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mercoledì 7 novembre 2018

Gino Marotta – Il favoloso mondo di Gino Marotta



“Ho sempre agito sulla base di un’incontrollata curiosità, su un’idea di arte come sintesi di natura e di artificio.” 


Gino Marotta (Campobasso, 1935 – Roma, 2012) e’ uno dei protagonisti dello scenario artistico italiano e internazionale degli anni ’60, che introduce una visione dell’arte innovativa, attraverso l’uso di nuovi materiali chimici/industriali, in particolare il metacrilato che declina poeticamente, ricavandone universi lirici. 

L’artista sceglie, con questo mezzo, di esplorare ciò che caratterizza maggiormente la sua poetica: il dualismo tra natura e artificio, luce e trasparenza, opera e ambiente, che lo porta a ricreare scenari immaginari popolati da figure trasparenti, tratte dal mondo della natura ma dichiaratamente fittizie e svuotate di ogni consistenza corporea.
La galleria Erica Ravenna Fiorentini rende omaggio a Gino Marotta con una mostra personale, ripercorrendo le tappe più significative del suo percorso artistico, dai bandoni di ferro, attraverso le tele fino alle sculture in metacrilato, espressione della sua indagine sulla modernità.


lunedì 11 novembre 2013

Oasi della natura artificiale - L'opera aperta di Gino Marotta

Di seguito il testo critico di Lorenzo Canova, curatore della mostra di Gino Marotta all'Ex-Gil di Campobasso. Maggiori informazioni e materiale (foto e testi) si possono trovare sul sito della Fondazione Molise Cultura.


OASI DELLA NATURA ARTIFICIALE
L’opera aperta di Gino Marotta

Lorenzo Canova

Palme, siepi e querce che sorgono dal pavimento, foreste di menta che inquadrano lo spazio in un modulo cubico, rinoceronti, giraffe e tigri che in un cono temporale riportano fino al paleolitico, cicloni e alberi elettrici che seguono il tracciato del laser in pulsanti vibrazioni di led luminosi: Gino Marotta, a un anno dalla sua scomparsa, torna a Campobasso con sessanta opere negli splendidi spazi di quella Ex GIL al cui recupero aveva dedicato una grandissima e costante attenzione. 

Questa grande mostra nella sua regione e città di origine, a cui Gino Marotta comprensibilmente teneva in modo speciale, non rappresenta solo un omaggio a un grande protagonista della cultura italiana e internazionale, ma una prova tangibile della vitalità creativa e della grande forza costruttiva di un uomo che ha sempre saputo rinnovarsi e mettersi in gioco fino agli ultimi giorni, cercando sempre nuove soluzioni tecniche, formali e concettuali e senza temere relazioni e confronti affascinanti e pericolosi, come nella sua mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma dello scorso anno. 

Il risultato di questa mostra rispecchia dunque pienamente il suo progetto, nell’idea di apertura e sconfinamento che ha segnato costantemente il suo lavoro, seguendo la visione di sviluppo del futurismo elaborata nel fecondo clima della Roma degli anni sessanta di cui Marotta è stato uno degli assoluti protagonisti, elaborando tra i primissimi i codici fondanti dell’environment, di quell’opera-ambiente i cui spazi immersivi devono assorbire e coinvolgere totalmente lo spettatore in modo multisensoriale, come accade nella sua Foresta di Menta del 1968. Questo capolavoro, esposto nel Teatro delle mostre a Roma proprio nel 1968 e che per fortuna ha rivisto recentemente la luce dopo anni di oblio, apre non a caso la mostra di Campobasso per fare entrare gli spettatori nel mondo magico dell’artista, assorbendoli nel suo avvolgente abbraccio fatto di liane artificiali, di profumi e sapori, fondendo l’elemento visivo, tattile, olfattivo e gustativo come se si sprofondasse tra le alghe di un lago di menta e realizzando in modo geniale le intuizioni dell’arte polisensoriale teorizzata da Marinetti. L’unicità della Foresta di Menta è tuttavia anche quella di legare tutte le ricerche di Marotta coniugando la sua ironia e il suo sguardo ludico al rigore progettuale che lo ha sempre visto dialogare col design e l’architettura, in un modulo cubico che, nella sua raffinata sintesi polimaterica, dialoga in modo paritario con le ricerche poveriste e con il minimalismo, a cui aggiunge una qualità tutta italiana della scansione prospettica e della concezione cromatica, dove le strisce di plastica fremono di vibrazioni di verde nella stasi o nel movimento generato dall’attraversamento dei visitatori. 

Non casualmente la stessa idea di inglobamento dello spettatore nello spazio, nell’architettura, nella luce e nel colore dell’opera, che provoca un sottile e raffinato senso di disorientamento, si ritrova anche nel solenne Cronotopo virtuale del 2011, altra opera-ambiente che conclude l’arco temporale dei lavori esposti. Qui l’artista, incidendole col laser percorso dalla luce artificiale, ripercorre alcune immagini portanti della sua carriera, costruendo un piccolo labirinto traslucido dove la scatola prospettica si scompone e si sovrappone in una simultaneità iconica di punti di vista e di intrecci spazio-temporali incastrati in un luogo apparentemente accogliente ma che ha il potere di ribaltare e mettere in crisi le nostre certezze percettive. 

Seguendo dunque la seconda matrice della sua opera, derivata dalla Metafisica di Giorgio de Chirico, che tra l’altro lo aiutò in occasione del suo primo arrivo a Roma da ragazzo, Marotta struttura le sue opere sul modello di una geometria in cui i punti prospettici si sincronizzano in un gioco di chiusure e di vuoti, di volumi architettonici e di rivelazioni matematiche, dosando in modo sapiente anche la dialettica di contrasti e armonie delle luci e delle ombre. Marotta accende così i colori pop che lo stesso de Chirico aveva anticipato nei suoi quadri ricevendo l’omaggio dei suoi ammirati e più giovani continuatori, rischia cromatismi acidi e si immerge in tenebre splendenti di magnifici riflessi sintetici e industriali che ci regalano tutta la sua sfarzosa e rigorosissima intensità della sua visione cromatico-pittorica. 

La mostra di Campobasso, nei suoi spazi aperti dove le opere conversano liberamente, evidenzia ancora una volta come Marotta sia stato uno dei veri artisti totali del secondo novecento, prosecutore della visione dell’artista polimorfico rinascimentale e barocco, capace di fondere pittura, scultura e architettura, di raggiungere il design e di contribuire all’apertura verso l’opera ambientale e la dimensione dello spettacolo, in una declinazione anche elettronica, con l’uso del neon prima e poi con i led delle sue ultime opere che pulsano nel buio come costellazioni artificiali nate dal suo pensiero costruttivo. 

L’interesse di Marotta per l’elemento artificiale rimodellato dal pensiero e dalla mano dell’artista, in dialogo attivo e propositivo con il mondo della produzione e dell’industria è del resto evidente sin dal Bandone del 1958, in cui la suggestione informale dialoga con il contesto internazionale del nouveau réalisme e del new dada nel riutilizzo dei materiali di recupero a cui l’artista imprime tuttavia una direzione architettonico-costruttiva del tutto personale che lo porta presto alle pitture-oggetto dei primissimi anni sessanta e al successivo uso di quel metacrilato che diventa il suo materiale di elezione. 

