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Visualizzazione post con etichetta Termoli. Mostra tutti i post
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mercoledì 20 aprile 2016

Achille Pace e il Premio Termoli - Un documentario


Un documentario intitolato 'Achille Pace e il Premio Termoli' sarà presentato domani 21 aprile in Sala Consiliare.

Verrà presentato domani, 21 aprile 2016 nella Sala Consiliare del Comune di Termoli alle ore 18,00 il documentario intitolato ‘Achille Pace e il Premio Termoli’ prodotto dal Comune di Termoli e realizzato con la collaborazione del regista Simone D’Angelo.

Interverranno il sindaco avv. Angelo Sbrocca, il delegato alla Cultura Michele Macchiagodena, la curatrice del 60° Premio Termoli Anna Daneri, l’art advisor della società Open Care Antonella Crippa, il docente universitario UniMol, storico e critico d’arte, Lorenzo Canova.

giovedì 10 marzo 2016

giovedì 3 marzo 2016

Riccardo Baruzzi. Un’opera tra lirismo e ricerca segnica per il sessantesimo Premio Termoli

Riccardo Baruzzi, classe 1976, con l’opera Porta pittura dei riccioli (2015) è il vincitore della sessantesima edizione del Premio Termoli curata da Anna Daneri. La proclamazione, coincisa con l’inaugurazione, è avvenuta lo scorso 20 febbraio mentre l’intera collettiva sarà fruibile presso i nuovi spazi del MACTE Museo d’Arte Contemporanea di Termoli fino al 30 aprile. In giuria l’artista Stefano Arienti, il critico Lorenzo Canova e il curatore Simone Menegoi hanno così motivato il verdetto “un’opera che combina con eleganza pittura, disegno, scultura e design. La sua poetica si segnala per una maturità e un lirismo non comuni, e stabilisce, da una posizione di ricerca contemporanea, un dialogo con la storia del Premio Termoli, caratterizzata dall’interesse per le ricerche astratte, e dal rapporto fra arte e percezione visiva”. Una menzione speciale è stata assegnata a Gabriella Ciancimino per l’opera Chardon d’amour (2014), dalla sottile poetica relazionale. All’artista sarà affidata la conduzione del workshop da progettare per il contesto cittadino. Abbiamo fatto alcune domande all’artista vincitore.

Nella tua opera dialoga la ricerca sul segno, l’eleganza data dallo studio dei materiali e una sottile analisi sulla struttura, e quindi sulle condizioni stesse della visione. Come si sviluppa questa poetica della sottrazione e dell’amplificazione della traccia minima?
Circoscrivo la domanda alla questione del segno prendendo in prestito qualche riga dal capitolo settimo del libro Disegnare e conoscere di Giuseppe Di Napoli.
"Il segno grafico denominato linea é un concetto visibile, un'astrazione sensibile, svincolata dalla funzione di riprodurre delle somiglianze iconiche, tipiche del segno-traccia. La linea impone un suo statuto di completa autonomia semantica, quello di essere un segno-in-se, dotato di un proprio intrinseco significato. Con la linea il pensiero umano avanza verso un altro stadio evolutivo; l'uomo, con essa, può delimitare il mondo e trascenderlo: «ciò che limita è senza limite» (Simone Weil) (…) La linea non ha un'entità fisica (di quella cosa), non la si vede direttamente nelle cose o tra le cose; bisogna innanzitutto pensarla più che vederla, giacché essa è una res cogitandi, una cosa mentale, che stabilisce non tanto una somiglianza tra la cosa e la sua percezione, quanto piuttosto una continuità tra il segno disegnato e la cosa pensata: la linea assomiglia al pensiero e non alle cose".

Il lirismo del segno grafico, e le sue (per)mutazioni, sembrano determinare nell'opera anche una componente temporale che, a livello di impressione, richiama l'idea di "cantiere" impostata dalla curatrice Daneri. Come valuti questo aspetto nel tuo lavoro?
Non riesco ad associare al mio operato l'idea di mutazione e temporalità, tantomeno quella di cantiere.

Colpisce dell’opera la sua dimensione “scultorea” data dal porta pittura il quale contiene altre tracce, e varianti, dell’idea appesa a parete. Questo focalizzarsi sulla sequenza, oltre ad una suggestione musicale, mi fa pensare, data la sua recente scomparsa, ad un saggio di Umberto Eco ovvero alla sua idea di “vertigine della lista”, del mondo che analizza, enumera, elenca elementi comuni o discordanti. Ci sono liste che hanno fini pratici e sono finite e altre che sono immaginarie e fantastiche, in quale si colloca questo tuo dialogo di tele?
Il P.P. fa parte di una serie di dispositivi che raccolgono dipinti di piccolo/medio formato: per lo più forme astratte e monocromi. Ogni porta pittura viene allestito nello spazio espositivo e non tutti i dipinti contenuti al suo interno vengono appesi simultaneamente. Il porta pittura resta nello spazio come presenza scultorea (i cui pieni e vuoti mutano in base al numero dei dipinti ospitati), ed è un invito a pensare i quadri come entità intercambiabili, non autoriali, disposti in sequenze variabili e indefinite (ogni porta pittura prevede una rotazione, e non è stabilito a priori che i nuovi allestimenti siano effettuati dall’artista).



Tommaso Evangelista

La giuria con l'opera

Da sinistra Arienti, Menegoi, Baruzzi, Canova

Premio Termoli, veduta d'insieme

Baruzzi, Porta pittura dei riccioli



venerdì 5 febbraio 2016

In cantiere - 60° edizione Premio Termoli



TERMOLI. Dal 21 febbraio al 30 aprile 2016 torna il Premio Termoli, che quest’anno giunge alla sessantesima edizione, segnando un profondo cambiamento nella storia del Premio d’Arte Contemporanea della città di Termoli. La mostra dal titolo In Cantiere si terrà, infatti, nel futuro MACTE Museo d’Arte Contemporanea Termoli che avrà sede negli spazi dell’ex mercato di via Cina ospitando l’intera collezione del Premio degli ultimi sessant’anni.

La mostra è voluta e promossa dal Comune di Termoli, Assessorato alla Cultura ed è curata da Anna Daneri.

“La città di Termoli custodisce uno dei più interessanti tesori della storia dell’arte italiana del dopoguerra – dichiara il sindaco Angelo Sbrocca. Le opere acquisite negli anni dal Premio Termoli rappresentano un patrimonio pubblico che deve essere rivalutato. La sessantesima edizione del Premio si inserisce in un quadro volto a conservare e promuovere la memoria artistica collettiva, inaugurando un nuovo spazio pensato per ospitare opere di grande valore e ridare splendore all’arte di cui può fregiarsi la nostra città. Questa edizione si pone come momento di snodo, come ‘cantiere’ nel senso di luogo in cui fervono i lavori volti all’apertura del MACTE Museo d’Arte Contemporanea Termoli che porterà a un cambiamento rivolto ai giovani e a tutti i cittadini grazie ai nuovi linguaggi artistici. Siamo certi che la città saprà apprezzare la valorizzazione della nostra cultura e l’ampio respiro che l’arte avrà a Termoli con l’attuale collocazione del Premio”.

