sabato 5 maggio 2012
venerdì 4 maggio 2012
Marcello Scarano (1901/1962)
| Autoritratto |
Cinquanta anni dalla scomparsa dell'artista triventino Marcello Scarano.
Con poche parole vogliamo ricordare colui che ha saputo trasportare su tela i colori, i sapori e i profumi, i luoghi e i paesaggi, le persone della nostra terra.
Marcello nasce a Siena il 15 Novembre del 1901 da genitori Triventini. Suo padre Nicola è professore di Letteratura Italiana e critico letterario, sua madre Annita è una donna colta, gentile e sensibile che mai lo abbandonerà.
Nel 1918 si trasferisce dalla nonna a Trivento, dove trascorre la convalescenza dopo aver contratto la “Spagnola”. Sua madre gli regala 200 lire da spendere in tele, colori e pennelli per cominciare a dipingere ad olio. È qui che Marcello inizia a sentire la sua vocazione per la pittura e a frequentare i corsi di Nicola Biondi, sovrapponendo il suo desiderio di dipingere e apprendere la tecnica pittorica del maestro agli studi liceali. Nel 1921 partecipa infatti alla sua prima mostra collettiva, a Campobasso, con un autoritratto e diversi paesaggi.
Dopo il diploma, il padre aveva immaginato per lui la carriera in ambito medico, tuttavia Marcello sente che quello non era il suo persorso e così decide di tornare a Trivento dove si dedicherà alla pittura e alla musica.
Si trasferisce poi a Roma portando con sè pochi abiti, qualche libro, il cavalletto, la tavolozza, i colori, i pennelli e il suo violino. Qui vive da Bohemien, dipingere, visita Musei, mostre e studi di pittori. Frequentare i laboratori e gli ambienti artistici romani è l'occasione per apprendere le tecniche degli artisti di quel tempo.
Al ritorno in Molise, e quindi a Trivento, si dedica costantemente alla pittura vivendo pienamente le campagne triventine e recandosi a Campobasso frequenta gli amici pittori Amedeo Trivisonno e Giovanni Ruggiero che lo spronano a continuare a lavorare sulla sua pittura.
E le sue opere questo raccontano, di borghi molisani, della valle del Trigno e del Castello Monforte immersi in un tempo che resta immutato, quasi cristallizzato. L’arte di Scarano è fatta di tratti semplici, di disegni quasi elementari, la sua pittura è priva di svenevolezze, ghirigori, esuberanze. È una pittura genuina che trova nel suo Molise gli scenari da dipingere e valorizzare. I colori del Monte Matese, delle valli, dei fiumi confluiscono nelle sue tele ricche di vibrazioni, le figure sembrano staccarsi dallo sfondo per animarsi, prendere vita. Il carattere impresso ai suoi contadini ed ai ritratti di famiglia rivela una sintesi elegante, un tono quasi drammatico; la pennellata è robusta e scattante e le figure quasi prive di tempo, di spazio, di sostanza.
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| Il ritorno del legionario |
Marcello Scarano è stato un uomo dalla forte personalità che ha scelto di distaccarsi da quelle battaglie quotidiane che ogni uomo deve combattere per affermarsi ed è proprio per questo forse, che non ha avuto molti riscontri quando era in vita. E' stato un uomo singolare, moderno, che amava vestire in modo strano, andava in giro con la sua palandrana, la sciarpa colore dell’oro e chiacchierava con tutti.È stato un artista ingegnoso, semplice, schietto, poetico. Chi, tra i molisani del 900 lo ha ricordato, ha sempre raccontato di un personaggio intellettuale, scapigliato e originale. Giuseppe Jovine scriveva di lui: "lavorava solitario, quando non montava il cavalletto nelle radure dei boschi di Trivento o di Castelmauro o in altre località campestri o marine della Frentania e della Pentria. lo si incontrava sempre solo, con la sua trasandatezza aristocratica di un estroso, sfuggente bohemien sempre pronto alla battuta salace e divertevole, che gli rischiarava gli occhi profondi e fuggitivi. Viveva apparentemente isolato dai centri direzionali della cultura nazionale, ma consapevole dei problemi dell’arte, ai quali sapeva dare un suo apporto critico originale e motivato“.