Sono gli anni in cui l’artista entra in rapporto diretto con quel contesto internazionale che ha portato alla pop art, a cui Marotta dà un originale contributo proprio con i suoi metacrilati, dove fonde le sue esperienze progettuali di designer alla sua sintesi iconica e strutturale che ha dato un senso nuovo al concetto stesso di scultura. 

Marotta, infatti, non ha rinnegato il rapporto con la produzione industriale, ma lo ha posto al centro delle sue opere nate dalla sua azione disegnativa e progettuale. Così è stata la materia plastica la protagonista di questo intenso dialogo che Marotta ha intrapreso seguendo quell’idea costruttiva che negli anni Cinquanta e Sessanta ha reso l’Italia un esempio per moltissime ricerche internazionali. 

Attraverso il metacrilato, l’artista ha superato l’idea statica della scultura spostandosi, parallelamente ad alcuni compagni di strada, proprio verso l’esito (già intuito dai futuristi) dell’arte ambientale, di nuovo quell’environment in cui l’opera si apre per fare entrare lo spettatore al centro del suo nucleo strutturale. Quest’idea di spalancare l’arte alla dimensione della vita conduce così a installazioni dove è diventato centrale l’interesse di Marotta per la dialettica e il confronto tra naturale e artificiale. 

In queste opere degli anni sessanta e primissimi settanta, difatti, gli alberi, i boschi, le palme, gli animali, il mare e la pioggia sono di metacrilato, spesso con inserimenti di neon, per annunciare le metamorfosi della modernità di un’arte che trasforma e modella il paesaggio, ma anche per celebrare industrialmente il sentimento elegiaco della perdita, la nostalgia per un mondo rurale in via di estinzione, come quello del suo Molise. 

Nell’età dell’oro della Roma degli anni sessanta, Marotta approda allora alla dimensione aperta e collettiva dello spettacolo, come territorio di dialogo e interazione per le arti sulla linea inaugurata proprio dal futurismo. Muovendo da questi presupposti, e soprattutto nel suo lungo sodalizio con Carmelo Bene, dal film Salomè fino agli spettacoli teatrali Nostra Signora dei Turchi e Hommelette for Hamlet, Marotta sposta in modo quasi naturale la sua attenzione verso una dimensione legata al teatro e al cinema, intesi come forme espressive che immergono e coinvolgono lo spettatore nello spazio dell’opera. 

Marotta, con le sue Veneri artificiali che citano l’immagine della Venere e Amore di Lucas Cranach ma usando comunque materiali extrapittorici e metacrilato, ha poi anticipato il contesto di recupero della storia dell’arte degli anni ottanta, nel cui contesto si collocano la grande installazione in pietra Le rovine dell’Isola di Altilia della Biennale di Venezia del 1984 (un omaggio all’area archeologica dell’antica città romana di Sepino, i cui resti sorgono non lontano da Campobasso e a cui l’artista era molto legato) e la straordinaria scenografia di Hommelette for Hamlet (1987) che vale a Marotta il Premio Ubu nel 1988, in una nuova stagione degli anni ottanta che mostra un artista allo stesso tempo differente e coerente rispetto alle esperienze precedenti. 

Tuttavia, mai appagato dai risultati raggiunti, Marotta, dalla fine degli anni novanta in poi, rinnova i suoi metacrilati, facendone quadri, sculture e installazioni con inserti digitali e di led luminosi come il citato Cronotopo virtuale .

In questa e nuova e felice stagione, l’artista si è concesso anche il lusso elegante di una pittura in cui, come de Chirico con la sua Neo-Metafisica, Marotta gioca con il suo mondo iconografico componendo opere di misteriosa sospensione in cui tutto viene preso da un vento enigmatico di leggerezza che fa volare le cose nel turbine leggero e fremente di una stesura lieve e raffinatissima formata su una visione composita e impalpabile, allo stesso antica nel suo rigore e futuribile nel suo immaginario. 

In questo senso si comprende di nuovo come una mostra di Gino Marotta non sia fatta da una serie di opere in successione, ma come formi al contrario una sola grande opera ambientale che gli spettatori potranno percorrere come una splendida avventura in un mondo fantastico, composto dall’integrazione totale di installazioni, scultura e pittura, in una dimensione aperta e spettacolare che si dona alla vita per abbattere i confini tradizionali formando nuovi codici spaziali e costruttivi. 

Nella fusione di tutti questi elementi di questa opera unica e aperta, i diversi capitoli tracciati da Marotta si stagliano con energia nelle prospettive tese e rilucenti delle sale rinnovate della Ex GIL, dialogano con lo spazio e formano nuove relazioni tra le loro modulazioni e il loro impianto costruttivo, i colori acidi e squillanti si armonizzano con le oscure trasparenze dell’Oasi d’ombra che si distende verso la Foresta di Menta e il Corteo di dromedari, i Fenicotteri artificiali sembrano essere volati via dall’Oasi coloratissima e rispecchiata nelle vetrate dell’Hortus conclusus con il suo serpente blu e la sua giraffa rosa che mangia un fiore, lirica anticipazione della Ninfea blu che sboccia nel buio con le sue onde azzurre riflesse nelle sculture di luce, vibrazioni ininterrotte del genio elettrico di Gino Marotta che continua ancora a regalare nuove visioni e nuove splendenti rivelazioni.






Gino Marotta all'Ex-Gil




GINO MAROTTA
a cura di Lorenzo Canova

Palazzo EX GIL
Fondazione Molise Cultura
Via Milano 15/ Via Gorizia 86100 Campobasso

conferenza stampa sabato 16 novembre 2013 ore 11

inaugurazione sabato 16 novembre 2013 ore 18

Una grande mostra di Gino Marotta (Campobasso 1935- Roma 2012) inaugurerà sabato 16 novembre le splendide sale espositive della Fondazione Molise Cultura nel restaurato palazzo della Ex GIL di Campobasso progettato dall’architetto Domenico Filippone. 

La mostra (curata da Lorenzo Canova, docente di storia dell’arte contemporanea dell’Università del Molise e Sovrintendente della Fondazione Molise Cultura) nasce come un grande omaggio a Gino Marotta nella sua regione e nella sua città di nascita, a un anno esatto di distanza dalla sua scomparsa, e sviluppa un progetto, al quale ha lavorato fino ai suoi ultimi giorni, pensato proprio per gli spazi del palazzo della Ex GIL a cui l’artista era particolarmente legato. 

