In collaborazione con UIL Beni Culturali il fotografo isernino Gianfranco Ionata presenta la mostra fotografica: "RITORNO ALLE ORIGINI" - Dal 27 Giugno al 1 Luglio a Isernia, Ex Lavatoio Comunale, Corso Garibaldi. (ingresso libero: 11.00/13.00 - 19.00/23.50). Interessante riflessione sull'immagine fotografica e sull'ambiente nel passaggio tra antico e moderno, nel sistema che comporta dispersione di tradizioni e perdita di luoghi e volti autentici. Scatti pieni di malinconia e silenzio, di ricerca e assenza ma al contempo molto poetici e meditati, oltre che tecnicamente impeccabili.
domenica 1 luglio 2012
CibArt
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| Antonio Tramontano, Coboldo, 2012 |
CibArt
Artisti Partecipanti
Enza Acciaro
Valeria Acciaro
Nino Barone
Gabriella Campanelli
Michele Carafa
Carma
Cleofino Casolino
Mariagrazia Colasanto
Francis Desiderio
Lucia Di Miceli
Walter Giancola
Antonio Marcovicchio
Renato Marini
Michele Peri
Alessandra Peri
Mariangela Regoglioso
Nazzareno Serricchio
Massimo Traino
Antonio Tramontano
Cristina Valerio
Breve storia del cibo in arte
Inizio questo breve scritto con una frase celeberrima e fin troppo abusata: “L’uomo è ciò che mangia” (in tedesco, “der Mensch ist was er isst”). L’espressione ripresa da Feuerbach da un popolare gioco di parole “Man ist was Mann isst” (letteralmente: “Si è ciò che l'uomo mangia”) era a sostegno del suo materialismo radicale nell’affermare che sostanzialmente noi coincidiamo con ciò che ingeriamo e che siamo perché mangiamo. Per il filosofo esiste un’unità inscindibile fra psiche e corpo e l’uomo, per accrescere le sue facoltà intellettuali, deve vivere in buone condizioni materiali: il cibo, infatti, porta con sé delle qualità che non si esauriscono nel momento fisiologico ma agiscono fin dentro la vita spirituale. Ma se vi è un così profondo legame tra alimentazione e vita, materiale e intellettuale, vi è un legame intimo anche con l’arte e con ciò che si produce/realizza?
Una collettiva sul legame tra arte e cibo potrebbe sembrare un argomento quasi banale di riflessione poiché sostanzialmente saturato dalla “società dei consumi” che ha fatto dell’estetizzazione dei prodotti (e in particolare degli alimenti e dello stesso atto alimentare) un suo cavallo di battaglia. Se si eliminano però tante sovrastrutture ci si accorge che questa relazione ha basi ben più profonde e che tutta la storia dell’arte è ricca di citazioni, riferimenti, nessi tanto che il cibo, a buon diritto, si può considerare tra le iconografie più sfruttate nel corso dei secoli. Evitando quindi di analizzare singolarmente le varie opere, che spaziano dall’installazione alla scultura, dalla pittura alla fotografia, dimostrando un’attenta quanto originale recezione del tema, con tanto di riferimenti alla storia dell’arte o del costume, vorrei proporre una piccola digressione che riguarda proprio il cibo nelle opere per fornire ulteriori spunti di riflessione alla luce della nostra tradizione artistica.
Esiste indubbiamente un primigenio legame di dipendenza tra la produzione artistica e il cibo ed ha i suoi fondamenti nell’antropologia dato che si riferisce ai primi manufatti realizzati dal’homo sapiens. Si è cominciato, naturalmente, con le armi per la caccia e sculturine votive, sostentamento e sacralità (senza dimenticare i graffiti preistorici con scene di lotta e con battute, momento fondamentale di recupero del cibo) per giungere alle prime produzioni di oggetti utili alla vita quotidiana. La maggior parte di questi oggetti hanno a che fare con gli alimenti dato che erano brocche, piatti, vasi adatti ad accogliere e conservare le vivande. Tali utensili, all’inizio molto semplici e senza decorazione, cominciano ad essere abbelliti e la superficie esterna diventa uno spazio da arricchire e ornare con motivi geometrici. Massimo sviluppo di questa pratica si avrà con la pittura vascolare greca nei suoi diversi passaggi di stile (stile proto geometrico, geometrico, ornamentale, a figure nere e a figure rosse). Il cibo, come soggetto vero e proprio della pittura, entra con l’arte romana e nature morte sono ampiamente documentate nelle decorazioni parietali di Pompei ed Ercolano. Allora, ci riferisce Plinio, erano conosciuti col nome di xenia a ricordare un’antica tradizione greca che così appellava i doni di cibi freschi offerti dal padrone di casa all’ospite di turno. Non solo comunque sulle pareti. Tra i mosaici più affascinanti rinvenuti vi è quello ritrovato nell’800 sull’Aventino, del II sec. d.C., e conservato oggi nei Musei Vaticani che raffigura gli avanzi di un pasto: questo particolare tipo di decorazione pavimentale con natura morta prende il nome di asaroton, vale a dire “pavimento non spazzato”.
