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martedì 29 luglio 2014

Il nuovo sito di Dusi


"È online il nuovo sito dell'artista Nicola Dusi Gobbetti con una sezione dedicata all'acquisto online. Intendiamo, in questo modo, abbattere la barriera logistica fra i collezionisti e le opere, fra la passione per l’arte e le regole del suo mercato. Sul nuovo sito è possibile acquistare online opere di Gobbetti di piccolo e grande formato, con spedizione internazionale e pagamento anche in contrassegno". Nicola Dusi

Potete visitarlo all'indirizzo www.dusigobbetti.com

giovedì 6 dicembre 2012

Dusi a Castel di Sangro con le Mappe Cognitive

Dopo l'inaugurazione della personale nella galleria Artes di Campobasso le Mappe Cognitive di Nicola Dusi Gobbetti vengono esposte anche al Museo Civico Aufidenate di Castel di Sangro (AQ) fino al 31 gennaio 2013.

Invito

estratti dal testo critico Il senso dell'impronta.


...La mappa è una rappresentazione semplificata dello spazio e, se vogliamo, una razionalizzazione, anche mentale, di una determinata superficie. In quest’ottica l’idea della “mappa” è stata molte volte adoperata nell’arte moderna (i trattati sulla memoria cinquecenteschi sono pieni di incisioni riassuntive) e soprattutto nell’arte contemporanea quando gli artisti hanno voluto rappresentare la complessità del mondo attraverso una chiarificazione operativa, quando non esplicitamente minimale. La mappa quindi è un “luogo” ben preciso e, adottato dell’artista come sistema proiettivo di riferimento, ben sintetizza il concetto di rappresentazione in dettaglio. L’aggettivo cognitivo qualifica invece tali disegni come processi relativi al pensiero, all’attenzione, alla percezione. Non sono pertanto né emotivi né tanto meno emozionali ma hanno a che fare con la conoscenza e col sapere. In questo caso, allora, il sapere è quello personale capace di modulare il colore e le linee per offrire uno spaccato organico rispettivamente della macchia e dell’impronta....


...Una mappa cognitiva nasce da un procedimento semi-meccanico di fissazione per contatto; c’è una matrice, forse litografica, che accoglie del colore (rosso), un supporto (la tovaglia di lino) e un’azione. Tale azione non è mai del tutto casuale in quanto è pianificata sul momento dall'artista che è capace, con un procedimento volutamente tenuto nascosto, di indirizzare in parte i segni e le macchie formando appunto un palinsesto di memorie. Attraverso lo svolgere del lenzuolo, quindi, Dusi compie un viaggio sulla superficie che avanza e che man mano accoglie delle tracce, e all'interno di se stesso, tra memorie e segnali. E’ il tentativo di strutturare una conoscenza segnica tanto labile che ha bisogno di ancorarsi lentamente al supporto prelevando frammenti cognitivi, appunto, dal colore esclusivamente rosso. Si tratta di un’esigenza, di un voler superare il confine nel tentativo di incanalare flussi e impressioni su un piano mobile e volubile come può essere la trama di un lenzuolo....


...E’ in effetti un consapevole guardare dentro un intero universo pensato e poi minuziosamente creato, dove l’aspetto irrazionale e meccanico, certamente aleatorio, delle macchie viene sempre ripreso e regolarizzato dagli spazi di vuoto, dalle pause, dai confini e dagli sfondi. Tentativo estremo di rielaborare immagini complesse e irregolari attraverso un metodo calcografico che però rifiuta l’aspetto meccanico per ripensare al segno in termini affettivi. Il portare “a spasso” una linea sulla superficie equivale in fondo a prendersene cura e allora la somiglianza per contatto non vuole l’impronta come una sopravvivenza, ed è forse proprio questo l’aspetto più intimo di tali lavori. L’evitare il perturbante per recuperare un’aura legata alla temporalità del gesto e dello scorrere del lenzuolo, in un’opera prodotta per impronta ma mai privata di singolarità e originalità...

