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venerdì 9 novembre 2012

Street Gallery - Collettiva di street art all'Officina Solare di Termoli



STREET GALLERY 

Galleria Officina Solare 
10/29 Novembre 2012 
Ingresso libero, tutti i giorni 18.30-20.30 
Termoli, Via Marconi 2 

Artisti partecipanti: 

Zero (milano)
Bedo (milano)
Skan (sardegna)
Ricro (italia)
9likenave (termoli)
Raba (sardegna)
Icks (termoli)
Mess2( termoli)
2neko (lanciano)
Keno (vasto)
Kunos (pescara)
Pop (rocchetta)
Carotì(silvi)
sBAFE (como)
BE (termoli) 
 
STREET Gallery/CITY Gallery 

Una mostra di street art in una galleria, seppur underground come l’Officina Solare, può risultare una forzatura in quanto parliamo di un linguaggio nato nella e per la strada, un linguaggio però meno sconveniente e fuori luogo di quanto si pensi poiché, senza tornare anacronisticamente al graffitismo preistorico, basta sfogliare un testo come il Trattato dell’arte della Pittura (1584) di Giovanni Paolo Lomazzo per scoprire interessanti spunti. Lomazzo, nell’indicare le diverse tipologie di pitture adatte a differenti spazi, spazi che pone sotto le influenze dei pianeti e delle sfere celesti, indica come «le strade pubbliche sono riputati luochi della Luna; e però secondo i vari e diversi capricci dei pittori, tutte quelle istorie, fantasia invenzioni, chiribizzi che si vengono a cuore vi si possono dipingere all’aperta». Le strade, con facciate e superfici esterne, sono reputate “luoghi lunari” adatte ad accogliere gli interventi degli artisti che una volta potevano essere decorazioni a monocromo con scene mitologiche mentre oggi possono essere decorazioni a spray. Cambia il mezzo e il contenuto ma il supporto resta uguale, come forse anche l’intenzione di fondo. Tra le tanti correnti dell’arte contemporanea la street art oggi è di certo la più attiva e vitale, forse la più rappresentativa, poiché con la fine delle avanguardie e un’infinita riproposizione del già visto, di correnti consumate fino alla negazione, si pone al di fuori di logiche di mercato, o curatoriali, per sperimentare un intero mondo di sensazioni e di forme, in maniera estemporanea, con l’artista che ritorna ad una dimensione personale, quasi artigianale, del dipingere. L’artista, non addomesticato da gallerie e critici, è effettivamente solo con se stesso e con l’opera che ha in mente e muovendo esclusivamente i circuiti della sua creatività è in grado di riscattare spazi di mondo (luoghi della Luna) dal degrado o dal non-senso in cui giacciono. Insieme alla net art, inoltre, la street è quella corrente della quale possiamo percepire un’evoluzione in atto nel senso che, seguendola, possiamo dire di essere inseriti in quel processo storico di mutazione e cambiamento che altre espressioni artistiche, oggi immobili, hanno già sperimentato. Con la street art, quindi, siamo ancora pienamente nella storia dell’arte e non nella “storia” del sistema artistico o dell’industria culturale. Per esempio è riconosciuto da tutti che il lavoro di Banksy ha segnato una tappa importante per la street tanto che possiamo parlare di un prima e un dopo Banksy che diventa pertanto un artista significativo proprio nella misura in cui è andato a rompere e sfalsare i rapporti di forza con il post-graffitismo americano proponendo opere dalla forte carica satirico-politica ma, soprattutto, contestuali e in relazione di senso con l’ambiente circostante che viene reinterpretato quando non risemantizzato. Ma la scena artistica è molto più complessa tanto che oggi, ancor più che nel passato, è possibile rivenire nelle opere richiami alla Pop art, al surrealismo, all’art brut di Dubuffet o all’espressionismo astratto di Willem de Koonig oltre che alle altre arti “minori” come la fotografia, l’editoria, il fumetto, la grafica, il cinema. A sottolineare questo mutamento genetico, inoltre, possiamo notare sempre più spesso come tale corrente espressiva da semplicemente urbana diventa Pubblica, ovvero da pura manifestazione spontanea diviene comunicazione e riqualificazione urbanistica. In un mondo così complesso e dinamico, quindi, presentare delle opere in uno spazio espositivo non significa tanto rendere i lavori “accessibili” e commerciali bensì il contrario, presentare la galleria come una porzione di mondo e di strada. La città-evento, piena di incongruenze e grovigli, dove lo street artist si muove, entra nei suoi luoghi per spiazzare e mostrare, aggiungere e imporre segni, falsare i piani della visione-presentazione per proporre