Raccolte intorno a otto grandi installazioni, saranno dunque esposte sessanta grandi opere pittoriche e scultoree di Marotta che coprono più di cinquanta anni di lavoro, dal Bandone del 1958 fino al Cronotopo virtuale del 2011, in un percorso che non rappresenta solo un dovuto tributo a un grande protagonista della cultura italiana e internazionale, ma una dimostrazione tangibile della vitalità creativa e della grande forza costruttiva di un uomo che ha sempre saputo rinnovarsi e mettersi in gioco, cercando sempre nuove soluzioni tecniche, formali e concettuali

Sarà possibile dunque ammirare una splendida selezione dei metacrilati di Marotta: palme, siepi e querce che sorgono dal pavimento, foreste di menta che inquadrano lo spazio in un modulo cubico, rinoceronti, giraffe e tigri che in un cono temporale riportano fino al paleolitico, cicloni e alberi elettrici che seguono il tracciato del laser in pulsanti vibrazioni di led luminosi. 

Il risultato di questa mostra rispecchia dunque pienamente l’idea di apertura e sconfinamento che ha sempre segnato il lavoro di Marotta, seguendo la visione di sviluppo del futurismo elaborata nel fecondo clima della Roma degli anni sessanta di cui l’artista è stato uno degli assoluti protagonisti, elaborando tra i primissimi i codici fondanti dell’environment, di quell’opera-ambiente i cui spazi immersivi devono assorbire e coinvolgere totalmente lo spettatore in modo multisensoriale, come accade nella sua Foresta di Menta del 1968. Questo capolavoro apre non a caso la mostra di Campobasso per fare entrare gli spettatori nel mondo magico dell’artista, assorbendoli nel suo avvolgente abbraccio fatto di liane artificiali, di profumi e sapori, fondendo l’elemento visivo, tattile, olfattivo e gustativo. 

L’esposizione, nei suoi spazi aperti dove le opere conversano liberamente tra loro, dimostra ancora una volta come Marotta sia stato uno dei veri artisti totali del secondo novecento, prosecutore della visione dell’artista polimorfico rinascimentale e barocco, capace di fondere pittura, scultura e architettura, di raggiungere il design e di contribuire all’apertura verso l’opera ambientale e la dimensione dello spettacolo, in una declinazione anche elettronica, con l’uso del neon prima e poi con i led delle sue ultime opere che pulsano nel buio come costellazioni artificiali nate dal suo pensiero costruttivo. 

Si potranno ammirare anche i grandi quadri degli ultimi anni in cui Marotta gioca con il suo mondo iconografico componendo opere di misteriosa sospensione dove tutto viene preso da un vento enigmatico di leggerezza che fa volare le cose nel turbine leggero e fremente di una stesura lieve e raffinatissima formata su una visione composita e impalpabile, allo stesso antica nel suo rigore e futuribile nella sua visionarietà iconica. 

Nella fusione di tutti questi elementi di questa opera unica e aperta, i diversi capitoli tracciati da Marotta si stagliano con energia nelle prospettive tese e rilucenti delle sale rinnovate della Ex GIL, dialogano con lo spazio e formano nuove relazioni tra le loro modulazioni e il loro impianto costruttivo, i colori acidi e squillanti si armonizzano con le oscure trasparenze dell’Oasi d’ombra che si distende verso la Foresta di Menta e il Corteo di dromedari, i Fenicotteri artificiali sembrano essere volati via dall’Oasi coloratissima e rispecchiata nelle vetrate dell’Hortus conclusus con il suo serpente blu e la sua giraffa rosa che mangia un fiore, lirica anticipazione della Ninfea blu che sboccia nel buio con le sue onde azzurre riflesse nelle sculture di luce, vibrazioni ininterrotte del genio elettrico di Gino Marotta che continua ancora a regalare nuove visioni e nuove splendenti rivelazioni. 

Per l’occasione sarà stampato un catalogo pubblicato da Maretti Editore dove saranno pubblicate le immagini delle opere di Marotta già installate negli spazi della Ex GIL. 

Conferenza stampa sabato 16 novembre 2013 ore 11 

Interventi: 
Paolo di Laura Frattura 
Presidente Regione Molise
Fondazione Molise Cultura
Sandro Arco
Direttore Fondazione Molise Cultura
Lorenzo Canova
Università del Molise- Sovrintendente Fondazione Molise Cultura - Curatore della mostra

Seguirà visita guidata alla mostra per la stampa 

Nel pomeriggio
Inaugurazione e apertura al pubblico sabato 16 novembre 2013 ore 18
Alle 19 cocktail dinner in collaborazione con 
Cantine D’Uva; Pastificio La Molisana; Onav sezione di Campobasso

GINO MAROTTA
Palazzo EX GIL
Fondazione Molise Cultura
Via Milano 15/ Via Gorizia 86100 Campobasso
16 Novembre 2013 – 28 febbraio 2014
Orari: Lun - Ven. 10,00/ 13,00 - Lun. e Merc. 15,30/ 18,00
Info e Prenotazioni Tel. 0874/314383 Fax 0874/437388 Cell. 3891018993 www.fondazionecultura.it
mostra organizzata con la collaborazione scientifica dell’ARATRO, Archivio delle Arti Elettroniche – Laboratorio per l’Arte Contemporanea dell’Università del Molise
Catalogo: Maretti Editore

mercoledì 21 agosto 2013

L'albero della Vita di Marotta e free cannabis


di Paolo Giordano su Il quotidiano del Molise

L’aver scelto una scultura di Gino Marotta per abbellire l’ex Villa dei Cannoni, oggi B. Musenga, non obbliga tutti -indistintamente- ad apprezzare quel genere d’arte. Ma la mancanza di rispetto per la produzione artistica in generale, e nello specifico per quella di chi, come Marotta, si è distinto in Italia ed all’estero ricevendo apprezzamenti e consensi, denota una povertà d’animo ed una completa ineducazione al bello.

L’Albero della Vita continua ad essere scambiato per una bacheca, infatti vi si affiggono i più disparati manifestini. Inoltre lo si sta utilizzando per lanciare un messaggio pro liberalizzazione delle droghe leggere attraverso un pupazzo issato sul piedistallo con la scritta: “lasciatemi fumare in pace – legalize – free cannabis”.

Troppo semplicistico il solo condannare gli autori di simili comportamenti! Senza dubbio la mancanza di rispetto per l’Arte va biasimata, ma altre due domande “nascono spontanee”.

La prima è come mai, pur trovandoci a due passi dal Comune (del Capoluogo di Regione), nessuno abbia ancora rimosso i volantini da mesi ivi attaccati.

