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martedì 9 settembre 2014

"La voce a te dovuta" Grafiche di Chiara De Iuliis all'Officina Solare

Chiara De Iuliis - Acquaforte


"La voce a te dovuta". 

Personale di incisioni e grafiche di Chiara De Iuliis


13/25 settembre 2014

a cura di Tommaso Evangelista 

Inaugurazione sabato 13 settembre 2014 ore 19.00
Aperta tutti i giorni ore 19.00 / 21.00
INGRESSO LIBERO


OFFICINA SOLARE GALLERY
Via Marconi, 2 Termoli
info: 329.4217383


Testo critico

La lenta costruzione dell’immagine può essere illuminazione o sconfine, nel tentativo di trasfigurare l’attimo della forma-veduta in costruzione sintetica che è allo stesso tempo labirinto e traccia. L’arte calcografica ha la caratteristica, unica nel suo genere, di unire percorso, scavo e sintesi in una sola visione densa come il flusso nero della vernice e profonda come le tracce dei solchi. I lavori di De Iuliis, giovane incisore molisano formatasi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, si mostrano come lente strutture di forze implose proprio nell’insistenza ossessiva per un tratteggio invasivo e prismatico che scompone la liricità della visione, celandone il racconto e facendo emergere dal metallo uno spazio mentale e generico. Un’estensione lavorata, liquida e sfuggente, tormentosa e insistente come le impronte cesellate in un horror vacui asfissiante nel quale sembra di sentire l'ascesa dei pensieri allo strato della coscienza. Vi è pertanto un celato gioco di rispecchiamenti tra disegno, lastra ed anima, certamente nascosto nella convenzionalità apparente dello scorcio ma perfettamente leggibile se si mette da parte la struttura descrittiva e rappresentativa, analizzando il segno come specchio e tracciato psichico. L’intricato passaggio di piani, prospettici e chiaroscurali, comporta una complicazione inafferrabile, percepibile non solo come negazione e assenza bensì identificabile come lontananza e silenzio. Nel mondo asettico ed immateriale di tali stampe, che siano piranesiane suggestive vedute d’archeologia industriale oppure sperimentali astrazioni ottenute attraverso l’accumulo e la sublimazione di oggetti e spessori, vi è come una sorta di vita interiore che suona i solchi corrosi dagli acidi e sfiora l’epidermide sensibile della realtà come di chi vive incessantemente rinchiuso nei suoi atti e strappa dal mondo solo quegli oggetti e forme capaci di formare luce. Da qui la suggestione del titolo, che riprende la celebre raccolta di liriche di Pedro Salinas La voz a ti debida, e che ci suggerisce il luogo analogico entro il quale lavora l’artista, un luogo materico e metrico, ovvero messo a schema, che ruota intorno al tentativo di senso e alla ricerca impossibile di accordo e di voce –la voce dei luoghi o delle strutture interne della materia- «Non si vede nulla, non si sente nulla. / Superflui gli occhi e le labbra, in questo mondo tuo. / Per sentire te non valgono i sensi consueti, / che si usano con gli altri. / Bisogna attenderne di nuovi. / Si cammina al tuo fianco sordamente, al buio, / inciampando nei forse, nelle attese; / sprofondando verso l'alto con gran peso di ali» (Salinas). Si percepisce, infatti, nell’ossessione dell’inciso la perdita di una maschera e lo svelamento, in profilo di grido, di una forma sensibile e personale d’assenza rotante intorno all’idea assoluta del disegno quale unico strumento per controllare il rifiuto, quando la vita diventa ciò che si concretizza nella distanza piatta del metallo. L’acido è una bella metafora di questi sottili cambiamenti di stato e della trasfigurazione che ottiene il segno nel momento della perdita. Un lasciar andare i solchi nella profondità della lastra e allo stesso tempo il cercare di dare forza -voce dovuta- alla visione, a quel silenzio spiazzante che cela le immagini negli sguardi o nelle fotografie. Il distanziarsi dal mondo visibile –significativa l’assenza della figura umana- per un’intensificazione della veduta, che sia realistica, archeologica oppure astratta ma interessata alla radiografia delle zone infinitamente piccole attraverso la sublimazione teorica dell’informe, è, del resto, un tentativo di protezione dai pericoli dell’attesa e dall’irrompere dell’irrazionale: «Ora io suppongo il disegnatore calcografico evidentemente dotato dalla natura di tutta la buona disposizione per le arti imitatrici, e per assidua e ben regolata pratica giunto finalmente ad una giustezza d’occhio ed ubbidienza di mano irreprensibili. Ma egli è ben certo di conservarsi a lungo in quella linea media tra l’eccesso e il difetto, in che consiste il vero bello pittorico?» si chiedeva Giuseppe Longhi nel trattato del 1830 La calcografia propriamente detta: ossia L'arte d'incidere in rame. Nella pratica calcografica, che diventa giocoforza, più che in altre tecniche, tensione evolutiva e stilistica ancorata al flusso vitale dell’esperienza personale, vi è sempre il rischio, sublime, di un’Estetica dei visionari, ovvero di un ordine della creazione che si concentra maggiormente sulla fantasia per sublimare la banalità confusa della necessità. E’ facile percepire, pertanto, nelle grafiche dell’artista una diversa densità del mondo sensibile interpretato attraverso la luce e analizzato nella negazione delle sue forze vitali appunto perché non vi è accordo con la mano che incide. Questo sofisticato retrocedere nel proprio universo, nascondendosi nell’intenso “pieno” del tratteggio, non è che una regressione al grado zero della scrittura e un tentativo di apparente silenzio nell’eccesso dei segni. I lavori, pertanto, non hanno nulla da dire appunto perché si sono spesi nell’ossessione di una ricerca e di un percorso –come quando Piranesi cercava un utopico emissario del lago di Albano-, e sembrano usciti quasi da un combattimento o una lotta, visioni martoriate di uno scenario mentale messo a nudo e che a noi comunicano esclusivamente gli effetti, negandoci la struttura e le cause. Occorre allora leggere le stampe come un percorso disegnato e il segno-tratto come la radiografia estetica del cuore. La ricerca di uno stile e, soprattutto, di una voce –e il Goya dei Capricci lo sapeva bene- non è in fondo che una battaglia, il tentativo di comprendere la parte più incerta e nascosta del proprio disegno e del proprio essere per confidarlo ad altri muti visionari: «Ogni percorso si compone anche delle nostre perdite e dei nostri rifiuti, delle nostre omissioni e dei nostri desideri insoddisfatti, di ciò che una volta abbiamo tralasciato o non abbiamo scelto o non abbiamo ottenuto, delle numerose possibilità che nella maggior parte dei casi non sono giunte a realizzarsi – tutte tranne una, alla fin fine -, delle nostre esitazioni e dei nostri sogni, dei progetti falliti e delle aspirazioni false o deboli, delle paure che ci hanno paralizzati, di ciò che abbiamo abbandonato e di ciò che ci ha abbandonati. Insomma, noi persone forse consistiamo tanto in ciò che siamo quanto in ciò che siamo stati, tanto in ciò che è verificabile e quantificabile e rammemorabile quanto in ciò che è più incerto, indeciso e sfumato, forse siamo fatti in ugual misura di ciò che è stato e di ciò che sarebbe potuto essere” avrebbe scritto Javier Marias in Mañana en la batalla piensa en mí.