LA MOSTRA

IN CANTIERE presenta sei giovani artisti: Riccardo Baruzzi (1976), Gabriella Ciancimino (1978), Sara Enrico (1979), Antonio Fiorentino (1987), Elena Mazzi (1984) e Santo Tolone (1979), le cui ricerche entrano in dialogo con il focus pittorico della storia del Premio, offrendo una prospettiva nuova con cui guardare alla pittura e alla scultura.

L’intento è di declinare il tema della costruzione in senso metaforico, ponendo l’arte e la cultura al centro di una dinamica virtuosa, motore per lo sviluppo di una crescita e di una consapevolezza collettive.

Le opere saranno esposte nello spazio-auditorium, cuore polivalente del futuro museo, entrando in relazione con l’architettura attraverso un dispositivo modulare site-specific, concepito per l’occasione da Rio Grande, collettivo creativo multidisciplinare con esperienze nel campo dell’arte, del design, del cibo e della comunicazione. Tale dispositivo sarà poi parte delle dotazioni del museo e potrà essere utilizzato per il display di future esposizioni.

Una giuria, composta da Stefano Arienti, artista, Lorenzo Canova, critico e Professore di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università degli Studi del Molise, Simone Menegoi, curatore indipendente, assegnerà il premio in occasione dell’inaugurazione. L’opera vincitrice entrerà a far parte della collezione e l’artista prescelto terrà un workshop durante il periodo della mostra.

Ripensare la funzione del Premio in chiave di “cantiere” prevede la costruzione di un progetto che si sviluppa in più direzioni: la mostra, la realizzazione di un sito dedicato, il progetto di un archivio digitale del Premio Termoli che ne raccolga la storia, una serie di eventi collaterali per sensibilizzare la cittadinanza e il workshop per attivare la partecipazione sul territorio.

IL PREMIO TERMOLI

Il Premio Termoli nasce nel 1955 come premio annuale d’Arte Contemporanea. Grazie al costante e appassionato interessamento del maestro Achille Pace, dal 1960 diviene una vera e propria ricognizione della ricerca artistica in Italia a cui hanno collaborato nomi illustri della critica d’arte italiana quali Giulio Carlo Argan e Palma Bucarelli. Attraverso lo strumento del premio acquisto, negli anni si è andata costituendo una collezione di opere rappresentative di un lungo percorso di ricerca e sperimentazione dell’arte contemporanea che va dal 1955 a oggi.

La collezione termolese rappresenta un caso forse unico in Italia per la documentazione di tutto quell’ambito di ricerca che va dal postinformale all’astrattismo, alla nuova figurazione, all’arte cinetica e programmata. Attualmente la collezione comprende oltre 470 opere, in gran parte dipinti su tela, ma anche opere scultoree, realizzate con pluralità di tecniche e materiali. Tra gli artisti in collezione: Carla Accardi, Franco Angeli, Antonio Calderara, Dadamaino, Tano Festa, Gino Marotta, Luca Maria Patella, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo, Mario Schifano, Giulio Turcato, Giuseppe Uncini.



GLI ARTISTI E LE OPERE DEL PREMIO

Riccardo Baruzzi (Lugo di Ravenna, 1976)

L’artista utilizza principalmente pittura e disegno per sviluppare un’indagine sulle possibilità della rappresentazione tra figurazione e sintesi astratta. La ricerca di Baruzzi prende forme diverse e

intercambiabili: pittura, disegno, ma anche performance o interventi installativi vengono spesso sovrapposti per mettere in crisi l’univocità dell’oggetto d’arte. Alla pratica visiva l’artista affianca la ricerca sul suono; fabbrica oggetti e strumenti che utilizza nelle performance per stabilire affinità gestuali e segniche tra disegno e composizione ritmico-musicale.

Recentemente ha esposto a: Real Academia de España, Roma; Santarcangelo 14, Festival Internazionale del Teatro in Piazza, Rimini; P420, Bologna.



Porta Pittura dei riccioli, 2015

7 dipinti (tempera, spray e grafite su tela)

ciascuno 50 x 40 cm

struttura (ferro, mdf)

125 x 41 x 70 cm

Parte di una serie iniziata nel 2010, l’opera consiste in una struttura minimale in ferro e legno che raccoglie una sequenza di dipinti da intendersi come fogli di un album da disegno, schizzi, variazioni, esercizi di velocità sul tema dell’astrazione. Solo alcune tele vengono appese, mentre il porta pittura rimane nello spazio come presenza scultorea e un invito a pensare i quadri in modo intercambiabile, elementi di una sequenza variabile e indefinita. Con quest’opera Baruzzi indaga il limite tra la dimensione materiale del quadro come oggetto, e quella della pittura come dispositivo di rappresentazione e di racconto.



Gabriella Ciancimino (Palermo, 1978)

Ciancimino realizza opere site-specific e lavori collettivi, usando media differenti quali il video, la musica, l’installazione, il disegno, la grafica e la scultura. Centrale è il concetto di relazione, da cui deriva la tendenza a concepire le opere come momenti d’incontro e confronto. Nella produzione recente l’artista analizza il rapporto tra esseri umani e piante nella costruzione di un paesaggio che diviene luogo della memoria storica e dell’azione collettiva rompendo la gerarchia tra artista e fruitore.

Ha esposto recentemente a: MACBA, Barcellona; Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce, Genova; La Kunsthalle, centre d’art contemporain Mulhouse.



Chardon d’amour, 2014

tecnica mista su carta, metallo, plexiglass

55 x 55 x 3 cm

Realizzata combinando disegno a matita, acquarello, texture create con inchiostri e bottoni di metallo usati come timbri e differenti strati di carta tagliati con un bisturi, l’opera richiama nel titolo Chanson d’amour di Wayne Shanklin, compositore statunitense noto per le contaminazioni linguistiche. La pianta rappresentata è il cardo, una specie selvatica tipica dei territori mediterranei. Rifacendosi a tavole di illustri botanici del passato, il collage riprende elementi stilistici dell’Art Nouveau la cui denominazione – Liberty – acquisisce per l’artista la valenza di uno slogan politico, creando un parallelismo tra la resistenza biologica delle piante e quella storica dell’uomo.



Sara Enrico (Biella, 1979)

Il lavoro dell’artista è incentrato sulla pittura e sui materiali che l’hanno codificata nel corso dei secoli: colore, tela e telaio diventano i vincoli con cui misurarsi e ai quali trovare varianti, alterazioni, traduzioni. Enrico fa prima di tutto un’esperienza tattile della superficie, ed è proprio da questo approccio alla materia pittorica che deriva la “visione aptica” della sua produzione, uno sguardo che legge le tracce della superficie pittorica come i segni delle emozioni sulle pelle. La sua ricerca costituisce una sorta di archivio di superfici, che custodiscono le tracce di esperienze e indagano possibili narrazioni attorno agli oggetti realizzati.

Recentemente ha esposto a: Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; Mart – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto; GAM – Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, Torino.



RGB (skin), 2015

stampa digitale su poliestere, gommapiuma

ciascuno 20 x 180 x 20 cm

Risultato di un’indagine sulla natura tridimensionale e scultorea della pittura, la serie degli RGB, riferimento al modello additivo dei colori, attiva una mediazione tra supporto e superficie, tra corpo e pelle dell’opera. La stampa è realizzata a partire dalla scansione di un frammento di tela da pittura grezza, uno scarto spiegazzato e imperfetto, ridisteso sulla superficie dello scanner in funzione, ottenendo una scrittura dal corpo della tela in movimento. Da un semplice fenomeno fisico, l’interazione del bianco della tela con la luce dello scanner, emergono pattern e colori che sono estratti e accentuati dall’artista. La scelta della forma, in grandi cilindri morbidi, trasla una semplice azione in un altrettanto semplice e immediato “oggetto di design”.