Valeria Acciaro
Nino Barone
Gabriella Campanelli
Michele Carafa
Carma
Cleofino Casolino
Mariagrazia Colasanto
Francis Desiderio
Lucia Di Miceli
Walter Giancola
Antonio Marcovicchio
Renato Marini
Michele Peri
Alessandra Peri
Mariangela Regoglioso
Nazzareno Serricchio
Massimo Traino
Antonio Tramontano
Cristina Valerio
Breve storia del cibo in arte
Eat Me
L. Carroll, Alice's Adventures in Wonderland, 1865
Inizio questo breve scritto con una frase celeberrima e fin troppo abusata: “L’uomo è ciò che mangia” (in tedesco, “der Mensch ist was er isst”). L’espressione ripresa da Feuerbach da un popolare gioco di parole “Man ist was Mann isst” (letteralmente: “Si è ciò che l'uomo mangia”) era a sostegno del suo materialismo radicale nell’affermare che sostanzialmente noi coincidiamo con ciò che ingeriamo e che siamo perché mangiamo. Per il filosofo esiste un’unità inscindibile fra psiche e corpo e l’uomo, per accrescere le sue facoltà intellettuali, deve vivere in buone condizioni materiali: il cibo, infatti, porta con sé delle qualità che non si esauriscono nel momento fisiologico ma agiscono fin dentro la vita spirituale. Ma se vi è un così profondo legame tra alimentazione e vita, materiale e intellettuale, vi è un legame intimo anche con l’arte e con ciò che si produce/realizza?
Una collettiva sul legame tra arte e cibo potrebbe sembrare un argomento quasi banale di riflessione poiché sostanzialmente saturato dalla “società dei consumi” che ha fatto dell’estetizzazione dei prodotti (e in particolare degli alimenti e dello stesso atto alimentare) un suo cavallo di battaglia. Se si eliminano però tante sovrastrutture ci si accorge che questa relazione ha basi ben più profonde e che tutta la storia dell’arte è ricca di citazioni, riferimenti, nessi tanto che il cibo, a buon diritto, si può considerare tra le iconografie più sfruttate nel corso dei secoli. Evitando quindi di analizzare singolarmente le varie opere, che spaziano dall’installazione alla scultura, dalla pittura alla fotografia, dimostrando un’attenta quanto originale recezione del tema, con tanto di riferimenti alla storia dell’arte o del costume, vorrei proporre una piccola digressione che riguarda proprio il cibo nelle opere per fornire ulteriori spunti di riflessione alla luce della nostra tradizione artistica.