Marcello Scarano è entrato a pieno titolo nella storia dell’arte molisana del Novecento e lo ha fatto nel cielo vorticoso dell’arte italiana di quel periodo. Il 7 Maggio del 1962, a Campobasso, fu colto da un infarto. Con lui se ne andarono anche tutti quegli odori, i sapori, i suoni e i colori di questa terra incantata, fatata, magica e vibrante come quella dipinta nella sua amata Trivento. (dalla pagina FB di Un gradino al giorno: Trivento)
| Polittico con le storie di Cristo |
martedì 1 maggio 2012
Vincenzo Mascia: l’esprit de geometrie tra architettura e design
via Marconi,2 Termoli
Inaugurazione martedì 1 maggio 2012 ore 19.00
Periodo: 1/18 maggio 2012
orario: 19.00 / 20.30
Le opere di Vincenzo Mascia ci pongono davanti al problema della forma e dell’ipotesi dello spazio in un momento in cui le strutture contemporanee sembrano aver smarrito la capacità di riassumere in sé la logica della costruzione. Sono tessere di un’unica struttura immaginaria e utopica della quale non conosciamo le dimensioni ma solo i particolari, frammenti perfetti e (in)stabili di un’architettura illusoria e concreta allo stesso tempo, immaginata tra i vuoti delle sagome. Attraverso queste configurazioni pure la geometria formale ci parla di un microcosmo dove forze contrastanti, per segreto equilibrio, si trasmettono stabilità bilanciandosi su proiezioni non ortogonali e dove ogni segno-pattern trova il suo posto sul piano non per desiderio descrittivo (astrattismo come sintesi estrema del reale) ma per intuizione formale. Non è estrema imitazione del dato sensibile o rispecchiamento della natura tangibile ma oggettiva ricerca di spazio non mimetico che esalta il gioco dialettico dei modelli applicati. I colori puri e la luce che si modula naturalmente sulle sagome estroflesse, aprendo ad ulteriori conformazioni, concorrono a trasmettere vitalità e dinamismo ad opere nate da un pensiero estetico che esalta il disegno geometrico e la logica dell’idea. Anche se una regola rigorosa soggiace a tali configurazioni astratto-concrete si percepisce, nel piacere della sperimentazione, una forte carica ludica nell’uso dei vari moduli pensati come blocchi di un gioco in divenire. Opere sul limite dei “generi” i lavori di Mascia giocano con le varie arti in maniera autonoma e con l’idea del non prendersi troppo sul serio: c’è l’elemento pittorico dato dall’accostamento di tasselli colorati, come fossero tarsie contemporanee, c’è naturalmente l’elemento scultoreo dato dalla tridimensionalità e lo sfalsamento dei piani, c’è naturalmente l’architettura in quanto occupazione e trasfigurazione di uno spazio (“Una struttura diventa architettonica, e non scultorea, quando i suoi elementi non hanno più la loro giustificazione nella natura”, Apollinaire) e di conseguenza si percepisce anche la musica (“Definisco l’architettura musica congelata” Goethe) nella stessa misura per la quale si intuisce il ritmo in Boogie Woogie di Mondrian. Pause, interruzioni, sovrapposizioni, intervalli, simmetrie, sfalsamenti, corrispondenze e contrasti sono tutte figure retoriche che l’artista adopera nella costruzione e che dimostrano l’assoluta autonomia degli elementi ora in armonia ora in discontinuità tra loro. Infine abbiamo il tempo (relativo) poiché i lavori si mostrano allo sguardo proponendo sistemi nuovi dove durate, periodi e sospensioni non sono quelli standard, unificati, ma momenti di dimensioni parallele e in ciò il discorso di accosta molto alle opere di Fontana (e alla rivoluzione spazialista), artista sempre amato da Mascia.
Breve accenno va fatto al movimento MADI’ che l’artista frequenta dal 1996 e nella cui ottica sperimenta i propri elementi. MADI (Materialismo Dialettico), che rappresenta una contrapposizione al costruttivismo, è attivo a partire dagli anni Quaranta quando fu fondato a Buenos Aires da Carmelo Arden Quin con la convinzione che l'arte geometrica potesse essere molto più libera, aperta e incline al gioco. Rompendo la tradizionale concezione del quadro chiuso tra linee ortogonali sperimenta, per la prima volta, superfici poligonali e stratificate dando grande risalto alla tridimensionalità. Rifiutando ogni sorta di automatismo della rappresentazione parte da una spiccata sensibilità formale, legata anche ad istanze sociali, per sviluppare una geometria portata al limite del segno e del confine delle linee. La prima esposizione, organizzata all’Instituto Francés de Estudios Superiores di Buenos Aires del 1946, sancisce, la nascita del Movimento governato dai principi “oltre il quadrato” ed “oltre il quadro”: l`opera Madì infatti ha una “forma in sé” senza costrizione, all`interno di un perimetro regolare, e mette fine al dominio dei soli quattro angoli. Altra novità è l’uso di materiali nuovi: plastica, acciaio, vetro, plexiglass. La seconda esposizione viene inaugurata presso lo studio di Lucio Fontana. Lette in quest’ottica le opere di Mascia, pur legate al Costruttivismo e al Suprematismo e a certe declinazioni dell’astrattismo di Mondrian, acquistano valenze e autorità nuove: l’utilizzo dei tasselli in legno e di elementi colorati, la costruzione irregolare che supera le cornici, la moltiplicazione dei punti di osservazione grazie anche a giochi di luce ed ombra, il rigore della geometria stemperato dalla componente ludica, di gioco esperienziale, la ricerca di altre dimensioni (spaziali e temporali), l’isolamento del linguaggio, l’equilibrio di forme e colori sono tutti elementi che vanno nella direzione di una fusione tra arte, concretezza e invenzione.