Antonio Fiorentino (Barletta, 1987)

La poetica di Fiorentino è caratterizzata dall’intervento minimo e impercettibile che aspira all’isolamento dell’aura delle cose e al suo disvelamento. Realizzando prevalentemente sculture e installazioni, ma anche video, azioni e fotografie, l’artista mette in discussione la nozione stessa  di creazione artistica; nella formalizzazione dell’opera viene spesso lasciato ampio margine alla casualità, magnificando le infinite potenzialità fisiche e formali dell’alchimia della materia. L’intento sembra essere quello di riportare l’arte alla natura, trovare valore nelle cose che già ci sono, con lo sforzo minore possibile.

Recentemente ha esposto a: HIAP Helsinki International Artists Programme, Helsinki; Villa Arson, Nizza; Contemporary Locus V, Domus Lucinae, Bergamo.



Untitled (Lucis et Umbrae), 2015

4 lastre in pietra (Carrara, Bardiglio, Marquinia, Apricena)

ciascuna 40 x 30 x 3 cm

Quattro diverse pietre, quattro diverse venature, cromie, consistenze e porosità. L’artista fa ricorso a una tecnica scultorea tradizionale, la bocciardatura, con l’effetto di relegare alcune porzioni di superficie a “zona d’ombra” e di ingaggiare la luce come coautrice dell’opera. Fiorentino analizza così il confine tra pittura e scultura interrogandosi sulle infinite potenzialità fisico-formali che la materia è in grado di evocare nelle sue varie fasi di lavorazione e manipolazione. Una delle lastre è realizzata in pietra di Apricena, impiegata nella costruzione della Cattedrale di Termoli e nelle decorazioni degli edifici nel centro storico.

Elena Mazzi (Reggio Emilia, 1984)

L’artista indaga il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, attraverso percorsi di ricerca interdisciplinari  che intrecciano arte, architettura, scienza, società e territorio. Nei suoi lavori Mazzi intende condurre un’analisi sull’identità personale e collettiva, in relazione a un territorio e le sue specifiche dinamiche sociali, culturali e storiche. La sua opera si formalizza utilizzando diversi media, attraverso la teorizzazione di modelli alternativi che coniugano attività artigianali a sperimentazioni tecnologiche e industriali, allo scopo di apportare un contributo effettivo al miglioramento dell’ambiente attraverso pratiche di scambio e collaborazione.

Ha esposto recentemente a: 14th Istanbul Biennial, Istanbul, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia; Botkyrka Konsthall, Stoccolma.



Bricks serving the unpredictable, 2014

10 mattoni fatti a mano, vetro riciclato

ciascuno 2,5 x 25 x 12 cm

L’artista si confronta con l’unità di misura basilare nella costruzione abitativa: il mattone. Il modulo, generalmente inteso come oggetto seriale, viene qui affrontato come un manufatto artistico unico e irriproducibile. Nell’amalgama di ceramica sono incastonati come fossero pietre preziose gli scarti di vetro provenienti da Sacca San Mattia, discarica del vetro di Murano e da alcune cristallerie di Colle Val d’Elsa in Toscana: i mattoni si fanno pittura attraverso l’uso del vetro colorato, uno dei materiali meno impattanti per l’ambiente grazie alla sua infinita riciclabilità. L’artista trae ispirazione dalla bioedilizia e dalla possibilità di uno sviluppo ecosostenibile, parafrasando il titolo Structures Serving the Unpredictable di Yona Friedman, e le sue teorie per un’architettura “umanista”.



Santo Tolone (Como, 1979)

Sia che utilizzi il mezzo pittorico che quello scultoreo, Tolone crea opere che producono uno spiazzamento visivo e concettuale spesso intriso di ironia. Gli elementi disparati presenti nei suoi progetti espositivi trovano un fulcro nell’interesse verso la composizione e lo studio della forma, creando continui riferimenti alla storia dell’arte contemporanea. I titoli, a prima vista descrittivi e banali, sono a un tempo rivelatori della natura dell’opera e creano un ponte con il mondo ‘reale’ degli utensili domestici oppure oggetti d’uso comune.

Recentemente ha esposto a: Triennale di Milano; Limoncello gallery, Londra; Frutta gallery, Roma; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino.



Controsoffitto (giallo), 2015

legno, gommapiuma, tessuto

92 x 73 x 26 cm

L’opera è parte di una serie iniziata nel 2015, costituita da sculture da appendere come quadri, dai colori sgargianti. Si tratta a tutti gli effetti di ready-made realizzati recuperando materiali di varia provenienza. Nella serie, Tolone assembla infatti controsoffitti di diverse fogge, utilizzati trasformandone dimensione e disposizione, e li riveste con imbottiture di divani in tinta unita. Il rimando è al rigore formale dell’arte minimale e astratta, stemperato dall’utilizzo di elementi architettonici dismessi e di elementi d’arredo.



SCHEDA TECNICA

Premio Termoli
titolo: In Cantiere

curatela: Anna Daneri, co-fondatrice e curatrice di Peep-Hole, centro d’arte indipendente a Milano

artisti: Riccardo Baruzzi, Gabriella Ciancimino, Sara Enrico, Antonio Fiorentino, Elena Mazzi, Santo Tolone

progetto allestitivo: Rio Grande

immagine coordinata e web design: Studio Temp


INFO PUBBLICO

inaugurazione e premiazione: sabato 20 febbraio 2016, ore 18.00

apertura al pubblico: 21 febbraio – 30 aprile 2016

giorni e orari:

da lunedì a domenica: 10.00 – 12.30

martedì e giovedì: anche il pomeriggio dalle 16.00 alle 18.00

ingresso: libero



MACTE Museo d’Arte Contemporanea Termoli

via Giappone, Termoli

tel: +39 0875 712381 | +39 366 6717057

www.premiotermoli.it | info@premiotermoli.it



INFO STAMPA

Ufficio stampa mostra:

Ludovica Solari | press@ludovicasolari.com | +39 335 577 17 37

Ufficio stampa Comune di Termoli:

Valentina Fauzia | press@premiotermoli.it | +39 335 771 52 83




Con il Patrocinio di:

Regione Molise

Provincia di Campobasso

Comune di Termoli

Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio del Molise

Fondazione Molise Cultura

lunedì 23 marzo 2015

Il Premio Termoli in Comune

Dante Gentile Lorusso, "Frammenti", trittico, 2000

Si intitola ‘Il Premio Termoli in Comune’ l’iniziativa che vede l’affissione di alcune opere del Premio Termoli nella Sala Consiliare del Comune di Termoli. Iniziativa volta a sottolineare la volontà di valorizzazione del Premio Termoli da parte dell’attuale Amministrazione Comunale.
“Abbiamo selezionato opere di artisti molisani – spiega il sindaco Angelo Sbrocca – perché crediamo che abbiano dato un forte contributo alla storia del Premio Termoli e siamo convinti che l’arte in generale e in particolare il Premio Termoli possa essere una risorsa primaria per la nostra città, da un lato per attrarre turismo, dall’altro per donare bellezza ai termolesi che sono i veri proprietari delle opere”. 
La scelta di esporre le opere del Premio Termoli in Sala Consiliare è solo una delle azioni previste per valorizzare il patrimonio artistico della città di Termoli.
Ecco le opere scelte per la sala Consiliare.