Tommaso Evangelista

Chiara De Iuliis - Cartiera San Bernardo - Acquaforte

mercoledì 27 agosto 2014

Christo e Jeanne-Claude all'Officina Solare - Manifesti e fotografie


CHRISTO E JEANNE CLAUDE
Manifesti e fotografie dal centro culturale Il Campo

A cura di Renato Marini e Tommaso Evangelista

30 agosto / 11 settembre 2014
Inaugurazione sabato 30 agosto 2014 ore 19.00
Aperta tutti i giorni ore 19.00 / 21.00
INGRESSO LIBERO

OFFICINA SOLARE GALLERY
Via Marconi, 2 Termoli
info: 329.4217383


Testo critico

L’arte di Christo è un’arte della differenza e della ripetizione incostante, ancorata ad un mondo poetico da materializzare nello spazio vitale del paesaggio e della topografia urbana. L’impacchettamento non è altro che un disperdere la vista, dal dettaglio all’insieme, per percepire l’elemento racchiuso come traccia puramente segnica slegata dalla composizione e dal contesto. Un retrocedere di piani visivi fino al grado zero del volume messo a nudo. Gli interventi sono concettuali e minimali allo stesso tempo, inquadrabili nella cosiddetta “land art” ma volutamente slegati da forti implicazioni politiche in quanto l’artista ha sempre ricercato nel fruitore reazioni di godimento e di stupore. E’ un voler prendersi cura dello spazio comune e il tentativo, forse ultimo, di un’etica della progettazione e dell’esecuzione, nell’insistenza primaria per il “coprire per svelare”. Cito da un’intervista a Christo e Jeanne-Claude, sua fedele compagna di vita e di ricerca artistica: G.: "Qual è il significato dell'impacchettare altre opere d'arte?" C.: "Il significato sta nel dare un'altra visione dell'opera in questione." J-C.: "Una volta un uomo mi chiese che differenza c'era tra una bicicletta impacchettata e una donna impacchettata. Gli risposi...Messieur, se non conosce la differenza tra una bicicletta e una donna, lei ha dei problemi!". Per Christo l’arte è un’entità assolutamente dinamica che si pone come regola quella di mettere in relazione le persone, gli elementi della natura, la luce, lo spazio, il colore. Ponendo in comunicazione il pubblico con il proprio passato e la propria ricchezza, naturalistica ed artistica, l’artista arriva così a materializzare l’idea di opera come monumento, non rappresentativo o simbolico bensì identitario e allo stesso tempo alieno. La sua è un’architettura dell’effimero, barocca e volutamente anti-moderna, in quanto non basata sull’accumulo e l’eccesso bensì sulla dispersione ed estensione dello stimolo. La massima entropia ottenuta con una progettualità minimale, fatta di pochi segni significanti moltiplicati fino alla saturazione dello spazio. Proprio per il carattere effimero e temporaneo delle azioni l’artista ha lavorato molto sul versante della progettazione e della documentazione, tanto che oggi di “originale” rimangono solo i progetti, i disegni e le fotografie. Le opere di Christo venivano smantellate dopo un certo periodo di tempo e toccava allora alla fotografia fermare l’istante, la composizione, l’impressione spaziale e cromatica per trasferire, immutabile, l’opera nel futuro. Poiché in assenza di scatti il progetto scomparirebbe del tutto non appena concluso è bene allora intendere la fotografia come parte integrante del linguaggio. Lo conosce bene questo sistema il fotografo Wolfgang Volz il quale ha documentato buona parte delle opere dell’artista e che, attualmente, è direttore tecnico dei lavori. Proprio per la loro natura pubblica, le installazioni di Christo sono fotografate da migliaia di persone essendo fuori da ogni museo o galleria, fuori da ogni controllo, e il compito di Volz, che ha collaborato con la coppia dal 1971 e ha seguito tutti i loro progetti, è quello di comunicare ufficialmente il lavoro, studiarlo e diffonderlo. Volz, infatti, è l’unico fotografo ufficiale e la sola persona che può editare e vendere le immagini delle realizzazioni, immagini che sono spesso stampate in edizioni di grande formato. Il suo contributo, allora, diviene fondamentale per diversi motivi: l’opera è intrasportabile, è strettamente legata ad un luogo, è temporanea, è interamente autofinanziata grazie alle vendite dei bozzetti e delle edizioni fotografiche. Per questo motivo i manifesti della collezione del centro culturale Il Campo acquistano una particolare valenza in quanto autentiche espressioni dell’artista e uniche testimonianze ufficiali dei suoi lavori. Nell’epoca della riproducibilità tecnica, smarrita l’opera nella temporalità dell’evento, rimane solamente il mostrare con la fotografia che, acquisendo uno specifico punto di vista, da una parte limita la fruizione integrale e dall’altra condensa la durata in un frammento denso come l’intero processo. Il processo di Christo è l’evidenza della morfologia ideale dello spazio attraverso un segno cromatico e materico. Le opere de Il Campo sono manifesti fotografici firmati in originale da Christo e Jeanne-Claude, donati in occasione del ventennale, nel 2000, del celebre centro culturale di Campomarino il quale, diretto dall’artista Renato Marini, è riuscito a proporre negli anni personali e collettive di indubbia qualità. Le fotografie di grande formato (70x100 e 50x70) e le cartoline più piccole, che documentano i più famosi interventi dell’artista dall’imballaggio del Pont Neuf (settembre 1985) a quello del Reichstag (giugno 1995), da The Gates (2004-2005) a The Umbrellas(1984), sono esposti per la prima volta a Termoli dopo essere stati presentati a Roma, a palazzo Malaspina ad Ascoli, e naturalmente al centro Il Campo, dove sono entrate stabilmente in collezione. La donazione, pertanto, è stato un omaggio dei coniugi alla galleria, a testimonianza della stima e dell’apprezzamento del lavoro di questa piccola realtà che ha contribuito nel suo piccolo alla storia dell’arte contemporanea in Molise nel secondo Novecento.

