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venerdì 5 agosto 2011

Sepino, ovvero l'Italia

Tomaso Montanari
Il Fatto quotidiano 15/7/2011
Solo Galan può fermare il cantiere


Immaginatevi Piazza San Pietro con sedici pale eoliche piantate nel Colonnato berniniano: sedici pale alte centotrenta metri, cioè esattamente quanto la Cupola. O immaginatevi questi mostri sulla collina di Fiesole, sopra Firenze. O torreggianti sull'isola di San Giorgio, di fronte a Piazza San Marco, a Venezia. Bene, grazie a una sentenza del Consiglio di Stato di pochi giorni fa qualcosa del genere sta davvero per accadere: quelle sedici, gigantesche pale eoliche stanno per essere installate sulla città romana di Sepino, in Molise. E qui immagino le alzate di sopracciglio: «Ma non vorrai paragonare questa Sepino con Piazza San Pietro, o col Bacino di San Marco?». E invece è proprio quello che voglio fare. Sepino è uno dei luoghi più belli ed emozionanti che abbia visto nella mia vita. Una città romana non meno commovente di Pompei: una città vera, non uno scavo leggibile solo dagli specialisti. Una città con le mura in piedi, con il teatro agibile, con le strade, le botteghe, gli archi, le iscrizioni. Una città in cui le piccole basiliche si sono trasformate in masserie settecentesche, in parte ancora abitate e circondate da animali. Una città che, a differenza di Pompei, è ancora immersa in una natura intatta: la meravigliosa valle del Tammaro, chiusa da colline dolcissime su cui corrono i tratturi nati sui tracciati, e a volte sui selciati, delle strade romane. Camminando per Sepino hai la sensazione di camminare nel tempo, sembra di essere nel Campo Vaccino, cioè nel Foro Romano quand'era un pascolo: fino all'età di Goethe. Ma, soprattutto, a Sepino capisci cos'è, davvero, l'Italia: o meglio cos'era, e cosa potrebbe continuare a essere. Un paese irriducibile al campionario di pochi luoghi simbolo, e che consiste invece nella capillare diffusione di siti meravigliosi, nel tessuto continuo di storia e natura ormai fuse in un paesaggio culturale unico al mondo. Qualcosa di incompatibile con la dimensione "televisiva" della comunicazione contemporanea, che ha bisogno di nomi celeberrimi e di continua, alienante celebrazione dell'ovvio. Né aiutano i giornali, maniacalmente interessati al singolo "capolavoro" inedito: solo nelle ultime settimane, quanto spazio è stato dedicato allo pseudo-Caravaggio spagnolo, all'improbabile Leonardo americano, e ora all'ennesimo finto-Michelangelo dell'instancabile Antonio Forcellino! Come se, dimentichi del mare e della sua salvezza, ci lanciassimo in una inutile, frivola e per giunta fallace ricerca delle conchiglie rare, riducendo la storia dell'arte a un'enigmistica da ombrellone. Se l'opinione pubblica nazionale, almeno quella più colta e avvertita, sapesse cos'è Sepino, devastarla con le torri eoliche sarebbe impensabile come lo è per Piazza San Pietro, o per Venezia. E invece sta succedendo. Il tratturo-strada romana è stato trasformato in una strada di cantiere (!), e i mezzi meccanici hanno cominciato ad agire. A quel punto è scoppiata una battaglia: per ora solo legale, anche se non è difficile immaginare un esito tipo "No Tav". Essa riguarda tutto il Molise: su una regione di 4000 chilometri quadrati si vorrebbero installare 3500 pale, per un business (con molti lati oscuri) calcolato in 60 miliardi di euro. Contro questo Golia, lotta un coraggioso, ammirevole David composto da 136 associazioni culturali, comitati spontanei e organizzazioni varie. E lo Stato, da che parte sta? II nuovo direttore regionale del Ministero dei Beni culturali, Gino Famiglietti, ha invertito la linea lassista dei predecessori (quella che è all'origine dell'attuale sentenza del Consiglio di Stato), ed è ora il più forte difensore di Sepino. Il presidente della Regione sta invece con le pale, anche se la pressione crescente della cittadinanza attiva molisana sta cominciando a fare breccia. Ora la palla è a Roma, nelle mani del ministro Galan. C'è infatti solo un modo per salvare Sepino: approvare, e in fretta, una legge speciale che scavalchi tutti i cavilli e vada al cuore del problema. In attesa che una seria manutenzione del recente Codice Urbani renda efficace una rete di protezione che salvi l'Italia. Che non è "Roma più Firenze più Venezia": quella è Las Vegas.