Tommaso Evangelista

Da questo LINK è possibile scaricare il testo critico completo in pdf

Mappe Cognitive in galleria Artes a Campobasso

venerdì 30 novembre 2012

Nicola Dusi Gobbetti a Campobasso con le Mappe cognitive


Il pittore mantovano Nicola Dusi Gobbetti esporrà presso la galleria Artes di Campobasso (Viale Elena, N. 60) una selezione dalla serie Mappe Cognitive. La mostra, a ingresso gratuito, sarà fruibile dal 1 dicembre al 6 gennaio. Vernissage sabato 1 dicembre ore 18.00.

Nato a Mantova nel 1954, Dusi inizia artisticamente come scultore e poi come pittore sotto la guida del padre Carlo Dusi, affermato artista (Biennale di Venezia 1948). Dopo la maturità di Arte Applicata prosegue gli studi all'Istituto di Storia dell'Arte dell'Università di Parma e ottiene l'iscrizione all'Albo Periti ed Esperti d'Arte. Negli anni Settanta aderisce alla corrente dei "Nuovi Selvaggi". Partecipa come pittore a numerose mostre ottenendo premi e riconoscimenti e venendo chiamato a far parte di numerose giurie di pittura e scultura. Sue opere decorano l'antica chiesa di S. Egidio nel centro storico di Mantova e, nella stessa città, è presente nella collezione del Museo Diocesano (biografia completa). Da svariati anni vive e lavora a Colli al Volturno.

Mappa cognitiva
Il discorso delle Mappe Cognitive parte da lontano tanto che può definirsi uno dei punti di arrivo della ricerca artistica di Dusi. Si parte dall'idea del segno minimo per svilupparla attraverso il concetto della macchia e dell'impronta. Una somiglianza "per contatto" che può rimandare per assonanza visiva tanto agli infiniti sistemi neuronali quanto alle immagini tormentate della superficie dei pianeti; micro e macro quindi attraverso una tessitura mai lasciata completamente a caso. E' uno scavo nella parte più profonda dell'inconscio umano nel tentativo di recuperarne una rappresentazione, che per forza di cose acquista una connotazione nascosta.



lunedì 29 ottobre 2012

RestArt - Foto dal vernissage
















L’apertura di un nuovo spazio espositivo rappresenta un momento delicato di confronto con la città perché viene a porsi, contemporaneamente, come azione di continuità e gesto di rottura, ma anche configurazione di nuove prospettive di senso e riflessione sull’autenticità dei luoghi e delle espressioni. L’idea, quindi, del nuovo inizio (restart) - unitamente al concetto di ripresa - non va nella direzione del semplice rapporto con un passato da far riemergere, nel segno di un fin troppo abusato archetipo di genius loci, ma volge nella prospettiva del rinnovamento del gusto attraverso un più recente sguardo critico.

Ciò ha condotto, pur con tutte le cautele del caso e nel rispetto della continuità storica e della tradizione, a immaginare una mostra che fosse rappresentativa - nella selezione degli artisti - di tali problematiche, proponendo anche differenti contrasti. La scelta di artisti operanti sul territorio da lungo tempo, unitamente al coinvolgimento delle nuove generazioni creative, lontana da velleità ricapitolative ed esaustive, offre un momento di confronto/scontro tra l’idea di una permanenza dell’ “attuale” ed una veterana evoluzione. Il legame con la storia dell’arte locale si fronteggia con l’ipotesi della verifica attraverso un libero dialogo tra le opere, svincolato da logiche retrospettive e/o invadenze del nuovo. I lavori, pertanto, si pongono come impressioni, mutevoli e disuguali, sul confine della critica, svolgendo un’azione “terapeutica” orientata alle recenti ipotesi di visione. Ne deriva un’esposizione ambigua e mutevole, dove rinascenze figurative si scontrano con svolgimenti concettuali e materici e ipotesi minimali, dove artisti storicizzati incontrano e dialogano con i nuovi sviluppi che inevitabilmente si scollegano dalla terra d’origine per prospettare aperture simultanee. Tre generazioni a confronto per una visione trasversale e progettuale dell’arte molisana nel tentativo di porre dei confini e delle relazioni.