Tommaso Evangelista

giovedì 14 agosto 2014

Carta Canta. Disegni di maestri italiani


CARTA CANTA

Disegni di maestri italiani

Salvatore Amedei / Nino Barone / Giuliano Cardella / Alberto Casiraghi 
Giuliano Cotellessa / Domenico Colantoni / Giancarlo Costanzo
Dino De Vecchis / Fabio De Santis Scipione / Rossano Di Cicco Morra 
Alberto Gallingani / Tania Lorandi / Sergio Lombardo / Enrico Manera
Renato Marini / Gabi Minedi / Gian Ruggero Manzoni / Patrizio Maria
Antonio Marcovicchio / Pietro Massaro / Umberto Mastroianni  
Manuela Mazzini / Cleonice Gioia / Thierry Lambert / Achille Pace 
Ciro Palladino / Andrea Petrone / Michele Peri / Albino Pitti / Giacomo Porzano  
Mauro Rea / Leonardo Santoli / Gianfranco Sergio / Mario Serra

a cura di Nino Barone e Mauro Rea

16 / 28 agosto 2014

Inaugurazione sabato 16 agosto 2014 
ore 19.00 / 21.00

OFFICINA SOLARE GALLERY
Via MArconi, 2 Termoli

Aperto tutti i giorni ore 21.30 / 24.00
INGRESSO LIBERO

Presentazione


“Nulla è oggi negletto come il disegno.
Sembra che gli attuali pittori altro non abbiano in testa
che menare il pennello sulla tela”
G. De Chirico

Una collettiva incentrata esclusivamente sul disegno colpisce per l’attenzione a quanto di più meditato possa produrre un artista. Erroneamente oggi il disegno è visto come un divertissement quando invece sintetizza, nell’attimo della traccia, l’immediatezza dell’Idea oppure, nel caso di progetti elaborati, riduce e mette in schema il concetto e lo studio di fondo. La ramificazione del pensiero trova nel foglio di carta una prima gestazione, una disposizione di segni e simboli che è già architettura creativa e vitale. Si tratta, in fondo, di scrittura disegnata, di intensificazione dell’atto costruttivo e di comunicazione. La carta è pertanto un’informazione intima e segreta sul ruolo della rappresentazione. Scrive Silvana Macchioni, tra le massime esperte del disegno italiano, sull’Enciclopedia per ragazzi della Treccani «Un'idea, un'emozione, un progetto affidati a una trama di segni. Il disegno è una pratica comune a tutte le culture e a tutte le età dell'uomo. Per il bambino è uno strumento di conoscenza del mondo che lo circonda ed espressione del suo sviluppo percettivo e intellettivo; per i popoli non alfabetizzati è un mezzo di comunicazione visiva anteriore alla scrittura; per l'artista è un momento imprescindibile dell'ideazione e dell'esecuzione delle sue opere; per il designer è la progettazione della funzionalità e della qualità estetica dei prodotti dell'industria». E’ un processo complesso, quindi, che nasce da un bisogno umano di memoria, divulgazione e trasmissione ed ha l’originaria fonte ispirativa nell’Idea che l’artista conserva nella propria mente, a seconda della personale visione del sistema. Che sia un sommario o un dettagliato progetto, che cerchi un senso compiuto o sembri il frutto di ennesimi ripensamenti, in forma accurata o di schizzo, il disegno può definirsi l’etimologia della lingua visiva e la base imprescindibile dell’arte. L’artista con il disegno si spoglia di ogni ricatto materico, di ogni tentazione all’accumulo, e registra sulla carta l’immagine come capovolgimento e rovesciamento all’esterno dell’immagine interna, come aveva teorizzato Federico Zuccari nel 1607, ne L’idea dé pittori, scultori ed architetti. L’immagine interna, che corrisponde all’Idea, è severa, ascetica, rarefatta, e vive in un sistema di relazioni concettuali e dinamiche intime; quella esterna sul foglio è un’impronta psichica del concetto, è il contorno essenziale che fonde il misticismo della linea che caratterizzava l’arte classica e la visione della Natura e della Storia occidentale quale spettro della realtà, sintesi e simbolo. Il disegno va dunque a scoprire e svelare la parte immutabile e intangibile dell’essere, il segno recondito senza spazio e tempo della sua vera essenza. Evitando di soffermarmi sulle singole opere della collettiva, che non seguono un filo comune bensì presentano le ricerche di svariati artisti contemporanei italiani, distanti per studi ed analisi ma accumunati dall’uguale scelta del supporto e della tecnica, si può concludere che il Disegno, che il nostro Paese, nel corso della sua storia artistica, ha concorso ad esaltarne ed estenderne gli orizzonti di bellezza e significato, elevandolo a disciplina autonoma madre di tutte le altre espressioni, è realmente l’espressione dell’eternità.

Tommaso Evangelista

giovedì 31 luglio 2014

Petra: le suggestioni della materia. Sculture di Di Maria


ANTONIO DI MARIA
PETRA: LE SUGGESTIONI DELLA MATERIA
a cura di Gioia Cativa

2 / 14 agosto 2014

Inaugurazione sabato 2 agosto 2014 ore 19.00 / 21.00
Performance di musica moderna di
ILEANA DE SANTIS
flautista


OFFICINA SOLARE GALLERY
Via MArconi, 2 Termoli

Aperto tutti i giorni ore 21.30 / 24.00
INGRESSO LIBERO


Presentazione

 “Una piuma può tornire una pietra se a muoverla è la mano dell'amore” (Hugo Von Hofmannsthal)

