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giovedì 15 novembre 2018

L'occhio del fotografo. Intervista a Steve McCurry








Per Espoarte ho intervistato Steve McCurry - Official page durante il suo intervento per Poietika lo scorso settembre a Campobasso. Un grazie per l'aiuto a Maria Cristina Notte e Maurizio Cavaliere

 La fotografia di Steve McCurry, come da lui definita, è “Fotografia della semplicità” per quella sua caratteristica di unire alto valore simbolico, caratterizzazione e intensità mnemonica in una veste chiara, facilmente leggibile e memorizzabile. È naturalmente fotografia di viaggio, viaggio – per dirla alla Chatwin – quale approfondimento della conoscenza e tentativo di entrare nel vissuto della gente per cogliere e raccontare l’essenza dei luoghi (“Una fotografia deve portare con sé emozione, semplicità e deve avere una storia da raccontare, deve essere in grado di trasportarci da qualche parte”). Il suo particolare modo di scattare gli ha permesso di stare insieme alle comunità, cogliendo linguaggi, feste, danze, elementi culturali che stanno scomparendo e che spetta alla fotografia documentare nel modo più evocativo possibile pur nell’apparente naturalità (“Non cerco mai di abbellire o di romanzare, la cosa più importante è raccontare la storia nel modo migliore possibile”). L’aspetto narrativo pertanto diviene un fattore potente nei suoi scatti, per quel tentativo di proporre ai fruitori un variegato universo di esperienze che si sommano e che alla fine saturano, come i colori, la coscienza (“La parte più importante del mio lavoro è narrare storie, è per questo che la maggior parte delle mie immagini posa le sue radici nella gente comune. Sono alla ricerca di quell’attimo di autenticità e spontaneità capace di raccontare una persona o, in senso più ampio, di mettere in relazione la vita di una persona con la nostra esperienza umana”). Il segreto di tutto ciò risiede nell’attesa dell’occhio (“Se sai aspettare, le persone si dimenticano della tua macchina fotografica e la loro anima esce allo scoperto […] c’è una chimica che istituisce un legame con le persone, grazie al quale si può gettare una sguardo nella loro anima e nella loro personalità”).

Steve McCurry a Campobasso
Lo scorso 8 settembre, McCurry, è tornato in Italia, più precisamente in Molise, nell’ambito di Poietika, il festival diretto dal poeta Valentino Campo e dedicato alla parola e alla letteratura, per una lezione-evento presso il Palazzo GIL di Campobasso. L’iniziativa, sostenuta dalla Fondazione Molise Cultura e dall’assessorato alla cultura, ha riscosso un grande successo di pubblico ed è riuscita a strappare al fotografo la promessa di un ritorno in terra molisana per una campagna fotografica e una retrospettiva da allestire nel capoluogo agli inizi del 2019. Il Molise quale terra sconosciuta e mitica, al pari dell’India o di regioni dimenticate dell’Afghanistan, ha sicuramente colpito lo sguardo indagatore di McCurry il quale ha mostrato un vivo interesse per i suoi paesaggi incontaminati e le sue tradizioni folcloriche e religiose. E poi perché l’Italia è sempre nel suo cuore (“Per divertirmi scelgo l’Italia perché offre tantissimo dal punto di vista storico, culturale, artistico, paesaggistico, culinario e… per gli ottimi vini!”). Abbiamo colto il momento della conferenza stampa prima della lecture per fare al fotografo qualche domanda, e le risposte non sono state banali. McCurry, sarà di nuovo in Italia, domenica 18 novembre, in occasione di Bookcity Milano 2018, dove Steve e Bonnie McCurry (la sorella del fotografo) ripercorrono Una vita per immagini la prima biografia ufficiale edita da Mondadori Electa.

Steve McCurry a Campobasso, credit: Maurizio Cavaliere
La fotografia è un vedere ciò che non è neppure visibile ed ha offerto la possibilità di imparare a notare certi aspetti del mondo che, benché veduti, erano fino al momento dello scatto passati inosservati. Vi è un contenuto invisibile da cogliere nel reale? Si sente un veggente?Penso che si tratta di osservazione e si tratta di curiosità. Prima siamo andati a pranzo e camminando io non mi stavo concentrando su ciò che avevo intorno perché si stava parlando, non stavo cioè notando. Però normalmente quando camminiamo, andiamo fuori, scegliamo di svolgere un lavoro in esterno c’è sempre un qualcosa, un’area, una zona, un punto che desta la nostra attenzione, che ci cattura, ed è come se ci rendesse più sensibili. Secondo voi quante persone si sono mai chieste che tipo di pavimento è questo su cui poggio i piedi? Si tratta sempre di un esercizio che facciamo in modo consapevole o inconsapevole anche se la maggioranza delle persone non allena l’occhio e quindi non allena i sensi, non esercita quello che avviene dietro l’occhio. Bisogna possedere una chiave capace di renderci acuti nell’osservazione, nel catturare le cose che ci stanno intorno, ciò che io chiamo “chiave osservazionale”.
L’occhio, e ancor più l’occhio del fotografo, costruisce mondi diversi, a seconda della qualità della visione. Penso ai suoi ritratti, alla loro luce classica e morbida, alla messa in posa del volto, a tanti dettagli che richiamano alla storia dell’arte e quindi della bellezza. Qual è la sua idea di bellezza?Quando pensiamo alla bellezza mi viene da pensare all’armonia, a qualcosa che fluisce e risplende. Se penso per esempio ad una particolare epidermide, magari dal colore intenso, che cosa c’è che mi può attirare? E’ un qualcosa di fluido, di armonico, di particolare. Mi immagino un balletto o una specie di coreografia e vi ritrovo questa idea. Penso al fascino che rinveniamo in una composizione o in una architettura, in un progetto o in un disegno e lo associo ad una sensazione liquida, immediata da cogliere. Se rifletto sull’argomento luce Caravaggio è l’esempio principe per quella sua luminosità molto soffice e trascendente, certamente velata di bellezza. E’ anche vero però che gli artisti rompono le regole e arriva qualcuno che a quella luce bellissima, morbida, soffusa, predilige l’esatto contrario, anche solo per il fatto di essere bastian contrario, prendendo una direzione opposta e dichiarando la sua contrarietà. La bellezza quindi si trova anche in questo contrasto.