mercoledì 3 agosto 2011

Il padiglione molisano della Biennale - recensione

Lunedì 11 luglio si è inaugurato a Isernia, presso l’Officina della Cultura, il Padiglione molisano per la 54° edizione della Biennale di Venezia, padiglione che rientra in un più complesso sistema di sedi espositive curate dal critico Vittorio Sgarbi. Le discussioni non sono certo mancate, anche se l’idea di far partecipare tutte le regioni alla prestigiosa manifestazione è stata forse la proposta più interessante della rassegna, per la volontà di censire e recensire l’intero territorio dando modo anche agli artisti locali di partecipare alla prestigiosa kermesse. In Molise tale manifestazione artistica è di sicuro la più importante dai tempi della Biennale del Sud, ospitata nel 1988 al castello di Gambatesa, ma è stata recepita poco dagli organi di informazione pronti ad elogiare la “politica” ma poco propensi, o adatti, a riflettere sul merito delle opere e della selezione. Premetto subito che il padiglione funziona e lo stesso Sgarbi ha elogiato i locali dell’ex capannone ferroviario che, anche visivamente, sembra una propaggine dei padiglioni veneziani; l’allestimento minimale da il giusto spazio e peso alle opere perfettamente a loro agio nella struttura. Forse proprio la limitatezza della selezione ha permesso una maggior fruibilità dei lavori, cosa per esempio non avvenuta nel padiglione italiano. A parte qualche eccezione i lavori sono interessanti in quanto la visita non risulta noiosa, anzi permette il confronto con una grande varietà di linguaggi, e anche la presenza di diversi giovani (molti però residenti fuori regione) è un buon segnale di vivacità e rinnovamento dell’ambiente artistico. Qualche perplessità, oltre all’assenza di una linea curatoriale e ad una commissione inviti rimasta nel vago, deriva dalla mancanza di diversi artisti storici e storicizzati poiché si è persa l’occasione di dar il giusto riconoscimento a figure che hanno sempre lottato per e con l’arte contemporanea, in tempi nei quali il territorio era chiuso alle avanguardie. Anche se una Biennale non deve essere il luogo della memoria a mio avviso l’occasione era la più adatta, se non altro per l’ampio richiamo mediatico, per presentare al grande pubblico una completa? selezione dell’arte molisana che tra l’altro mostra proprie peculiarità poco recepite dalle nuove leve che, vuoi per vuoto istituzionale o desiderio di evasione, sono costrette a lavorare fuori regione interrompendo quel legame con le proprie origini e recependo così altri stimoli. Come premesso vorrei offrire ai lettori di Zenit brevi recensioni delle opere, per dare il giusto spazio sopratutto agli artisti, con la speranza che questa significativa e riuscita iniziativa possa portare in regione un rinnovato interesse per l’arte contemporanea che si risolva con la programmazione di nuovi eventi che possano colmare il vuoto lasciato dalla selezione. Giacinto Occhionero presenta un dipinto su plexiglas, Membra Collant, che raffigura, con surreale commistione, un incrocio tra uno squalo e una gamba femminile; “l’animalizzazione” dell’arto veicola sensazioni di velocità e rapacità che si traducono in un’esplosione di forme e colori. Michele Sottile con Il suono è il primo movimento dell’immobile (omaggio a Giacinto Scelsi) unisce pittura e video: mentre gli inchiostri su carta diventano essenziali pentagrammi immaginifici con linee e segmenti che formano moduli e scansioni ritmiche (in riferimento alla musica microtonale di Scelsi), nel video un rumore di fondo distorto commenta immagini di stanze alterate cromaticamente o onde marine. Dante Gentile Lorusso, in Lettera d’amore, crea una composizione di segni, ovvero attraverso l’uso di un linguaggio perduto/inventato gioca tra senso e spaesamento dove il senso è dato dalla riconoscibilità scritturale delle forme, lo spaesamento dalla loro incomprensibilità. Ernesto Liccardo con L’urlo e Fukushima lavora su tele che si piegano all’essenza delle impressioni, veicolando con distacchi spaziali e colori disfatti un malessere interiore; ecco allora che le opere diventano come cellule cancerogene della società moderna. Michele Mariano in My Time-Personale Time riflette