La personale di Di Maria “manifesta” attraverso una materia dura come la pietra l'idea del mondo e di come viene visto, vissuto ed interpretato. Grazie all'utilizzo di pietra locale molisana e della breccia, lo scultore dà voce alla materia stessa, si pone come mezzo di comunicazione tra la natura e l'uomo e “parla” attraverso quelle forme che sono la trasposizione del suo “Io”, il fine ultimo e concreto di un processo emozionale che vede origine, come sostiene Di Maria stesso “dalla terra e si innalza nella ricchezza delle forme”. È un'arte viva quella che viene presentata attraverso le sculture selezionate ed esposte in galleria. Lo scultore è fortemente legato alla sua terra natìa ed è da questa che prende inizio la creazione; egli stesso si definisce “un uomo legato alle origini della sua esistenza ed un canale attraverso cui la natura si esterna al mondo”.Quelle di Di Maria sono forme in divenire, non sono chiuse in loro stesse, ma si aprono a qualcosa che va oltre il tangibile ed “incarnano”la poetica dello scultore. Questi lavori non nascono da un'idea primigenia dell'artista per poi essere concretizzate nel manufatto in pietra, ma si generano in un processo inverso: è come se la pietra scegliesse il suo destino. L'artista, infatti, racconta la sua ricerca della materia prima e di come sia essa stessa ad indirizzarlo verso la creazione. Ne nascono dei soggetti che sono determinati dal suggerimento della pietra: sono la concretizzazione dei sentimenti che la pietra stessa fa scaturire nell'animo dello scultore e il rapporto di forte empatia che ne deriva e che vive nelle forme che possiamo ammirare. Nelle sculture di Di Maria assistiamo ad un lavoro che unisce rigore e creatività non solo nelle forme e che sono parte di un racconto dalla molteplice trama. La storia delle nostre origini culturali, quell'aspetto demo-etno-antropologico che racconta le nostre tradizioni popolari è rappresentato attraverso un trittico di statuine che rimandano alle serenate popolari: il suonatore di bufù (tipico strumento molisano), il tamburo e il fisarmonicista. È un ritorno alle origini, è un viaggio melanconico nel passato, un tentativo di imprimere sulla pietra quello che siamo e quella ricchezza popolare e culturale di cui siamo portatori contemporanei. È l'occasione per rimembrare tradizioni, se non perdute nell'oblio del tempo, quantomeno poco conosciute dalle nuove generazioni, come la “maitunata”, stornellata tipica di Gambatesa, in provincia di Campobasso. Siamo davanti a figure armoniche, linee che danzano fra loro: c'è una classicità in questi lavori, un ordine ed una tranquillità emotiva.

La stessa delicatezza , l'occhio che “accarezza” le linee e la liscia pietra levigata ad arte, la ritroviamo in una serie di gruppi scultorei raffiguranti la Natività, intesa come esaltazione del valore della famiglia. Lineamenti morbidi definiscono le forme, non c'è disomogeneità fra le varie parti ma, anzi, assistiamo a dei lavori che fanno dell'unicità un valore incontestabile. Sono lavori che “sprigionano”amore, un calore che li avvolge come un'aurea e che si arricchiscono nella loro stessa forma. Cosi come accade, ad esempio, nel “Volto di donna” , un viso senza tempo che sembra guardare imperturbabile il mondo circostante; è qui che possiamo osservare la reale qualità del lavoro dell'artista: soffermandoci sul profilo della donna notiamo che dietro è stata lasciata la corteccia naturale,la pietra grezza e ciò rende ancor più apprezzabile il lavoro, sottolineando un alto valore qualitativo e l'indubbia capacità dell'artista di lavorare la materia.

Come sosteneva Lucrezio “la goccia scava la pietra” e le mani e gli attrezzi dell'artista sono come quelle gocce che trasformano il blocco di pietra in qualcosa che possiede vita propria, una propria identità ed un proprio valore.

Gioia Cativa

giovedì 17 luglio 2014

Franco Sciusco - La Modella


FRANCO SCIUSCO
"La Modella"
a cura di Umbero Russo

19 / 31 Luglio 2014
Inaugurazione Sabato 19 Luglio 2014 ore 19.00
con performance musicale della flautista
FRANCESCA DEL CIOTTO

Apertura tutti i giorni ore 21.30/24.00
Ingresso Libero

Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 Termoli

Presentazione

Una vocazione spontanea, si direbbe incoercibile, quella che ha condotto Franco Sciusco a dedicarsi fin da adolescente alla pittura, dapprima coltivata nel solco della tradizione figurativa, poi interpretata in modo originale e tutto personale, come intreccio di tele, manipolazione materica, quasi un’esplosione di fremiti e impulsi profondi tradotta in proiezioni informali.

Nell’introduzione al volume Franco Di Tizio ripercorre questo cammino artistico, segnalandone le tappe salienti e citando ampiamente i giudizi della critica qualificata, a testimonianza dei positivi riscontri che l’opera di Sciusco ha sempre ottenuti nel corso, ormai, di più di un trentennio.

Del resto, la sua è un’opera ancora in cammino, che riserba altri interessanti momenti creativi, altre forme di invenzione, nel fertile sviluppo di un’attività che nasce dal fondo più genuino della sua personalità.

«Io penso che nella vita di un artista – dichiara lui stesso – si dica solo una parola, questa parola è scritta nell’opera, in una o in mille opere la parola è sempre la stessa: importante che alla fine dei tempi si sappia». (Umberto Russo) 

FRANCO SCIUSCO, E NATO A ORTONA (CH) NEL 1956 .ESPONE PER LA PRIMA VOLTA A ROMA NEL 1976. IN TRENTACINQUE ANNI DI ARTE SI AFFERMA E OPERA COME ARTISTA INTERNAZIONALE. FIN DAI PRIMI ANNI NOVANTA REALIZZA OPERE CON UNA ORIGINALE TECNICA DI TELE E FOTO TAGLIATE E INTRECCIATE CHE LO ANNO PORTATO AD ESPORRE IN UNA PERSONALE NEL 1994 AL MIAMI BEACH WORL DEXPOSITION (USA).

giovedì 3 luglio 2014

Anna Di Fusco - White Noise all'Officina Solare


White noise.
Ipotesi monocromatiche
di Anna Di Fusco
A cura di Tommaso Evangelista
6/18 luglio 2014

Inaugurazione domenica 6 luglio ore 19.00
con performance musicale di
ILEANA DE SANTIS
Flautista

Apertura tutti i giorni dalle 21.30 alle 24.00
Ingresso libero
Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 TERMOLI