Achille Pace ‘Punti nello spazio’
Luigi Petrosino ‘Ascesa azzurra’
Dante Gentile Lorusso ‘Frammenti’
Ettore Frani ‘Senza titolo’
Nino Barone ‘Senza titolo’
Mario Serra ‘Senza titolo’
Ernesto Saquella ‘Albeggiare (frammento)’
Massimo Palumbo ‘Da “I bianchi” sovrapposizioni’
Paolo Borrelli ‘Corsi di vuoto’

martedì 9 settembre 2014

"La voce a te dovuta" Grafiche di Chiara De Iuliis all'Officina Solare

Chiara De Iuliis - Acquaforte


"La voce a te dovuta". 

Personale di incisioni e grafiche di Chiara De Iuliis


13/25 settembre 2014

a cura di Tommaso Evangelista 

Inaugurazione sabato 13 settembre 2014 ore 19.00
Aperta tutti i giorni ore 19.00 / 21.00
INGRESSO LIBERO


OFFICINA SOLARE GALLERY
Via Marconi, 2 Termoli
info: 329.4217383


Testo critico

La lenta costruzione dell’immagine può essere illuminazione o sconfine, nel tentativo di trasfigurare l’attimo della forma-veduta in costruzione sintetica che è allo stesso tempo labirinto e traccia. L’arte calcografica ha la caratteristica, unica nel suo genere, di unire percorso, scavo e sintesi in una sola visione densa come il flusso nero della vernice e profonda come le tracce dei solchi. I lavori di De Iuliis, giovane incisore molisano formatasi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, si mostrano come lente strutture di forze implose proprio nell’insistenza ossessiva per un tratteggio invasivo e prismatico che scompone la liricità della visione, celandone il racconto e facendo emergere dal metallo uno spazio mentale e generico. Un’estensione lavorata, liquida e sfuggente, tormentosa e insistente come le impronte cesellate in un horror vacui asfissiante nel quale sembra di sentire l'ascesa dei pensieri allo strato della coscienza. Vi è pertanto un celato gioco di rispecchiamenti tra disegno, lastra ed anima, certamente nascosto nella convenzionalità apparente dello scorcio ma perfettamente leggibile se si mette da parte la struttura descrittiva e rappresentativa, analizzando il segno come specchio e tracciato psichico. L’intricato passaggio di piani, prospettici e chiaroscurali, comporta una complicazione inafferrabile, percepibile non solo come negazione e assenza bensì identificabile come lontananza e silenzio. Nel mondo asettico ed immateriale di tali stampe, che siano piranesiane suggestive vedute d’archeologia industriale oppure sperimentali astrazioni ottenute attraverso l’accumulo e la sublimazione di oggetti e spessori, vi è come una sorta di vita interiore che suona i solchi corrosi dagli acidi e sfiora l’epidermide sensibile della realtà come di chi vive incessantemente rinchiuso nei suoi atti e strappa dal mondo solo quegli oggetti e forme capaci di formare luce. Da qui la suggestione del titolo, che riprende la celebre raccolta di liriche di Pedro Salinas La voz a ti debida, e che ci suggerisce il luogo analogico entro il quale lavora l’artista, un luogo materico e metrico, ovvero messo a schema, che ruota intorno al tentativo di senso e alla ricerca impossibile di accordo e di voce –la voce dei luoghi o delle strutture interne della materia- «Non si vede nulla, non si sente nulla. / Superflui gli occhi e le labbra, in questo mondo tuo. / Per sentire te non valgono i sensi consueti, / che si usano con gli altri. / Bisogna attenderne di nuovi. / Si cammina al tuo fianco sordamente, al buio, / inciampando nei forse, nelle attese; / sprofondando verso l'alto con gran peso di ali» (Salinas). Si percepisce, infatti, nell’ossessione dell’inciso la perdita di una maschera e lo svelamento, in profilo di grido, di una forma sensibile e personale d’assenza rotante intorno all’idea assoluta del disegno quale unico strumento per controllare il rifiuto, quando la vita diventa ciò che si concretizza nella distanza piatta del metallo. L’acido è una bella metafora di questi sottili cambiamenti di stato e della trasfigurazione che ottiene il segno nel momento della perdita. Un lasciar andare i solchi nella profondità della lastra e allo stesso tempo il cercare di dare forza -voce dovuta- alla visione, a quel silenzio spiazzante che cela le immagini negli sguardi o nelle fotografie. Il distanziarsi dal mondo visibile –significativa l’assenza della figura umana- per un’intensificazione della veduta, che sia realistica, archeologica oppure astratta ma interessata alla radiografia delle zone infinitamente piccole attraverso la sublimazione teorica dell’informe, è, del resto, un tentativo di protezione dai pericoli dell’attesa e dall’irrompere dell’irrazionale: «Ora io suppongo il disegnatore calcografico evidentemente dotato dalla natura di tutta la buona disposizione per le arti imitatrici, e per assidua e ben regolata pratica giunto finalmente ad una giustezza d’occhio ed ubbidienza di mano irreprensibili. Ma egli è ben certo di conservarsi a lungo in quella linea media tra l’eccesso e il difetto, in che consiste il vero bello pittorico?» si chiedeva Giuseppe Longhi nel trattato del 1830 La calcografia propriamente detta: ossia L'arte d'incidere in rame. Nella pratica calcografica, che diventa giocoforza, più che in altre tecniche, tensione evolutiva e stilistica ancorata al flusso vitale dell’esperienza personale, vi è sempre il rischio, sublime, di un’Estetica dei visionari, ovvero di un ordine della creazione che si concentra maggiormente sulla fantasia per sublimare la banalità confusa della necessità. E’ facile percepire, pertanto, nelle grafiche dell’artista una diversa densità del mondo sensibile interpretato attraverso la luce e analizzato nella negazione delle sue forze vitali appunto perché non vi è accordo con la mano che incide. Questo sofisticato retrocedere nel proprio universo, nascondendosi nell’intenso “pieno” del tratteggio, non è che una regressione al grado zero della scrittura e un tentativo di apparente silenzio nell’eccesso dei segni. I lavori, pertanto, non hanno nulla da dire appunto perché si sono spesi nell’ossessione di una ricerca e di un percorso –come quando Piranesi cercava un utopico emissario del lago di Albano-, e sembrano usciti quasi da un combattimento o una lotta, visioni martoriate di uno scenario mentale messo a nudo e che a noi comunicano esclusivamente gli effetti, negandoci la struttura e le cause. Occorre allora leggere le stampe come un percorso disegnato e il segno-tratto come la radiografia estetica del cuore. La ricerca di uno stile e, soprattutto, di una voce –e il Goya dei Capricci lo sapeva bene- non è in fondo che una battaglia, il tentativo di comprendere la parte più incerta e nascosta del proprio disegno e del proprio essere per confidarlo ad altri muti visionari: «Ogni percorso si compone anche delle nostre perdite e dei nostri rifiuti, delle nostre omissioni e dei nostri desideri insoddisfatti, di ciò che una volta abbiamo tralasciato o non abbiamo scelto o non abbiamo ottenuto, delle numerose possibilità che nella maggior parte dei casi non sono giunte a realizzarsi – tutte tranne una, alla fin fine -, delle nostre esitazioni e dei nostri sogni, dei progetti falliti e delle aspirazioni false o deboli, delle paure che ci hanno paralizzati, di ciò che abbiamo abbandonato e di ciò che ci ha abbandonati. Insomma, noi persone forse consistiamo tanto in ciò che siamo quanto in ciò che siamo stati, tanto in ciò che è verificabile e quantificabile e rammemorabile quanto in ciò che è più incerto, indeciso e sfumato, forse siamo fatti in ugual misura di ciò che è stato e di ciò che sarebbe potuto essere” avrebbe scritto Javier Marias in Mañana en la batalla piensa en mí.

