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venerdì 18 maggio 2012

Molise - Notte dei Musei 2012

Notte dei Musei - Termoli

Notte dei Musei - Venafro

Notte dei Musei - Gambatesa
 Gambatesa, programma interventi

La decorazione pittorica del Castello di capua. Aspetti tecnici e conservativi. Michelangelo Carozza
Mito e Allegoria nel Cinquecento. Il caso del Castello di Gambatesa. Tommaso Evangelista

mercoledì 16 maggio 2012

I Colori delle Emozioni. Il collezionismo di Giuseppe Ottavio Eliseo e Michele Praitano per Campobasso e il Molise

La prima pinacoteca d'arte antica in Molise aprirà le nuove sale espositive il 19 maggio

Comunicato:

La Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici del Molise, in collaborazione con l’Amministrazione Provinciale di Campobasso, è lieta di comunicare l’apertura di uno spazio museale ubicato in Palazzo Pistilli nel centro storico di Campobasso, con la mostra I Colori delle Emozioni. Il collezionismo di Giuseppe Ottavio Eliseo e Michele Praitano per Campobasso e il MoliseNelle rispettive ricerche collezionistiche Eliseo e Praitano manifestano attenzione verso la pittura napoletana e italiana a partire dal Sei-Settecento. La mostra vuole essere testimonianza della sensibilità culturale dei due collezionisti, del loro amore per l’arte e della loro generosità verso la propria terra: è giunto dunque il momento di ammirare ciò che Eliseo e Praitano hanno voluto dedicare al Molise. 

Apertura ore 17.00 Palazzo Pistilli, Salita San Bartolomeo 18 – Campobasso.


lunedì 14 maggio 2012

Elio Franceschelli - Minimal-Animal al liceo Romita



E' la seconda delle mostre minimalanimal : " leggera retrospettiva - studio out " durante le quali l'artista incontra giovani e studenti per un confronto sulle tematiche dell'arte contemporanea. In particolare "il bisogno di acqua" (olio di motore usato che galleggia su acqua in plexiglass) affronta la tematica sociale dell'utilizzo sostenibile delle risorse in rapporto ai cambiamenti climatici.

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Minimalanimal. La personale di Elio Franceschelli a Palazzo Orlando

