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domenica 14 aprile 2013

Achille Pace e il Premio Termoli


Dalla pagina facebook di Achille Pace propongo questo scritto condiviso dal maestro circa le motivazioni che portarono il premio Castello Svevo a diventare Premio Termoli, tra i Premi più interessanti in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta.

COLGO L' OCCASIONE PER PUBBLICARE IL MIO SCRITTO DI PRESENTAZIONE AL CATALOGO DEL V PREMIO TERMOLI DEL 1960 PER RISPONDERE ALLE NUMEROSE DOMANDE SULLE MOTIVAZIONI E SUI CONTENUTI DELLE MOSTRE DEL PREMIO TERMOLI. RISULTERA' CHIARA LA MIA IDEA DI SEGUIRE ATTRAVERSO LE VARIE EDIZIONI DEL PREMIO TERMOLI UNA LINEA STORICA EUROPEA CHE TESTIMONIASSE E TENESSE CONTO DELLO SVILUPPO ARTISTICO CHE HA AVUTO LUOGO DALL'INIZIO DEGLI ANNI SESSANTA AI NOSTRI GIORNI.

1960: 5^ edizione della Mostra di Termoli.
Ma più che il fatto anagrafico, quest'anno è importante soprattutto sottolineare che la nostra Mostra ha ottenuto giuridico riconoscimento da parte dei Ministeri dell'Industria e della Pubblica Istruzione che, con Decreto 1 Dicembre 1959, l'hanno inclusa tra le manifestazioni artistiche nazionali.
Un ciclo si compie, un secondo se ne apre -
Si apre un nuovo ciclo caratterizzato dal generoso sforzo di attirare verso il Premio " CASTELLO SVEVO" l'attenzione delle vene più vitali dell'Arte contemporanea, di liberare la mostra da tutte le deteriori preoccupazioni campanilistiche, di aprire la manifestazione a tutte le voci dell'arte e della cultura, di superare ogni residua mentalità provincialistica , di doppiare lo scoglio della polemica tra vecchio e nuovo , tradizionale e d'avanguardia, classico e moderno, di tentare di fare della Mostra una rassegna organica in cui orientamenti e scuole , tentativi ed indirizzi , cenacoli e correnti , trovassero il loro giusto posto e la loro rigorosa considerazione di momenti importanti o essenziali , comunque mai inutili , della vita e della storia dell'Arte.
Si apre un ciclo di orizzonti più ampi di una esposizione che non abusa della qualificazione di mostra nazionale per il livello di artisti partecipanti , per l'impostazione programmatica, per la valorizzazione di ogni studio e ricerca che sia il portato di una viva sensibilità, per la ferma convinzione degli organizzatori di servire , non le correnti, ma l'Arte , di non mortificare le Scuole che accendono e vivificano ideali e studi , ma di non mitizzare particolari orientamenti , se è vero che la storia dell'uomo nella ricerca della verità e della bellezza non permette , ai ricorrenti interrogativi , risposte perentorie e definitive .
Questo complesso di esperienze e prospettive potrà sfuggire solo a chi , visitando la mostra, si pone nella più antistorica delle posizioni ; ossia di chi , ricercando la conferma di un suo ideale di bellezza e non trovandolo , si allontanerà indignato , o di chi , ravvisando concordanze di idee , esalterà il valore della manifestazione, negando nel contempo ogni significato agli altri orientamenti.
Alla storia dell'arte hanno dato contributi fondamentali sia coloro che hanno accolto l'ideale dell'artista creatore di forme di bellezza secondo uno schema fissato in eterno , sia coloro che definiscono la natura creatrice , demiurgica dell'artista che , irrompendo emotivamente sui mezzi espressivi, si crea un suo mondo, anzi attribuisce unica realtà al suo mondo fantastico , sia coloro che senza sovrapporre una propria idea a priori della bellezza o dello spazio, tendono solo a sollecitare dalla materia le forme che essa può dare, stabilendo una inter-azione con essa paghi di suscitare direttamente le immagini di un processo e rifiutandosi di riprodurre indirettamente la rappresentazione di una esterna verità , sia coloro che hanno avuto un senso ironico della vita ed hanno confidato nel significato armonico della natura , sia coloro che cogliendo gli aspetti dilemmatici ambigui , hanno scoperto le fratture, le disarmonie , il mostruoso , ed hanno sconvolto l'ideale classico. Né è inutile sottolineare le fasi che puntualizzano gli ultimi anni della storia dell'arte : l'emergere dell'istanza realista intesa come aderenza tematica ai fatti sociali, l'esigenza di una modernità assoluta di forme , facendo pura astrazione dalla socialità, l'assunzione graduale dell'avanguardia a fatto ufficiale e, poco dopo ,il dilemma tra astrazione e figurazione: infine l'irruzione del movimento dell' "informel", come denuncia di una condizione drammatica di irrazionalità nel mondo moderno; e infine, l'esigenza di superamento di quest'ultimo movimento .
Di tutti questi momenti e di tutti questi orientamenti, una Mostra, per quanto vasta e bene organizzata, può dare oggi soltanto un'idea molto approssimativa.
In questa quinta edizione della Mostra di Termoli, il visitatore di buona volontà ne ritroverà certamente le tracce essenziali e ne trarrà , è augurabile ,stimoli e spunti per le proprie ulteriori meditazioni. (Achille Pace)