Tommaso Evangelista

Chiara De Iuliis - Cartiera San Bernardo - Acquaforte

mercoledì 27 agosto 2014

Christo e Jeanne-Claude all'Officina Solare - Manifesti e fotografie


CHRISTO E JEANNE CLAUDE
Manifesti e fotografie dal centro culturale Il Campo

A cura di Renato Marini e Tommaso Evangelista

30 agosto / 11 settembre 2014
Inaugurazione sabato 30 agosto 2014 ore 19.00
Aperta tutti i giorni ore 19.00 / 21.00
INGRESSO LIBERO

OFFICINA SOLARE GALLERY
Via Marconi, 2 Termoli
info: 329.4217383


Testo critico

L’arte di Christo è un’arte della differenza e della ripetizione incostante, ancorata ad un mondo poetico da materializzare nello spazio vitale del paesaggio e della topografia urbana. L’impacchettamento non è altro che un disperdere la vista, dal dettaglio all’insieme, per percepire l’elemento racchiuso come traccia puramente segnica slegata dalla composizione e dal contesto. Un retrocedere di piani visivi fino al grado zero del volume messo a nudo. Gli interventi sono concettuali e minimali allo stesso tempo, inquadrabili nella cosiddetta “land art” ma volutamente slegati da forti implicazioni politiche in quanto l’artista ha sempre ricercato nel fruitore reazioni di godimento e di stupore. E’ un voler prendersi cura dello spazio comune e il tentativo, forse ultimo, di un’etica della progettazione e dell’esecuzione, nell’insistenza primaria per il “coprire per svelare”. Cito da un’intervista a Christo e Jeanne-Claude, sua fedele compagna di vita e di ricerca artistica: G.: "Qual è il significato dell'impacchettare altre opere d'arte?" C.: "Il significato sta nel dare un'altra visione dell'opera in questione." J-C.: "Una volta un uomo mi chiese che differenza c'era tra una bicicletta impacchettata e una donna impacchettata. Gli risposi...Messieur, se non conosce la differenza tra una bicicletta e una donna, lei ha dei problemi!". Per Christo l’arte è un’entità assolutamente dinamica che si pone come regola quella di mettere in relazione le persone, gli elementi della natura, la luce, lo spazio, il colore. Ponendo in comunicazione il pubblico con il proprio passato e la propria ricchezza, naturalistica ed artistica, l’artista arriva così a materializzare l’idea di opera come monumento, non rappresentativo o simbolico bensì identitario e allo stesso tempo alieno. La sua è un’architettura dell’effimero, barocca e volutamente anti-moderna, in quanto non basata sull’accumulo e l’eccesso bensì sulla dispersione ed estensione dello stimolo. La massima entropia ottenuta con una progettualità minimale, fatta di pochi segni significanti moltiplicati fino alla saturazione dello spazio. Proprio per il carattere effimero e temporaneo delle azioni l’artista ha lavorato molto sul versante della progettazione e della documentazione, tanto che oggi di “originale” rimangono solo i progetti, i disegni e le fotografie. Le opere di Christo venivano smantellate dopo un certo periodo di tempo e toccava allora alla fotografia fermare l’istante, la composizione, l’impressione spaziale e cromatica per trasferire, immutabile, l’opera nel futuro. Poiché in assenza di scatti il progetto scomparirebbe del tutto non appena concluso è bene allora intendere la fotografia come parte integrante del linguaggio. Lo conosce bene questo sistema il fotografo Wolfgang Volz il quale ha documentato buona parte delle opere dell’artista e che, attualmente, è direttore tecnico dei lavori. Proprio per la loro natura pubblica, le installazioni di Christo sono fotografate da migliaia di persone essendo fuori da ogni museo o galleria, fuori da ogni controllo, e il compito di Volz, che ha collaborato con la coppia dal 1971 e ha seguito tutti i loro progetti, è quello di comunicare ufficialmente il lavoro, studiarlo e diffonderlo. Volz, infatti, è l’unico fotografo ufficiale e la sola persona che può editare e vendere le immagini delle realizzazioni, immagini che sono spesso stampate in edizioni di grande formato. Il suo contributo, allora, diviene fondamentale per diversi motivi: l’opera è intrasportabile, è strettamente legata ad un luogo, è temporanea, è interamente autofinanziata grazie alle vendite dei bozzetti e delle edizioni fotografiche. Per questo motivo i manifesti della collezione del centro culturale Il Campo acquistano una particolare valenza in quanto autentiche espressioni dell’artista e uniche testimonianze ufficiali dei suoi lavori. Nell’epoca della riproducibilità tecnica, smarrita l’opera nella temporalità dell’evento, rimane solamente il mostrare con la fotografia che, acquisendo uno specifico punto di vista, da una parte limita la fruizione integrale e dall’altra condensa la durata in un frammento denso come l’intero processo. Il processo di Christo è l’evidenza della morfologia ideale dello spazio attraverso un segno cromatico e materico. Le opere de Il Campo sono manifesti fotografici firmati in originale da Christo e Jeanne-Claude, donati in occasione del ventennale, nel 2000, del celebre centro culturale di Campomarino il quale, diretto dall’artista Renato Marini, è riuscito a proporre negli anni personali e collettive di indubbia qualità. Le fotografie di grande formato (70x100 e 50x70) e le cartoline più piccole, che documentano i più famosi interventi dell’artista dall’imballaggio del Pont Neuf (settembre 1985) a quello del Reichstag (giugno 1995), da The Gates (2004-2005) a The Umbrellas(1984), sono esposti per la prima volta a Termoli dopo essere stati presentati a Roma, a palazzo Malaspina ad Ascoli, e naturalmente al centro Il Campo, dove sono entrate stabilmente in collezione. La donazione, pertanto, è stato un omaggio dei coniugi alla galleria, a testimonianza della stima e dell’apprezzamento del lavoro di questa piccola realtà che ha contribuito nel suo piccolo alla storia dell’arte contemporanea in Molise nel secondo Novecento.