La seconda è se ci si stia veramente interrogando su cosa frulli nelle giovani teste del popolo che frequenta quel luogo nel cuore di Campobasso. Il pupazzetto “fuma canne”, collocato in modo sicuramente inopportuno, è la punta d’iceberg di malessere sociale, ed insofferenza giovanile, oppure è solo la “simpatica” bravata di uno spiritosone?

paolo giordano campobassensis il blog del giornalista Paolo Giordano, ricco di spigolature molisane e articoli di arte e di cultura. Tra le penne più interessanti e raffinate che si occupano di cultura sui giornali della regione.

giovedì 11 luglio 2013

Quinta Biennale del Piccolo Formato


QUINTA BIENNALE
DEL PICCOLO FORMATO

organizzazione: OFFICINA SOLARE GALLERY / CENTRO CULTURALE IL CAMPO

A CURA DI RINO CARDONE

con una testimonianza di TOMMASO EVANGELISTA

ARTISTI
Luca Alinari, Gianfranco Baruchello, Gastone Biggi, Ennio Calabria, Gaetano Carboni, Karmil Cardone, Nicola Carrino, Tommaso Cascella, Francesco Casorati, Christo, Michele Cossyro, Danilo De Mitri, Giulio De Mitri, Chiara De Iuliis, Cosmo Di Florio, Fabio Di Giannantonio, Pablo Ehaurren, ElleplusElle, Paolo Laudisa, Ettore Le Donne, Donato Linzalata, Sergio Lombardo, Carlo Lorenzetti, Lughia, Nguenya Valente Malangatana, Pompilio Mandelli, Gino Marotta, Vincenzo Mascia, Luigi Mastrangelo, Fabiola Mignogna, Ugo Nespolo, Hugo Orlando, Michele Peri, Luigi Petrosino, Lorenzo Piemonti, Concetto Pozzati, Renzogallo, Ernesto Saquella, Mario Sasso, Mario Serra, Salvatore Sebaste, Nazzareno Serricchio, Giacomo Soffiantino, Maria Teresa Sorbara, Mauro Staccioli, Antonio Tramontano, Valeriano Trubbiani, Wladimiro Tulli, Aldo Turchiaro.



13 / 25 luglio 2013

Inaugurazione sabato 13 luglio 2013 ore 22.00

OFFICINA SOLARE GALLERY
VIA MARCONI, 2 TERMOLI (ITALY)

apertura tutti i giorni 22.00 / 23.30



Rino Cardone. 

DINAMICHE DELL’”IPERSPAZIO AUTOPOIETICO” NELLE DIMENSIONI DEL “PICCOLO FORMATO”

La quinta edizione della “Biennale del piccolo formato” organizzata dell’Officina Solare Gallery di Termoli e dal Centro Culturale “Il Campo” di Campomarino si presta a una riflessione: sull’iperspazio delle opere di “ridotte dimensioni”, sulla contemporaneità artistica e sulle avanguardie creative, al tempo d’oggi. Essa si presta a questo genere di valutazione, non solo per l’attualità e la qualità delle opere esposte, ma anche per la piena rappresentatività degli artisti proposti e per il “processo di riduzione” della realtà immaginifica, attuato presentando, al pubblico, lavori di ridotte dimensioni.

In mostra sono opere di autori vari: ciascuno con un suo linguaggio, con una propria tecnica e con una specifica personalità artistica. Si passa dal figurativismo, all’informale, all’arte povera, abbracciando pure l’espressionismo astratto, il lirismo pittorico, l’astrattismo materico, la surrealtà magica e appariscente, la sensorialità visiva dei new media e il sinergismo, oggi, esistente tra la fotografia d’autore e i nuovi linguaggi creativi. I lavori proposti sono portatori di messaggi immaginari e immateriali, interfaccia tra il mondo chimerico, di sempre, che appartiene al pensiero dell’artista e quella realtà – tipica dell’arte contemporanea e delle avanguardie – divisa tra: una sempre più persistente applicazione della tecnologia, la riproducibilità tecnica, lo sbalordimento immaginifico, lametanarrazione linguistica e l’intertestualità creativa.

Quelle proposte sono delle opere d’arte molto stimolanti (sviluppate sulla “molteplicità espressiva” di un postmodernismo sempre più imperante, a livello di forme estetiche e di cultura di massa) che ben si prestano (sempreché si estendano le leggi universali della fisica, alle regole specifiche dell’estetica) a una riflessione: sui processi entropici (determinati dalla “semantica visiva”), sulle forze dissipative (indotte dal “messaggio immaginifico”) e sulle dinamiche autopoietiche (provocate da una “esperienza estetica” che, nell’epoca della svolta multimediale, si presenta in continuo movimento).

Per dimostrare questo teorema, occorre partire dall’assunto che nell’arte - come nella vita e nella storia - gli sviluppi si basano sulle “gestazioni”, profonde, ripetute, della realtà e, quindi, sulle lente “incubazioni” che subiscono le microenergie (intellettuali e materiali) che alimentano il mondo sensibile. Tali “gestazioni” del normale sviluppo della storia, si alimentano, in particolare, delle idee e dei fenomeni correnti, che a un dato momento, del tempo presente, subiscono una “impennata” profonda, violenta, capace di rinnovare verità, forma e sostanza, secondo la teoria espressa dal filosofo cileno Humberto Maturana.

Studi analoghi sono stati, pure, compiuti dal filosofo e pianista ungherese Ervin László (teorizzatore del punto di svolta della storia, da lui denominato come punto del caos) e poi, anche dallo zoologo e scrittore britannico Mark Ridley. I loro studi si pongono sull’onda lunga delle ricerche effettuate in origine (alla fine dell’Ottocento) dal naturalista britannico Charles Robert Darwin, i cui studi hanno impressionato, in maniera decisa e positiva, numerosi filosofi e studiosi di arte e letteratura, tra XVIII e XX secolo. E tra questi vi fu - tra i primi - il massimo esponente italiano della critica letteraria romantica Francesco De Sànctis, per il quale noi “concepiamo le cose, nel loro divenire, in relazione con le loro origini e con l’ambiente ove sono nate” e sempre per il quale “col progredire della civiltà, si moltiplicano gl’istrumenti dell’arte”.

Ne è un’interessante conferma, di queste due teorie del De Sànctis, la “Biennale del piccolo formato” - che si svolge nel Molise - dove la scelta delle opere, da parte dei curatori, è indirizzata verso lavori che esaltano la forma e la sostanza, all'interno di produzioni creative che (per le loro ristrette dimensioni) fungono da “accumulatori” di tensione estetica ed espansione stilistica. L’idea di fondo che ci piace perseguire - nell’illustrazione di questa mostra - è che tutto ciò che nell’arte si riconduce al senso del minuscolo e al valore dell’intimo, assume un aspetto amplificato di “meraviglia” e di “stupore” (nel senso dell’attribuzione del significato, dato al segno) e di “incanto” e di “stupefazione” (nel senso dello sviluppo espressivo dato alla figura, eseguita nel tempo e nello spazio). Tutto ciò si deve alle ridotte dimensioni di questi lavori, che non sono (ripetiamo: non sono) da interpretare come delle “opere preparatorie”, di altre ben più grandi, ma come “pezzi unici”, autonomi, esclusivi, destinati a essere fruiti per quel che sono, senza rimandi ad altre, possibili, “evenienze interpretative”.

Queste opere vivono – nella loro “assolutezza semantica” - in una sorta d’iperspazio estetico e di topos espressivo e significante, che rappresenta la bellezza tout court: la quale supera, a sua volta, il cronotopo della realtà (quello che s’identifica nella dimensionespaziotempo) concepito, quest’ultimo, tutt’intorno alle “estensioni geometriche” dellalunghezza, della larghezza e della profondità, cui si aggiunge (dal punto di vista estetico) la concezione di tempo assoluto e di tempo relativo (intesi, in questo caso, come “palcoscenico intellettuale” della proposta artistica). Possiamo riassumere, brevemente, questa idea nel pensiero del filosofo e scrittore tedesco Ernst Friedrich Schumacher, per il quale: “l’uomo è piccolo, e, pertanto, piccolo è bello”.