Presentazione

White noise. Ipotesi monocromatiche di Anna DI Fusco

Quando il particolare è l’assenza non di rado si assiste all’inversione della visione, che da sguardo analitico diventa ipotesi di senso. Il fascino della pittura monocromatica risiede infatti nell’essere una pittura di “grado zero” che alla polisemia cromatica predilige la profonda, e a volte struggente, esplorazione di un unico tono. L’assenza allora diventa tattile e concreta ed ecco perché il monocromo, in fondo, è un’utopia della materia pittorica. La storia dell’arte (e dell’occhio) a riguardo offre infinite suggestioni sulle quali vale la pena, brevemente, soffermarsi per apprezzare quanto possa essere complesso e per nulla banale adottare come poetica, come ha fatto Di Fusco, la ricerca su una gamma limitata di colori e in particolare sul bianco. La definizione è antica. Permonochromata Plinio il Vecchio si riferiva verosimilmente alla preparazione dei dipinti eseguita in bianco e nero e poi colorata con un’unica tinta; Quintiliano parlava invece di una pittura singulis coloribus che parrebbe identificarsi con il chiaroscuro monocromo. Una pittura a tinta unica è stata usata largamente nei secoli, comunque, sia in sussidio di grandi decorazioni murali sia come trattamento di sfondi tanto che l’Angelico nel convento di San Marco ci ha lasciato splendide varianti di bianco, tono su tono: basti a riguardo osservare l’armonia della scena della Trasfigurazione. Il Novecento complica la forma e la visione. Malevič sosteneva un’arte liberata da fini pratici e di rappresentazione, basata sul riconoscimento della supremazia della sensibilità pura, tanto che il suo Bianco su bianco del 1918 è più che altro un’intuizione, poetica come un pensiero; nel 1922 scrisse: «Il suprematismo bianco si spinge verso una natura bianca e priva di oggetti, verso impulsi bianchi, verso una conoscenza ed una purezza bianche come verso lo stadio più alto di ogni realtà, della quiete come del movimento». Arriviamo al secondo Novecento. In Italia si assiste al trionfo del bianco inteso come sdoganamento dagli schemi e ricerca di uno spazio d’azione intensificato, e molti artisti dell’avanguardia hanno percepito questo non-colore come un elemento dalla forte carica simbolica ed energetica. C’è Lucio Fontana che nel 1946, a Buenos Aires, pubblica il Manifiesto Blanco, cercando nello spazialismo una sorta di luogo extra-temporale di sconfine ma ci sono anche i pallidi cretti di Burri, densi come terra, oppure l’ironia dei monocromi di Piero Manzoni o le modulazioni ottiche di Enrico Castellani. Ci sono poi ancora i lavori di Capogrossi, Boetti, Lombardo, Bonalumi, Pascali, Kounellis, Ceroli, tutti alla ricerca di sequenze di bianco che solo il sortilegio della pittura e la personale sensibilità del colore ci aiutano a distinguere. Equilibrio di fondo, purezza, essenzialità oppure disarmonia, cinismo, angoscia, disorganicità. Le opere di Di Fusco, alla luce di tante ed eterogenee influenze, sembrano vivere tra la sensualità materica e barbara di Burri e l’invisibile ricerca di spirito di Fontana, il quale aveva adottato una materialità liberata da qualsiasi atomo realista per mostrare una natura invisibile e celata oltre la superficie. Per l’artista di origini molisane, proveniente da eccellenti prove pittoriche di superamento delle tensioni costruttive, il bianco su bianco degli ultimi lavori è un significativo punto di arrivo nella riuscita rappresentazione di un silenzioso annullamento di tutte le forme adoperate finora. La materia pittorica si compenetra col supporto, compattandosi in costruzioni ritmiche e irregolari ricche di tensioni prospettiche che si percepiscono nelle ombre solide degli spessori. Emerge una spazialità nuova, sensibile al vuoto, dove il tocco della pittrice diventa fenomeno ottico complesso e la tela un tempo sospeso, come la pausa di un rumore. E proprio al rumore ci riporta segretamente il titolo poichéwhite noise in inglese indica il rumore bianco ovvero un particolare tipo di rumore caratterizzato dall'assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante. Tale rumore, simile ad un continuo fruscio, è normalmente usato per mascherare altri suoni, ovvero coprire il rumore in ambienti interni, e in particolari circostanze è indicato per provocare allucinazioni uditive e rilassamento. Sia che osserviamo i monocromi bianchi o quelli neri, oppure le varianti cromatiche in blu, rosso o grigio, impostate su solide increspature di materia, l’idea della pittura come “rumore di fondo” mi sembra particolarmente interessante perché va a cogliere una proprietà essenziale dell’arte contemporanea: la decorazione. L’arte è diventata decorativa perché ha abdicato alla sua funzione narrativa ed universale, sostituendo al racconto l’attimo della sensazione personale che diviene impronta psichica nella ricerca di sintesi astratte. L’arte, come il bianco di Kandinskij, è diventata assoluto divenendo silenzio. Questa inconscia sinestesia ci conduce, pertanto, ad un’altra lucida sperimentazione sul bianco e sul suono. Siamo nel 1951 e Rauschenberg crea i suoi White Paintings, inserendosi nella tradizione dei dipinti monocromatici. L’obiettivo dell’artista era quello di ridurre il dipinto alla sua natura più essenziale, così da condurre l’osservatore verso una forma pura dell’esperienza artistica. I White Paintingsfurono esposti alla Eleanor Ward’s Stable Gallery in New York, nell’Ottobre del 1953, e apparivano semplicemente come tele vuote, completamente bianche. Ma invece che come frutto di un processo distruttivo di riduzione della forma al nulla totale, per apprezzarli è necessario pensarli piuttosto come “schermi ipersensitivi”, o più suggestivamente, affidandosi all’interpretazione che John Cage diede di loro, come “aeroporti di luci, ombre e particelle”. Fu proprio Cage che, ispirato da tali opere, realizzò il suo più famoso e controverso lavoro, intitolato 4’33’’, per qualsiasi strumento musicale. Si tratta di uno spartito bianco poiché la composizione consiste nel non suonare alcuno strumento per la durata di 4 minuti e 33 secondi, rendendo protagonista dell'opera né l’esecutore né tantomeno il compositore, bensì l’ambiente con la sua gamma infinita di manifestazioni acustiche, ovvero col suo white noise. Cage dava spazio alla voce del mondo come Rauschenberg dava corpo all’ambiente in quanto i suoi lavori erano influenzati dalle condizioni esterne “così che potenzialmente – diceva - avresti persino potuto evincere quante persone erano nella stanza”. Il bianco assoluto, come il silenzio, non esiste e tutta la pittura monocroma di Di Fusco cerca di suggerire delle impressioni ambientali ed armoniche ricavate dalla totalità del reale. I lavaggi di colori, gli accostamenti tono su tono, le spatolate e l’uso evidente della traccia, che parrebbero indirizzare verso una pittura d’azione, cercano di modulare gli ambienti in attimi e pause poiché l’intento dell’artista è quello di decorare con i gesti le misure personali, lasciando all’evocazione quella freschezza naturalistica alla quale si arriva per lenta comparazione. Una declinazione della leggerezza e il tentativo di ricomposizione del piano pittorico, ormai saturato dalla materia e per questo in perenne disvelamento attraverso i segni e le tracce lasciate dalla pittrice. L’intento è proprio quello di somministrare al fruitore frammenti sonori, ovvero quel rumore di fondo capace di colorare la vita e senza il quale tutto si perderebbe in un vuoto inquieto. Ma soprattutto c’è il colore, analizzato e sperimentato nella tridimensionalità dell’impasto cromatico, nella sua risonanza interna di sintesi. L’azzeramento della forma, il passaggio dalla decorazione all’evento, per chiudere con Filiberto Menna, è allora inevitabile: «il colore agisce con le sue proprietà dinamiche quantitativamente accettabili e regolabili. Il quadro non rinvia ad un altro di sé, rifiuta ogni rimando metaforico sia pure di ordine soltanto espressivo, per trasformarsi in una struttura oggettiva, al limite impersonale».