Dalle poetiche e mistiche visioni spaziali e formali di Tito, autentico decano della scultura italiana del Novecento, alle rigorose strutture progettuali di Serricchio si arriva fino alle configurazioni materialistiche-dialettiche di Mascia. Partendo dalla riflessione su segni e segmenti minimi di Esposito e dalle valutazioni architettonico minimali di Faralli giungiamo alla serialità viscerale e “oliografica” di Franceschelli. Dall’irrompere di una materia grezza e in divenire di Pellegrini si attraversano i ritrovamenti, nella forma, di relitti archetipici di Dusi fino ai segmenti simbolici di Janigro. Gli “amorosi” segni primigeni e significanti di Gentile Lorusso dialogano con i palinsesti facciali di memorie e immagini di Borrelli fino alle reminiscenze patafisiche di Colavecchia. Dalla tradizione chiarificata e figurata da De Notariis all’emersione dell’anatomia asettica nel bianco di Micatrotta fino al perdersi della forma nella luce di Grandillo. Dalla morbida linea materna di Napoli al drastico irrompere di materie caotiche di Palumbo fino alla lirica presentazione/invocazione intro(retro)spettiva di Peri per terminare con i travestimenti sinestetico-geometrici di Merola. In questo senso il ruolo della galleria vuol essere quello del semplice spazio d’incontro e di scontro tra istanze dissimili.

Per evitare la singola evidenza, inoltre, è stato chiesto agli artisti di fornire anche uno o più disegni o un elaborato grafico che mostrasse le dinamiche dell’evoluzione creativa e al tempo stesso fosse ulteriore testimonianza di progettualità e di azione. Una sezione apposita, adibita a quadreria, mostra nell’invadenza dell’insieme le idee costruttive di fondo.

Tommaso Evangelista 

Silvia Valente

mercoledì 19 settembre 2012

Ossimori in Diffusione - reportage

Fino al 25 settembre nei palazzi storici di Isernia (Cimorelli, Pecoro-Veneziale, Laurelli, Petrecca-De Lellis) è possibile visitare l'ottima rassegna "Ossimori in Diffusione" che fonde arte, fotografia, poesia con lo scopo di relazionare l'arte contemporanea con l'architettura storica in un vero e proprio gioco di contrasti e reciproche influenze. Di seguito una breve riflessione degli organizzatori e qualche scatto-reportage dalla mostra.

Il catalogo verrà presentato alla fine della rassegna.

"Il registro semantico dell’iniziativa è duplice: da una parte l’ossimoro, articolato intorno alla determinazione reciproca dei concetti di antico e moderno, dall’altra la diffusione intesa come processo di molecolarizzazione territoriale.
Abbiamo scelto di servirci dell’arte per condividere ed approfondire la riflessione sul tema del multi-centrismo in modo che all’arte sia destinato il compito di innescare un’azione estetizzante del territorio. Quella di pianificare gli epicentri temporanei a produzione culturale ci sembra l’unica strategia possibile in un momento in cui i centri della produzione forte subiscono i colpi della crisi economica.
I palazzi antichi del centro storico d’ Isernia rispondono perfettamente alla logica della decentralizzazione.
Ogni epicentro sarà un momento dell’itinerario. I lavori degli artisti saranno presentati all’interno delle sale di ciascun palazzo e comunque in aree di pertinenza degli stessi.
Lo scopo della mostra è quello di dare spazio all’arte in generale, compresa quella “nascosta” nei palazzi antichi che rappresenta, di sicuro, un prestigio patrimonio per l’intera città.
La mostra sarà arricchita dalla pubblicazione di un booklet nel quale confluiranno tutte le opere presentate, corredate dalla recensione di un critico d’arte qualificato e dal il reportage fotografico riguardante i palazzi e le famiglie che vi risiedono.
Di importanza centrale saranno i testi, la cui impronta non sarà di tipo storico-bibliografico ma il loro carattere sarà quello della testimonianza diretta di natura biografica. Carattere inoltre che trasparirà in modo evidente dagli scatti fotografici i quali capteranno lo spirito di un tempo autentico che ha abitato la storia, quella antica e moderna.
Un tempo che continua a diffondere ossimori formidabili".