Come scrive l’artista “l’architettura si manifesta attraverso l’unità di forse contrastanti”; agisce quindi l’idea della contaminazione nel nome della geometria ma anche la volontà di pensare le opere inserite in un ambiente ben strutturato ed in ciò sono molto più vicine al design di quanto si pensi. “Non mi sento pittore, designer piuttosto. I miei lavori li concepisco come prototipi di una produzione seriale. Un oggetto di design è tanto più vero quanto più esso entra nella nostra quotidianità senza stravolgerla. Nei miei lavori allo stesso modo ricerco la banalità. L’oggetto accompagna la nostra vita con la sua anonima, muta e rassicurante presenza”, scrive l’artista, e l’idea che un oggetto creato e strutturato, pensato come forma significante e contrastante, possa diventare silenzioso prodotto autonomo e anonimo, ma in perenne confronto con lo spazio che occupa, è forse la conquista più significativa.
Tommaso Evangelista
P.s.
Manifiesto Madí
Se reconocerá por arte Madí la organización de elementos propios de cada arte en su continuo. En ello está contenida la presencia, la ordenación dinámica móvil, el desarrollo del tema propio, la ludicidad y pluralidad como valores absolutos, quedando por lo tanto abolida toda injerencia de los fenómenos de expresión, representación y significación.
El dibujo Madí es una disposición de puntos y líneas sobre una superficie.
La pintura Madí, color y bidimensionalidad. Marco recortado e irregular, superficie plana y superficie curva o cóncava. Planos articulados, con movimiento lineal, rotativo y de traslación.
La escultura Madí, tridimensioanalidad, no color. Forma total y sólidos con ámbito, con movimiento de articulación, rotación, traslación, etc.
La arquitectura Madí, ambiente y formas móviles, desplazables.
La música Madí, inscripción de sonidos en la sección áurea.
La poesía Madí, proposición inventada, conceptos e imágenes no traducibles por otro medio que no sea el lenguaje. Suceder conceptual puro.
El teatro Madí, escenografía móvil, diálogo inventado.
La novela y cuento Madí, personajes y acción sin lugar ni tiempo localizados o en lugar y tiempo totalmente inventados.
La danza Madí, cuerpo y movimientos circunscriptos a un ambiente medido, sin música.
En los países que alcanzaron la etapa culminante de su desarrollo industrial, el viejo estado de cosas del realismo burgués desaparecido casi totalmente, en ellos el naturalismo se bate en retirada y se defiende muy débilmente.
Es entonces, cuando la abstracción, esencialmente expresiva, romántica, ocupa su lugar. En este orden están involucradas las escuelas de arte figurativo desde el cubismo hasta el surrealismo. Tales escuelas han respondido a necesidades ideológicas de la época y sus realizaciones son aportes inestimables a la solución de los problemas planteados a la cultura de nuestros días. No obstante ello, su tiempo histórico debe darse por pasado. Por otro lado su insistencia en el tema “exterior” a sus cualidades propias es un retroceso al servicio del naturalismo contra el verdadero espíritu constructivo que se extiende por todos los países y culturas, como es el caso del expresionismo, surrealismo, constructivismo, etc.