quello sfondato prospettico capace di proiettare il fruitore sul limite dell’urbano, poiché è pur vero che i graffiti senza la città, con la sua iconosfera, non avrebbero senso. Contro il totalitarismo ottico dell’esterno e le strategie pubblicitarie insite in ogni immagine che ci viene proposta lo scopo della street art è quello di evitare il controllo e l’omologazione visiva, evitare l’eccesso del messaggio e del simbolo e richiamare l’attenzione sulla bellezza e la decorazione intesa come ritualità simbolica collettiva. Anche quando si esprime su una tela o su un supporto mobile l’artista quindi guarda al contesto e all’impatto dell’opera in un tentativo di condivisione che va ben oltre lo spento cameratismo. Trasportare la personale idea grafica e formale su un dipinto, ridurla partendo dagli infiniti confini dei muri, significa inoltre prendere coscienza del proprio stile e delle peculiari forme espressive, significa darsi un elemento distintivo, una formula, una struttura, un personaggio capace di sintetizzare sull’istante l’idea. Manifesta il porsi in una dimensione critica circa il proprio lavoro. Per non parlare delle tecniche che negli ultimi anni sono letteralmente esplose per cui non ci si relaziona più solo con le bombolette (e con la relativa aerosol art) ma anche e soprattutto con l’arte tipografica, le stampe, gli stencil, la fotografia, l’impronta, in una varietà di espressioni che sono autentici segni di vitalità. Cosa si raffigura? Difficile rinvenire una traccia comune ma, pensando anche agli artisti in collettiva, possiamo individuare quattro articolazioni funzionali proprie della pittura murale ma rinvenibili anche su opere di dimensioni ridotte: decorativo-ornamentale, allegorico-narrativa, pedagogico-sociale, celebrativo-promozionale alle quali aggiungerei interattivo-relazionale. Nella dimensione decorativo-ornamentale l’immagine è pura raffigurazione di forme che si differenziano per tutta una serie di stili e di scuole; l’idea è quella dell’horror vacui con il tentativo di saturare di colore ogni spazio per riqualificare gli “spazi”. Il lettering ne è l’espressione migliore. La prospettiva allegorico-narrativa prevede la realizzazione di una “storia” o comunque una relazione tra eventi e figure raffigurate; non è difficile in ciò riscoprire il metodo paranoico-critico dei surrealisti poiché nella street ogni elemento (figura, sfondo, architettura, corpo) emerge per ibridazione e concatenazione. Si guardi ai tanti murales di carattere discorsivo-visuale. La funzione pedagogico-sociale implica l’immediatezza della lettura e la pervasività del messaggio che deve essere chiaro, anche provocatorio o spiazzante, per arrivare subito allo spettatore. In questo caso possiamo includere le gigantografie fotografiche che vanno ad incidere sulle forme della città. L’aspetto celebrativo-promozionale, marginale in tale esposizione, riguarda invece la pratica più basilare dello street artist, quella di affermare la propria presenza attraverso la moltiplicazione e l’estensione del proprio tag. Circa la prospettiva interattivo-relazionale dobbiamo dire che è la scelta, oggi, più interessante e innovativa poiché l’artista non lavora solo con e attraverso la propria opera ma si relaziona col contesto urbano chiamando spesse volte il fruitore ignaro e inconsapevole a interagire e reagire. Ciò segna, se vogliamo, la dissoluzione del supporto murario per strategie che si avvicinano maggiormente alla guerrilla art. Possiamo concludere affermando come tale forma espressiva è il tentativo di assolutizzare la creatività personale attraverso l’espulsione di forme di immaginario sociale e di segni significanti, è lo sforzo di raggiungere nuovi fonti espressive da adoperare poi nell’urbano, nell’utopia di esprimere e trasfigurare, tramite la propria visione, anche una seppur piccola porzione di mondo. Tanti scarti nel corso degli anni hanno creato una diversità biologica all’interno del movimento ma la poliedrica varietà di linguaggi rappresentati dai diversi percorsi degli artisti presenti in mostra ci permette di considerare l’arte urbana tra le più innovative realtà artistiche del contemporaneo. Dopo questo lungo sforzo di definire il fenomeno e la sua percezione, tra utopia di risemantizzazione dello spazio pubblico e desiderio di affermazione personale, ci piace allora chiudere con questa consapevole e spiazzante frase di Jean Michel Basquiat: «Io non penso all’arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita». 