Esiste indubbiamente un primigenio legame di dipendenza tra la produzione artistica e il cibo ed ha i suoi fondamenti nell’antropologia dato che si riferisce ai primi manufatti realizzati dal’homo sapiens. Si è cominciato, naturalmente, con le armi per la caccia e sculturine votive, sostentamento e sacralità (senza dimenticare i graffiti preistorici con scene di lotta e con battute, momento fondamentale di recupero del cibo) per giungere alle prime produzioni di oggetti utili alla vita quotidiana. La maggior parte di questi oggetti hanno a che fare con gli alimenti dato che erano brocche, piatti, vasi adatti ad accogliere e conservare le vivande. Tali utensili, all’inizio molto semplici e senza decorazione, cominciano ad essere abbelliti e la superficie esterna diventa uno spazio da arricchire e ornare con motivi geometrici. Massimo sviluppo di questa pratica si avrà con la pittura vascolare greca nei suoi diversi passaggi di stile (stile proto geometrico, geometrico, ornamentale, a figure nere e a figure rosse). Il cibo, come soggetto vero e proprio della pittura, entra con l’arte romana e nature morte sono ampiamente documentate nelle decorazioni parietali di Pompei ed Ercolano. Allora, ci riferisce Plinio, erano conosciuti col nome di xenia a ricordare un’antica tradizione greca che così appellava i doni di cibi freschi offerti dal padrone di casa all’ospite di turno. Non solo comunque sulle pareti. Tra i mosaici più affascinanti rinvenuti vi è quello ritrovato nell’800 sull’Aventino, del II sec. d.C., e conservato oggi nei Musei Vaticani che raffigura gli avanzi di un pasto: questo particolare tipo di decorazione pavimentale con natura morta prende il nome di asaroton, vale a dire “pavimento non spazzato”.
Per passare velocemente all’arte tardo antica e medioevale bisogna dire come il cibo venga nobilitato dal cristianesimo diventando vero e proprio oggetto sacramentale; il pane e il vino, con la transustanziazione, durante la celebrazione eucaristica diventano sostanza del corpo e del sangue di Cristo. Questo mistero della fede permea tutta la cultura artistica altomedievale che nell’impossibilità di raffigurare l’invisibile si apre sorprendentemente al simbolo cosmico e storico.
La natura morta viene riscoperta nel ‘500 sostanzialmente attraverso le decorazioni di Giovanni da Udine per la Loggia di Amore e Psiche di Raffaello nella villa di Agostino Chigi a Roma. Giovanni realizza la finta architettura arborea che incornicia le scene, e che diventerà modello per tutte le decorazioni successive, inserendo tra gli arbusti e le foglie una varietà infinita di specie vegetali, frutti e fiori, tanto che se ne possono contare più di 150 varietà diverse, anche provenienti dall’America da poco scoperta. Sempre nel ‘500, in area nordica, perdurano leggende e racconti medievali, e tra tutti quello che riferisce di un paese favoloso ricco di ogni cosa necessaria a vivere allegramente e dove regna sempre l’abbondanza e il piacere: è il famoso paese della Cuccagna (da koka, torta) raffigurato nel 1567 in una celebre tela di Bruegel il Vecchio quale un luogo “farcito” letteralmente di delizie culinarie. Solo nel ‘600, comunque, il cibo arriva a rivestire ruoli più centrali divenendo un vero e proprio “genere”. Ad inaugurarlo è il Caravaggio con la Canestra di frutta, quadro che raffigura unicamente della frutta ma che si apre ad ulteriori significati: non nasconde, come più volte erroneamente si sottolinea, sottili messaggi legati alla precarietà delle cose terrene ma bensì ha un significato cristologico. I frutti presagiscono la passione di Cristo mentre la figura del cesto trova il suo modello ispiratore nel Cantico dei Cantici: è il simbolo della sposa, ovvero della Chiesa, che si sporge verso lo spettatore in segno di offerta di sé nei confronti dell’umanità. Di maggior realismo sono le opere giovanili di Annibale Carracci: lo sgraziato Mangiafagioli dalla voracità animalesca fa eco alla grezza Bottega del macellaio che inaugura una sorta di sottogenere, riguardante carcasse di animali appesi, che passando per la cruda maestà del Bue squartato di Rembrandt arriverà fino al ‘900 con i deliri muscolari di Bacon, pseudo crocifissioni di carne, fino ai riti neo-pagani di Nitch, azioni cruente alla ricerca del sacro. Saltiamo qualche secolo di definizione e standardizzazione del genere e arriviamo direttamente all’800 con un altro capolavoro che riguarda il cibo.