Steve McCurry a Campobasso
La sua foto “Afghan Girl” è una delle icone visive del XX secolo. La ragazza, tra l’altro, è stata rifotografata vent’anni dopo mostrando pur nei segni del tempo la persistenza dell’aura (si veda A Life Revealed)  Quali sono secondo lei i meccanismi (culturali, artistici, sociali) che sottendono alla nascita di un’icona?I meccanismi dovrebbero chiederli ai critici. A parte gli scherzi cercare di descrivere qual è la filosofia, cosa vi è dietro quella fotografia e quello sguardo lo lascerei fare al pubblico poiché di ogni scatto possiamo parlare per ore in virtù delle sue infinite tangenti e impressioni. Pensiamo ad una canzone o ad una melodia, cosa fa si che la gente inizi a canticchiarla o che le persone si sentano connesse e in sintonia con il brano? La verità è che certe fotografie sono talmente potenti che poco hanno a che vedere con la teoria o l’analisi mentre molto hanno a che fare con lo stato d’animo di chi le osserva.

Si ringrazia per questa intervista Maria Cristina Notte, Maurizio Cavaliere.










martedì 19 dicembre 2017

Eroi Sanniti. La fotografia di Luigi Grassi


La mostra “Eroi Sanniti” del fotografo Luigi Grassi si inaugurerà
mercoledì 20 dicembre alle ore 10,00
presso la Sala Consiliare del Comune di Campobasso
e rimarrà aperta al pubblico fino al 6 gennaio 2018.

Eroi Sanniti. La fotografia di Luigi Grassi come strumento di valorizzazione culturale.
di Silvia Valente

Il lavoro di Luigi Grassi per il Museo Sannitico di Campobasso rappresenta un’occasione irrinunciabile di riflessione su alcuni dei temi più attuali in materia di valorizzazione e tutela del patrimonio culturale. A stupire in questa operazione è la scelta degli strumenti impiegati per confezionare il prodotto finale, un condensato creativo meritevole di attenzione e riguardo per l’alto valore dei contenuti resi attraverso un linguaggio semplice e di immediata efficacia comunicativa. Sono questi, neanche a dirlo, i fondamenti dell’arte fotografica, il mezzo scelto da Grassi nel suo lavoro di rielaborazione iconografica di alcuni fra i più rappresentativi reperti archeologici conservati nel museo molisano. Fotografo affermato nel panorama artistico contemporaneo, Luigi Grassi mostra una naturale tensione alla ricerca, alla verifica intesa nella sua accezione scientifica. L’artista si muove con disinvoltura fra l’analogico e il digitale mostrando padronanza e conoscenza degli strumenti, misurando con attenzione le opportunità che i diversi mezzi suggeriscono e offrendo al suo pubblico i risultati dell’empatia mentale instaurata con la realtà oggetto d’indagine. La costruzione semantica dell’immagine è un processo che Grassi sviluppa lentamente, analizzando i dettagli, valutando le singole componenti che, in una buona fotografia, devono aver senso da sole e in relazione con il contesto. L’impatto estetico gioca un ruolo decisivo ed ogni elemento – tecnico o artistico che sia – è asservito alla forma che declina il contenuto.
Eroi Sanniti” rappresenta esattamente questo: l’impegno di un uomo che mette a servizio la propria creatività quale canale interpretativo di un passato risorto a nuova vita (artistica). L’installazione fotografica presenta, infatti, una serie di scatti dedicati agli elmi sanniti conservati nel museo archeologico di Campobasso che rappresenta indiscutibilmente una significativa testimonianza di vita trascorsa, quella stessa vita che Grassi ama definire “eroica”. In questo caso specifico la correlazione fra i termini “eroe” e “guerriero” – trattandosi evidentemente di elmi da guerra – passa in secondo piano in quanto all’artista non interessa nel modo più assoluto esaltare le qualità belliche dei paladini che furono; al contrario la visione di Grassi ricalca una linea interpretativa diversa che l’artista sta portando avanti da qualche tempo nella sua personale indagine. Si fa riferimento alla figura dell’eroe intesa nella sua duplice accezione tragica e romantica, lontana dunque dall’epica, dalla tradizione più squisitamente leggendaria. Luigi Grassi attualizza il concetto di eroe, parte dalla storia e dalle sue testimonianze più pregevoli per innescare una riflessione intima, profonda sul senso vero dell’appartenenza, seguendo romanticamente quel filo che agli avi ci lega, che a essi ci accomuna nel nostro moderno essere guerrieri. L’artista guarda con ammirazione al passato, ne esalta - attraverso la fotografia – bellezza e merito e guarda all’oggi costruendo un “ponte emotivo” che metta in relazione gli uomini d’un tempo con quelli di oggi, con i “suoi” eroi moderni. Sono gli uomini e le donne che vivono la sua contemporaneità, sono i protagonisti di una battaglia silenziosa e caparbia che si consuma ai margini del mondo, in una terra così tante volte dimenticata, maltrattata e svalutata. Gli eroi di Luigi combattono una condizione di cui non si sentono responsabili e, nel silenzio dilagante, ne accettano il conseguente e inconsapevole dolore.
Gli scatti proposti in questa mostra vogliono sottolineare anche questo e lo fanno “usando” la bellezza in un contesto – quello della fotografia archeologica – che presta (ragionevolmente) più attenzione al dato scientifico e/o documentale. L’artista parte dalla fotografia archeologica, trae beneficio dai suoi assiomi ( rigore dell’inquadratura, attenzione al soggetto, nitidezza dei particolari, uniformità nell’illuminazione, etc.) nel tentativo di documentare l’indagine ma, al contempo, non cade nella “trappola” della sterile riproduzione. Grassi non dimentica il suo pubblico, il potere della suggestione che solo da una rappresentazione “imperfetta” può scaturire. L’incompletezza tipica del reperto si fa incompiutezza narrativa, precisa volontà evocativa e non ermetica enunciazione. Il desiderio di esaltare le qualità estetiche degli elmi è evidente: gli scatti sembrano suggerirne la scomoda aderenza, l’ambizione di gloria, la celebra audacia che la storia riferisce; le raffinate cesellature e i rilievi catturati dalla luce lasciano emergere dettagli inconfondibili che stupiscono nella loro semplicità senza sacrificarne gli intenti autocelebrativi. C’è un’eco neoclassica nel lavoro di Grassi, intesa nel condivisibile desiderio di scoperta, nella pretesa identitaria e patriottica che attraverso il bianco e nero e fra le righe di un’infranta simmetria, dirompe nella vita dell’artista e negli occhi dei suoi spettatori. Grassi fotografa gli “eroi sanniti” e, facendolo, se ne impadronisce; non li tiene per sé ma, al contrario, li condivide, ne incrementa la conoscenza contribuendo – senza dubbio alcuno – alla promozione di un luogo e dei suoi beni.