Tommaso Evangelista



giovedì 8 novembre 2012

Giacomo Porziano all'AxA



Ho conosciuto Giacomo Porzano nel 1980, quando come giovane studente dell’Accademia partecipavo al “Premio Nazionale Amato Pescosolido”, premio nel quale Porzano ricopriva il ruolo di Presidente della Commissione, composta da Ugo Moretti, Elio Mercuri, Francesco Vaccarone ed Emilio Villa. Esisteva in quegli anni un grande fermento culturale in Ciociaria, nel piccolo paese di Pescosolido grazie alla tenace e vitale attività di Tiziana Monti, capace di portare in quei luoghi pe
rsonalità di rilievo del mondo dell’Arte e della Letteratura come: Sergio Vacchi, Tonino Caputo, Mario Lunetta, Vito Riviello, Liliana Fontana, Ennio Calabria, Piero Fantastichini e molti altri ancora.
Non immaginavo allora che un giorno mi sarei trovato a presentare un’ Antologica di Giacomo Porzano, e forse nemmeno Porzano immaginava che un giorno avrebbe scelto di trascorrere l’ultimo anno della sua vita proprio a Pescosolido.
La mostra che proponiamo (la prima Antologica dopo la morte di Giacomo Porzano avvenuta a Pescosolido il 19 maggio del 2006) presenta al pubblico le opere contenute nell’”Archivio Giacomo Porzano”, costituito nel 2006 per volontà di Tiziana Monti. In esso sono raccolte opere dagli anni 40 fino al 2006, un lungo itinerario dunque, necessariamente esplicativo del percorso storico artistico di questo grande Artista, che speriamo con questa Antologica, si riveli anche a chi ancora non lo conosce, in tutta la sua straordinaria maestria e poetica. 
Porzano è stato innanzitutto un uomo discreto, educato, ironico e colto. Un artista a tutto tondo che ‘aggrediva’ il foglio o la tela in punta di pennino e pennelli, con passione e creatività, attingendo alle tante realtà oggettive del mondo, attraverso il filtro personalissimo della sua sensibile comprensione.Artista di respiro internazionale, a partire dalla giovanile amicizia con Ben Shahn (suo primo collezionista, nello studio americano di Shahn Porzano ebbe la gioia di vedere alle pareti 12 suoi disegni); fino all’amicizia con il grande gallerista romano Gaspare Del Corso e sua moglie Irene Brin; non ultimo, al profondo rapporto con i suoi contemporanei, Bruno Canova, Bruno Caruso, Renzo Vespignani, Ennio Calabria, Alberto Sughi, solo per citarne alcuni. Da questa copiosa trama emerge un Porzano dagli occhi attenti, scrutanti.. capaci di cogliere la realtà fin nelle pieghe più nascoste, una realtà che poi ci restituisce in tutta la sua tangibile concretezza. Quanta ricerca nelle sue opere! quanto lavoro! Dimenticato solo da taluni critici alla moda, miopi, per non dire ciechi, ma invece tanto amato da studiosi e intellettuali di rilievo, noi siamo lieti oggi di presentare: L’antologica di Giacomo Porzano.
Rivolgo un sentito e doveroso ringraziamento a Giovanna e Luigi Palladino, a Tiziana Monti e Maria Maddalena Monti, senza l’aiuto dei quali non mi sarebbe stato possibile mettere in atto questa mostra.