Tommaso Evangelista

venerdì 20 giugno 2014

Forme dal Fuoco - Scultura all'Officina Solare


FORME DAL FUOCO
MASSIMO ANTONELLI / NINO BARONE / MICHELE CARAFA / CLEOFINO CASOLINO

a cura di Gioia Cativa

21 GIUGNO / 3 LUGLIO 2014

Inaugurazione sabato 21 giugno 2014
Ingresso libero
Apertura tutti i giorni ore 19.00 / 21.00

Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 Termoli


Presentazione

“Abbiamo tutti una vita interiore.
Tutti sentiamo di far parte di un mondo e nello stesso
tempo di esserne esiliati. Bruciamo tutti nel fuoco
delle nostre esistenze. Abbiamo bisogno delle parole
per esprimere ciò che abbiamo dentro.”
(Paul Auster)


“Forme dal fuoco” è una collettiva d'arte dal duplice significato: in virtù delle opere esposte al pubblico, ovvero piccole e medie sculture in terracotta. Da un lato, possiamo intendere il titolo da un punto di vista prettamente letterale, potremmo pensare ai manufatti di terracotta come il risultato finale di un processo di lavorazione che termina con la cottura nei forni ad altissime temperature: dal fuoco si generano quelle forme che osserviamo davanti a noi e che possiamo apprezzare. È la forza primordiale del fuoco, che avvolge le stesse, le forgia, le rende indistruttibili e tangibili quanto artisticamente uniche. La fiamma è vista come una mano creatrice che plasma e dona vita alla creatività degli artisti, di coloro che ideano e si affidano al fuoco per creare.
Da un punto di vista, invece, più metafisico, empatico o filosofico, il fuoco nell'arte ha rappresentato e, forse, rappresenta tutt'ora nel contemporaneo la forza purificatrice, quel simbolo di cambiamento e rinnovamento nel segno della distruzione e della rinascita. Nel secondo dopoguerra, l'arte conosce le combustioni di Alberto Burri, il suo studio del fuoco direttamente sull'opera, le sensazioni che si scatenano da essa, accompagnata dalla convinzione che non sia simbolo di distruzione, bensì l'annuncio di qualcosa di nuovo, che diventa una vera e propria forma di purificazione, soprattutto nelle performances degli anni '70. Allo stesso tempo, il fuoco diviene una di quelle immagini simboliche sempre più ricche ed articolate della contraddizione umana: protesa verso il nuovo, alla scoperta e al progresso ma allo stesso tempo incapace di dominare realmente con la ragione e con la scienza le forze più profonde della natura. Qui nella collettiva “Forme dal fuoco” vogliamo “leggere” la creazione di queste opere attraverso una visione metafisica, osservando un sentimentalismo ed una spiritualità che si esterna, si appropria di forme nuove per emanciparsi, liberarsi e venire fuori, rendendosi, così, comprensibile all'occhio profano.

La fiamma che arde, prende forma nelle sculture di Cleofino Casolino, dove la donna diviene quasi protagonista assoluta. Assistiamo ad una spontaneità delle forme espresse, in questo caso, con una semplice manifattura , ma che possiede e sprigiona una forte emotività. Casolino rappresenta un vulcano di creatività in continua produzione, un tumulto che si racchiude in queste terracotte presentate alla mostra: sono momenti e sensazioni dell'artista catturati nella materia. In questi lavori assistiamo all'esaltazione della femminilità nelle sue molteplici e tormentate forme , dalla voluttuosità alle tensioni delle stesse: corpi che si tendono, che si piegano su sé stessi,volti carichi di pathos, dolori che lacerano l'anima. È la drammaticità dei suoi contasti interiori.

Nino Barone, con una serie di piccole sculture vivacemente colorate, pone l'accento su un tema delicato ma quanto mai attuale: la salute dell'ambiente e la salvaguardia di specie (uccelli) a rischio estinzione. Forme particolarmente accentuate, richiamano alla mente uccelli esotici, caratterizzati da una vivida gamma cromatica. La terracotta viene lavorata in queste forme piccole ma armoniche e dipinte con cura dei dettagli. Siamo di fronte alle ispirazioni di Barone che prendono forma, alla sua fiamma artistica che si materializza in questi pregiati lavori, i quali diventano la sua testimonianza, la sua presa di coscienza di una natura sempre più debole ma distruttiva allo stesso tempo, dell'operato dell'uomo che inficia su di essa ed altera un equilibrio millenario. Osserviamo le sue emozioni realizzate artisticamente e prendiamo atto della sua indubbia capacità di lavorare, con eleganza ed armoniosità, i più diversi materiali e supporti.

Anche Massimo Antonelli ci permette di entrare nel suo immaginario sociale, se cosi lo possiamo definire, attraverso una “grattugia”in terracotta: l'oggetto è una metafora dell'artista per parlare di una società vuota, che è annichilita e annichilisce l'uomo attraverso enormi difficoltà, ingiustizie e dolori. Ci troviamo davanti ad un'opera “graffiante”, sinonimo di una vita che ci graffia, ci ferisce ma allo stesso tempo ci fortifica. Lo stesso Antonelli sostiene “ (…) i buchi sono gli eventi tristi. È la vita che ti gratta dentro:” l'arte contemporanea è, dunque, quella monumentalità e quella bellezza estetica “invisibile”, racchiusa all'interno di un comune oggetto. Assistiamo ad una scultura di recupero che, da un punto di vista estetico, si avvicina molto al ready- made, in quanto osserviamo un oggetto comune prefabbricato o realizzato con un materiale diverso dalla sua natura. Isolato dal suo contesto funzionale, dunque, decontestualizzato e contestualizzato nuovamente in seguito alle scelte dell'artista. L'autore “regala”una percezione diversa ed una visione analitica dell'oggetto, in quanto, possiamo osservare la scarnificazione dello stesso attraverso i tagli, le fessure ed i fori. Attraverso questa forma, Antonelli, manifesta il suo fuoco, quel grido di disapprovazione reincarnato nelle grattugie.