Si è inaugurata il 5 marzo presso la prestigiosa sede di Palazzo Orlando la mostra Minimalanimal del’artista isernino Elio Franceschelli. L’esposizione, che ha come sottotitolo “studio out leggera retrospettiva 1990-2010”, è l’omaggio dell’artista alla sua città e momento di riflessione, e di ricapitolazione, sugli ultimi suoi vent’anni di carriera. In questo senso va recepito un allestimento che non punta tanto allo schematismo tematico, ma cerca la sorpresa, lo stupore che deriva dall’abbondanza di opere esposte sui tre piani del palazzo. Un vero e proprio “studio fuori”, con quella sensazione di work in progress che solo i famosi loft newyorkesi sanno trasmettere ma che Elio, che tra l’altro in un loft a New York ha vissuto e lavorato, è riuscito a restituire. Effetto spaesante, dunque, ma anche tanta concretezza poiché, di parete in parete, riusciamo a renderci conto del lavoro dell’artista e della sua evoluzione attraverso l’ultimo ventennio. Il risultato è un’autentica sorpresa, o una scoperta per chi non conoscesse ancora le sue opere. Elio è, probabilmente, tra i più innovativi artisti della regione e le sue ricerche nel campo dell’arte contemporanea non hanno nulla da invidiare al panorama internazionale. 
Tra i primissimi studi segnalo la serie “estensioni”, riflessione sul concetto di spazio e di luogo, con le opere che diventano filtro tra reale e percepito. L’uso di molle, diversamente tese, permette infatti giochi ottici ed effetti di luci ed ombre dalla spiccata valenza pittorica, nonché simbolica in quanto le tensioni possono essere intese come reali o metaforiche. Seguono i lavori sui sacchi e sulle tele che, oltre a richiamare naturalmente le ricerche di Burri, sono originali in quanto indagano la “mediterraneità” della materia e del supporto che, essendo materiale umile e legato al lavoro e alla fatica, si presta a rendere, per analogia, l’immagine di un sud vitale e caldo. Anche quando sui sacchi compaiono delle scritte, lontanamente pop, il gesto e la parola sono sempre in relazione con l’uomo e il suo vissuto. Nei sacchi l’artista lavora con coscienza critica elaborando la propria esperienza in una povertà materica che non si traduce mai in povertà spirituale, anzi l’idea viene esaltata proprio dalla precarietà del supporto che diventa palinsesto di memorie. Si arriva così alla sua ricerca può originale e personale, quella sui cosiddetti olii combusti, intrapresa a partire dal 1994. Oil on water, ovvero l’unione-scontro tra tecnologia e natura, nord e sud del mondo, freddo-caldo. In queste vere e proprie installazioni, a volte serializzate altre volte isolate, in recipienti di plexiglass viene inserito dell’olio di motore usato e dell’acqua colorata; l’olio tende a salire creando di fatto una divisione netta con l’elemento dell’acqua. Abbiamo così dei neri profondissimi e dei colori “acquatici” e caldi che vi si contrappongono, poiché ciò che tenta l’artista è la ricerca di quell’equilibrio che l’uomo tecnologico ha interrotto. L’olio, inteso come prodotto di utilizzo, è sottratto alla polluzione e adoperato come materiale artistico di un discorso minimale e sentito. Anche qui ritorna il concetto di resistenza, in quanto l’acqua resiste, col suo diverso peso specifico, all’invadenza del liquido nero e, così facendo, preserva, colorata, la dimensione umana della gioia, tipicamente meridionale. Il linguaggio dell’olio, però, non è così serializzato come potrebbe apparire. 
Nelle teche di plexiglass, infatti, assistiamo a diverse modalità di unione tra i due elementi che diventano differenti rese grafiche: c’è la netta e speculare separazione tra nero e colore, oppure il nero prende il sopravvento (o viceversa); a volte si formano delle linee quasi ad evocare forme sensuali di paesaggi collinari; altre volte, infine, l’olio macchia il colore, penetra dentro sporcandone la purezza e creando striature e venature dense e materiche. In questa linea di ricerca vanno collocati anche gli “Oblò”, i “Collettori” e le “Mask” che di fatto è la sua ultima ricerca in perfetta continuità con il discorso sull’olio, in quanto le mascherine sono intese come ultima forma di resistenza alla sua combustione. Intere pareti in mostra, colorate esplicitamente per l’occasione,  accolgono teorie di mascherine che da un lato guardano al design e dall’altro all’attualità. Icone di una civiltà tecnocratica che annulla l’individuo relegandolo al ruolo di passivo “fruitore” di veleni con pochi mezzi da opporre. In antitesi a tali opere, però, troviamo il mondo del colore, quello che Elio chiama il “Festival del Sud”, dove non è più la linea, minima, a farla da padrone, ma la superficie. Campiture cromatiche che nascondono lo spazio ma ci parlano di un ottimismo di fondo che, pur nella fine, non viene mai a mancare. Serie quasi ininterrotte di riquadri colorati ci fanno dimenticare la pratica della bruciatura che ha come effetto esclusivamente il nero e, anche nel rigore dell’impaginazione, ci riportano ad una passionalità che vuole superare il presente e l’incapacità dell’uomo di guardare oltre il profitto. Arte sociale, quindi, in un discorso concettuale ed elegantissimo, dove per una volta il rapporto squilibrato dell’essere umano con il mondo sembra essere invertito a favore di un’unità di fondo e di una speranza. La bruciatura e combustione dell’olio permette il progresso ma genera scompenso e danno in quanto il progresso punta sempre in una direzione, marginalizzando il resto del mondo; l’olio è metafora di tutto ciò ma, nelle mani dell’artista, diventa elemento di ri-equilibrio, denso di significati. Minimale e immediata la mostra, ricchissima di opere, presenta tanti altri spunti: il tema del riuso e del riciclaggio degli scarti, il tentativo dell’artista contro l’annichilimento tecnocratico, la ricerca della meditterraneità e del colore del sud, l’analisi quasi scientifica della materia, il prodotto-merce-scarto inserito in un’ottica estetica, la ricerca di un equilibrio di fondo che sa tanto di design ma che si esprime con un’arte pura e autentica. 
La mostra, patrocinata dal comune di Isernia e dall’assessorato alla cultura, vista l’affluenza di pubblico e il successo, è stata prolungata anche per il mese di arile e resterà aperta tutti i giorni dalle 11 alle 13 e dalle 17 alle 20. Sono previsti inoltre convegni e incontri-visite con le scolaresche che avranno modo di fruire, per una volta, di una mostra dal respiro internazionale e con tanti contenuti sui quali riflettere. Minimalanimal non è, pertanto, solo il soprannome, curioso, che l’artista ha ricevuto negli Stati Uniti, ma anche il tentativo di un legame tra arte e istinto, occasione per una relazione non banale tra la creatività e il presente nel segno di un ottimismo di fondo.

Tommaso Evangelista su Il Bene Comune Aprile 2011


venerdì 4 maggio 2012

Marcello Scarano (1901/1962)


Autoritratto
Cinquanta anni dalla scomparsa dell'artista triventino Marcello Scarano.