Con lo concreto –que, en realidad, es un gajo más joven de ese espíritu abstraccionista– se inicia el gran período del Arte No Figurativo, donde el artista, sirviéndose del elemento y su respectivo continuo, crea la obra en toda su pureza, sin hibridaciones y objetos extraídos a su esencia. Pero en “lo concreto” hubo falta de universalidad y consecuencia de organización. Se cayó en hondas e insalvables contradicciones. Se conservaron los grandes vacíos y tabúes del arte antiguo, como ser en la pintura, escultura, poesía, etc., respectivamente la superposición, marco rectangular, atematismo plástico; lo estático, la interferencia entre volumen y ámbito; proposiciones e imágenes gnoseológicas y traducibles gráficamente. La consecuencia de ello fue que el arte concreto no pudo oponerse seriamente, por intermedio de una teoría orgánica y práctica disciplinaria, a los movimientos instruccionistas, que, como el surrealismo, han ganado para sí todo el universo. De ahí el triunfo a pesar de todas las condiciones en contrario, de los impulsos instintivos contra la reflexión, de la intuición contra la conciencia; de la revelación del subconsciente contra el análisis frío, el estudio y la detención rigurosa del creador ante las leyes del objeto a construir; del simbolismo, de lo hermético, de la magia contra la realidad; de la metafísica contra la experiencia.
En cuanto a la teoría y conocimiento del arte, campea en ellos la descripción subjetiva, idealista, reaccionaria.
Resumiendo, el arte antes de Madí:
Un historicismo escolástico, idealista.
Una concepción irracional.
Una técnica académica.
Una composición unilateral, estática, falsa.
Una obra carente de verdadera esencialidad.
Una conciencia paralizada por sus contradicciones sin solución; impermeabilizada a la renovación permanente de la técnica y del estilo.
Contra todo ello se alza Madí, confirmando el deseo fijo, absorbente del hombre de inventar y construir objetos dentro de los valores absolutos de lo eterno, junto a la humanidad en su lucha por la construcción de una nueva sociedad sin clases, que libere la energía y domine el espacio y el tiempo en todos sus sentidos y la materia hasta sus últimas consecuencias. Sin descripciones fundamentales referentes a la totalidad de la organización no es posible construir el objeto ni hacerlo penetrar en el orden constante de la creación. Es así como el concepto invención queda definido en el campo de la técnica y el de creación como una esencia definida totalmente.
Para el madismo, la invención es un “método” interno, superable, y la creación una totalidad incambiable. Madí, por lo tanto, INVENTA Y CREA.
El dibujo Madí es una disposición de puntos y líneas sobre una superficie.
La pintura Madí, color y bidimensionalidad. Marco recortado e irregular, superficie plana y superficie curva o cóncava. Planos articulados, con movimiento lineal, rotativo y de traslación.
La escultura Madí, tridimensioanalidad, no color. Forma total y sólidos con ámbito, con movimiento de articulación, rotación, traslación, etc.
La arquitectura Madí, ambiente y formas móviles, desplazables.
La música Madí, inscripción de sonidos en la sección áurea.
La poesía Madí, proposición inventada, conceptos e imágenes no traducibles por otro medio que no sea el lenguaje. Suceder conceptual puro.
El teatro Madí, escenografía móvil, diálogo inventado.
La novela y cuento Madí, personajes y acción sin lugar ni tiempo localizados o en lugar y tiempo totalmente inventados.
La danza Madí, cuerpo y movimientos circunscriptos a un ambiente medido, sin música.
En los países que alcanzaron la etapa culminante de su desarrollo industrial, el viejo estado de cosas del realismo burgués desaparecido casi totalmente, en ellos el naturalismo se bate en retirada y se defiende muy débilmente.
Es entonces, cuando la abstracción, esencialmente expresiva, romántica, ocupa su lugar. En este orden están involucradas las escuelas de arte figurativo desde el cubismo hasta el surrealismo. Tales escuelas han respondido a necesidades ideológicas de la época y sus realizaciones son aportes inestimables a la solución de los problemas planteados a la cultura de nuestros días. No obstante ello, su tiempo histórico debe darse por pasado. Por otro lado su insistencia en el tema “exterior” a sus cualidades propias es un retroceso al servicio del naturalismo contra el verdadero espíritu constructivo que se extiende por todos los países y culturas, como es el caso del expresionismo, surrealismo, constructivismo, etc.