La Colazione sull'erba (Le déjeuner sur l'herbe) è un dipinto realizzato tra il 1862 ed il 1863 dal pittore Édouard Manet; ispirato al Concerto campestre di Tiziano raffigura una colazione in un bosco, nei pressi di Argenteuil, dove scorre la Senna. In primo piano vi è una donna nuda che guarda verso il pittore, comodamente adagiata su un panno azzurro, probabilmente una parte delle vesti di cui si è liberata. Essendo il dipinto privo di riferimenti mitologici o simbolici capaci di trasportare la scena nella pudica dimensione del mito viene a mancare qualsiasi giustificazione del nudo che perde i connotati dell’ideale per vestire immediatamente quelli dell’erotismo. Una semplice colazione, allora, si trasforma in una scena carica di pathos e sensualità che fece enormemente scandalo al Salòn del 1963. Van Gogh riscopre e rinnova, attraverso la sua corposa e furente pennellata, il genere della natura morta che diventa metafora del suo tormento interiore mentre De Chirico nel rappresentare le “cose che non sono vive” le riconduce al respiro silenzioso della terra; dirà: “Una natura morta contiene una geografia, tutto un mondo ridotto come nei dizionari”. Il Futurismo, nel suo tentativo di “ricostruzione dell’universo”, non può non interessarsi anche del cibo. Ultima delle “grandi battaglie artistiche e politiche spesso consacrate col sangue” di Marinetti e compagni è proprio la rivisitazione della cucina, rivisitazione intesa come la lotta contro l'”alimento amidaceo” (cioè la pastasciutta) colpevole di ingenerare negli assuefatti consumatori “fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”. Il Manifesto della cucina futurista, che voglio inserire in appendice, uscirà il 20 gennaio 1931. Per soffermarci infine sull’arte più recente le impressioni sono molteplici. Nel 1961 l’artista Daniel Spoerri partecipò allo sviluppo della corrente artistica della Eat Art dove le creazioni andavano a mostrare direttamente il cibo e le nostre abitudini alimentari.
L’artista trasformò una drogheria in galleria dove si comprava del cibo etichettato “attenzione opera d’arte” (nello stesso anno Piero Manzoni conservava e sigillava le sue feci in 90 barattoli di conserva ai quali applicò l’etichetta “Merda d’artista”). Alcuni anni dopo apriva il Restaurant Spoerri dove venivano serviti piatti tanto bizzarri quanto orripilanti: ragù di pitone, mammelle affumicate, omelette alle termiti grigliate, bistecca di proboscide, formiche alla griglia. Ma fece ancora di più. Nel 1983 più di un centinaio di invitati si erano dati appuntamento per un omaggio al celebre dipinto Déjeuner sur l’herbe di Manet. Solo che l’happening in questo caso si chiamava Déjeuner sous l’herbe (sous-sotto): a fine pasto l’artista aveva invitato tutti a scavare una trincea lunga 40 metri per digerire meglio e calarci dentro i tavoli ancora mezzi imbanditi, senza aver spostato una singola posata. Il cibo è uno degli emblemi della Pop-art. Il consumo della merce e l’esaltazione del prodotto connesso al marchio caratterizza gran parte della produzione di Andy Wahrol. Tra tutte le opere, dai celebri barattoli di Zuppa Campbell alle bottiglie di Coca-cola, voglio accennare brevemente alla copertina di un album. The velvet underground & Nico, del 1967, è un disco leggendario: con questo nasceva il rock alternativo e la Pop-art, grazie al lavoro grafico di Andy, diventava effettivamente arte di consumo in quanto applicata ad un oggetto che avrebbe avuto una grandissima diffusione. La prima, rarissima, copertina del disco su sfondo bianco è in completa sintonia col carattere provocatorio dell’artista il quale aveva realizzato una banana gialla dall’esplicito riferimento sessuale. Si invitava l’ascoltatore a sbucciare la banana (“peel slowly and see“) per scoprire, effettivamente, una polpa rosa shocking, “il frutto del desiderio”.
Oggi il cibo, presente in molte performance e video d’arte, è inteso spesse volte come materia, malleabile e fluida, con la quale sporcarsi per mostrare l’assurdità di una società “carnivora” che ha smarrito il senso ultimo delle cose: è il caso delle pellicole di Matthew Barney che spesse volte nascondono richiami al processo dell’alimentazione umana inteso come metafora della natura fisiologica della creazione.