Con poche parole vogliamo ricordare colui che ha saputo trasportare su tela i colori, i sapori e i profumi, i luoghi e i paesaggi, le persone della nostra terra.

Marcello nasce a Siena il 15 Novembre del 1901 da genitori Triventini. Suo padre Nicola è professore di Letteratura Italiana e critico letterario, sua madre Annita è una donna colta, gentile e sensibile che mai lo abbandonerà.

Nel 1918 si trasferisce dalla nonna a Trivento, dove trascorre la convalescenza dopo aver contratto la “Spagnola”. Sua madre gli regala 200 lire da spendere in tele, colori e pennelli per cominciare a dipingere ad olio. È qui che Marcello inizia a sentire la sua vocazione per la pittura e a frequentare i corsi di Nicola Biondi, sovrapponendo il suo desiderio di dipingere e apprendere la tecnica pittorica del maestro agli studi liceali. Nel 1921 partecipa infatti alla sua prima mostra collettiva, a Campobasso, con un autoritratto e diversi paesaggi.

Dopo il diploma, il padre aveva immaginato per lui la carriera in ambito medico, tuttavia Marcello sente che quello non era il suo persorso e così decide di tornare a Trivento dove si dedicherà alla pittura e alla musica.

Si trasferisce poi a Roma portando con sè pochi abiti, qualche libro, il cavalletto, la tavolozza, i colori, i pennelli e il suo violino. Qui vive da Bohemien, dipingere, visita Musei, mostre e studi di pittori. Frequentare i laboratori e gli ambienti artistici romani è l'occasione per apprendere le tecniche degli artisti di quel tempo.

Al ritorno in Molise, e quindi a Trivento, si dedica costantemente alla pittura vivendo pienamente le campagne triventine e recandosi a Campobasso frequenta gli amici pittori Amedeo Trivisonno e Giovanni Ruggiero che lo spronano a continuare a lavorare sulla sua pittura.

E le sue opere questo raccontano, di borghi molisani, della valle del Trigno e del Castello Monforte immersi in un tempo che resta immutato, quasi cristallizzato. L’arte di Scarano è fatta di tratti semplici, di disegni quasi elementari, la sua pittura è priva di svenevolezze, ghirigori, esuberanze. È una pittura genuina che trova nel suo Molise gli scenari da dipingere e valorizzare. I colori del Monte Matese, delle valli, dei fiumi confluiscono nelle sue tele ricche di vibrazioni, le figure sembrano staccarsi dallo sfondo per animarsi, prendere vita. Il carattere impresso ai suoi contadini ed ai ritratti di famiglia rivela una sintesi elegante, un tono quasi drammatico; la pennellata è robusta e scattante e le figure quasi prive di tempo, di spazio, di sostanza.

Il ritorno del legionario
Marcello Scarano è stato un uomo dalla forte personalità che ha scelto di distaccarsi da quelle battaglie quotidiane che ogni uomo deve combattere per affermarsi ed è proprio per questo forse, che non ha avuto molti riscontri quando era in vita. E' stato un uomo singolare, moderno, che amava vestire in modo strano, andava in giro con la sua palandrana, la sciarpa colore dell’oro e chiacchierava con tutti.È stato un artista ingegnoso, semplice, schietto, poetico. Chi, tra i molisani del 900 lo ha ricordato, ha sempre raccontato di un personaggio intellettuale, scapigliato e originale. Giuseppe Jovine scriveva di lui: "lavorava solitario, quando non montava il cavalletto nelle radure dei boschi di Trivento o di Castelmauro o in altre località campestri o marine della Frentania e della Pentria. lo si incontrava sempre solo, con la sua trasandatezza aristocratica di un estroso, sfuggente bohemien sempre pronto alla battuta salace e divertevole, che gli rischiarava gli occhi profondi e fuggitivi. Viveva apparentemente isolato dai centri direzionali della cultura nazionale, ma consapevole dei problemi dell’arte, ai quali sapeva dare un suo apporto critico originale e motivato“.

Marcello Scarano è entrato a pieno titolo nella storia dell’arte molisana del Novecento e lo ha fatto nel cielo vorticoso dell’arte italiana di quel periodo. Il 7 Maggio del 1962, a Campobasso, fu colto da un infarto. Con lui se ne andarono anche tutti quegli odori, i sapori, i suoni e i colori di questa terra incantata, fatata, magica e vibrante come quella dipinta nella sua amata Trivento. (dalla pagina FB di Un gradino al giorno: Trivento)

Polittico con le storie di Cristo

















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