Con lo concreto –que, en realidad, es un gajo más joven de ese espíritu abstraccionista– se inicia el gran período del Arte No Figurativo, donde el artista, sirviéndose del elemento y su respectivo continuo, crea la obra en toda su pureza, sin hibridaciones y objetos extraídos a su esencia. Pero en “lo concreto” hubo falta de universalidad y consecuencia de organización. Se cayó en hondas e insalvables contradicciones. Se conservaron los grandes vacíos y tabúes del arte antiguo, como ser en la pintura, escultura, poesía, etc., respectivamente la superposición, marco rectangular, atematismo plástico; lo estático, la interferencia entre volumen y ámbito; proposiciones e imágenes gnoseológicas y traducibles gráficamente. La consecuencia de ello fue que el arte concreto no pudo oponerse seriamente, por intermedio de una teoría orgánica y práctica disciplinaria, a los movimientos instruccionistas, que, como el surrealismo, han ganado para sí todo el universo. De ahí el triunfo a pesar de todas las condiciones en contrario, de los impulsos instintivos contra la reflexión, de la intuición contra la conciencia; de la revelación del subconsciente contra el análisis frío, el estudio y la detención rigurosa del creador ante las leyes del objeto a construir; del simbolismo, de lo hermético, de la magia contra la realidad; de la metafísica contra la experiencia.
En cuanto a la teoría y conocimiento del arte, campea en ellos la descripción subjetiva, idealista, reaccionaria.
Resumiendo, el arte antes de Madí:
Un historicismo escolástico, idealista.
Una concepción irracional.
Una técnica académica.
Una composición unilateral, estática, falsa.
Una obra carente de verdadera esencialidad.
Una conciencia paralizada por sus contradicciones sin solución; impermeabilizada a la renovación permanente de la técnica y del estilo.
Contra todo ello se alza Madí, confirmando el deseo fijo, absorbente del hombre de inventar y construir objetos dentro de los valores absolutos de lo eterno, junto a la humanidad en su lucha por la construcción de una nueva sociedad sin clases, que libere la energía y domine el espacio y el tiempo en todos sus sentidos y la materia hasta sus últimas consecuencias. Sin descripciones fundamentales referentes a la totalidad de la organización no es posible construir el objeto ni hacerlo penetrar en el orden constante de la creación. Es así como el concepto invención queda definido en el campo de la técnica y el de creación como una esencia definida totalmente.
Para el madismo, la invención es un “método” interno, superable, y la creación una totalidad incambiable. Madí, por lo tanto, INVENTA Y CREA.
Buenos Aires, 1946
Vis a Vis - Il bando
Vis a Vis – Artists in residence project è un programma di residenza che ha come obiettivo principale la promozione dell’arte contemporanea nell’ambito della creatività giovanile, unitamente alla valorizzazione del contesto territoriale di riferimento.
I comuni coinvolti in tale iniziativa sono quelli abruzzesi di Guilmi e Carpineto Sinello (Chieti) e i due molisani a minoranza linguistica croata di Acquaviva Collecroce e Montemitro (Campobasso). La scelta è ricaduta su questo spazio di territorio perché fortemente caratterizzato da un interesse demo-etno-antropologico, con forti tradizioni locali e caratteri territoriali e ambientali che non possono far altro che rappresentare un ottimo spunto di indagine artistica.
Gli artisti selezionati per intraprendere l’esperienza di residenza avranno il compito di realizzare delle opere “site specific” che saranno alla fine donate ai comuni coinvolti; saranno affiancati da giovani tutor che li aiuteranno nella fase di ricerca e formazione; durante questo periodo si prevede l’attuazione di open studio, workshop, incontri e attività laboratoriali strutturate in chiave propedeutica all’obiettivo finale. L’evento conclusivo si concretizzerà in una mostra e verrà presentata una pubblicazione esplicativa contenente gli atti dei seminari, le relazioni dei workshop, i diari d’artista ed una adeguata mappa delle location degli interventi, dotata di testi critici e materiale documentativo dell’intero iter progettuale.
Da qualche giorno è uscito il sito ufficiale dell'evento http://www.visavisproject.it con tutte le informazioni in merito e il bando scaricabile a questo link.
RETROSPETTIVA by Luca Rossi
Comunicato stampa.
Luogo: KOMA’ Gallery, Corso Umberto I° n°52, 86023 Montagano (CB)
Inaugurazione: 4 maggio 2012 ore 19,30
Periodo: 4-31 maggio 2012
KOMA’ la prima galleria d’arte contemporanea nel Molise, riapre. Confinati in una zona di confine raccontiamo una fine. Ce lo siamo chiesti più volte: cosa vuol dire operare, per caso o per volontà, in una zona di confine?
Forse vuol dire raccontare la fine di una grande narrazione, che rendeva possibile credere nell'esistenza di significati universali e condivisi. Oppure vuol dire raccontare la fine del grande centro, la fine delle gerarchie stabilite, la fine del pensiero sistematico e razionale. Un pensiero che si reputa infallibile e che non è disposto ad evolversi ed a modificarsi in base al contesto o alla situazione in cui nasce.