Tommaso Evangelista

giovedì 14 agosto 2014

Carta Canta. Disegni di maestri italiani


CARTA CANTA

Disegni di maestri italiani

Salvatore Amedei / Nino Barone / Giuliano Cardella / Alberto Casiraghi 
Giuliano Cotellessa / Domenico Colantoni / Giancarlo Costanzo
Dino De Vecchis / Fabio De Santis Scipione / Rossano Di Cicco Morra 
Alberto Gallingani / Tania Lorandi / Sergio Lombardo / Enrico Manera
Renato Marini / Gabi Minedi / Gian Ruggero Manzoni / Patrizio Maria
Antonio Marcovicchio / Pietro Massaro / Umberto Mastroianni  
Manuela Mazzini / Cleonice Gioia / Thierry Lambert / Achille Pace 
Ciro Palladino / Andrea Petrone / Michele Peri / Albino Pitti / Giacomo Porzano  
Mauro Rea / Leonardo Santoli / Gianfranco Sergio / Mario Serra

a cura di Nino Barone e Mauro Rea

16 / 28 agosto 2014

Inaugurazione sabato 16 agosto 2014 
ore 19.00 / 21.00

OFFICINA SOLARE GALLERY
Via MArconi, 2 Termoli

Aperto tutti i giorni ore 21.30 / 24.00
INGRESSO LIBERO

Presentazione


“Nulla è oggi negletto come il disegno.
Sembra che gli attuali pittori altro non abbiano in testa
che menare il pennello sulla tela”
G. De Chirico

Una collettiva incentrata esclusivamente sul disegno colpisce per l’attenzione a quanto di più meditato possa produrre un artista. Erroneamente oggi il disegno è visto come un divertissement quando invece sintetizza, nell’attimo della traccia, l’immediatezza dell’Idea oppure, nel caso di progetti elaborati, riduce e mette in schema il concetto e lo studio di fondo. La ramificazione del pensiero trova nel foglio di carta una prima gestazione, una disposizione di segni e simboli che è già architettura creativa e vitale. Si tratta, in fondo, di scrittura disegnata, di intensificazione dell’atto costruttivo e di comunicazione. La carta è pertanto un’informazione intima e segreta sul ruolo della rappresentazione. Scrive Silvana Macchioni, tra le massime esperte del disegno italiano, sull’Enciclopedia per ragazzi della Treccani «Un'idea, un'emozione, un progetto affidati a una trama di segni. Il disegno è una pratica comune a tutte le culture e a tutte le età dell'uomo. Per il bambino è uno strumento di conoscenza del mondo che lo circonda ed espressione del suo sviluppo percettivo e intellettivo; per i popoli non alfabetizzati è un mezzo di comunicazione visiva anteriore alla scrittura; per l'artista è un momento imprescindibile dell'ideazione e dell'esecuzione delle sue opere; per il designer è la progettazione della funzionalità e della qualità estetica dei prodotti dell'industria». E’ un processo complesso, quindi, che nasce da un bisogno umano di memoria, divulgazione e trasmissione ed ha l’originaria fonte ispirativa nell’Idea che l’artista conserva nella propria mente, a seconda della personale visione del sistema. Che sia un sommario o un dettagliato progetto, che cerchi un senso compiuto o sembri il frutto di ennesimi ripensamenti, in forma accurata o di schizzo, il disegno può definirsi l’etimologia della lingua visiva e la base imprescindibile dell’arte. L’artista con il disegno si spoglia di ogni ricatto materico, di ogni tentazione all’accumulo, e registra sulla carta l’immagine come capovolgimento e rovesciamento all’esterno dell’immagine interna, come aveva teorizzato Federico Zuccari nel 1607, ne L’idea dé pittori, scultori ed architetti. L’immagine interna, che corrisponde all’Idea, è severa, ascetica, rarefatta, e vive in un sistema di relazioni concettuali e dinamiche intime; quella esterna sul foglio è un’impronta psichica del concetto, è il contorno essenziale che fonde il misticismo della linea che caratterizzava l’arte classica e la visione della Natura e della Storia occidentale quale spettro della realtà, sintesi e simbolo. Il disegno va dunque a scoprire e svelare la parte immutabile e intangibile dell’essere, il segno recondito senza spazio e tempo della sua vera essenza. Evitando di soffermarmi sulle singole opere della collettiva, che non seguono un filo comune bensì presentano le ricerche di svariati artisti contemporanei italiani, distanti per studi ed analisi ma accumunati dall’uguale scelta del supporto e della tecnica, si può concludere che il Disegno, che il nostro Paese, nel corso della sua storia artistica, ha concorso ad esaltarne ed estenderne gli orizzonti di bellezza e significato, elevandolo a disciplina autonoma madre di tutte le altre espressioni, è realmente l’espressione dell’eternità.

Tommaso Evangelista

giovedì 31 luglio 2014

Petra: le suggestioni della materia. Sculture di Di Maria


ANTONIO DI MARIA
PETRA: LE SUGGESTIONI DELLA MATERIA
a cura di Gioia Cativa

2 / 14 agosto 2014

Inaugurazione sabato 2 agosto 2014 ore 19.00 / 21.00
Performance di musica moderna di
ILEANA DE SANTIS
flautista


OFFICINA SOLARE GALLERY
Via MArconi, 2 Termoli

Aperto tutti i giorni ore 21.30 / 24.00
INGRESSO LIBERO


Presentazione

 “Una piuma può tornire una pietra se a muoverla è la mano dell'amore” (Hugo Von Hofmannsthal)

La personale di Di Maria “manifesta” attraverso una materia dura come la pietra l'idea del mondo e di come viene visto, vissuto ed interpretato. Grazie all'utilizzo di pietra locale molisana e della breccia, lo scultore dà voce alla materia stessa, si pone come mezzo di comunicazione tra la natura e l'uomo e “parla” attraverso quelle forme che sono la trasposizione del suo “Io”, il fine ultimo e concreto di un processo emozionale che vede origine, come sostiene Di Maria stesso “dalla terra e si innalza nella ricchezza delle forme”. È un'arte viva quella che viene presentata attraverso le sculture selezionate ed esposte in galleria. Lo scultore è fortemente legato alla sua terra natìa ed è da questa che prende inizio la creazione; egli stesso si definisce “un uomo legato alle origini della sua esistenza ed un canale attraverso cui la natura si esterna al mondo”.Quelle di Di Maria sono forme in divenire, non sono chiuse in loro stesse, ma si aprono a qualcosa che va oltre il tangibile ed “incarnano”la poetica dello scultore. Questi lavori non nascono da un'idea primigenia dell'artista per poi essere concretizzate nel manufatto in pietra, ma si generano in un processo inverso: è come se la pietra scegliesse il suo destino. L'artista, infatti, racconta la sua ricerca della materia prima e di come sia essa stessa ad indirizzarlo verso la creazione. Ne nascono dei soggetti che sono determinati dal suggerimento della pietra: sono la concretizzazione dei sentimenti che la pietra stessa fa scaturire nell'animo dello scultore e il rapporto di forte empatia che ne deriva e che vive nelle forme che possiamo ammirare. Nelle sculture di Di Maria assistiamo ad un lavoro che unisce rigore e creatività non solo nelle forme e che sono parte di un racconto dalla molteplice trama. La storia delle nostre origini culturali, quell'aspetto demo-etno-antropologico che racconta le nostre tradizioni popolari è rappresentato attraverso un trittico di statuine che rimandano alle serenate popolari: il suonatore di bufù (tipico strumento molisano), il tamburo e il fisarmonicista. È un ritorno alle origini, è un viaggio melanconico nel passato, un tentativo di imprimere sulla pietra quello che siamo e quella ricchezza popolare e culturale di cui siamo portatori contemporanei. È l'occasione per rimembrare tradizioni, se non perdute nell'oblio del tempo, quantomeno poco conosciute dalle nuove generazioni, come la “maitunata”, stornellata tipica di Gambatesa, in provincia di Campobasso. Siamo davanti a figure armoniche, linee che danzano fra loro: c'è una classicità in questi lavori, un ordine ed una tranquillità emotiva.