Biografia
Luigi Grassi, nato a Campobasso nel 1985, si è specializzato in fotografia come linguaggio d’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Dal 2008 collabora con PrimoPiano Napoli, Galleria dedicata alla fotografia, al design e alla video arte. Nel 2012 comincia a frequentare Lab, il laboratorio irregolare di Antonio Biasiucci, dove s’impegna ad approfondire il proprio metodo di ricerca personale. Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesia nel 2017, Nella brevità poggia meglio il cuore (edizioni Il Bene Comune) ISBN-978-8896068380. Attualmente è docente di grafica pubblicitaria, fotografia e discipline multimediali.

La mostra si potrà visitare:
Dal Lunedì al Venerdì 8,30-14 / 15,30-18,30
Sabato 8,30-14
Ingresso libero.

Contatti:

martedì 12 dicembre 2017

Tina Modotti - fotografa e rivoluzionaria


GALLERIA SPAZIO IMMAGINE, IN MOSTRA LE FOTO DI TINA MODOTTI
“Tina Modotti - Fotografa e rivoluzionaria” è il titolo della mostra che si terrà a Campobasso dal 15 dicembre 2017 al 7 gennaio 2018 negli spazi di via Persichillo, 1. 
Inaugura il 15 dicembre alle 18 nella Galleria Spazio Immagine di Campobasso “Tina Modotti - Fotografa e rivoluzionaria”, mostra fotografica a cura di Reinhard Schultz (Galleria Bilderwelt di Berlino) portata in città dall’associazione culturale Centro per la Fotografia Vivian Maier.
Negli spazi di via Persichillo, 1 sarà mostrato un vasto repertorio fotografico arricchito da testimonianze originali quali le lettere di corrispondenza fra la Modotti e la madre e fra l’artista ed Edward Weston, uno fra i fotografi americani più importanti nella prima metà del Novecento. Fra i documenti esposti, anche materiale politico attraverso cui sarà possibile ricostruire le tappe fondamentali della vita pubblica e privata della “fotografa combattente”, così come veniva definita dal compagno Vittorio Vidali (documenti tratti dall’archivio Tina Modotti di Christiane Barckhausen-canale).
Il progetto nasce dall’idea di diffondere e far conoscere, attraverso una raccolta esclusiva, l’esperienza di cui è stata protagonista Tina Modotti nello scenario di fine anni Venti tra Italia e Stati Uniti d’America. Un progetto ambizioso che mira a dar voce a un capitolo importante nella cultura della fotografia.
Tina Modotti (Udine, 1896 - Città del Messico, 1942) è stata una delle più importanti fotografe della prima metà del XX secolo, oltre ad attrice e attivista politica. Musa di Pablo Neruda e modella di pittori messicani come Diego Rivera, Frida Kahlo e David Alfaro Siqueiros, le sue opere fotografiche sono esposte nei più importanti musei del mondo, tra cui l’International Museum of Photography and Film at George Eastman House di Rochester (New York) e la Library of Congress di Washington.

orario di apertura: Dal Martedì al Venerdì dalle 18:00 alle 20:30
Sabato e Domenica dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 18:00 alle 20:30
In orari e giorni diversi è possibile prenotare una visita su appuntamento.
Ingresso Libero

lunedì 22 agosto 2016

Tre domande a Luigi Grassi

Nell'inconsueta ombra al M3TE


Una prima domanda riguarda la tua ricerca fotografica, da sempre attenta alle micro-dinamiche della regione, nel tentativo di catturare attraverso la fotografia i ricordi e i volti dei luoghi. Tale narrazione, vedi il caso della tua ultima mostra ospitata al METE di San Giuliano di Puglia, da singolare diventa complessa e pertanto le tue singole campagne si sommano presentando un unico e sfaccettato ritratto del nostro contesto socio-culturale. Ci vuoi parlare di questa tua indagine sul territorio?