Ed è in questo concetto di alto valore umanistico dell’”uomo misura di tutte le cose”(volendo adottare la visione del filosofo greco Protagora) che sta il senso di un’arte non sviluppata per grandi dimensioni e che – esprimendosi intorno al “senso del ridotto” - sollecita lo spettatore a riflettere su un altro, altrettanto importante, teorema estetico, quello espresso dallo scrittore, storico dell'arte e psicologo tedesco Rudolf Arnheim, secondo il quale "qualunque cosa la mente umana si trovi a dover comprendere, l'ordine ne è un’indispensabile condizione". E la parola “ordine” – com’è noto - è sinonimo di equilibrio, compostezza, armonia e precisione, che riscontriamo nelle opere d’arte che sono presenti in questa quinta edizione della Biennale, molisana, del “piccolo formato”.

Questa stessa parola, ordine, fa il paio (dal punto di vista semantico e per quanto attiene le “espressioni creative” più in generale) con altri tre termini: stile, tecnica eformato, che sono, poi, le tre variabili dipendenti che contraddistinguono un’opera d’arte. Queste tre variabili dipendenti rispondono, a loro volta, alle leggi dell’estetica e alle modificazioni che subiscono, a mano a mano, le norme espressive, nel dipanarsi dei linguaggi creativi, all’interno della storia dell’arte. Quest’aspetto conferma che nell’evoluzione dei registri creativi e delle linee immaginifiche delle arti visive (pittura, disegno, fotografia, multipli d’autore ed espressioni multimediali e digitali) si passa, di continuo, da delle condizioni di stile già acclarate e formalizzate, a delle nuove espressioni di eleganza e di bellezza: che poi otterranno, in un secondo momento, una loro piena ufficializzazione nel campo della storia dell’arte.

E lo stesso accade in quei “percorsi evolutivi” che contraddistinguono la realtà etnoantropologica: nella quale si passa da una situazione di ordine prestabilito, a una dimensione di apparente confusione e disordine che prelude, a sua volta, a una condizione di trasformazione e cambiamento. Questo è ciò che accade, non solo nella società e nell’arte (sosteneva, al riguardo, lo storico dell’arte Ernst Hans Josef Gombrich che “l'arte nasce dall'arte e si sviluppa in alcune situazioni problematiche, alle quali l'inconscio dell'artista si adegua e contribuisce”) ma anche in natura, dove questo “fenomeno evolutivo” è spiegato con la teoria dell’entropia delle sorgenti, che governa lo sviluppo di un universo in continua trasformazione. Si passa, cioè, da stadi precedenti acondizioni conseguenti, di sempre maggiore stabilità, sfruttando lo “sconvolgimento” che si crea ogni qualvolta, si passa da una precedente condizione di equilibrio a uno stadio evolutivo superiore. Il passaggio intermedio - di tutto ciò - è una situazione di “scompiglio” transitorio che genera, di conseguenza, quelli che saranno gli assetti futuri e le nuove armonie della rinnovata condizione dell’essere.

Nel campo dell’arte, l’entropia - cui è sottoposto tutto il “sistema dell’effimero” - risponde a tre “gradi esperienziali”: l’estetica, la semantica e la pragmatica, che sono anche i tre codici valoriali che ritroviamo – tutti quanti - nelle opere degli artisti che espongono a questa quinta edizione della Biennale, molisana, del “piccolo formato” (guidata, da anni, dall’artista Renato Marini, cui si è affiancato - per l’edizione di quest’anno - un altro artista, Nino Barone).

A margine di queste considerazioni ricordiamo, anche, che all’estero, si svolgono due iniziative similari a quella del Molise: una a Maracay, in Venezuela e un’altra a Chamalieres, in Francia, dov’è rivolta una specifica attenzione alla tecnica dell’incisione. A Couvin, nel Belgio, è stato allestito, invece, un Museo, dedicato al “piccolo formato”.

Mentre in Italia crescono, di anno in anno, le attenzioni e le manifestazioni dedicate alle “ridotte dimensioni” delle opere d’arte. Va senz’altro ricordata, a questo proposito, la manifestazione intitolata “13 x 17: 1000 artisti per un'indagine eccentrica sull'arte in Italia”che si è svolta a latere della 51^ Biennale di Venezia (del 2005) a cura del critico d’arte Philippe Daverio e del gallerista Jean Blanchaert (che è entrata, ora, a far parte delleCollezioni d'Arte della Fondazione della Cassa di Risparmio di Bologna).

Di grande interesse risultano, anche, essere altre due iniziative dedicate, in questo caso, alla mail art. La prima si svolge a Morgano (in provincia di Treviso) in collaborazione con la Bienal Internacional Guarulhos do Pequeño (Brasile) e con l’Associazione Culturale Art Gallery Museum “NabilaFluxus” di Treviso. L’altra iniziativa - sempre indirizzata a proporre il linguaggio della mail art - si svolge a Montalbano Jonico (in provincia di Matera) dove a fare da modello di un Museo internazionale d’arte contemporanea, è stato costituito (sotto la guida dell’artista Giuseppe Filardi) uno Spazio Permanente, dedicato a “Melchiorre da Montalbano”: architetto e scultore, attivo nell’Italia meridionale dalla metà del Duecento.

Sempre dedicata al “piccolo formato”, è la proposta “partorita” - nella primavera del 2003 - dallo Spazio Zero di Gallarate (in provincia di Varese) dove l’Associazione Liberi Artisti ha realizzato un’interessante esposizione di opere 25x25. Ricordiamo che quest’associazione è stata fondata, nel 1977, dal pittore Silvio Zanella, al cui nome si riconduce la “Fondazione-Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea” che ha dato luogo al Museo del MAGA di Gallarate. Dopo la morte di Silvio Zanella (avvenuta nel 2003) l’Associazione Liberi Artisti è stata guidata dall’artista Marcello Morandini, cui si è affiancato, di recente, un altro operatore estetico, Ettore Ceriani.

Dal 1999 opera, invece, a Bologna l’Associazione culturale, no profit, “Piccolo Formato” che, negli anni, ha sviluppato numerosi progetti artistici e culturali, collaborando con artisti e fotografi impegnati in diversi ambiti creativi, avvalendosi del supporto di enti e istituzioni pubbliche.

venerdì 8 febbraio 2013

Per Gino Marotta. Incontro di studio alla GNAM

Natura Modulare, 1966

Per Gino Marotta. Incontro di studio alla Gnam_ Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma: Sabato 9 febbraio ore 10. E’ questa l’iniziativa che l’istituzione museale dedica al maestro di Campobasso (20 giugno 1935 – Roma, 16 novembre 2012) dopo la recentissima mostra Gino Marotta, Relazioni Pericolose da poco chiusasi con grande successo nella stessa sede (http://www.gnam.beniculturali.it/index.php?it/94/archivio-mostre/49/gino-marotta-relazioni-pericolose) e a circa tre mesi dall’improvvisa scomparsa dell’artista, a 77 anni. 