venerdì 22 marzo 2013

Antonio Pettinicchi - Lui è il Molise - Personale a Campobasso



ANTONIO PETTINICCHI
“LUI È IL MOLISE”
a cura di
Tommaso Evangelista e Silvia Valente

28 marzo-11 maggio 2013
Galleria Artes, viale Elena n. 60 - Campobasso

COMUNICATO STAMPA



A sei anni di distanza dall’ultima personale, torna nel capoluogo molisano il maestro Antonio Pettinicchi. La mostra, a cura dei critici d’arte Tommaso Evangelista e Silvia Valente, sarà ospitata nei prestigiosi spazi della galleria Artes in viale Elena n. 60 a Campobasso dal 28 marzo all’11 maggio 2013 e presenterà una selezione di lavori su tela unitamente ad una retrospettiva sulla produzione grafica. 

I dipinti testimoniano vari aspetti della sua poetica e spaziano dai celebri autoritratti al mondo contadino con uno sconfinamento nelle tematiche del sacro (Crocifissione). La maggior parte dei lavori risale all’ultimo decennio di produzione - inedite le opere del 2008 e del 2009 - e si caratterizza per una forte accentuazione delle valenze espressioniste, per un segno tagliente, per una sapienza costruttiva dettata da pennellate energiche e vigorose che conferiscono alla figura struttura e, allo stesso tempo, indeterminatezza. 

La produzione incisoria riguarda, invece, un lasso di tempo più ampio e mostra l’evoluzione della tecnica, dello stile e dei soggetti. Dai primi lavori realizzati durante la formazione accademica - che vedono come soggetti le figure del mondo contadino – si attraversano i paesaggi molisani caratterizzati dalla forte componente geometrica di stampo post-cubista per giungere, sul finale, a un dissolvimento delle forme e delle strutture grazie al sapiente uso dell’acquaforte, del quale è stato maestro indiscusso del Novecento italiano. 

Un piccolo asterisco sarà dedicato alla documentazione del celebre Gruppo 70 formato, appunto, da Antonio Pettinicchi, Walter Genua, Augusto Massa e Lino Mastropaolo, dei quali verranno presentati lavori a carattere esplicativo, utili a fornire una ricostruzione del percorso dell’artista. 

Antonio Pettinicchi nasce a Lucito (Campobasso) nel 1925. Si forma all’Accademia di Belle Arti di Napoli sotto la guida severa ed attenta di Lino Bianchi Barriviera e Emilio Notte. La sua attività incisoria e pittorica è testimoniata dalla partecipazione a numerose mostre e rassegne di carattere nazionale e internazionale, fra cui: quattro edizioni della Quadriennale Nazionale di Roma (tra il 1952 e il 1965), la XXVIII Biennale Internazionale di Venezia, sette edizioni della Biennale Nazionale della Grafica Contemporanea di Venezia (dal 1955 al 1967), numerose mostre in collaborazione con ilgruppo degli Incisori Veneti oltre alle cinque edizioni del Premio Termoli, per citarne solo alcune. Sue opere sono presenti in importantissime collezioni pubbliche e private, fra le quali citiamo: Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Modena, Venezia; Civica raccolta delle stampe Achille Bernarelli, Castello Sforzesco, Milano; Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; Raccolta disegni e stampe, Galleria Uffizi. 

