autobiografica.

“Con la mostra dedicata allo scultore Michele Peri, formatosi nel clima della cultura artistica napoletana della fine degli anni Sessanta, si apre – evidenziano Giovanni Moscatiello sindaco di Baronissi e Nicola Lombardi assessore alla cultura – una nuova stagione espositiva: abbiamo svoltato il primo decennio di attività con significative esposizioni che hanno immediatamente segnalato il FRaC come punto di riferimento di quanto accade nel mondo della creatività artistica dell’Italia meridionale.

Esposizioni, rassegne, antologiche sempre frutto di attente ricerche sul campo, in aperto dialogo con i giovani artisti, i protagonisti di questi nostri anni e, al contempo, di una nuova pratica di ricerca storiografica che ha reso possibili antologiche quali, tra le tante, quella di Guido Biasi, la prima in Italia dal 1964, di Gerardo Di Fiore, di Errico Ruotolo, di Virginio Quarta e di Angelo Casciello, nonché la grande rassegna dedicata ai maestri del disegno italiano contemporaneo, ospitata lo scorso dicembre.”

L’esposizione accoglie sette installazioni, tra queste alcune realizzate dall’artista appositamente per questa mostra, vale a dire Riflessi, Concerto d’aria composta da 48 cuscini in plastica color argento gonfiati e posti alle stravaganti irrealtà della lampada di Wood e la grande parete Bianco in progress. In mostra inoltre la poetica Gocce, una installazione del 1995 e Vele del 2009.
“L’artista a fine del decennio ottanta avvia un processo di frantumazione delle masse scultoree – osserva Ruocco –, spostandosi sempre più verso il campo dell’installazione, aggiungendo nello spazio una ricostruzione fantastica del reale.

Penso a Sole nero, un pesante globo di ferro sospeso, attorno al quale si muovono come pianeti elementi in cemento, una visione cosmica che spinge l’autore a sfidare le leggi di gravità liberandosi dei vincoli stabiliti dal pavimento e dalle pareti; a Movimenti circolari, del 1989, nella quale la ieraticità che aveva contraddistinto le precedenti opere cede il passo ad un nuova esuberanza espressiva, proiettata in ogni direzione attraverso tondini di ferro che fuoriescono, come raggi solari, da corpi lignei. L’artista spinge la pratica scultorea a proporsi come presenza viva, disposta a dialogare, cioè a farsi conoscenza dello spazio che la accoglie, anche con incursioni nel campo dell’urbano, che prenderanno maggiormente forma s nel corso degli anni Novanta e nei primi del Duemila.”

“La ricerca plastica di Michele Peri – è quanto evidenzia Ada Patrizia Fiorillo nelle pagine introduttive al catalogo – trattiene in sé molte peculiarità di cui una, di indubbia connotazione, è quella di segnalarsi per una leggerezza che è anche veicolo di grande forza, sia essa narrativa, evocativa nonché, sovente, di pregnanza strutturale. Non si tratta di aspetti contraddittori. L’artista è pienamente dentro le vicende della scultura contemporanea di cui si fa interprete fecondo, registrandone le potenzialità, le sperimentazioni, il suo essere corpo vivo e concreto nello spazio della realtà, trascesa con quella dose di immaginazione che ogni opera d’arte porta con sé.

Ecco allora farsi avanti per Peri innanzitutto il valore della materia cui egli risponde con il bisogno di saggiarne tra le più varie e consentite al percorso della plastica moderna, dal legno, al ferro, al rame, al vetro, all’alabastro del Volturno, alle resine, alla luce, alla terra; poi il dettato della forma che per Peri assume un valore relativo sia in ragione dello spazio che l’accoglie sia in virtù del contenuto; infine il desiderio di approdare ad una sintesi espressiva in grado di restituire volumi calzanti ad un’interiore necessità di dire.”

In occasione della mostra è stato pubblicato, da Gutenberg Edizioni, un catalogo monografico curato da Pasquale Ruocco, introdotto da scritti di Massimo Bignardi ed Ada Patrizia Fiorillo, da un’ampia lettura critica del curatore, un’antologia della critica con testi, tra gli altri, di Marcello Venturoli, Achille Pace, Vitaliano Corbi, Gérard-Georges Lemaire, Giorgio Di Genova, apparati biografici e bibliografici ed un corredo illustrativo a colori e in bianco e nero.

Michele Peri è nato a Rocchetta al Volturno nel 1947 dove vive e lavora. Diplomatosi maestro d’arte presso l’Istituto d’Arte di Isernia, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Napoli, ove frequenta il corso di pittura del maestro Brancaccio, diplomandosi nel 1968. I suoi interessi iniziali sono rivolti alla pittura, declinando impianti di forte vivacità cromatica: v’è in questo periodo l’attenzione alle immagini tratte dal paesaggio che lo circonda.

Gli anni Ottanta segnano un deciso passaggio alla scultura, fatta eccezione per alcune tele che l’artista realizza tra il 1983 e 1’84 sul tema della “terra-colore”. Più recente, invece, l’apertura del suo lavoro verso lo ‘progettazione’ dello spazio approdando ad installazioni di carattere ambientale. Tra le principali mostre personali: 1982,Galleria Arte Più, Expo Arte, Bari; 1983 Palazzo di Città, Cassino; 1985, Galleria San Carlo, Napoli; Galleria Le Colonne, Brescia; 1987, Galleria Il Castello, Maddaloni; 1990, Sala 1, Roma; Galleria Fluxia, Chiavari; 1991, Chiostro della Curia Vescovile, Cassino; Galleria Aedes, Cassino; Galleria Dedalos, San Severo; 1992, Galleria Dedalos, San Severo; Galleria La Seggiola, Salerno; 1997, Palazzo Pollice, San Martino in pensilis; 2001, “Kalenarte”, Casacalenda Campobasso; 2010, Istallazione per Enel Energia Museo.

Tra le principali recenti partecipazioni a rassegne: 2009, “Il mistero della Croce dalla kenosi alla gloria”, Galleria Travaglini, Pesche; XXVIII Mostra d’Arte Contemporanea, Palazzo Baronale, Isernia; Enel Energia, Museo del Secondo Risorgimento, Rocchetta a Volturno; 2010, Collettiva d’arte contemporanea, Palazzo Castani, Sermoneta; Festa del Merlo, Saviano; XX Kalenart 1990-2010, Museo all’aperto, Casacalenda; “Oltre il Ponte. Omaggio a Jaime Pintor” Museo del Secondo Risorgimento d’Italia, Rocchetta a Volturno; “La natura, l’arte ed il gioco”, Parco del Circeo, Latina: “Patini in-con-tra Castel di Sangro”, Castel di Sangro; “Ebbrezze d’arte”, Macchia d’Isernia; 2011, “VolturnArt- 150 Artisti per l’Unità d’Italia”, Rocchetta a Volturno; “Sotto il segno del Toro: Mithra”, Museo archeologico, Santa Maria Capua Vetere;“Carte Contemporanee. Esperienze del disegno italiano dal 1943 agli anni Novanta – Omaggio agli anni Novanta – Omaggio ad Ugo Marano ”, Museo FRAC Baronissi.

(Fonte: Artribune)

Concerto d'aria, installazione, 2012

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