La prima mostra personale di Gino Marotta data 1957, quando egli è poco più che ventenne. Si inaugura alla galleria Montenapoleone di Milano. Già in questo periodo egli è presente, insieme a pittori come Burri, Fontana, Capogrossi, Balthus, Licini e Léger, in mostre di grande rilievo internazionale – alla Rome Art Foundation di Roma, per esempio – e a “Pittori d’oggi Francia‑Italia” a Torino, “Modern Italiensk Maleri” a Copenaghen e in numerose altre rassegne estere che documentavano la pittura italiana contemporanea nei Musei e nelle Gallerie del mondo. Sono gli anni dei famosi Bandoni e dei Piombi, quadri realizzati in officina con la fiamma ossidrica. La sua è una vocazione all’uso inconsueto di nuovi materiali: ha persino trovato nuove soluzioni tecniche che furono, in seguito, applicate dalle stesse industrie. Con tale attitudine e materismo realizza opere di grandi dimensioni come il Bosco Naturale‑Artificiale, l’Eden Artificiale e, qualche anno più tardi, la Misura Naturale Cava.

Marotta partecipa a “Lo Spazio dell’Immagine” a Foligno nel 1967, una delle collettive più interessanti sull’arte nazionale contemporanea e che registrò, con altre esposizioni ormai acclarate, un’epoca di grande indagine estetico-concettuale italiana. Inaugurata a Palazzo Trinci, vide esporre - dal 2 luglio al primo ottobre – il fior fiore degli autori più interessanti di quegli anni impegnati per l’occasione in ambienti plastico-spaziali, e pertanto destinati ad essere smontati alla fine della mostra. Organizzata da Bruno Alfieri, Giuseppe Marchiori, Giorgio De Marchis, Stefano Ponti, Lanfranco Radi, Luciano Radi e dallo stesso Marotta, fu presentata da critici e storici dell’arte quali: Umbro Apollonio, Giulio Carlo Argan, Palma Bucarelli, Maurizio Calvesi, Germano Celant, Giorgio de Marchis, Gillo Dorfles, Christopher Finch, Udo Kultermann, Giuseppe Marchiori e Lara Vinca Masini.

Il Sessantotto lo coglie preparato: partecipa a una straordinaria esperienza romana in quella che fu una galleria tra le più in vista della scena contemporanea: La Tartaruga, di Plinio De Martiis. Questo fotografo, amico di artisti e galleristi sembrò chiudere e aprire un’epoca con ”Il Teatro delle Mostre” dove Marotta installa una originale Foresta di menta, fatta di fili verdi appesi e disposti in più file a creare un ambiente percorribile e vagamente labirintico.

Nel 1969 Marotta è a “4 Artistes Italiens plus que Nature” al Palais du Louvre, Musée des Arts Décoratifs a Parigi, con Ceroli, Kounellis e Pascali.

Nel 1970 prende parte ad altri due momenti importantissimi per l’arte contemporanea in Italia: “Amore Mio” a Montepulciano e “Vitalità del Negativo” al Palazzo delle Esposizioni di Roma – esordio dell’Associazione Incontri Internazionali d’Arte della Graziella Lonardi Buontempo e con Alberto Moravia presidente – entrambe traghettate da Achille Bonito Oliva che portò un approfondimento su postulati visivi e intellettuali assolutamente innovativi.

L’anno dopo, Marotta è presente alla Kunststoffe di Dusseldorf , senza contare gli inviti che avrà dalla Quadriennale. Le mostre si susseguono, infatti, così come non rallenta la sua produzione. A ciò si affianca l’impegno nel campo del Cinema e del Teatro; Marotta portò il suo contributo di ricercatore collaborato sia in grandi produzioni cinematografiche -come la “Bibbia” di John Huston – sia esordendo in teatro, nel 1959, come scenografo nel “Misantropo” di Luigi Squarzina, messo in scena al teatro Olimpico di Vicenza, con i costumi di Corrado Cagli; ha collaborato anche con Carmelo Bene: alla “Salomè” e (per la scenografia teatrale) a “Nostra Signora dei Turchi” e ha realizzato le scene di “Finale di partita” di Samuel Beckett, oltre che, un decennio più tardi, scene e costumi di “Hommelette for Hamlet”, che gli fanno meritare nel 1988 il premio UBU per la migliore scenografia.

Nel 1984 è stato invitato a partecipare con una Sala personale alla XLI Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, dove ha esposto Le Rovine dell’Isola di Altilia, un’opera-ambiente di grandi dimensioni.

Questo tributo che la Gnam e molti studiosi dedicano in questa nuova occasione a Marotta è un doveroso omaggio anche della città di Roma che ha accolto l’artista il cui contributo è stato notevole all’interno di una situazione che vide la Capitale emergere come scena della sperimentazione artistica e foriera di crossover tra diverse discipline come raramente era avvenuto prima e si è registrato poi.

Luca Barberini Boffi su Artapartofculture


Per Gino Marotta. Incontro di studio alla Gnam_ Galleria Nazionale d’Arte Moderna, sabato 9 febbraio 2013, ore 10.
Introduce: la Soprintendente Maria Vittoria Marini Clarelli
Relatori: Maria Vittoria Marini Clarelli, Maurizio Calvesi, Laura Cherubini, Bruno Corà
TestimonianzeLorenzo Canova, Barbara Martusciello, Raffaele Gavarro, Giorgio Battistelli e uno studente del liceo artistico di Frosinone.
CoordinaAngelandreina Rorro

Gino Marotta in un ritratto di Ruggero Passeri

mercoledì 21 novembre 2012

Gino Marotta. Un’opera da ricordare, nelle parole di Lorenzo Canova



Gino Marotta nel 1967 con Bosco

Gino Marotta (Campobasso, 1935 – Roma, 2012) è stato un grande esploratore, un artista che attraversato, trasformato e precorso stili, tendenze e movimenti conservando però l’integrità di un’originalissima visione personale. Scultore, pittore, designer, Marotta ha sviluppato il suo percorso in modo poliedrico e coerente, seguendo costantemente quell’idea di “curiosità” su cui ha voluto sempre basare la sua ricerca. Sin dagli esordi, Marotta ha infatti lavorato su idee e materiali innovativi, seguendo una linea tutta italiana, ma di ampiezza internazionale, che parte dal Futurismo.
L’artista ha esordito dunque negli Anni Cinquanta con i “piombi” e i “bandoni”, dove l’uso della fiamma ossidrica si poneva in un dialogo non subalterno con l’opera diBurri, arrivando poi alla creazione delle “pitture-oggetto” dei primissimi Anni Sessanta. In questi anni l’artista è entrato in rapporto diretto con quel contesto internazionale che ha portato alla Pop Art, a cui Marotta ha dato un originale contributo con i suoi metacrilati, dove fonde le sue esperienze progettuali di designer alla sua sintesi iconica e strutturale che ha dato un senso nuovo al concetto stesso di scultura.
In questo senso, Marotta non ha rinnegato il rapporto con la produzione industriale, ma lo ha posto al centro delle sue opere nate dalla sua azione disegnativa e progettuale. Così è stata la materia plastica la protagonista di questo intenso dialogo che Marotta ha intrapreso seguendo quell’idea costruttiva che negli Anni Cinquanta e Sessanta ha reso l’Italia un esempio per moltissime ricerche internazionali. Attraverso il metacrilato, l’artista ha superato l’idea statica della scultura spostandosi, parallelamente ad alcuni compagni di strada, verso l’esito (già intuito dai futuristi) dell’arte ambientale, quell’Environment in cui l’opera si apre per fare entrare lo spettatore al centro del suo nucleo strutturale.