Ho iniziato a fotografare ai tempi dell’Università,  solo perché la fotografia faceva parte del mio programma di studi, da allora la fotografia è diventata una vera passione, nel senso antico del termine, un’azione che agiva sull'animo, sul mio, e da allora non ho più smesso. Il mio primo lavoro è stato sul paesaggio urbano (Sudari), in seguito ho maturato la consapevolezza che un soggetto per me troppo poco intimo, o forse troppo vasto e sconosciuto, come la città, non rientrava nella mia poetica, non riusciva a scuotere la mia sensibilità e la mia curiosità. Così ho deciso di costruire il mio percorso personale partendo da ciò che mi apparteneva di più, ogni volta che ritornavo nei miei luoghi, tra le mie cose, sulla terra e sotto il cielo che mi ha visto nascere sentivo una motivazione forte al fotografare, questo mi ha fatto capire che dovevo partire con ciò che meglio conoscevo e che più sentivo come mio. Da qui ho cominciato a lavorare in luoghi fortemente circoscritti del mio paese, generando alcune serie fotografiche specifiche come Nell’inconsueta Ombra (Limosano), Oratino e un lavoro sugli elmi dei Sanniti dal titolo Eroi Sanniti, che sarà in mostra in autunno, scoprendo che nella realtà racchiusa era nascosto il mondo intero. Ho imparato a fotografare seguendo il Laboratorio Irregolare di Antonio Biasiucci, questa esperienza oltre a darmi gli strumenti necessari per diventare un autore, mi ha messo in discussione rispetto alla fotografia e a quello che sentivo di dover indagare con questo mezzo espressivo, è stata una delle esperienze umane e artistiche più profonde e formative che ho fatto. I miei lavori sono diventati specifici, ogni realtà che ho affrontato attraverso la fotografia, è diventata per me una narrazione, del mio percorso e della mia terra. Ogni serie fotografica racconta una storia, e insieme queste immagini vanno a comporre un storia più grande che è la narrazione delle mie radici, dei volti delle persone che abitano ancora i piccoli paesi intorno a Campobasso, degli animali e della natura magnifica che circonda questa terra. Lentamente, senza volere, mi sono reso conto che la storia della mia Regione che stavo raccontando si stava trasformando nella Storia di uomini e donne, di luoghi che proprio grazie alla fotografia si spogliavano del contesto e acquistavano universalità. Nell'installazione Nell'inconsueta ombra presentata al Museo M3TE ho potuto coniugare la mia indagine interiore, con quella propria di ogni uomo, l'indagine del territorio molisano e delle sue radici è diventata specchio delle meraviglie e delle solitudini umane, cercando di imprimere nelle mie fotografie emozioni, tradizioni e solitudini. Il mio percorso fotografico è adesso una commistione di luoghi familiari e particolari che rappresentano però luoghi più ampi e universali, che permettono di conciliare la passione per la mia terra con un messaggio fotografico e narrativo più universale, questo mi ha portato ad esporre non solo nella mia Regione, che rimane per me il luogo di partenza e anche di ritorno, ma anche nell'ambito di manifestazioni nazionali e internazionali, tra cui i Rencontres d’Arles (Circuito Off), Biennale dei giovani fotografi al CIFA di Biebbiena, Premio Nazionale delle Arti, Festival Internazionale di fotografia a Roma, SI Fest di Savignano e a pubblicazioni importanti come un contributo per il volume “Doni” della Collezione Imagomundi di Luciano Benetton a cura di Chiara Pirozzi.

Oratino

Nel tuo lavoro conta molto la tecnica, la ricerca sull’analogico, lo studio degli effetti e delle emulsioni. È un’investigazione per molti versi anche pittorica. Qual è il rapporto tra tecnica, effetto e composizione quando scatti una foto?

Prima ancora di interessarmi alla fotografia, intesa come relazione fra me e il circostante e di fare delle vere fotografie, la mia prima passione è stata il laboratorio fotografico, la camera oscura  e la possibilità di sperimentare le immagini e le sostanze fotosensibili. Ho iniziato a stampare fotografie in bianco e nero e mi sono appassionato alle tecniche alternative, un revival delle tecniche di stampa ottocentesca. Inizialmente le fotografie erano appesantite da questa ricerca sui materiali per la stampa, perché ritenevo più importante il passaggio della camera oscura, credendo di aggiungere un ulteriore valore, solo successivamente ho capito l’importanza dello sguardo oltre a quello della tecnica. Crescendo ho realizzato che la poesia della fotografia sta principalmente in quello che si racconta, in ciò che trasmette e suscita l’immagine, lo sguardo è il punto di partenza e di arrivo, è il contenuto che si fa forma e non l’inverso. Ora questa passione per la stampa fotografica l’ho messa a disposizione dell’insegnamento al Centro per la fotografia Vivian Maier, la scuola di fotografia che insieme a due amici abbiamo aperto a Campobasso, organizzando prevalentemente corsi di tecniche di stampa per i principianti, il passaggio in camera oscura può essere un’esperienza molto formativa, un punto di partenza per entrare nel mondo della fotografia. Adesso riesco a conciliare l’elemento della stampa senza che questo prevarichi sul concetto dell’immagine, la forma diventa compendio del contenuto, lo completa senza alterarne l’essenza, un esempio sono le stampe, 40X50 cm, che ho fatto per il lavoro sugli elmi dei Sanniti interamente realizzate con la tecnica della stampa bruna. Un’altra esperienza importante è stata quella avuta con i miei studenti nell’area archeologica di Sepino, dove hanno fotografato gli scavi e stampato manualmente le loro immagini, la mostra è ancora visibile fino a settembre.

Centro per la fotografia Vivian Maier

“Ho fatto delle foto. Ho fotografato invece di parlare. Ho fotografato per non dimenticare. Per non smettere di guardare”. Daniel Pennac. L’esercitazione dello sguardo, nella nostra regione “che non esiste” è un tentativo di preservare il senso, attuare quasi un’azione di resistenza dello sguardo. Come vedi e concepisci in generale la fotografia in rapporto a tali dinamiche?