Antonio Pallotta


Valentino Robbio

Spazio espositivo a palazzo Pecori-Veneziale

Gli artisti Nazzareno Serricchio e Valentino Robbio e il poeta Amerigo Iannacone

Luciana Picchiello

Antonio Tramontano

Nicola Dusi (particolare)


Ricci e Barone

Del Russo e Giancola

Cleofino Casolino


Spazio espositivo a palazzo Cimorelli

Sezione scuole a palazzo Petrecca

martedì 18 ottobre 2011

le Mappe cognitive di Nicola Dusi

L’artista adotta sulla tela una sua personale tecnica di impressione del colore che comporta una disgregazione delle forme a vantaggio dell’emergenza di paesaggi mentali caratterizzati dall’ossessione per il colore rosso e dall’intervento mimino dell’artista che, lavorando sulle lastre preparate, riesce a far si che queste lascino sul quadro delle tracce minimali ed espressive. In queste impronte, apparentemente irrazionali ma pervase da un’ossessiva ricerca di ordine ed equilibrio, l’occhio ritrova luoghi minimali, figure “batteriche”, scansioni geometriche e macchie. Non bisogna guardare in questo caso all’espressionismo astratto, troppo preso dall’irrazionalità del gesto, bensì ad opere (e penso in particolare ai grandi sudari di Nitch) dove forte è l’idea di agire sulla materia, quasi con spirito antropologico. Modello imprescindibile di fissazione di un’immagine è naturalmente la Sindone dove carne e sangue diventano i mezzi dell’impressione. Non volendo agire sul mistero del Lenzuolo, bensì guardando all’oggetto-icona, l’artista opera producendo impronte intese come segni mnemonici.

Ecco un'interessante intervista all'artista le cui opere sono in mostra all'Istituto Italiano di Cultura di Barcellona (comunicato)


mercoledì 28 settembre 2011

Mappe Cognitive - Nicola Dusi Gobbetti

In occasione della XI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, l'Istituto Italiano di Cultura di Barcellona, in collaborazione con la Casa degli Italiani e del Consolato Svizzero di Barcellona, organizza l'esposizione di Nicola Dusi Gobbetti "Mappe Cognitive". 



"Sottili reticoli si diramano su agglomerati di colore di un rosso intenso e vitale che, dopo averli generati, li avviluppa e li distorce. All’apparenza confuso, il movimento di questi filamenti restituisce figure indecifrabili che paiono emergere da un mondo interiore e fra le quali, infine, si indovinano sprazzi di immagini che sembravano perse nella memoria. Stiamo assistendo al lavoro neuronale: l’osservatore è il silenzioso e impotente spettatore dell’attività sinaptica. Gli intrecci e i nodi sono talvolta regolari e armonici, altre volte uno stesso segno viene reiterato nella casualità schematica della follia. Il cervello è organo fisico sede degli eventi neurologici; al contempo però, ospita l’anima e l’emozione. Queste sono le mappe cognitive di Nicola Dusi Gobbetti: l’esplosione del processo del pensiero e del ricordo, le pulsioni del diurno e i sogni, attraverso la rappresentazione delle sinapsi, che lasciano la propria impronta sul lenzuolo, supporto grezzo e bianco, puro come è pura la mente primitiva, la mente del bambino così com’è prima di essere sovrastata e irrimediabilmente toccata dalla consapevolezza e dalla coscienza dell’essere umano.
L’Istituto di Cultura di Barcellona presenta le ultimissime opere inedite di Nicola Dusi Gobbetti, artista maturo la cui incessante ricerca ha condotto a una costante evoluzione e al continuo rinnovo di tecniche e tematiche, grazie ai quali, passando attraverso il concretismo e la monocromia, è approdato ai lavori d’avanguardia qui presentati, in cui osa l’uso del solo colore rosso sul bianco in una espressione di estrema sintesi".
Salvatore Schirmo, Direttore IIC Barcellona