Gino Marotta per Carmelo Bene – Salomè – 1972

Quest’idea di spalancare l’arte alla dimensione della vita ha condotto così a installazioni dove è diventato centrale l’interesse di Marotta per la dialettica e il confronto tra naturale e artificiale. In queste opere degli anni sessanta e primissimi settanta, difatti, gli alberi, i boschi, le palme, gli animali, il mare e la pioggia sono di metacrilato, spesso con inserimenti di neon, per annunciare le metamorfosi della modernità di un’arte che trasforma e modella il paesaggio, ma anche per celebrare industrialmente il sentimento elegiaco della perdita, la nostalgia per un mondo rurale in via di estinzione, come quello del suo Molise.
Nell’età dell’oro della Roma degli Anni Sessanta, Marotta, insieme a, tra gli altri,Pascali, Ceroli e Kounellis (che con lui esposero al Louvre nel 1969), approda alla dimensione aperta e collettiva dello spettacolo, come territorio di dialogo e interazione per le arti sulla linea inaugurata proprio dal Futurismo. Muovendo da questi presupposti, e soprattutto nel suo lungo sodalizio con Carmelo Bene, dal film Salomè fino agli spettacoli teatrali Nostra Signora dei Turchi e Hommelette for Hamlet, Marotta ha spostato in modo quasi naturale la sua attenzione verso una dimensione legata al teatro e al cinema, intesi come forme espressive che immergono e coinvolgono lo spettatore nello spazio dell’opera.


Gino Marotta – Cronotopo virtuale – 2011

La straordinaria scenografia di Hommelette for Hamlet (1987) che valse a Marotta il Premio Ubu nel 1988 si ricollega, nella nuova stagione degli Anni Ottanta, alla grande installazione in pietra Le rovine dell’Isola di Altilia della Biennale di Venezia del 1986 e mostra un artista allo stesso tempo differente e coerente rispetto alle esperienze precedenti. In questa grande fusione tra scultura, performance e installazione l’opera diviene parte integrante di una visione legata al contesto internazionale della rivisitazione del passato, nel rinnovato sentimento di elegia di una mirabolante macchina della memoria costruita attraverso l’evocazione dei capolavori della statuaria barocca romana.
Mai appagato dai risultati raggiunti, Marotta, dalla fine degli Anni Novanta in poi, ha rinnovato i suoi metacrilati, facendone quadri, sculture, installazioni con inserti digitali e di led luminosi, che rielaborano e rinnovano il suo mondo iconografico. L’ultimo decennio ha rappresentato una stagione felice che ha coinciso con nuovi importanti riconoscimenti museali ed espositivi italiani e internazionali, fino alla sua grande mostra personale ancora in corso alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, traguardo finale della sua volontà di rinnovamento ed esplorazione, progetto concepito come un vera e propria conversazione, allo stesso tempo seria e giocosa, tra la sua carriera di artista e le collezioni del museo, coronamento di un viaggio che la morte ha interrotto bruscamente ma che la storia conserverà tra le maggiori esperienze non solo italiane di questi ultimi decenni.

Lorenzo Canova su Artribune

www.ginomarotta.it

Domani, giovedì 22, invece, presso la galleria Artes a Campobasso (Viale Elena 60) alle ore 17 ci sarà una commemorazione dell'artista con la presenza di critici d'arte e amici: Adalberto Cufari, Isabella Astorri, Franco Valente, Michele Carroccia, Vincenzo Manocchio, Dante Gentile Lorusso, Silvia Valente, Tommaso Evangelista, Augusto Massa, Walter Genua.


sabato 17 novembre 2012

Addio a Marotta, l'artista che amava i bestiari colorati

Una piccola rassegna stampa in ricordo di Gino Marotta. Bell'articolo di Luca Beatrice su Il Giornale e una sentita pagina di Antonio Picariello


Proprio nell'ultimo numero, ancora in edicola, il mensile Arte gli ha dedicato la copertina. E fino al 27 gennaio prossimo le sue sculture in plastica colorata, che rappresentano animali esotici e palme rigogliose, sono esposte alla Gnam di Roma, divenuta da tempo la sua città. Gino Marotta se ne è andato così, all'improvviso, al culmine di un giusto processo di rivalutazione dell'opera, cominciato con l'inserimento dei lavori storici nella mostra «Italics» a Palazzo Grassi nel 2008; quindi la personale al Macro di Roma nel 2010, e buoni risultati d'asta con prezzi superiori ai 30mila euro in costante crescita.Marotta è nato a Campobasso nel 1935 ma presto lascia il Molise per trasferirsi nella Capitale dove per prima cosa va a trovare il maestro De Chirico. Comincia a esporre molto giovane nel 1957 e all'inizio viene collegato dalla critica alla sensibilità pop dell'epoca. Gli piacciono molto le immagini, passione che condivide con Pino Pacali, ironico e inesausto sperimentatore attratto dai materiali nuovi, simbolo della leggerezza e della tecnologia dei primi anni '60. È stato uno dei rari esempi di artista trasversale e curioso, che si interessa di cinema e teatro, prestando le proprie invenzioni a scopo scenografico. Tra le collaborazioni più interessanti si ricordano quella con John Houston per alcune scene della Bibbia e in diversi lavori di Carmelo Bene, Nostra signora dei Turchi, e Homellette for Hamlet (premio Ubu per la miglior scenografia nel 1988). Altra curiosità sono i programmi radiofonici in diverse trasmissioni di cultura che ha scritto e condotto.
Il suo curriculum vanta presenze importanti nelle maggiori rassegne italiane, dalla Quadriennale di Roma alla Biennale di Venezia (sala personale nel 1984); ha insegnato decorazione all'Accademia di Roma e ha diretto quella dell'Aquila.
Forse troppo eclettico per i suoi tempi, non imparentabile al rigore poverista, Gino Marotta risulta addirittura più moderno e intrigante oggi, che i confini tra le arti sono meno definiti, rispetto a quando era un giovane promettente. Autore di diverse installazioni ambientali, per sottolineare il rapporto necessario con la natura, verrà ricordato soprattutto per il suo bestiario fantastico tridimensionale, tra trasparenze e shilouette ritagliate nei metacrilati colorati. Era una persona affabile e disponibile che mancherà molto all'ambiente dell'arte romana, dov'era stimato e apprezzato.