La fotografia è un grande mezzo di indagine e narrazione. Lo sguardo fotografico diventa memoria, ma non solo, solleva le immagini dal tempo e dallo spazio contingente e le rende eterne. La narrazione di uno diventa la narrazione di tutti, il senso e il sentimento colti in un preciso momento diventano universali, gli oggetti si trasformano in emozioni, le persone in monumenti e la luce disegna e mostra armonie che sono proprie della scrittura, della musica, dei sogni. Bisogna sempre raccontare e raccontarsi, perché il racconto è mezzo di conoscenza e di indagine per se e per gli altri che leggono la nostra storia. Quando i miei lavori sui paesi molisani sono segnalati come esempio, nei festival di fotografia, come nel caso del lavoro su Oratino, oppure sono menzionati in qualche rivista specializzata, sono felice, sono felice perché sento di compiere un’azione importante a livello sociale e culturale per il mio paese. Per me fotografare il Molise con insistenza crea sicuramente una memoria, una nuova fonte dalla quale attingere in futuro per altre operazioni culturali, ma allo stesso tempo integra il mio paese con il mondo, regalandogli una fratellanza umana propria di ognuno, in ogni luogo. Il mio è un atto d’amore verso la nostra storia, le nostre case, la nostra terra. In questo momento sto lavorando ad una ricognizione sul paesaggio molisano e spero presto di poterne riparlare con te, grazie mille.

Tommaso Evangelista

Eroi Sanniti

Luigi Grassi - Nato a Campobasso nel 1985, Grassi si è specializzato in Fotografia come linguaggio d’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Dal 2008 collabora con PrimoPiano Napoli, una galleria dedicata alla fotografia, al design e alla video arte. Nel 2012 comincia a frequentare Lab, il laboratorio irregolare di Antonio Biasiucci, dove s’impegna ad approfondire il proprio metodo di ricerca personale. Le sue opere sono state esposte nell'ambito di diverse manifestazioni, nazionali e internazionali, tra cui i Rencontres d’Arles (Circuito Off), Biennale dei giovani fotografi, Arezzo Arte Expo, KunStart, The Darkroom Project, Premio Nazionale delle Arti, FOTOGRAFIA - Festival Internazionale di Roma, SI Fest Savignano Immagini, Photissima, Affordable Art Fair, Marche EXPO 2015, NAF - Napoli Arte Fiera.


Luigi Grassi

Nell'inconsueta ombra


mercoledì 3 agosto 2016

Luigi Grassi - Nell'inconsueta ombra


Luigi Grassi - Nellinconsueta ombra
A cura di Tommaso Evangelista

Inaugurazione sabato 6 agosto 2016 h 17
San Giuliano di Puglia, Museo M3TE
Organizzata da Comune di San Giuliano di Puglia, Museo M3TE e Centro per la fotografia  Vivian Maier


COMUNICATO STAMPA

Nell’ambito della programmazione degli eventi artistici offerti dal “M3TE” di San Giuliano di Puglia (Museo Multimediale della Memoria del Terremoto e della Mail Art) il 6 agosto 2016 si inaugura la prima mostra d’arte dedicata alla fotografia. Alle ore 17.00, il critico d’arte Tommaso Evangelista, curatore dell’evento, discorrerà con il pubblico dell’opera fotografica di Luigi Grassi intitolata “Nell’Inconsueta Ombra”. Verrà data rilevanza oltre alla visone delle opere e della conoscenza dei contenuti delle immagini e del linguaggio espressivo tipico e esclusivo dell’artista Luigi Grassi, anche alle correlazioni implicite che hanno collegamento con la linea culturale organizzata dal “M3TE”. Il Museo promuove percorsi della “conoscenza” con lo scopo di diffondere cultura attiva e viva per educare alla prevenzione delle catastrofi naturali, come il terremoto, tramite l’uso di una cultura protettiva offerta dalla professionalità didattica e scientifica, la diffusione dei valori di qualità dell’architettura e del sapere artistico quali discipline simbioticamente collegate tra loro.
Sono le “Piattaforme multimediali” del Museo che raccontano la vita, le tradizioni, i prodotti e le risorse del Territorio. Le Piattaforme che simulano avvenimenti sismici che con Maestro Terremoto insegna a non avere paura. Ai convegni di Geologia, di Architettura, agli spettacoli teatrali in omaggio a Rino Gaetano, ai seminari tecnici e alle edizioni dei concorsi ‘’Fiabe Angeli di San Giuliano’’ ora l’ouverture della prima mostra fotografica dell’artista Luigi Grassi. “La fotografia è un medium, anch’essa”, scrive il critico Evangelista per un precedente evento, “oscuro ed enigmatico, tanto più ermetico e suggestivo quanto più torna indietro alle tecniche e ai processi antichi di stampa, nelle quali il gioco individuale sulla matericità delle forme si confonde con la tensione della scoperta. Ma la distanza con queste ricerche sta nella luce che crea contorni e distrugge le forme” La Fotografia così riesce a dare senso ad un principio di unione tra ciò che il museo esprime con la sua forza di immagini pedagogiche e multimediali, e la soggettività di ricerca dell’arte fotografica di Luigi Grassi.

Luigi Grassi

Nato a Campobasso nel 1985, si è specializzato in Fotografia come linguaggio d’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Dal 2008 collabora con PrimoPiano Napoli, galleria dedicata alla fotografia, al design e alla video arte. Nel 2012 comincia a frequentare Lab, il laboratorio irregolare di Antonio Biasiucci, dove s’impegna ad approfondire il proprio metodo di ricerca personale. Ha fondato nel 2014 il Centro per la Fotografia di Campobasso dedicato alla figura della fotografa Vivian Maier. Le sue opere sono state esposte nell'ambito di diverse manifestazioni, nazionali e internazionali, ha ricevuto per il suo lavoro menzioni speciali all’interno di festival di fotografia, gli sono state commissionate opere artistiche e installazioni permanenti per musei e comuni italiani. Le sue opere sono state esposte nell'ambito di diverse manifestazioni, nazionali e internazionali, tra cui i Rencontres d’Arles (Circuito Off), Biennale dei giovani fotografi, Arezzo Arte Expo, KunStart, The Darkroom Project, Premio Nazionale delle Arti, FOTOGRAFIA - Festival Internazionale di Roma, SI Fest Savignano Immagini, Photissima, Affordable Art Fair, Marche EXPO 2015, NAF - Napoli Arte Fiera.