Il cibo nel corso della storia ha sempre accompagnato l’uomo non solo nella sua funzione essenziale di nutrimento ma spesso come inesauribile fonte di inspirazione e, come visto, sono molte le diverse arti ed espressioni con le quali si è interfacciato. Per cambiare genere e riferimenti, allora, vorrei concludere con due esempi tratti dalla storia del cinema. La prima immagine è quella di Totò che in Miseria e Nobiltà sale sulla tavola, per una volta imbandita, e si lancia in un balletto con le mani piene di spaghetti. Inconsciamente il Principe De Curtis, con quel gesto tanto simpatico quanto anarchico, sta recuperando formule di pathos antiche poiché nel testo settecentesco La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano compare proprio una tavola con la scritta “La scuola dei mangia-maccheroni” e che riporta identico il gesto a ribadire di come anche le abitudini alimentari abbiano poi un solido fondamento culturale. Il secondo esempio è il film La Grand Bouffe, pellicola drammatica, spesso violenta, in cui il cibo diventa strumento per una critica feroce alla società del benessere e dei consumi e dove proprio attraverso l’abuso tanto voluttuoso quanto sadico delle pietanze i protagonisti, tutti membri di questa dorata società, si daranno la morte. Tommaso Evangelista
giovedì 28 giugno 2012
Palazzo Pistilli e la collezione Praitano
Si sono concluse ieri le conferenze riguardanti gli artisti presenti nella mostra-pinacoteca I colori delle Emozioni a Palazzo Pistilli da poco aperto dalla Soprintendeza per i beni artistici del Molise. A riguardo volevo pubblicare due articoli integrali del giornalista Paolo Giordano, usciti in parte tagliati qualche settimana fa sul Quotidiano del Molise.
Immediatamente,
dopo aver varcato l’ingresso di Palazzo Pistilli, si comprende quanto a volte
poco basti per un evento… epocale! Già trent’anni fa (tanto indietro va la
nostra memoria) il dott. Michele Praitano si crucciava di non trovare riscontri
al desiderio di donare la sua pinacoteca, una vasta collezione arricchitasi
ulteriormente negli ultimi decenni, che si voleva, però, restasse nel Capoluogo
molisano. Con la nascita della Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici
ecco finalmente il giusto interlocutore! Pietra miliare, per realizzare il
sogno di una Città della Cultura, è la mostra “I colori delle emozioni, il
collezionismo di Eliseo e Praitano per Campobasso e per il Molise”, in cui sono
esposti 55 capolavori tra quelli della donazione Praitano e quelli della “Eliseo”,
proprietà dell’Amministrazione Provinciale, prezioso partner in quest’occasione.
Il nuovo spazio museale sarà aperto tutti i giorni (tranne il sabato),
domeniche incluse, grazie alla disponibilità ed allo spirito collaborativo del
personale MiBAC. Non necessitano quindi Grandi,
a volte Inutilizzati, Locali, ma bisogna voler veramente
raggiungere traguardi concreti. E’ un museo d’ambiente che ricorda una casa
borghese, classe sociale di cui esalta appunto la vocazione al collezionismo.
Si è solo alla prima fase di un progetto che prevede l’ampliamento in locali
sottostanti. Il percorso della Mostra è suddiviso in 4 macrosezioni contenenti
una selezione delle raccolte dei due ricercatori. Si inizia evidenziando l’attenzione
verso la pittura napoletana ed italiana a partire dal Barocco, quando Napoli
era un laboratorio artistico di primaria importanza europea, fino al
Contemporaneo: dalla scuola di Luca Giordano a Trivisonno, Scarano ed Annigoni.
Gli
artisti italiani, e quindi molisani, furono attratti dal dinamismo culturale
parigino e dal mercato d’oltralpe. Sulla Senna era possibile eseguire ricerche artistiche
che, pur nella varietà delle interpretazioni, avevano come costante
caratteristica l’immersione nella realtà. L’avvicinamento al vero, la
raffigurazione di una Natura lontana dalle idealizzazioni del paesaggio
classico, emerge dalle vedute, dalle nature morte, dalle scene di vita
contadina e borghese esposte nelle sale di salita San Bartolomeo. In Francia il
processo culminò con l’impressionismo (a Campobasso Ragione e Scoppetta),
mentre per gli italiani si avviò una ricerca dell’identità individuale (affermazione
della propria poetica) e collettiva (la formazione della coscienza unitaria
nazionale del giovane Stato). Particolare l’esperienza in controtendenza di
Charles Moulin che dalla Francia trovò ragione d’essere a Castelnuovo al
Volturno. Il suo volto appare nella sezione “allo specchio”, tra ritratti ed
autoritratti. Ritrattistica anche nelle restanti stanze, dove “i dipinti ci
guardano” tra classicità e modernità. Natura e figure sono percepite e
rappresentate nella loro assolutezza, base della classicità, oppure messe in
discussione e stravolte dai Moderni, che sono nell’ultimo ambiente della
Mostra.