giovedì 3 marzo 2011

Nicola Dusi Gobbetti - Forma e inconscio

Entrare nello studio d’arte di Nicola Dusi a Colli al Volturno è come addentrarsi in un luogo atemporale riempito di arte e di ricordi, una sorta di Wunderkammer dall’inconfondibile odore di antico dove si trovano, quasi in simbiosi, oggetti d’antiquariato, opere antiche e tele moderne. In un angolo, nella penombra, una scrivania stracoma di libri e pastelli, fogli sparsi e schizzi, prove di colore e piccoli bozzetti. Li ci sediamo per una lunga chiacchierata. Nato a Mantova nel 1954, Dusi si forma presso l’Istituto Statale d’Arte di Mantova e prosegue gli studi all’Università di Parma, presso la facoltà di Storia dell’Arte, ottenendo in seguito, negli anni ’90, l’iscrizione all’Albo dei Periti ed Esperti d’Arte. 

L’ambiente mantovano di quegli anni, con influssi da Milano, dalle Biennali di Venezia, dall’Austria e dalla Francia, fu di certo un ambiente stimolante. Cosa lo ha spinto verso la pratica pittorica e cosa ha segnato maggiormente la sua formazione artistica? 

La famiglia del centauro
Mantova a quel tempo era una città in fermento; da una parte si respirava la tranquilla vita di provincia e dall’altra, invece, vi era un forte entusiasmo artistico con accenti di novità. Mio padre, Carlo Dusi, anch’egli affermato artista, già dal dopoguerra con altri colleghi aveva collaborato con la prima galleria del sindacato artisti. Si lavorava sul recupero del cubismo sintetico inteso come scomposizione delle forme e non dei piani, ma vi era anche un certo recupero del realismo in chiave socialista. Con lui, sin da piccolo, ho cominciato ad appassionarmi di arte girando per una miriade di mostre. Negli anni della mia giovinezza, invece, si cominciavano a respirare i primi odori di avanguardia. Intorno al ’65 arrivano le prime novità della pop art americana e viene aperta un’importante galleria nella piazza centrale di Mantova, vicino al palazzo della Ragione. Era situata in un’antichissima prigione medievale e si chiamava l’Inferriata. Dalla piazza la gente poteva osservare le opere all’interno. Vi si esponeva pittura, scultura, poesia visiva; si respirava un’aria internazionale e i cataloghi che vi si stampavano erano sempre molto aggiornati. 

Suo padre Carlo è stato un importante esponente del gruppo “Corrente”, presente alla Biennale di Venezia del ’48, tra le più significative del dopoguerra, e alla Collettiva al salone delle Nazioni di Parigi nell’83; che rapporto vi era con lui e quale stimoli e influenze, invece, ha ricevuto rispettivamente dall’Istituto Statale d’Arte e dall’Università? 

Mio padre è stato il mio primo maestro. Era una persona severa ma giusta; odiava le persone che si vantavano ed i vari nepotismi; non accettava compromessi e per questo fu anche penalizzato. Quando da giovane mi è capitato di esporre insieme a lui figuravo sempre come allievo e mai come figlio, col nome d’arte di Nicola Gobetti. Qualche critico, suppongo, se ne fosse accorto poiché, a livello figurativo, ho sempre cercato di ispirarmi alle sue ricerche e adesso, più che prima, tento di seguire le sue orme, in particolare ragionando sulla scomposizione dall’interno della figura umana, cercando anche nuove soluzioni. L’istituto Statale, debbo dire, è stata un’esperienza determinante per la mia formazione artistica; molti dei docenti avevano esposto e esponevano alle Biennali ma in classe erano dei perfetti accademici e puntavano molto sulla tecnica. Ricordo come ci facessero disegnare con pennarelli al posto delle matite, appunto per correggere ed evitare le incertezze. L’Università, infine, mi ha dato un solido bagaglio storico e teorico; vi insegnava il professore Arturo Quintavalle, tra i più grandi storici dell’arte italiani, e le sue lezioni erano interessantissime e aggiornate. 

Ha incominciato presto ad esporre e che strada perseguivano le sue prime ricerche? 