La stessa delicatezza , l'occhio che “accarezza” le linee e la liscia pietra levigata ad arte, la ritroviamo in una serie di gruppi scultorei raffiguranti la Natività, intesa come esaltazione del valore della famiglia. Lineamenti morbidi definiscono le forme, non c'è disomogeneità fra le varie parti ma, anzi, assistiamo a dei lavori che fanno dell'unicità un valore incontestabile. Sono lavori che “sprigionano”amore, un calore che li avvolge come un'aurea e che si arricchiscono nella loro stessa forma. Cosi come accade, ad esempio, nel “Volto di donna” , un viso senza tempo che sembra guardare imperturbabile il mondo circostante; è qui che possiamo osservare la reale qualità del lavoro dell'artista: soffermandoci sul profilo della donna notiamo che dietro è stata lasciata la corteccia naturale,la pietra grezza e ciò rende ancor più apprezzabile il lavoro, sottolineando un alto valore qualitativo e l'indubbia capacità dell'artista di lavorare la materia.

Come sosteneva Lucrezio “la goccia scava la pietra” e le mani e gli attrezzi dell'artista sono come quelle gocce che trasformano il blocco di pietra in qualcosa che possiede vita propria, una propria identità ed un proprio valore.

Gioia Cativa

giovedì 17 luglio 2014

Franco Sciusco - La Modella


FRANCO SCIUSCO
"La Modella"
a cura di Umbero Russo

19 / 31 Luglio 2014
Inaugurazione Sabato 19 Luglio 2014 ore 19.00
con performance musicale della flautista
FRANCESCA DEL CIOTTO

Apertura tutti i giorni ore 21.30/24.00
Ingresso Libero

Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 Termoli

Presentazione

Una vocazione spontanea, si direbbe incoercibile, quella che ha condotto Franco Sciusco a dedicarsi fin da adolescente alla pittura, dapprima coltivata nel solco della tradizione figurativa, poi interpretata in modo originale e tutto personale, come intreccio di tele, manipolazione materica, quasi un’esplosione di fremiti e impulsi profondi tradotta in proiezioni informali.

Nell’introduzione al volume Franco Di Tizio ripercorre questo cammino artistico, segnalandone le tappe salienti e citando ampiamente i giudizi della critica qualificata, a testimonianza dei positivi riscontri che l’opera di Sciusco ha sempre ottenuti nel corso, ormai, di più di un trentennio.

Del resto, la sua è un’opera ancora in cammino, che riserba altri interessanti momenti creativi, altre forme di invenzione, nel fertile sviluppo di un’attività che nasce dal fondo più genuino della sua personalità.

«Io penso che nella vita di un artista – dichiara lui stesso – si dica solo una parola, questa parola è scritta nell’opera, in una o in mille opere la parola è sempre la stessa: importante che alla fine dei tempi si sappia». (Umberto Russo) 

FRANCO SCIUSCO, E NATO A ORTONA (CH) NEL 1956 .ESPONE PER LA PRIMA VOLTA A ROMA NEL 1976. IN TRENTACINQUE ANNI DI ARTE SI AFFERMA E OPERA COME ARTISTA INTERNAZIONALE. FIN DAI PRIMI ANNI NOVANTA REALIZZA OPERE CON UNA ORIGINALE TECNICA DI TELE E FOTO TAGLIATE E INTRECCIATE CHE LO ANNO PORTATO AD ESPORRE IN UNA PERSONALE NEL 1994 AL MIAMI BEACH WORL DEXPOSITION (USA).

giovedì 3 luglio 2014

Anna Di Fusco - White Noise all'Officina Solare


White noise.
Ipotesi monocromatiche
di Anna Di Fusco
A cura di Tommaso Evangelista
6/18 luglio 2014

Inaugurazione domenica 6 luglio ore 19.00
con performance musicale di
ILEANA DE SANTIS
Flautista

Apertura tutti i giorni dalle 21.30 alle 24.00
Ingresso libero
Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 TERMOLI