con lo spazio (dell’installazione) e col tempo (del video e della sua performance): nella differenza tra tempo e durata, postulata da Bergson a fine ‘800, si gioca gran parte dell’arte contemporanea, mentre nell’inconciliabile scissione tra il mondo e la coscienza individuale deriva l’abbandono ad un eterno presente. Luigi Mastrangelo espone Lo stagno e Il Bosco; in queste tele figure oniriche, a metà strada tra cartoni animati e divinità pagane, sono raccontate e descritte col linguaggio pop dei colori primari e della bidimensionalità che annulla la loro individualità. Vincenzo Mascia riflette sulla struttura interna/esterna delle forme; in Quadrato-struttura, Onda-struttura e Tondo-struttura la configurazione delle sagome diventa una poetica del ritmo, della distanza, dello spazio con la geometria che supera l’espressione. Giuseppe Capitano espone Artigli, un’installazione surreale che presenta due zampe di gallina ingigantite e sospese; l’ingrandimento del particolare annulla il legame delle forme con la natura giocando sulla sorpresa e l’eccesso. Giulia De Filippi in + e – e Brian Map gioca con le parole e con dualismi (positivo/negativo, forme/colore, destra/sinistra, sapere/non sapere) veicolando le contraddizioni delle forme e dei concetti trasmessi dalle conformazioni e dai sistemi. Paolo Borrelli porta in Biennale delle tavole che formano un ideale polittico (Una rotta parola, Revolutionand Repetition, La dolce menzogna, Non pena, non febbre, non ombra): all’interno dei profili della testa dell’artista sono inserite delle immagini che raccontano, attraverso il montaggio visivo, le contraddizioni della Storia intesa come accumulo di documenti difficilmente decifrabili e ricomponibili in maniera univoca. Caterina Notte presenta due foto dalla serie Arm Candy e un video: la femminilità, con modalità voyeuristiche, è esibita senza limitazioni e si apre ad una sessualità esplicita che gioca col tema del doppio, della sensazione e della simulazione. Umberto Petrocelli in Rejoicel lavora sulla specularità delle forme (animali, oniriche, fantastiche, lontanamente pop) organizzate in un’apparente simmetria visiva, e presenta anche il videoclip del singolo dei Lapingra, This is not a test, per il quale ha curato regia e costumi; video surreale e barocco, elaborato e sfuggente nel raccontare la fantasiosa cacciata di un dittatore. Manovella ne La Notte e il Santo e L’ultimo Beethoven, col suo peculiare stile minimale e poetico, dispone sulla tela tutti quegli elementi capaci di ricreare una storia, da decifrare come fosse un rebus o immaginare con fosse un sogno. Esplosione cosmica e Risonanza magnetica di Helena Manzan sono due grandi tele dove colore e sostanza deflagrano in intensi cangiantismi e grumi materici; pur nel disordine derivato da una pittura d’azione violenta e vigorosa si percepisce una studiata elaborazione della superficie che diventa anche luogo della memoria (l’uso della pelle di serpente richiama le sue origini brasiliane). Elio Franceschelli col Suicidio del caciocavallo (già raccontato nel numero precedente) realizza un’opera dal chiaro intento polemico nello smontare le velleità del curatore Sgarbi che avrebbe voluto esporre come opera addirittura il culatello di Parma; il gesto del caciocavallo, allora, diventa metafora del naufragio del sistema dell’arte. Valentino Robbio con le sue installazioni, The Trip e O.G.M. (organi geneticamente modificati), lavora sullo spazio nel realizzare scenografici allestimenti di oggetti incongruenti che attraverso una genuina ironia e un’intelligente sarcasmo spiazzano il fruitore. Igor Verrilli, con la sua pittura iperrealista, presenta tre tele che raffigurano altrettante copertine di riviste (Il grande bluff - Flash art, Sdoganamento - Famiglia Cristiana, Che Bella Italia - Bell’Italia) “rivisitate” con l’inserimento di notizie inventate ma desunte dall’attualità nazionale e regionale; la veridicità delle composizioni si scontra con la satira disorientando il fruitore/lettore. Andrea Nicodemo per You don’t under stand that i love you realizza una composizione polimaterica e minimale giocata sull’esibizione e sfoggio dell’organo dell’amore, con una domanda: cuore o pene? 