Come sosteneva Dewey nel suo “Art and Experience”l'arte non è un posto dove si incontrano solamente le sensazioni, ma diventa la creazione di qualcosa di nuovo, una nuova esperienza, ed è quello che fa anche Michele Carafa con la sua scultura “mi vuoi sposare?”. Un' artista che lavora con diversi materiali, dalla terracotta al polimaterico, in una ricerca plastica continua che culmina in sculture che uniscono spiritualità e una gestione dello spazio anche da un punto di vista geometrico. Una profonda religiosità pervade attraverso le forme plasmate da Carafa, si respira serenità, un senso di pace interiore che in “Mi vuoi sposare?”è dato dalle mani raccolte al petto, gesto che indica la nostra libertà, la possibilità attraverso il libero arbitrio di scegliere il meglio, godendo, di conseguenza, di uno stato di beatitudine. L'artista lavora dando forma ad una armoniosa plasticità, le varie componenti si sublimano in una perfetta unicità: è un assemblaggio che non conosce “interruzioni”, è un continuum di linee che aderiscono fra loro e sottolineano un momento di grande emozione ed evidenziano la capacità dell'artista di cogliere stati d'animo forti, che “ardono”, “imprigionandoli” nei suoi lavori.

Gioia Cativa

domenica 27 aprile 2014

Reportage dalla mostra Contemporanea all'Auditorium di Isernia

CONTEMPORANEA
Collettiva d’arte contemporanea 

a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Isernia e Tommaso Evangelista
dal 15 aprile al 4 maggio 2014

Auditorium “Unità d’Italia”, Corso Risorgimento, 221, Isernia
Inaugurazione martedì 15 aprile ore 19

Partner tecnici: Galleria Officina Solare

Artisti: Alessandra Antinucci, Vincenzo Amicone, Nino Barone, Ferdinando Battista, Francesco Boschi, Alberto Burgo, Carma, Lino Cianchetta, Stefano Cirillo, Chiara De Iuliis, Eduardo De Vincenzi, Cosmo Di Florio, Nicola Dusi Gobbetti, Luce 1807, Simona Materi, Antonio Pallotta, Antonella Peluso, Alessandra Peri, Michele Peri, Pop, Valentino Robbio, Nazzareno Serricchio, Antonio Tramontano, Vincenzo Ucciferri.

Foto di Antonio Tramontano


Contemporanea - a cura di Tommaso Evangelista












giovedì 17 aprile 2014

Mauro Rea al Museo Michetti (MuMi) - Senzarteneparte

Dopo la personale alla Galleria Officina Solare di Termoli Mauro Rea espone nei prestigiosi spazi del Museo Michetti di Francavilla al Mare.

MAURO REA. SENZARTENEPARTE

MOSTRA: Mauro Rea. Senzarteneparte
LUOGO ESPOSITIVO: Museo Michetti - MUMI – Francavilla al Mare/CH
A CURA DI: Maria Cristina Ricciardi
COORDINAMENTO DI: Tonino Bosica, Manuela Mazzini
DURATA: 19 aprile- 08 maggio 2014
Inaugurazione sabato 19 aprile 2014 ore 18:00

Catalogo con testi di Maria Cristina Ricciardi, Stefano Colonna, Tommaso Evangelista, Alessandro Masi, Sandro Montalto.

La mostra, alla presenza dell’artista, avrà un’introduzione critica del critico Maria Cristina Ricciardi dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara.

Nel realizzare le mie opere io ho sempre guardato in profondità, mirando all’essenza delle cose grazie ad un continuo processo di astrazione e interiorizzazione che connota il mio modo di “fare arte”. Ma ho usato con piena libertà anche il figurativo, alternando “essenza” e “apparenza”: questo rispetto per “ciò che appare” nasce in me dall’amore per il mondo della natura, in cui la Materia rappresenta l’ancoraggio dell’umanità al pianeta terra... La mia pittura è arma da guerra iginiecamente modificata, ostacolo visivo e mentale su cui sbatterci la testa anche (Mauro Rea)

Scrive M. Cristina Ricciardi:
Senza arte né parte significa essere senza identità e l’identità è la qualità di tutto ciò che ci circonda, quello che compone la nostra storia. Mauro Rea, con i suoi lavori carichi di energia materica e di grande forza evocativa, ci offre un serbatoio di immagini di intensa sensibilità, capace di stabilire, con lucida attenzione, una intelligente correlazione tra la dimensione antropologica delle origini, che è anche origine della creazione e del fare artistico, e quella del mutamento, consapevole o meno, imposto all’individuo dalla cultura di massa all’interno di quello che si individua come il grande universo sociale della comunicazione. L’assenza di identità coincide per Rea con ciò che Pasolini definiva “impoverimento dello spazio umano” che è fatto fisico e culturale all’interno di una “mutazione antropologica” che riguarda tutti noi.

Mauro Rea (Sora/FR 1960). Vive e lavora tra Avezzano, Capistrello e Roma.

Si diploma al liceo Artistico di Cassino e all’Accademia di Belle Arti di Frosinone. Inizia ad esporre alla metà degli anni Settanta guardando sempre a grandi spazi pubblici e privati in cui non venisse meno il confronto con il pubblico e con gli artisti con cui condividere lo spazio espositivo. Alla fine degli anni Ottanta espone al XIII, XIV e XV Premio Sulmona; alla Pinacoteca Tadini di Lovere; al Castello S. Pelagio, a Padova e al Complesso Monumentale San Michele a Ripa, a Roma. Negli anni Novanta espone all’Università di Cosenza e in spazi pubblici e privati di Brescia, Milano, Bergamo, a Villa Lippi e a Palazzo Vittoria a Montecatini, a Palazzo Racani Arroni, Galleria d'Arte Moderna di Spoleto, a Palazzo Falcione a Campobasso, partecipando al XX Premio Valle Roveto.; al Centro Luigi Di Sarro, Roma. Fra le mostre più recenti si segnala la sua partecipazione alle collettive Futurismo e astrazione, Banca Toscana, ad Avezzano (2002), Rassegna d’arte contemporanea; Di ferite, di segni, di cose sparse, alla Galleria Parioli Arte, Roma (2003), Oltrepassare la pace, Scuderie Aldobrandini, Frascati (2003, 2004). Nel 2007 è nuovamente invitato al XXXIV Premio Sulmona e nel 2009 al Complesso Monumentale del Quirinale, a Roma. Nel 2010, partecipa a Omaggio a Umberto Mastroianni, Museo Vittoria Colonna, Pescara ed è presente alla rassegna La materia e lo spazio urbano, al Mediamuseum, Pescara. Nel 2011 espone al chiostro di San Domenico a Cosenza, al Domus Talenti a Roma, alla Palazzina Danelli a Pescara; presenta il libro Arravutamm o'munno a cura di Gian Ruggero Manzoni nell'ambito di Capistrellarte. Fra le mostre del 2012 si ricorda la sua partecipazione al Premio Biennale Nazionale di Pittura Murale Casoli Pinta; Alfabeto Morso, En Plein Air, Pinerolo; UBU sotto tutti gli aspetti, Palazzina Azzurra di S.Benedetto del Tronto; al MUMI a Francavilla al Mare. Nel 2013 dopo aver esposto al Palazzo delle Arti a Napoli, espone al Museo Archeologico della Sibaride a Sibari. Si segnala l’antologica del 2010 Le matrici creative e le forme dell’incompiuto, Museo della Valle del Liri, Sora (Fr), a cura di Donato Di Poce e la personale del 2012, Mauro Rea: Un pittore antimoderno, AxA, Campobasso. a cura di Alessandro Masi.
Nel 2014 all'Officina Solare Gallery Senzarteneparte 