Icaro in volo
Ho partecipato alla mia prima collettiva a 16 anni a Venezia, con un gruppo di artisti mantovani; ero il più giovane. La mia prima mostra personale è stata nel 1974 alla galleria La Torre di Mantova mente nel 1978 sono stato premiato nella Sala della Stampa di Milano nell’ambito del prestigioso Concorso Internazionale d’Arte Contemporanea Torre d’Ansperto, con in giuria Sassu e Kodra. Riguardo ai miei inizi mi rifacevo ad elementi e stilemi arcaici, che vagamente richiamavano iconografie delle popolazioni sudamericane o certe trame delle stoffe andine. Realizzavo delle figure su tavole riciclate, ad olio e smalto, quasi dei feticci primitivi, oppure, in una sorta di elementare pratica litografica, riportavo su una tela i colori che stendevo su un altro supporto ottenendo pertanto un negativo delle linee. 

Osservando questi primi lavori noto un forte ricorso alla geometrizzazione delle forme ma anche un certo espressionismo che fa si che le immagini emergano quasi da una sorta di inconscio collettivo; nei lavori successivi, invece, si percepisce una maggior libertà nel tratto e nella raffigurazione. Come si è evoluto il suo stile? 

Il critico Benvenuto Guerra parlava, circa i miei primi lavori, del ripescaggio degli archetipi che abbiamo nell’inconscio in virtù di una sorta di istintiva regressione. Successivamente ho cominciato a distruggere la geometria recuperando, contemporaneamente, la materia. Colpito dalla pittura americana e dall’espressionismo astratto ho lavorato con maggior libertà esecutiva tenendo sempre ben presente la figura umana, il corpo e la sua scomposizione. Il segreto nell’arte, e lo diceva spesso mio padre, non è dipingere ma sapere quando fermarsi. Naturalmente poi conta la padronanza della tecnica e della figurazione. Gli americani, dai quali pur sono attratto, non hanno alle spalle l’arte classica o il Rinascimento; la loro è un’arte vergine e ingenua. E’ impensabile invece per un artista europeo fare a meno delle proprie origini, dello stratificarsi di stili e periodi. In futuro voglio continuare su questa linea di ricerca, tra materia, forma e sua scomposizione. 

A proposito di origini quali artisti del passato l’hanno colpita o ispirata e, contemporaneamente, da quali artisti moderni ha tratto influenze e stimoli? 

Del passato ho sempre adorato l’arte veneta e la preponderanza dei valori tonali su quelli timbrici; mi riferisco in particolare a Giorgione e Giovanni Bellini. Del ‘400 apprezzo la staticità delle forme, la linea di contorno e il colore irreale in funzione esclusivamente di se stesso e non della figura, tutti valori che si perderanno nel manierismo e saranno riscoperti solo agli inizi del ‘900. Di moderni, invece, naturalmente amo Picasso, poiché la sua arte ha una risposta per ogni problema formale e poi Mirò e Klee, che stimo particolarmente. I suoi paesaggi sono paesaggi interni, dell’anima, oscuri e luminosi; e poi c’è l’astrattismo americano e italiano con Capogrossi e Vedova, considerato sempre un maestro. La discussione sarebbe ancora lunga e le domande ancora molte; ripensando ad un paio di libri usciti fuori dalla nostra conversazione (Balzac e Yung) posso affermare come l’arte di Dusi si muova in perfetta armonia tra materia e inconscio, ricerca onirica e ricerca formale. Nel Capolavoro sconosciuto di Balzac, il protagonista, Frenhofer, impiega una vita a lavorare su un ritratto il quale, una volta scoperto, mostrerà solo una massa informe di materia tanto l’artista era rimasto ossessionato dalla ricerca del vero e di una pittura incarnata. In Psicologia e Alchimia, invece, Yung ha messo in luce il significato intrinseco del lavoro alchemico come ricerca spirituale e il legame tra alchimia e inconscio. Il processo figurativo di arrivo ad una forma significante, allora, è come il processo alchemico che conduce dal mondo materiale, degli archetipi, alla coscienza di sé.

Uscito su Il Ponte - maggio 2010

La bestia dell'ombra


Il sito ufficiale: Studio d'arte Dusi.


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