Informazioni

Orari di aperta M3TE Museo: 
Sabato e domenica 
Mattino: ore 10:00_12:30
Pomeriggio: ore 15:00_18:30
Infrasettimanale su prenotazione

per info e prenotazioni
3494105689
3292631268
3298605567

Museo M3TE



venerdì 27 maggio 2016

"Il teatro involontario" di Mauro Presutti

In occasione delle imminenti festività del Corpus Domini, da oggi fino al 5 giugno il Caffè letterario Livre di Campobasso ospita l’esposizione fotografica di Mauro Presutti. Le fotografie della mostra sono pubblicate all'interno del libro “Il teatro involontario – i Misteri nel giorno di Corpus Domini a Campobasso”.

Nel Teatro involontario di Mauro Presutti, composto nella forma di una classica fotografia di backstage, accade un’ulteriore magia; i protagonisti si trasformano per alcune ore in attori di un’altra vicenda, la vestizione, spettatori involontari di se stessi in un incantamento circolare senza fine. Incantati dalla magia dello spettacolo che loro stessi offriranno. Partecipi del ruolo importante che gli è stato affidato.




giovedì 24 marzo 2016

Molise - Particolare - Foto di Michelangelo Janigro

"Le foto, realizzate in Molise tra il 1988 e il 1990, sono uno sguardo ravvicinato sulla mia terra. Un’indagine oltre il racconto: la ricerca di luoghi, frammenti di storia, stati d’animo, dettagli che mostrano gli aspetti di questa regione che resistono al tempo. Segni profondi spesso nascosti dall’abitudine per chi questi luoghi li ha sempre vissuti, e invisibili a uno sguardo distratto. Emerge il ritratto di una terra che, nonostante gli inevitabili cambiamenti e il miglioramento delle condizioni di vita degli ultimi venti anni, custodisce gelosamente la sua storia, le sue tradizioni, i suoi riti contadini, il carattere dei suoi edifici… “

Michelangelo Janigro





mercoledì 23 marzo 2016

La collezione d'arte contemporanea dell'Università degli Studi di Cassino

Reportage fotografico della collezione d'arte contemporanea dell'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale istituita durante gli ultimi anni grazie al contributo della Fondazione Longo, del prof. Bruno Corà e degli incontri internazionali d'arte contemporanea (Tempo e forma nell'arte contemporanea, 1996; Spore, 1999; Inonia: quali città d'arte a venire?, 2001). Le opere sono fruibili all'interno delle sedi universitarie e formano una collezione di indubbio spessore artistico, un gioiello nascosto giusto fuori regione che andrebbe oltremodo valorizzato.

Bassiri

Gatto

Kounellis 

Lewitt

Mattiacci

Messina

Munch

Pizarro

Ranaldi

sabato 5 marzo 2016

Tito: 90 - Energie tra figurazione e astrazione

Tito Amodei, più noto come Tito, è uno scultore, pittore, critico d'arte e religioso italiano di origini molisane (Colli a Volturno, 11 marzo 1926). Tuttora in attività, opera dalla fine degli anni cinquanta prevalentemente come scultore nel campo dell'arte sacra e monumentale. E' di certo da annoverare tra i più significativi scultori italiani del secondo Novecento per l'originalità della ricerca legata inizialmente a forme simboliche nel rapporto tra superficie e oggetto, con evidenze segnico-totemiche, e successivamente ad un segno puro, assoluto, libero e conchiuso in strutture archetipiche, colossali e minimali allo stesso tempo. Legato al legno quale materiale per eccellenza nella realizzazione delle sue strutture: “Il legno è già caldo come una materia: lavorato con l’accetta entra dirompente nello spirito prima ancora che si profili l’immagine. Fa lo stesso effetto della terra arata. Un intervento emotivo e ragionato che sia, che coinvolge l’uomo nel suo rapporto con il mondo. Viene esclusa ogni mediazione. E’ una reazione dell’artigiano al diffuso manierismo nella scultura oggi, dovuto, secondo me, ad un eccessivo intellettualismo” (Tito). Padre passionista, nel 1970, ai piedi del complesso della Scala Santa a Roma fonda il suo studio che successivamente si amplia con una galleria d'arte, Centro di Sperimentazione Artistica Sala 1, che diventa tra le galleria più suggestive della capitale.


In occasione del suo novantesimo compleanno gli amici ed i sostenitori lo celebrano il 12 marzo 2016 con un’iniziativa che vuole sottolineare il suo operato. Il progetto si articola in tutti i luoghi che compongono il Complesso Culturale in Piazza di Porta S. Giovanni: Sala 1 Centro Internazionale d’Arte Contemporanea, TRAleVOLTE, Sala2Architettura, Teatro Salauno, lo studio di Tito e il Parco della Scala Santa.  Tra le iniziative anche una raccolta antologica fotografica di Stefano Fontebasso de Martino, testimone dell’operato di Tito da più di 35 anni. Un artista che dovrebbe sicuramente essere riscoperto dalla sua regione di nascita, il Molise, colpevolmente assente in iniziative atte a valorizzare e presentare la sua opera artistica. L'ultima presenza di Tito in regione, con due piccole sculture, risale al 2012 nella collettiva Restart presso la galleria Artes Contemporanea di Campobasso.