Proprio da un ricordo del maestro e compagno di studi accademici Armando De Stefano è tratto il titolo della mostra cui seguirà l’uscita della monografia, a cura di Tommaso Evangelista e Silvia Valente, edita dalla Regia edizioni e che verrà presentata in occasione del finissage (11 maggio 2013).

Info:
Artes Contemporanea
Viale Elena n. 60 – Campobasso
Tel. 0874 443377


venerdì 15 febbraio 2013

Rivista20

Da un paio di numeri ho una piccola rubrica circa mostre e artisti molisani su questa interessante rivista online che tratta singolarmente ogni regione italiana segnalando eventi importanti di mostre ma anche l'opinione di critici locali. Trovo la formula riuscita anche per sondare che si fa in Italia in realtà meno pubblicizzate. Rivista20, questp è il nome, e' una pubblicazione a cura del Centro Culturale Ariele (Torino) www.galleria-ariele.com

giovedì 4 ottobre 2012

Il Madì e il design - Kimura-Luggi-Mascia

KIMURA-LUGGI-MASCIA
IL MADI' E IL DESIGN
Galleria Lupo'Art
Palermo, via Libertà 74/c
Dal 7 al 14 ottobre 2012

Nell'ambito della manifestazione I-Design, promossa da Confcommercio e Confindustria, la Galleria Lupo'Art è lieta di presentare la mostra "KIMURA-LUGGI-MASCIA. IL MADI' E IL DESIGN", collettiva che vede coinvolti tre artisti del noto movimento artistico internazionale Madi. Dal 7 al 14 ottobre 2012, nella nuova sede di via Libertà 74/c di Palermo, la Galleria Lupo'Art propone un percorso espositivo caratterizzato dall'incontro tra il linguaggio "madì" e il design. Il MADI è un Movimento Internazionale, nato nel 1946 a Buenos Aires ad opera di Carmelo Arden Quin, che ancora oggi appassiona il pubblico e la critica raccogliendo consensi in più parti del mondo e rinnovandosi grazie a più recenti generazioni di artisti, presenti in Italia, Francia, Spagna, Ungheria, Argentina, Brasile, Uruguay, Stati Uniti e Giappone. La geometria, il movimento, la sperimentazione, l'interazione e il colore sono alcune delle prerogative delle opere Madi, composizioni caratterizzate da una forte valenza ludica e segnate da un profondo anelito di libertà. L'esposizione offre un'esauriente testimonianza di un movimento storicizzato che dagli anni '50 ad oggi è presente con estremo vigore nel complesso milieu dell'arte contemporanea, richiamando artisti da ogni parte del mondo con una forte capacità di coesione.

La mostra, curata da Laura Bica, intende portare la città di Palermo su un piano internazionale, avvalendosi della partecipazione di tre importanti protagonisti del MADI: Yumiko Kimura - 1961, Tokyo (Giappone); Gino Luggi - 1935, Bisenti, Teramo (Italia); Vincenzo Mascia - 1957, Santa Croce di Magliano, Campobasso (Italia).

La mostra sarà visitabile fino al 14 ottobre 2012.

Info: Orari: da martedì a sabato h.10.00-13.00; 17.00-20.00
Tel. 091302587

www.lupoart.it - eduardolupo@libero.it

In basso il mio testo per la mostra (anche il pdf sul sito arte-struktura)



sabato 1 ottobre 2011

L'arte contemporanea è relativa

Testo a commento della collettiva Vita d'autunno organizzata dall'Officina Solare Gallery ed inserita tra gli eventi della Settima Giornata del Contemporaneo dell'AMACI.


L’arte contemporanea è relativa.