Tommaso Evangelista

Su Zenitmagazine di Agosto

martedì 2 agosto 2011

Ferhat Ozgur e il Molise

"Un'Espressione Geografica" è una mostra prodotta dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e curata da Bonami. La formula, per i 150 anni della nazione, è quella di inviare un artista internazionale in ogni regione, sotto la guida di un curatore locale, e poi esporre i lavori frutto di quell'esperienza. Al Molise è toccato il turco Ferhat Ozgur e questi sono i suoi lavori ispirati ai Misteri.




ITALIA 2011

arte e paesaggi Frammenti di presente, pezzi di passato. Venti artisti raccontano anarchicamente il nostro paese, regione per regione. Risultato? Una grande mostra di opere personalissime, instabili e irriverenti (dal 19 maggio a Torino) 
Foto courtesy degli artisti
Ricordate la cartina politica dello stivale divisa in quelle forme colorate in rosa, verdino, giallo, azzurro, sempre appesa dietro le foto di classe? Era un'Italia bidimensionale e semplice, divisa in venti regioni, una vicina all'altra, separate da una sottile linea tratteggiata e perfettamente coincidenti come le tessere di un puzzle: è così che ce l'hanno insegnata a scuola e noi davamo per scontato che sarebbe sempre stata così, piana e comprensibile. Eppure oggi che l'identità italiana è tornata a essere una questione spinosa, ci ricordiamo che lo è sempre stata: forse perché dall'altra parte della mappa tutte quelle montagne, fiumi, vallate, isole e penisole, quelle coste frastagliate e scoscese hanno reso il nostro paese poco incline alla semplicità. Il primo a sottolinearlo fu il ministro austriaco Metternich, che nel 1847 definì l'Italia "un'espressione geografica": a dire che per fare un nazione ci vuole ben altro che un collage di pezzi di terra e qualche poeta sparso qua e là. Se la presero in molti, a quei tempi: tanto che la frase incriminata divenne uno degli slogan delle rivoluzioni del '48. Oggi invece, a dribblare nazionalismi, idelogismi e federalismi un po' cialtroni, ma anche quelle celebrazioni centocinquantenarie sbiadite come il compleanno di una vecchia zia, ci pensa un curatore fiorentino globalizzato nel museo di una signora torinese che al posto dello zerbino usa il tappeto di Cattelan a forma di Formaggio Bel Paese: Francesco Bonami porta infatti alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, una mostra intitolata proprio come la famosa e vituperata frase di Metternich, "Un'Espressione Geografica". "Sono partito dall'idea che la disunità e la diversità, quella linguistica e quella culturale, quella territoriale e quella umana, sono la nostra principale ricchezza", dice mentre si sposta tra New York, Firenze e chissà dove. "Anche sulle monete americane, in fondo, c'è scritto E Pluribus Unum, dalla moltitudine una cosa unica. Così ho invitato venti artisti che vivono e lavorano in Europa a fare un viaggio alla scoperta dell'Italia che non esportiamo all'estero: più sconosciuta, meno modaiola ma più interessante. E loro, senza pregiudizi e senza snobismi intellettuali, sono andati a scovare uno zoccolo duro dell'Italia regionale fatto di persone, usi, tradizioni, dettagli che noi per primi non conosciamo o che abbiamo incautamente dimenticato. Per poi magari andare fino in America a cercare il mito dell'on the road". Concepita come una specie di lotteria - a ciascun artista è stata assegnata, a sorteggio, una delle venti regioni d'Italia - ma anche come un viaggio goethiano contemporaneo, questo progetto iniziato quasi un anno fa ha portato i nostri venti in giro per l'Italia con l'autorizzazione a uscire dalle rotte e a perdere tempo, a soffermarsi sui dettagli anziché sul disegno d'insieme, a seguire le tracce del territorio, del proprio immaginario, di quella parte di sé che si ritrova quando si vedono cose nuove e inaspettate. E loro hanno eseguito il compito con anarchica determinazione, riportando frammenti di presente e pezzi di passato, dettagli nascosti o meraviglie sotto gli occhi di tutti, trasformati in opere personalissime, instabili, irriverenti. I graffiti sui muri dell'università occupata e i vecchi banchi di una scuola romana degli anni Quaranta; l'ultimo ristorante dove Pasolini cenò e i segni misteriosi della civiltà camuna; una villa palladiana e il gradino del santuario di Loreto dove i pellegrini hanno lasciato traccia del loro passato; i tetti di paglia delle case altoatesine e gli occhi scavati nella pietra che guardano dai muri di un palazzo torinese; il