Personale all'Officina Solare 
Personale all'Officina Solare


lunedì 7 aprile 2014

CONTEMPORANEA - Auditorium di Isernia


CONTEMPORANEA
Collettiva d’arte contemporanea

a cura dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Isernia
e di Tommaso Evangelista

dal 15 aprile al 4 maggio 2014

Auditorium “Unità d’Italia”, Corso Risorgimento, 221, Isernia
Inaugurazione martedì 15 aprile ore 19

Apertura tutti i giorni ore 17.30-20 esclusi i Lunedì (per aperture su prenotazione contattare 3334807854)

Partner tecnici: Galleria Officina Solare

Artisti: Alessandra Antinucci, Vincenzo Amicone, Nino Barone, Ferdinando Battista, Francesco Boschi, Alberto Burgo, Carma, Lino Cianchetta, Stefano Cirillo, Chiara De Iuliis, Eduardo De Vincenzi, Cosmo Di Florio, Nicola Dusi Gobbetti, Luce 1807, Simona Materi, Antonio Pallotta, Antonella Peluso, Alessandra Peri, Michele Peri, Pop, Valentino Robbio, Nazzareno Serricchio, Antonio Tramontano, Vincenzo Ucciferri



La mostra Contemporanea nasce in concomitanza con la presentazione ad Isernia del libro Officina Solare 20011-2013 che raccoglie i testi critici riguardanti tre anni di mostre nella celebre galleria d’arte termolese. Vista la forte presenza di artisti isernini, e della provincia, in monografiche e collettive nella galleria, si è pensato di documentare le loro ricerche presentandole tutte insieme in una esposizione di carattere generale che faccia al contempo il punto sullo stato dell’arte contemporanea sul territorio. Grazie all’interesse del Comune di Isernia e dell’Assessorato alla Cultura si è riusciti ad aprire il lato B dell’Auditorium per adattarlo a luogo espositivo. Il carattere incompleto e underground dello spazio, lungi dal voler essere una limitazione alla fruizione, è stato inteso come un’amplificazione del luogo e una ipotesi di musealizzazione, dato che ha accolto le ricerche più disparate che spaziano dalle installazioni alla scultura alla pittura fotografia e videoarte. Il carattere dinamico e disorganico della collettiva, pensata esclusivamente come presentazione di linguaggi personali, indipendenti, in questo caso, da un’impostazione teorica e curatoriale, è anche il tentativo di sondare Isernia dall’orizzonte del contemporaneo. L’ipotesi di fondo è quella di un rilancio dell’intero complesso dell’Auditorium sotto il segno della cultura e di una riscoperta della tradizione artistica locale, capace di parlare al contempo con contesti nazionali. La mostra Contemporanea, negli spazi ancora indefiniti e grezzi dell’architettura, diventa pertanto capace di parlare esclusivamente in virtù della forza comunicativa delle opere, di maestri storici o giovani emergenti, che dialogano tra loro nel tentativo di creare insieme, contestualizzarsi e riqualificare un luogo ancora non terminato e pensato di certo per altre esigenze. Un po’ come era avvenuto nella celebre mostra curata da Bonito Oliva, Contemporanea, nel parcheggio di Villa Borghese, anche in questo caso, in maniera più ristretta, a parlare sono i lavori e le idee, il tentativo di relazione con gli spazi, la proposta allestitiva, la ricerca di un’utopica linea diacronica che parte da maestri storici come Ucciferri e Battista, passa per grandi ricercatori della materia e della forma come Serricchio, Peri e Dusi, e arriva alle nuove generazioni che, distaccandosi dalla tradizione, adottano la comunicazione come acceleratore di stimoli visivi. Solo in tale prospettiva dinamica ed evolutiva, fermo restando dell’insieme venutosi a creare in maniera quasi inconscia dalle partecipazioni alle mostre dell’Officina, si può leggere l’esposizione come una visione, in trasparenza, del nostro tempo e dei nostri spazi; di certo incompleta ma per questo ancor più criticabile e giudicabile nella ricerca di un dibattito attivo e vitale nella città di Isernia che sempre più ha esigenza di un dialogo proficuo con la modernità. Le piccole fratture di senso, gli straniamenti linguistici o semplicemente le proposte visive e cromatiche delle singole opere, che coprono tecniche e stili molto ampi, concorrono ad amplificare il senso dell’intero evento. L’arte è fatta in fondo per i musei e non per gli auditorium. Contemporanea ha voluto solamente riqualificare un monumento della città con le più disparate manifestazioni artistiche di quella cultura che ha concorso a formarlo con quello stile e quelle determinate forme che, sebbene criticabili, devono essere quantomeno integrate e comprese. Solo la ricerca, la storia, le forme locali della creatività e del racconto, il potente incubatore di sogni che è l’immaginario personale e collettivo, possono espiare la colpa, vincere il vuoto e proporre futuro: «Non importa quale sarà il comportamento dell'uomo libero dal lavoro – scriveva l’architetto Andrea Branzi parlando di Architettura Radicale, nel catalogo della mostra Contemporanea-, né quale sarà il contenuto di una produzione intellettuale di massa; quello che è importante è l'uso diverso che ognuno potrà fare del proprio immaginario inespresso, e quindi della propria vita».

Tommaso Evangelista

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