L’occasione della Settima Giornata del Contemporaneo promossa dall’Amaci e alla quale aderisce anche l’Officina Solare è un’ottima opportunità per proporre all’attenzione del pubblico le opere della galleria, opere che visualizzano un cammino fatto di mostre ed eventi come anche un impegno costante nella valorizzazione del contemporaneo in una realtà, il Molise, dove è quasi assente la volontà di creare un sistema virtuoso dell’arte e dove in ogni attività sembra quasi di ripartire da zero. E’ questa anche l’occasione per riflettere sullo stato dell’arte in regione e non solo poiché se si organizza una giornata del contemporaneo significherà anche che a livello nazionale le cose non sono tutte rosa e fiori. Dopo il boom di musei d’arte contemporanea negli anni ‘90, dai fantasiosi acronimi, si è registrato un costante calo di investimenti sostituiti da sempre più invasive campagne di marketing per far fronte alla scarsa presa sul pubblico. Direttori e curatori, da idealisti e intellettuali, sono diventati cortigiani del sistema promuovendo l’ovvio per la ricerca del profitto mentre i musei sono diventati affari di famiglia (anche politica) in una rete di potere e legami che dai luoghi espositivi arriva alle aste e ai collezionisti. Pochi giorni fa Luca Beatrice, su Il Giornale, criticava giustamente la quantità di fondi che si stanno spendendo per la grande rassegna sull’Arte Povera che, diventata ormai “pura accademia travestita da concettuale per la smania di pochi collezionisti”[1], non attrae più il pubblico mentre attrae ancora gli speculatori e allora giù con rassegne strapagate e con Rivoli che, da più importante polo del contemporaneo in Italia, sembra diventato un circolo di famiglia sotto la guida di Andrea Bellini e Beatrice Merz. 


Ma gli esempi sarebbero tantissimi: dalla crisi del MADRE a Napoli al livellamento estetico operato dal Padiglione Italia di Sgarbi, dal crollo delle galleria al programma insignificante del MAXXI che sembra vivere esclusivamente in funzione della propria architettura. E se ci spostiamo alle Fondazioni il clima non cambia. Come scrive sempre Beatrice L’estensione della famiglia nel mondo dell’arte si chiama Fondazione. Ovvero: ho un bel nome, metto su un progetto culturale e me lo pagate voi. All’opposto di ciò che accade in America, dove i ricchi finanziano l’arte, in Italia i milionari chiedono soldi pubblici per foraggiare le loro imprese cui frega a pochi, ma se qualcuno fa osservare che non ce n’è più si prende insulti o una mutanda in faccia”[2]. Il momento è delicato e apparentemente senza vie di fuga; del resto anche l’arte moderna non se la passa bene: Il ministero dei Beni culturali ha definito un “evento di portata storica” la spedizione a Cuba di un ‘Caravaggio’ che non è di Caravaggio; un alto prelato italiano sta cercando di spedire la Madonna di san Giorgio di Giotto a Mosca per ‘impreziosire’ le celebrazioni legate all’edizione dei testi di un concilio dell’VIII secolo; la Velata di Raffaello parteciperà al Ballo del Giglio del 2011, in un albergo di Montecarlo; i Baccanali Ludovisi di Tiziano saranno esposti ad Arcore, nella sala del bunga bunga, per evidenti affinità iconografiche. Una sola di queste notizie è falsa: ed è l’ultima. Ma è falsa solo perché i Baccanali appartengono al Prado, che è un museo serio di un paese serio”[3]. Si tratta dell’incipit dell’articolo dello storico dell’arte Tomaso Montanari che, dalle colonne del Fatto Quotidiano, condanna l’ennesima operazione commerciale e pubblicitaria, il prestito della Velata di Raffaello, messa in piedi da una politica che ha perso da tempo il concetto di tutela e considera il capolavoro, che per diritto fa parte della comunità, una sorta di ambasciatore da far viaggiare in giro per eventi mondani.


E l’idea di noleggiare a privati le opere d’arte che appartengono alla collettività rappresenta eloquentemente il tono morale e il livello culturale dell’Italia del tardo berlusconismo: al punto che l’uomo simbolo di questa mirabile congiuntura, l’onorevole Domenico Scilipoti , ha trasformato questa idea in una proposta di legge per cui “le opere d’arte, inclusi reperti archeologici e similari, possono essere offerti in noleggio per un periodo prefissato di dieci anni tramite asta pubblica da gestire per via telematica”. L’obiettivo sarebbe quello di “valorizzare le opere d’arte che giacciono inutilizzate o sottoutilizzate in depositi museali o in altre sedi, promuovendo, attraverso il loro noleggio per un periodo decennale, l’arte e la cultura italiane nel mondo e, allo stesso tempo, contribuendo a ridurre il debito pubblico”… E non si sa davvero se sia più madornale la bestialità di pensare che le opere d’arte si debbano “utilizzare”; quella di considerare i depositi dei musei non quei magazzini di sapere e di storia che sono, ma cantine polverose e inutili; oppure l’idea che uno partecipi a un’asta telematica e poi si veda consegnare a casa – non so – una Immacolata in marmo del Seicento, un polittico a fondo oro del Trecento o un set di vasi greci. Ma ancora: uno potrebbe noleggiare un fonte battesimale romanico per il battesimo del nipotino, un’alcova barocca per la prima notte di nozze, una scultura del Novecento per un cocktail in giardino (No Arturo Martini, no party). Ma, al di là del folklore , ciò che nella proposta di legge Scilipoti, si legge benissimo è il principio di fondo: privatizzare, selvaggiamente, il patrimonio artistico di questo Paese”[4]. Chiusa parentesi sul moderno non si può non notare come assistiamo ad una situazione degenerata col contemporaneo che da una parte cerca di tenere in vita istituzioni, concentrando quei pochi fondi ancora a disposizione, e dall’altra appare sempre più incapace di comunicare, vuoto e autoreferenziale, tenuto in vita esclusivamente dall’unicità dell’evento che sembra proporre, mentre poi tutto finisce alla chiusura del vernissage.