giardino botanico di Napoli e le lavagnette con i numeri della smorfia: i lampi di visioni dei venti viaggiatori che hanno prima immaginato, poi guardato, poi raccontato l'Italia non si incastreranno mai nel puzzle rassicurante di una cartina geografica. Piuttosto in un mosaico fatto di innumerevoli tessere dove l'Italia è al tempo stesso più locale e più globale di come siamo abituati a figurarcela, uno stratificarsi di storie, di passaggi, di fili rossi intrecciati con l'Europa e col mondo: un affascinante, quasi illeggibile enigma che gli artisti sintetitizzano in simboli e immagini potenti. Ferhat Ozgur arriva dalla Turchia: e non si aspettava che Campobasso somigliasse così tanto ad Ankara. Ma soprattutto che in Molise esistessero viadotti come quelli di una megalopoli americana che portano a villaggi sperduti di pastori e stradine che si inerpicano su per i monti, che le pale eoliche futuristiche potessero convivere con le celebrazioni di misteri religiosi ancora medioevali: e porterà a Torino un coltello lungo 9 metri preso a prestito da un museo locale, simbolo di un geniale artigianato che sta per scomparire. Poi c'è la Campania vista con gli occhi di chi, come Gabriel Kuri, la trova più caotica di Città del Messico (la sua città d'origine): e pensa che "l'ossessione per la lotteria, i codici linguistici della smorfia e quelli della camorra nascano dal desiderio di controllare il caos". Un caos che domina tutto: la storia, le istituzioni, il linguaggio, e che lui sintetizza in foto di numeri scritti ossessivamente e di piante classificate con certosina dedizione nel giardino botanico di Napoli. Della Valle d'Aosta la fotografa coreana Sunah Choi non guarda le strepitose montagne: bensì l'invisibile lavoro per rette e orizzontali che l'uomo ha messo nel costruire muri di case che potessero opporre con la loro simmetria il senso di un'ordine come contraltare all'incombenza di una natura estrema. Mentre l'inviato in Lombardia Ibon Aranberri ignora felicemente città, industrie e design. E va alla ricerca delle tracce preistoriche dei graffiti della Val Camonica: per scoprire che la rosa camuna è stato il primo segno grafico lombardo, diventato poi quello della Regione grazie alla mente geniale di Munari e soci. Johanna Billing, dalla Svezia, descrive un'Italia inintelleggibile come una macchia di Rorshack. Quando sbarca a Fiumicino le cose che la colpiscono sono "la scarsità di bambini e il fatto che i docenti universitari non vengono pagati". Perciò si chiede cosa significa da noi educare e lo fa in un percorso a ritroso nella storia dei quartieri popolari di Roma attraverso gli occhi di cinque bambini: da una vecchia scuola degli anni Quaranta fino a una rete da calcio abbandonata sulla spiaggia dove Pasolini morì. È lui - con buona pace di Garibaldi e Mazzini - l'unico vero eroe nazionale per molti di questi artisti, che ancora oggi lo interrogano per capire qualcosa di noi e di se stessi: Nathaniel Mellors, inglese, sceglie per il suo lavoro Villa Pisani a Padova, dove Pasolini gira nel 1968 Porcile, inquietante metafora in cui il cannibalismo faceva rima con il capitalismo vorace che stava trasformando il paese. Le cartoline dall'Italia che costituiscono questa mostra non le troverete negli uffici del turismo: e infatti arrivano dai territori dell'arte, ambigui e inaspettati quanto basta per provare a dare tante soluzioni possibili, di cui nessuna definitiva, a questo nostro amato e odiato enigma italiano. - "Un'Espressione Geografica" è prodotta dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e da Banca Fideuram e sarà aperta dal 19 maggio al 27 novembre 2011 in via Modane 16 a Torino. www.fsrr.org









sabato 30 luglio 2011

Castropignano: storia, arte, archeologia



Gabriella DI ROCCO, archeologa:
“Castropignano ed il suo castello: vicende storiche ed evidenze archeologiche.”


Franco VALENTE, architetto e storico dell’arte:
“Le croci stazionarie e le chiese antiche di Castropignano.”


Tommaso EVANGELISTA, storico dell’arte:
“Autentica artista. L’esperienza pittorica di Gilda Pansiotti.”


A seguire (ore 19.00) sarà inaugurata la mostra:
“L’ARTE COLORA LA VITA. L’OPERA PITTORICA DI GILDA PANSIOTTI 1891-1986” (convento di Santa Maria delle Grazie).

Castropignano 6-13 Agosto (orario: 17,00-20,30)
Duronia 14-21 Agosto.

Valentino Robbio

O.G.M. (organi genitali maschili) Padiglione Molise - Biennale









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