Per
tutto il mese di giugno, indispensabile corollario, saranno organizzate
coinvolgenti conferenze attraverso le quali ci si potrà ulteriormente
“impossessare” dei tesori custoditi in Palazzo Pistilli. Gli appuntamenti si
terranno alle ore 21 in piazzetta Iapoce, a partire da oggi 7, come naturale
prosieguo della mostra “I Colori delle Emozioni”.
Paolo Giordano
La
sera del 7 giugno, nella suggestiva ambientazione della storica piazzetta
Iapoce, complice una gradevole serata di inizio estate, si è inaugurato il
ciclo di conferenze a corredo della mostra “I Colori delle Emozioni”, ospitata
in Palazzo Pistilli a Campobasso. Dopo i saluti del direttore regionale per i
Beni Culturali Gino Famiglietti, del presidente della Provincia Rosario de
Matteis e del Soprintendente Daniele Ferrara, protagonista è stato Michele
Praitano, dentista di professione, storico, artista e collezionista per
vocazione. Il dott Michele ha piacevolmente narrato della “Nascita di una
collezione” ripercorrendo i circa 50 anni in cui ha raccolto i capolavori, oggi
donati alla collettività, viaggiando per l’Italia, incontrando antiquari da cui
acquistare ed artisti a cui commissionare. Tante le storie! Dalle scoperte di
firme importanti sotto vecchie cornici all’autoritratto pagato con una
dentiera. Dall’emozione provata nel toccare, nel caveau di una banca a Torino,
l’autoritratto di Leonardo da Vinci all’aver nascosto, arrotolandole in un
giornale, due “scene di battaglia” del XVIII, per celare all’adorata moglie un
suo ennesimo “folle” acquisto. Epici gli incontri con Gigino e Lorenzo, i due
fornitori “a domicilio” di opere, come la “Suonatrice di chitarra” di Gaetano
Esposito, pagato negli anni ’70 un decimo del suo valore e che riporta alla
memoria il brutto incidente stradale del 1972. Oltremodo ilare l’arresto di
Silvestro Pistolesi, allievo di Annigoni, prelevato dalla polizia di Campobasso
poiché si aggirava con mantello e cappellaccio in città. Il Praitano, che
l’aveva invitato in Molise, dovette scagionarlo. Decine gli incontri!
Tredicenne rimase seduto per ore nella campagna di Castelbottaccio, accanto ad
Arnaldo De Lisio, che dipingeva con il cavalletto en plein air. Anni dopo vide
“La Strega” su di una rivista, ed allora volle conoscere Annigoni, che incontrò
a Firenze. Fu, poi, un’esposizione sui generis, nel pastificio Guacci di
Campobasso, a spingerlo sulle tracce di Clemente Tafuri. Il maestro doveva
essere a Salerno, dove Praitano si era recato con lo zio Ottavio Eliseo. Tafuri,
invece, viveva da tempo a Genova. Giunti dunque in Liguria dovettero attendere
il tramonto poiché, su una mattonella di Vietri, all’ingresso della villa era
scritto “Al visitatore… sei benvenuto al calar del sole”. Qui, trattando con la
di lui moglie napoletana, ben lieta dell’incontro con dei conterranei, riuscì a
comprare un autoritratto del coniuge a lei dedicato: “Ad Anna la sceicca, dallo
sceicco Clemente”. Un altro “colpaccio” fu l’acquisizione del ritratto di Paolo
Diodati, di Giacomo Grosso. Lo ottenne, con un piccolo “misfatto”, dalla vedova
di Tito Diodati (figlio di Paolo) esperto d’arte, primo storico fornitore
napoletano del Nostro, “millantando” una trattativa in corso.