Jean Clair, storico dell’arte francese e stimato intellettuale, aveva anticipato la catastrofe dell’arte nel testo “Critica della modernità” ed oggi, dal limite del post-moderno, torna su quelle considerazioni con il libro da poco uscito in Francia “L' hiver de la culture” (“L’inverno della cultura”). Nel “nostro” inverno, la cultura non è più spazio di una religiosità laica, né strumento per “rendere il mondo abitabile”, conducendo verso “una trascendenza al di là delle parole”. A prevalere è una logica mercantile. Clair spiega: “Siamo stati riportati a terra, tra paesi desertificati”. Dunque, addio cultura. “Resta solo il culturale: che è simulacro, imbroglio, scarto, parola di riflessi condizionati, dispersione, vaporizzazione”. Il passaggio dalla cultura al culturale (o culturame) è di fatto una riduzione sostanziale, è perdita dei fondamenti a vantaggio di una piattezza massificata, è l’abbandono della lotta e del tentativo di creare sistema. La “religione” dell’arte che ha smarrito la pratica trova in un finto culto di maniera il proprio status; le mostre blockbuster sono affollate come supermercati, le Biennali somigliano a discariche, il museo diventa una marca di lusso e si quota in borsa, l’arte è ridotta ad evento per attirare le folle, gli artisti studiano strategie di comunicazione e marketing, il mercato crea il valore dell’opera[5], i giudizi della critica sono ininfluenti in una realtà dominata dagli investimenti speculativi e il pubblico si illude di partecipare alla Storia mentre condivide solo divertimento. L’arte contemporanea è un “evento” spesso inutile, di forte impatto, certo, ma che poco ha a che fare con l’idea di cultura ed in questo si dimostra molto più conservatrice di tante altre forme di comunicazione. Sarebbe opportuno un diverso atteggiamento meno ipocrita, uno scavo intelligente in quel sottobosco magmatico e spesso semisconosciuto che la contemporaneità ci mette a disposizione, un’analisi oggettiva dei dati partendo dal territorio. l’Officina Solare nella realtà molisana, ma in generale tutte quelle associazioni che operano nelle zone marginali e di confine, ha dalla sua la volontà di uscire fuori dal sistema; non cerca l’evento ma tenta di creare insiemi muovendosi in quel limite, spesse volte difficile da rinvenire, tra dilettantismo e progettualità artistica autentica promuovendo l’artista in quanto uomo.
Nella misura in cui il valore, che oggi non è mai valore estetico, dovrebbe emergere dalla lunga durata il ruolo di una galleria, piccola o grande che sia, dovrebbe essere esclusivamente quello della ricerca, della documentazione e dell’indagine capillare; se per valore, però, intendiamo una “performance economica” dell’oggetto, frutto di operazioni speculative e passaggi, più o meno velati, in mostre-evento l’opera diventa prodotto e con essa anche lo spazio diventa creatore di merce. E così mentre si preparano eventi i musei diventano luoghi di transito di opere in giro per il mondo, i collezionisti si scambiano favori con le istituzioni, dagli storici dell’arte si passa ai curatori detentori, spesse volte, di una conoscenza solo procedurale e mai speculativa,  il pubblico si smarrisce. Attratto dalla curiosità, incapace di guardare e comprendere le opere del passato (diventate ormai sistemi chiusi in assenza di risorse per la valorizzazione, mentre la Storia dell’Arte pian paino sparisce dalle materie scolastiche), pensa che sia più facile relazionarsi con l’opera contemporanea poiché illuso di essere lui il centro di un fenomeno creativo e comunicativo. Se è lo sguardo che crea l’opera ciò elimina il senso di colpa derivato dalla non comprensione ed annulla ogni sforzo interpretativo. Nel semplice guardare perdiamo la nostra autonomia, nel semplice commercio speculativo l’opera smarrisce la sua aura, nel vuoto esporre il museo diventa un’industria che trasforma l’arte in spettacolo. Oggi, dovunque, ritornando a Clair "prevale sempre la logica dell'evento spettacolare"; in nome del denaro l'arte è ridotta ad evento per attivare le folle, ma "non è questo il modo di democratizzare l'arte, questo è solo massificazione" dannosa che potrebbe essere evitata diffondendo e intensificando lo studio della "Storia dell'arte nelle scuole, affinché tutti abbiano gli strumenti culturali per comprendere le opere…l'opera esige, sempre, una sintonizzazione culturale, senza la quale risulta incomprensibile”. Ma, aggiunge opportunamente il critico francese "anche il mercato dell'arte prima o poi rischia di crollare. Un crac metterà fine alla bolla speculativa”. E forse la speranza sta proprio in questa crisi in quanto il capitalismo si è rivelato non solo ingiusto ma anche inefficace ed effimero: non solo seleziona proposte discutibili da un punto di vista della qualità, poiché si serve di un sistema schiavo del profitto e della raccomandazione, non solo è costretto ad “affittare” i propri capolavori a privati senza consapevolezza, non solo sminuisce la cultura riducendola a prodotto, ma non produce nemmeno ricchezza, non garantisce posti di lavoro ai professionisti del settore, mortifica l’arte, distrugge la tradizione e la Storia. Siamo del resto in un momento di svolta epocale: la recessione, se non condurrà ad una folle crisi del debito con relativo impoverimento generale e repressione sociale, porterà ad una revisione di tutto il sistema economico neoliberista, e anche la fisica non sta tanto bene. Col recente superamento della velocità della luce, infatti, l’universo (e anche l’arte) perderebbe molti dei suoi attuali vincoli. Sarebbe addirittura possibile violare il tempo che non avrebbe più una struttura lineare ma deformata: superando infatti la velocità della luce secondo la legge di Einstein un corpo arriverebbe in un punto B prima di essere partito in un punto A. Questo implicherebbe anche fenomeni come la sovrapposizione di piani spaziotemporali diversi o che ciò che è stato non svanisce nel nulla e ciò che sarà esiste già. 