Un'intervista su Repubblica: Tito Amodei: sono un frate e sono un pittore ma trovo di pessimo gusto l'arte sacra

TITO:90
Energie tra figurazione e astrazione
dal 12 marzo al 12 maggio 2016
Presentazione: sabato 12 marzo, ore 17.30
Progetto di: Stefano Fontebasso de Martino, Mary Angela Schroth, Ottaviano D’Egidio, Francesco China, Francesco Pezzini, Alessandra Scerrato
Complesso Culturale di Piazza di Porta S. Giovanni, 10 (Scala Santa) Roma
Orario: lun-sab, ore 1630-19.30



mercoledì 13 gennaio 2016

Non aprire che all'oscuro


Un ritrovamento incredibile e una storia commovente. Dal 13 gennaio al 28 febbraio 2016 presso gli spazi espositivi GIL a Campobasso, saranno in mostra oltre 90 fotografie che raccontano la realtà del Mezzogiorno (in particolare di Casacalenda, Molise) tra il XIX e XX secolo. La mostra è curata da Flavio Brunetti e organizzata dalla Fondazione Molise Cultura. 







J'ai numéroté les lignes du texte de 1 à 37
J'ai indiqué les renvois au texte, par exemple ligne 1 → l. 1
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Il testo Madre  apre il racconto (circa 80p.) di Flavio Brunetti, intitolato Non aprire che all'oscuro, dedicato alla funzione essenziale della fotografia per l'autore,  essendo lui stesso fotografo. Questa prima pagina è collocata al preciso momento in cui all'obitorio dell'ospedale l'autore va a fare visita per l'ultima volta a sua madre prima che la salma sia composta nella bara. È quindi un testo autobiografico nel quale l'autore descrive quello che vede in questo luogo di morte e evoca nello stesso tempo i ricordi che lo assalgono. Ci dà anche da sentire le parole che rivolge alla madre, un discorso  rivelatore della loro relazione filiale profonda. Si tratta di evidenziare perché il testo coinvolga violentemente il lettore e perché, celebrando sua madre, l'autore riesca in qualche modo a superare la morte. 
La prima parte sottolineerà il modo in cui la morte e la vita vengono descritte. La seconda sarà un' analisi delle immagini della madre che ci propone l'autore. Infine vedremo se scrivendo, l'autore non riusce a immortalare l'immagine di sua madre e l'amore che nutre per lei.


I rappresentazioni  della morte e della vita sono notevoli, contrastano e alternano fra di loro. Sin dall'inizio il lettore viene immediatamente colpito dalle prime due parole importantissime che introducono la pagina. La parola Madre è la prima, è il titolo della pagina, e la seconda è gli obitori. Quest'ultima è anche messa in rilievo perché inizia il testo stesso. Con queste due parole che si urtano il lettore comprende subito la situazione ed è per di più invitato al raccoglimento. Difatti ha appena letto il titolo polisemico del racconto Non aprire che all'oscuro, e sa dunque che sta per passare dalla luce all'oscuro. Anche il significato etimologico di obitorio,  dal latino obire 'andare verso', 'obire mortem', rimanda al passaggio dalla vita alla morte. Il termine usato al plurale provoca una  generalizzazione prolungata per l'intero primo paragrafo e permette di insistere su un fatto tipico delle nostre società moderne che evacuano la morte dalla vita sociale. La morte diventa  anonima, anzi vergognosa, come lo conferma la costruzione impersonale [il corpo] prima che se lo portino via (l.6). L'autore rafforza la durezza di questa relegazione usando diversi procedimenti sintattici o lessicali: utilizza antonimi semplici, in basso/di sopra (l.1;2), frasi corte (soggetto-verbo essere-attributo), frasi ellittiche (soggetto-attributo) o anche ridotte a una sola parola. Questi procedimenti per descrivere gli obitori equivalgono a un atto di accusa contro questo costume sociale di fronte alla morte. La prima volta quando evoca la madre (l.8) e ogni volta in seguito( l.25-26; l.27) l'autore utilizza solamente frasi nominali che, con le loro ellissi, accentuano l'emozione trattenuta o anzi il dolore (l.29-30).
La ricchezza delle percezioni sensoriali esprime acutamente l'opposizione tra le immagini della morte e quelle della vita di cui l'autore si ricorda. Le sensazioni olfattive in riferimento alla morte sono  di un realismo crudo e di una violenza estrema (l.5-6), quelle visive del mondo in bianco e nero della morte contrastano con lo scaturire variopinto dei colori della vita, simboleggiati attraverso la luce del sole, i frutti e i fiori (l.11-12). Però il termine nero non si legge in quanto stesso, è sostituito con una perifrasi che aggiunge al colore nero connotazioni più infauste: l'uomo corvo. La perifrasi è ripresa cinque volte e sottolinea l'anonimato del artigiano della morte, suggerendo che è di cattivo augurio e lascia incombere una minaccia malefica. Non si legge neanche il termine bianco, è solamente indicata la lastra di marmo, ripresa sei volte, anch' esse ricca di connotazioni. Suggerisce associazioni con il senso del tatto, il freddo, con l'immobilità, la rigidità della pietra: è già una lastra tombale. La vita invece è rappresentata mediante verbi di movimento, camminava, saltare (l.13;14) e con i colori vivi della natura. In questo contesto il bianco che si vede è un bianco vivo, quello della neve luccicante.
Abbiamo segnato sopra l'uso di numerosi frasi dalla costruzione apparamente  semplice, la struttura narrativa del testo però si rivela più complessa. Passaggi descrittivi si alternano con passaggi di dialoghi e producono un' alternanza di tempi verbali significativa. L'imperfetto è legato ai ricordi della vita (l. 11-14; l.20-21; l.26-27.l.34-35) mentre il passato prossimo è riservato al discorso diretto e familiare che l'autore rivolge a sua madre. In quanto riguarda il futuro, appartiene esclusivamente a l'uomo corvo, è quello della separazione imminente, ineluttabile, è un futuro talmente prossimo che si trova pure due volte accostato all' avverbio ora: ora verrà (l.14), ora sarà (l.36).