Il confine offre la giusta dose di isolamento. Quella dose che ti permette lunghi momenti di silenzio e di riflessione, che ti spinge all'autonomia, alla fantasia, che ti allontana dal conformismo e dalle mode passeggere.
Se, come scrisse Baudrillard qualche anno fa, viviamo in un mondo dove c'è sempre più informazione e sempre meno significato, è davvero necessario operare una messa in discussione radicale del proprio modo di fare arte e ricostruire autonomamente l'anatomia dei propri significati senza aver paura della stranezza, dell'impopolarità, o dei risvolti inediti che le proprie scelte potrebbero generare. Essere al confine consente la possibilità di percorrere strade nascoste ma inesplorate, di guardare il mondo dalla giusta distanza senza mai essere veramente dentro le cose, di assumere una prospettiva marginale,di sviluppare un pensiero laterale.
All'arte che si accontenta di fabbricare “prodotti” rispondiamo con un'arte che desidera generare esperienze. Un arte lontana dai musei ma vicina ad ogni contesto in cui opera l'uomo.
Trasformare la propria vita in un'opera d'arte, essere artefice di piccole rivoluzioni quotidiane, osservare, giorno per giorno le trasformazioni che il proprio pensiero produce.
Le nostre risposte all'affollamento di idee e di opere, alla confusione ed alla distorsione mediatica sono il silenzio e la sottrazione, la nostra arma è la pazienza. Perché è non cambiando niente che tutto è diverso.
Come Lucifero, abbiamo scelto di regnare all'inferno, piuttosto che servire in paradiso.
Come Dubuffet crediamo che “La vera arte non è mai dove ci si aspetta che sia: nel luogo dove nessuno la considera, nessuno la nomina. L'arte detesta essere riconosciuta e chiamata per nome. Scappa immediatamente. L'arte ama l'anonimato. Appena è scoperta, appena viene additata, fugge.” (ADENM3)
Al via la nuova avventura di Komà
La prima galleria d’arte contemporanea nel Molise ritorna nella formula tra pareti in muratura. Il nuovo progetto artistico si caratterizza come un contenitore di cultura e di idee, una cornice per interventi artistici di “confine”.L’inizio di questo nuovo racconto è affidato a Luca Rossi con la mostra “Retrospettiva”.
Luca Rossi, un emerito cialtrone o colui che sta mettendo con le spalle al muro il piccolo sistema dell’arte nostrano? L’ennesimo commentatore anonimo di siti e blog o un artista che fa arte attraverso riflessioni amare e preoccupanti? Il fenomeno Luca Rossi, commentatore compulsivo e blogger dissennato, divide gli animi da qualche mese a questa parte.
Fabio Cavallucci dalla sua lettura…”Non si sa chi sia realmente. In ogni caso è la personalità piu interessante del panorama italiano di questo momento. Lo è perché, insieme ai contenuti, rinnova anche il linguaggio. In prospettiva, potrebbe modificare anche il sistema”.
Retrospettiva non è solo un insieme di progetti passati, ma soprattutto una prospettiva sul "retro" rispetto l'idea di spettatore e di museo. Una visione non convenzionale verso uno spazio dato; la capacità dello spettatore di attivarsi ancor prima di incontrare la prossima opera d’arte convenzionale. Il progetto consiste in una serie di post stampati e attaccati alle pareti della galleria. Ogni post, indicato al momento opportuno, presenterà al meglio un progetto passato. 11 progetti sono divisi in tre aree tematiche: indicare, viaggiare, modificare. Questa documentazione è integrata con la possibilità di stabilire una chat in diretta con Luca Rossi attraverso Skype. Il tema della chat saranno le motivazioni dell'opera e del verbo "operare". Da queste motivazioni potrà discendere o meno un'opera inedita.
Luca Rossi ….”La maggior parte degli atti mentali e fisici degli uomini non arrivano affatto a consapevolezza, perchè non ce n'è alcun bisogno in un'ottica di conservazione della vita. Al contrario credo che possiamo conoscere veramente solo ciò di cui abbiamo coscienza e consapevolezza. Pertanto il "mi piace" di facebook può diventare una lotteria casuale capace di precluderci di conoscere e quindi di godere del piacere o del dispiacere di qualcosa. Per "conoscere" non intendo "imparare", quanto uno stato di predisposizione e apertura”.
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