Alessandra Mammì - Un saluto (a Gino Marotta)

Gino Marotta vinse il concorso per il soffitto del palazzo della Rai. Appalto milionario all’epoca (fine anni Cinquanta) che era una bella epoca.

In Rai lavoravano sia Pascali che Marotta. Pascali faceva le scenografie per l’Odissea Del Quartetto Cetra, e nella grotta di Polifemo sperimentava quelle invenzioni geniali che poi troviamo nei ponti di liane fatti di pagliette d’acciaio da cucina o negli spazzoloni che diventano bachi da setola. E dalle maestranze Rai impara a mescolare il blu di metilene e fare il mare.

Marotta più scientifco sperimenta i nuovi materiali industriali, lavora con gli spazi pubblici (la grande vetrata per il Centro Congressi di Bergamo, le decorazioni per la sede dell’Acea di Roma e la facciata della Sinagoga di Livorno) coniuga arti visive e nascente industrial design, fa piccole lampade e grandi vetrate e in nome del verbo ” dal cucchiaio alla città” progetta gli undicimila metri quadri di soffitto per viale Mazzini.

Marotta ( come anche Pascali) era un uomo ottimista in un’ epoca ottimista, un grande costruttore di immagini che usa il metacrilato per costruire un Giardino dell’ Eden. Quello che ora è alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma in una mostra che Marotta ha appena fatto in tempo a allestire e inaugurare, immettendo nelle sale le sue incursioni di perspex in forma di natura animale erbe foglie….Paradiso terrestre tra i quadri eroici dell’Ottocento

Marotta disse : “Attraverso lo specifico delle nuove tecnologie ho provato a rifare l’inventario del mondo. La mia natura, i miei animali, le mie piante artificiali sono l’armamentario mitopoietico del mondo. Ho fatto un simulacro della memoria, il simulacro di qualcosa che tra un po’ di tempo non ci sarà più.

Profezia. Non c’è più il desiderio e il bisogno di disegnare il mondo e disegnarlo migliore, non ci sono più gli artisti che lavorano nella tv pubblica, non c’è più quella frenetica sperimentazione di materie a cui dare nuove forme, non c’è più gioco e dal gioco invenzione, non c’è più quel’inconsciente e meraviglioso ottimismo e e da ieri non c’è più Gino Marotta.


A Lucio Fontana e Gino Marotta piacevano le salsicce di mio padre, di Giancarlo Politi su Flash Art aprile 2010




Nell’ambito del “Festival Carmelo Bene”, da questa sera alle 17,30 a Otranto, nel Castello aragonese, sono esposti i sei dipinti realizzati da Gino Marotta per Carmelo Bene oltre che scritti autografi, foto originali e oggetti a lui appartenuti. All’artista che conosciamo dai nostri anni romani di metà Sessanta, in un affollarsi di fisionomie e rapporti: Pascali, Bene, Patroni Griffi, Caputo, Kusterman e Nanni, Marchegiani, Fusco, Ceroli, Nuele, e di cui rammentiamo, ben oltre le tante rassegne da “Bianco+Bianco” a il “Teatro delle Mostre”, le sculture-costumi e le scene per il film “Salomè” di Carmelo Bene presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia del 1972 e le ulteriori collaborazioni per “Nostra Signora dei Turchi” e “Hommelette for Hamlet”, abbiamo chiesto come e quando è nato il rapporto con Carmelo. 

«Nella Roma degli anni Sessanta e Settanta, alcuni finissimi intellettuali rendevano possibile un grande esercizio di libertà in un clima bacchettone e intransigente che emarginava le persone dotate di maggiore talento. Mi incuriosì la leggenda metropolitana che segnalava la presenza di uno strano teatrante che recitava nelle cantine e stravolgeva qualsiasi testo mettesse in scena. Volli verificare e al primo incontro ebbi la percezione che si trattava di una grande personalità, di un artista più rigoroso che stravagante e pienamente padrone delle sue eccezionali qualità». 

E su quali linee si è sviluppato nel tempo? «Occuparci ciascuno dei problemi dell’altro fu assolutamente naturale e questo interesse cresceva ogni volta che Carmelo parlava di teatro e io di pittura. Ricordo con emozionata nostalgia le serate trascorse insieme a montare e smontare congegni spettacolari che sono diventati dei riferimenti obbligati del teatro moderno: irripetibili cortocircuiti di intelligenze». 

Negli anni Settanta qual’era, a Roma, il dialogo tra le arti visive e il teatro e il cinema? «Innanzi tutto il sodalizio tra me e Carmelo, e poi altri casi significativi, anche se molto differenti, come l’allestimento del “Riccardo III” di Luca Ronconi con le scene di Mario Ceroli. In quegli anni dirigevo l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, e Carmelo aveva la cattedra di Regia. Sono rimaste memorabili le sue lezioni su Eliogabalo e la ricerca su la Baigneuse di Ingres che coinvolse quasi tutta l’Accademia». 

Cosa hanno significato, per te, “Nostra Signora dei Turchi” e “Salomè”? «Salomè e Nostra Signora dei Turchi sono due casi di dirompente modernità dovuti al coinvolgimento di due personalità che hanno messo in comune tutti i materiali che la sperimentazione nei singoli campi forniva loro, nel tentativo di ampliare i margini delle possibilità espressive». 

E quale il senso del Premio Ubu, con feritoti per “Hommelette for Hamlet”? «Il Premio Ubu mi ha fatto evidentemente piacere, anche perchè una giuria altamente qualificata si era accorta della importanza in quest’opera della dimensione figurativa che assume un ruolo drammaturgico». La mostra è curata da Raffaella Baracchi Bene e da Salomè Bene con il sostegno della Provincia di Lecce.



Le delusioni in Molise da Il Bene Comune

Mi presento come una redattrice del Bene Comune e gli chiedo cos'è successo, perché ad un certo punto di lui qui non si è più saputo nulla; mi risponde un uomo rattristato, che afferma di non aver più alcuna intenzione di venire nella nostra regione. Mi parla della frustrazione provata nel tentativo di cooperare con l'Amministrazione Iorio per stimolare e vivificare la vita culturale di quella che ormai, deluso, non ha più desiderio di rivendicare come la sua terra d'origine. La cosa che lo ha ferito di più è stata la consapevolezza che per Cultura si pensa al più alla promozione, come se le azioni messe in campo dovessero essere al massimo il traino per la vendita delle scamorze; quello che più lo ha addolorato è aver capito che dell'Arte a chi governa non importa assolutamente niente, che tutto è e deve essere funzionale al mantenimento di un potere abitualmente piccolo e quotidiano.Su tutte le offese ricevute, e qui allarga la sua delusione, il suo sentirsi tradito e misconosciuto proprio nella sua terra anche dagli esponenti dello scenario culturale, la peggiore è stato il trattamento derisorio, aggressivo e spesso di aperto boicottaggio riservato all'opera scultorea chiamata "Amore" che ha creato per Campobasso e che è stata posizionata nella Villetta dei Cannoni.


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