La parola Madre echeggia sull' intera pagina, le sue quindici occorrenze dicono palesemente la sua importanza. Quale immagini di sua madre, della Madre, l'autore riusce quindi a darci?
Dapprima la madre, fonte della vita, è la madre dell'autore. Apparve come una madre tutelare, garante della sua educazione, che ha soprattutto saputo trasmettergli calore e tenerezza. Un esempio: l'enumerazione dei verbi al imperfetto in seconda persona (l.34-35) provoca una serie di assonanze significative, si sente la voce della madre rimproverando il bambino, il vocale i ne riproduce gli accenti d'ira. Poi, alla fine della frase, viene il verbo dormire, l'unico che si chiuda con un vocale meno acuto, la e, esprimendo la quiete ritrovata. 
Alla madre vengono inoltre attribuite multiplice qualità seducenti che dimostrano di volta in volta la sua grazia sorridente, la sua sensualità (l.11-12), la sua modestia (l.22), la sua tenerezza (l.35). Sono degli immagini forte che ci la fanno vedere come la madre nutrice, l'alma mater che fa tutt' uno con la natura nella quale si fonde. Entra in contatto diretto con gli elementi: con la terra, cammina scalza (l.13); con l'aria, saltando; con l'acqua sotto forma di neve; con il fuoco rappresentato dal sole. È anche un'incarnazione della bellezza (l. 32) e l'aggettivo bello ricorre cinque volte. Ma su questo punto torneremo sotto.
Si potrebbe andare più avanti, è come se l'autore procedesse a una specie di deificazione. La madre si metamorfosa in una figura di dea-Madre. In effetti la parola Madre apre e chiude la pagina e ricorre spesso con la maiuscola laudativa. Risalta particolarmente perché è collocata in principio di proposizione, Madre è un' anafora che scandisce l'intera pagina, che le dà una musicalità innegabile.
Il vocativo ha dunque il valore di un' incantazione, di un invocazione. È come se l'autore si rivolgesse a un nume, a una divinità. Non sappiamo se si tratta di una preghiera alla dea-Madre o piuttosto alla Madonna della religione cattolica. Diverse interpretazioni sono senz'altra possibili secondo le connotazioni, ma la venerazione dell'autore non lascia nessun dubbio e la madre prende una dimensione  universale. 

 Anafore, assonanze, immagini forti sono procedimenti tipici della scrittura poetica. Permettono di risentire e di leggere la pagina come si legge una pagina di prosa lirica.
Così si spiega perché la primissima immagine concreta che l'autore ci dà di sua madre coinvolga talmente il lettore. Due frasi nominali conseguenti, della stessa lunghezza, come se si trattasse delle due emistichi di un falso alessandrino, restituiscono la fragilità di questo essere oramai senza difesa:
Madre sulla lastra di marmo. Madre non ancora vestita..
Da questo momento in poi abbiamo l'impressione che i ruoli sono invertiti. È il figlio che diventa materno, che rassicura la madre. Si esprime in discorso diretto (l. 8;16) usa due volte la congiunzione di causa perché (l.10;11) per spiegarle i propri gesti come si fa con un bambino, utilizza allora il tono familiare della tenerezza affettuosa. Peraltro l'espressione l'uomo corvo non è solamente una   metafora della morte, potrebbe rappresentare nello stesso tempo una figura che spaventa i bambini. È ripresa cinque volte come se l'autore volesse scongiurare questa presenza malefica. L'autore precisa due volte è venuto con me, perché la madre non si spaventi. L'atteggiamento affettuoso e materno culmina ancora nell' ultimissima domanda che le rivolge e che potrebbe anch' esse rivolgersi a un bambino:
Madre, hai freddo sulla lastra di marmo?
Anche se il contesto non è lo stesso ci si ricorda la metrica e il tono materno adoperato da Rimbaud al verso 11 del sonetto Le Dormeur du val:
Nature, berce-le chaudement: il a froid.
Si vede dunque che mediante incantazioni ripetute, nel preciso momento in cui dice la morte di sua madre, l'autore entra un ultima volta in contatto diretto con lei. Verso la fine (l. 29) si trova l'unica occorrenza della parola madre scritta senza maiuscola e con il possessivo personale, traducendo il suo turbamento la sua tenerezza, il suo dolore, con estrema decenza. La morte non impedisce loro di rimanere tutte e due nella stessa comunità spirituale. Il suo elogio gli permette di rivolgersi a lei malgrado la morte, di comunicare con lei aldilà della morte, di oltrepassare la morte, di trascenderla.
Un altro legame intimo e privilegiato sopravviverà tra loro aldilà della morte, si tratta della bellezza. Già scegliendo i vestiti per agghindarla è sollecito di portarle i più belli (l. 9;16). È preoccupato di piaciarle, di farla bella. Poi alla fine pronuncia un' affermazione veemente, rifiutando di vedere nel impiegato dell'obitorio altro che un funzionario secondario: 
Solo io conosco la tua bellezza, l'uomo corvo, no!
L'officiante anonimo, quindi la morte, non avrà ragione della bellezza. A lui, al figlio, al fotografo, allo scrittore spetterà il ruolo di dire, di risuscitare, di rivelare la bellezza di sua madre, se ne fa garante. Anche grazie alla bellezza potrà trascendere la morte.

Questo testo autobiografico dagli accenti lirici, dipingendo la morte con emozioni e immagini forti si presenta come l' ultima offerta del figlio a sua madre. Lo scrittore, lodando la madre, le rende omaggio con una pagina di prosa poetica che perenna il suo ricordo e immortalizza la sua bellezza come verrà confermato nel testo che segue quest' esordio. 

professeur Françoise Lamblin
francoise.lamblin@ennamane.net



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