Presentazione

White noise. Ipotesi monocromatiche di Anna DI Fusco

Quando il particolare è l’assenza non di rado si assiste all’inversione della visione, che da sguardo analitico diventa ipotesi di senso. Il fascino della pittura monocromatica risiede infatti nell’essere una pittura di “grado zero” che alla polisemia cromatica predilige la profonda, e a volte struggente, esplorazione di un unico tono. L’assenza allora diventa tattile e concreta ed ecco perché il monocromo, in fondo, è un’utopia della materia pittorica. La storia dell’arte (e dell’occhio) a riguardo offre infinite suggestioni sulle quali vale la pena, brevemente, soffermarsi per apprezzare quanto possa essere complesso e per nulla banale adottare come poetica, come ha fatto Di Fusco, la ricerca su una gamma limitata di colori e in particolare sul bianco. La definizione è antica. Permonochromata Plinio il Vecchio si riferiva verosimilmente alla preparazione dei dipinti eseguita in bianco e nero e poi colorata con un’unica tinta; Quintiliano parlava invece di una pittura singulis coloribus che parrebbe identificarsi con il chiaroscuro monocromo. Una pittura a tinta unica è stata usata largamente nei secoli, comunque, sia in sussidio di grandi decorazioni murali sia come trattamento di sfondi tanto che l’Angelico nel convento di San Marco ci ha lasciato splendide varianti di bianco, tono su tono: basti a riguardo osservare l’armonia della scena della Trasfigurazione. Il Novecento complica la forma e la visione. Malevič sosteneva un’arte liberata da fini pratici e di rappresentazione, basata sul riconoscimento della supremazia della sensibilità pura, tanto che il suo Bianco su bianco del 1918 è più che altro un’intuizione, poetica come un pensiero; nel 1922 scrisse: «Il suprematismo bianco si spinge verso una natura bianca e priva di oggetti, verso impulsi bianchi, verso una conoscenza ed una purezza bianche come verso lo stadio più alto di ogni realtà, della quiete come del movimento». Arriviamo al secondo Novecento. In Italia si assiste al trionfo del bianco inteso come sdoganamento dagli schemi e ricerca di uno spazio d’azione intensificato, e molti artisti dell’avanguardia hanno percepito questo non-colore come un elemento dalla forte carica simbolica ed energetica. C’è Lucio Fontana che nel 1946, a Buenos Aires, pubblica il Manifiesto Blanco, cercando nello spazialismo una sorta di luogo extra-temporale di sconfine ma ci sono anche i pallidi cretti di Burri, densi come terra, oppure l’ironia dei monocromi di Piero Manzoni o le modulazioni ottiche di Enrico Castellani. Ci sono poi ancora i lavori di Capogrossi, Boetti, Lombardo, Bonalumi, Pascali, Kounellis, Ceroli, tutti alla ricerca di sequenze di bianco che solo il sortilegio della pittura e la personale sensibilità del colore ci aiutano a distinguere. Equilibrio di fondo, purezza, essenzialità oppure disarmonia, cinismo, angoscia, disorganicità. Le opere di Di Fusco, alla luce di tante ed eterogenee influenze, sembrano vivere tra la sensualità materica e barbara di Burri e l’invisibile ricerca di spirito di Fontana, il quale aveva adottato una materialità liberata da qualsiasi atomo realista per mostrare una natura invisibile e celata oltre la superficie. Per l’artista di origini molisane, proveniente da eccellenti prove pittoriche di superamento delle tensioni costruttive, il bianco su bianco degli ultimi lavori è un significativo punto di arrivo nella riuscita rappresentazione di un silenzioso annullamento di tutte le forme adoperate finora. La materia pittorica si compenetra col supporto, compattandosi in costruzioni ritmiche e irregolari ricche di tensioni prospettiche che si percepiscono nelle ombre solide degli spessori. Emerge una spazialità nuova, sensibile al vuoto, dove il tocco della pittrice diventa fenomeno ottico complesso e la tela un tempo sospeso, come la pausa di un rumore. E proprio al rumore ci riporta segretamente il titolo poichéwhite noise in inglese indica il rumore bianco ovvero un particolare tipo di rumore caratterizzato dall'assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante. Tale rumore, simile ad un continuo fruscio, è normalmente usato per mascherare altri suoni, ovvero coprire il rumore in ambienti interni, e in particolari circostanze è indicato per provocare allucinazioni uditive e rilassamento. Sia che osserviamo i monocromi bianchi o quelli neri, oppure le varianti cromatiche in blu, rosso o grigio, impostate su solide increspature di materia, l’idea della pittura come “rumore di fondo” mi sembra particolarmente interessante perché va a cogliere una proprietà essenziale dell’arte contemporanea: la decorazione. L’arte è diventata decorativa perché ha abdicato alla sua funzione narrativa ed universale, sostituendo al racconto l’attimo della sensazione personale che diviene impronta psichica nella ricerca di sintesi astratte. L’arte, come il bianco di Kandinskij, è diventata assoluto divenendo silenzio. Questa inconscia sinestesia ci conduce, pertanto, ad un’altra lucida sperimentazione sul bianco e sul suono. Siamo nel 1951 e Rauschenberg crea i suoi White Paintings, inserendosi nella tradizione dei dipinti monocromatici. L’obiettivo dell’artista era quello di ridurre il dipinto alla sua natura più essenziale, così da condurre l’osservatore verso una forma pura dell’esperienza artistica. I White Paintingsfurono esposti alla Eleanor Ward’s Stable Gallery in New York, nell’Ottobre del 1953, e apparivano semplicemente come tele vuote, completamente bianche. Ma invece che come frutto di un processo distruttivo di riduzione della forma al nulla totale, per apprezzarli è necessario pensarli piuttosto come “schermi ipersensitivi”, o più suggestivamente, affidandosi all’interpretazione che John Cage diede di loro, come “aeroporti di luci, ombre e particelle”. Fu proprio Cage che, ispirato da tali opere, realizzò il suo più famoso e controverso lavoro, intitolato 4’33’’, per qualsiasi strumento musicale. Si tratta di uno spartito bianco poiché la composizione consiste nel non suonare alcuno strumento per la durata di 4 minuti e 33 secondi, rendendo protagonista dell'opera né l’esecutore né tantomeno il compositore, bensì l’ambiente con la sua gamma infinita di manifestazioni acustiche, ovvero col suo white noise. Cage dava spazio alla voce del mondo come Rauschenberg dava corpo all’ambiente in quanto i suoi lavori erano influenzati dalle condizioni esterne “così che potenzialmente – diceva - avresti persino potuto evincere quante persone erano nella stanza”. Il bianco assoluto, come il silenzio, non esiste e tutta la pittura monocroma di Di Fusco cerca di suggerire delle impressioni ambientali ed armoniche ricavate dalla totalità del reale. I lavaggi di colori, gli accostamenti tono su tono, le spatolate e l’uso evidente della traccia, che parrebbero indirizzare verso una pittura d’azione, cercano di modulare gli ambienti in attimi e pause poiché l’intento dell’artista è quello di decorare con i gesti le misure personali, lasciando all’evocazione quella freschezza naturalistica alla quale si arriva per lenta comparazione. Una declinazione della leggerezza e il tentativo di ricomposizione del piano pittorico, ormai saturato dalla materia e per questo in perenne disvelamento attraverso i segni e le tracce lasciate dalla pittrice. L’intento è proprio quello di somministrare al fruitore frammenti sonori, ovvero quel rumore di fondo capace di colorare la vita e senza il quale tutto si perderebbe in un vuoto inquieto. Ma soprattutto c’è il colore, analizzato e sperimentato nella tridimensionalità dell’impasto cromatico, nella sua risonanza interna di sintesi. L’azzeramento della forma, il passaggio dalla decorazione all’evento, per chiudere con Filiberto Menna, è allora inevitabile: «il colore agisce con le sue proprietà dinamiche quantitativamente accettabili e regolabili. Il quadro non rinvia ad un altro di sé, rifiuta ogni rimando metaforico sia pure di ordine soltanto espressivo, per trasformarsi in una struttura oggettiva, al limite impersonale».

Tommaso Evangelista

giovedì 6 marzo 2014

Martyrion - Sancta Lucia


MARTYRION - SANCTA LUCIA 

un film di Giandomenico Sale 

con 
Azzurra De Gregorio
Maurizio Modica
Giandomenico Sale
Maria Teresa Colarelli
Maria Emma Di Vito
Enrica Sciarretta
Vittoria Venditti
Antonio Sale

Musiche di Marco Werba

Direttore della Fotografia William Mussini 

Costumi Frankie Morello Milan 

Lucia, cristiana dei primi secoli dopo Cristo, si reca in pellegrinaggio nella catacomba di Sant’Agata nella speranza di ottenere la guarigione della madre gravemente malata. Durante la veglia di preghiera, davanti l’altare, si addormenta. In sogno le viene rivelato che può salvare essa stessa la madre grazie alla sua santità senza l’intercessione di nessuno. Lucia decide così di consacrarsi totalmente al suo credo, spogliandosi di tutti i suoi beni e offrendo la sua verginità a Dio. Il culto cristiano è vietato dalle leggi romani e la giovane, pedinata dal suo spasimante durante la visita alla catacomba, viene denunciata al Prefetto romano Pascasio. Pascasio, che la processa in quanto cristiana, chiede a Lucia di rinnegare il suo Dio, al suo rifiuto il Prefetto inizia una serie di torture che culminano nel martirio finale. La figura di Lucia va oltre l'aspetto sacro in quanto rappresenta un personaggio fortemente carismatico e disposto a tutto per i propri ideali. L’orientamento alla contemporaneità, contribuisce a rendere questa figura una sorta di icona dei nostri giorni. Viene estrapolata dal suo contesto storico per fissarla in un tempo indefinito, caratterizzato dal contrasto tra la perfezione e la decadenza, contrasto che si riscontra sia nei personaggi che nei luoghi. La scelta di pochi dialoghi è volta ad orientare l’attenzione dello spettatore ai dettagli della scena: le espressioni del volto, i movimenti del corpo, gli oggetti, le iconografie. Tutti elementi che portano ad una fusione tra sacro e profano rendendo la protagonista unica nel suo genere.

Il cortometraggio verrá presentato alle 21.30 presso il Cinema Sant'Antonio Termoli - ingresso libero - 14 marzo
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