Iniziatore,
compagno e mentore fu da sempre Giuseppe Ottavio Eliseo, altro grande
collezionista, la cui raccolta è di proprietà della Provincia. Egli guidò il
nipote Michelino lungo la via del collezionismo borghese. A sua volta era stato
affascinato ed ispirato da Giuseppe Barone, fondatore del Museo di Baranello. Tutte
personalità animate dallo spirito degli Umanisti, che nel Rinascimento donarono
i loro beni alla collettività, trasmettendo, con alto senso civico, amore per
la cultura e passione per l’arte. E proprio nel rispetto del collezionismo
borghese Palazzo Pistilli verrà con il tempo arricchito da mobilio d’epoca che
doni anima all’ambiente, rendendolo ancor più vicino a quello delle case
ottocentesche campobassane. L’obiettivo principale è la conoscenza del nostro
passato attraverso un percorso che dal barocco arriva ai nostri giorni. Solo così,
recuperando la nostra identità e la coscienza della ricchezza culturale,
storica ed artistica del territorio, sarà possibile costruire il Futuro. “I
Colori delle Emozioni” è un “corso di storia dell’arte” che permetterà di
“uscire al mondo” con idee chiare su cultura e movimenti artistici. Poi, se
questa mostra concorrerà anche ad uno sviluppo turistico… ben venga. Il Molise
non teme confronti, disponendo di risorse ed attrazioni… dal paleolitico
all’arte contemporanea.
Paolo Giordano
martedì 19 giugno 2012
mercoledì 6 giugno 2012
Travestimenti - Personale di Vincenzo Merola
Limiti inchiusi arte
contemporanea
Via Muricchio, 1 – Campobasso
Orari: 17.30 / 20.00 (Tutti i giorni escluso il martedì e
il mercoledì)
Ingresso libero
VINCENZO
MEROLA
Travestimenti
a
cura di Tommaso Evangelista
Dal
16 giugno al 7 luglio 2012
Inaugurazione:
Sabato 16 giugno 2012 – ore 18.00
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| L'uomo a una dimensione 2010 Acrilico e legno su tela (40×40 cm) |
Abstract
Nella sua prima mostra personale presso la galleria Limiti inchiusi di Campobasso, Vincenzo Merola presenta la serie di lavori dal titolo Travestimenti. Surrogato d'identità, il travestimento è il comodo espediente attraverso cui l'uomo può rendersi riconoscibile o irriconoscibile nell'affrontare la vita quotidiana. Quando si traveste per farsi riconoscere, l'individuo si cuce addosso un'identità semplice e stereotipata grazie alla quale può mimetizzarsi nel vuoto che lo circonda e accettare il proprio vuoto interiore. Quando si traveste per non farsi riconoscere, l'individuo cerca di riappropriarsi di un'identità complessa che lo distingua dal vuoto dilagante, isolandosi e esponendosi al pubblico ludibrio. Le combinazioni di individui-contenuto e di travestimenti-forme sono infinite e mutevoli. Da ogni incontro, irripetibile, nasce l'amalgama di universale e particolare che è alla base dell'essere surmoderno.
Programma estivo dell'Officina Solare
9 / 28 giugno 2012
45 Gradi
a cura dell'Unitre Termoli
(collettiva fotografica)
30 giugno / 12 luglio 2012
CibArt
(collettiva di arte visiva )
14 / 26 luglio 2012
Vincenzo Merola
28 luglio / 9 agosto 2012
Officine Cromatiche
(collettiva fotografica)
11 / 23 agosto 2012
45 Gradi
a cura dell'Unitre Termoli
(collettiva fotografica)
30 giugno / 12 luglio 2012
CibArt
(collettiva di arte visiva )
14 / 26 luglio 2012
Vincenzo Merola
28 luglio / 9 agosto 2012
Officine Cromatiche
(collettiva fotografica)
11 / 23 agosto 2012
Poker d'Assi
(N. Barone, A. De Attellis, M. Rea, M. Serra)
25 agosto / 6 settembre 2012
Antonio Pallotta
8 / 20 settembre 2012
Cinzia Mastropaolo
22 settembre / 4 ottobre 2012
Gianmaria De Lisio
(N. Barone, A. De Attellis, M. Rea, M. Serra)
25 agosto / 6 settembre 2012
Antonio Pallotta
8 / 20 settembre 2012
Cinzia Mastropaolo
22 settembre / 4 ottobre 2012
Gianmaria De Lisio
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