Ed implicherebbe anche che io, dopo aver scritto tutta questa predica, mi ritrovi a curare una Biennale con le solite opere commerciali per i soliti collezionisti e speculatori.
Tommaso EVANGELISTA


[1] L. Beatrice, Con l’arte povera si diventa ricchi e potenti, in “Il Giornale”, 17 agosto 2011.
[2] Cit.
[3] T. Montanari, Velata o Velina? Raffaello, un escort al ballo di Montecarlo, in “Il Fatto Quotidiano”, 25 settembre 2011.
[4] Cit.
[5] A riguardo riporto un brano tratto da Dialogue avec les morts, autobiografia di Clair “L’asparago dipinto da Manet e la cipolla dipinta da Chardin non hanno prezzo. Non nel senso di un prezzo esorbitante, come le fragole in inverno, ma senza prezzo. L’aneddoto di Manet e di Ephroussi si riferisce appunto a questa impossibilità di assegnare un prezzo all’arte. A Ephroussi che chiede il prezzo di un quadro che raffigura un mazzo di asparagi, Manet risponde che costa ottocento franchi. Ephroussi rifiuta; non paga mai meno di mille franchi per un quadro. Manet rifiuta a sua volta: non ne vuole più di ottocento. Ephroussi insiste e gli mette in mano mille franchi. Poco dopo, Manet invia al generoso collezionista un piccolo quadro di un asparago, tutto solo, come un commerciante, all’ultimo minuto, al mercato, aggiunge un pomodoro o una mela al cesto della donna di casa. L’arte di oggi funziona sul principio opposto: ha un prezzo, spesso smisurato, ma è priva di valore”.

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