Mauro Rea

Giacomo Porzano è nato a Lerici il 21 novembre del 1925. Dal 1959 ha vissuto e lavorato a Roma. E’ morto a Pescosolido il 19 maggio 2006. La sua prima mostra importante a Roma è stata alla galleria «L’Obelisco» nel 1958. Ha esposto in numerose gallerie in Italia e all’estero. Le sue opere figurano in collezioni pubbliche e private, italiane e straniere. Nel 1968 ha partecipato alla XXXIV Biennale Internazionale di Venezia (sala personale). Nel 1975 la Galleria Civica d’Arte Moderna di Palermo ha ospitato una sua fondamentale mostra antologica. Del suo lavoro si sono occupati i più importanti giornali e critici. Molto rilevante è la sua attività grafica, anche in volumi, e la collaborazione a quotidiani e riviste con illustrazioni.

sabato 3 novembre 2012

Michele Peri - Il racconto, la scultura


Sabato 3 novembre alle ore 18,30 sarà inaugurata la mostra personale dello scultore Michele Peri dal titolo “Il racconto, la scultura”, preceduta da una presentazione dell’opera dell’artista molisano che si terra presso la sala delle conferenze del Museo-Frac di Baronissi.

Questa è la prima significativa personale in area campana dopo circa trent’anni da quella allestita alla Galleria san Carlo di Napoli: ordinata da Pasquale Ruocco essa ripercorre, attraverso opere cariche di una straordinaria essenzialità narrativa, le esperienze di questo ultimo decennio nelle quali l’artista di Rocchetta al Volturno ha maggiormente insistito sull’invadenza dello spazio, assunto come “materia” di una narrazione autobiografica.

“Con la mostra dedicata allo scultore Michele Peri, formatosi nel clima della cultura artistica napoletana della fine degli anni Sessanta, si apre – evidenziano Giovanni Moscatiello sindaco di Baronissi e Nicola Lombardi assessore alla cultura – una nuova stagione espositiva: abbiamo svoltato il primo decennio di attività con significative esposizioni che hanno immediatamente segnalato il FRaC come punto di riferimento di quanto accade nel mondo della creatività artistica dell’Italia meridionale.

Esposizioni, rassegne, antologiche sempre frutto di attente ricerche sul campo, in aperto dialogo con i giovani artisti, i protagonisti di questi nostri anni e, al contempo, di una nuova pratica di ricerca storiografica che ha reso possibili antologiche quali, tra le tante, quella di Guido Biasi, la prima in Italia dal 1964, di Gerardo Di Fiore, di Errico Ruotolo, di Virginio Quarta e di Angelo Casciello, nonché la grande rassegna dedicata ai maestri del disegno italiano contemporaneo, ospitata lo scorso dicembre.”

L’esposizione accoglie sette installazioni, tra queste alcune realizzate dall’artista appositamente per questa mostra, vale a dire Riflessi, Concerto d’aria composta da 48 cuscini in plastica color argento gonfiati e posti alle stravaganti irrealtà della lampada di Wood e la grande parete Bianco in progress. In mostra inoltre la poetica Gocce, una installazione del 1995 e Vele del 2009.
“L’artista a fine del decennio ottanta avvia un processo di frantumazione delle masse scultoree – osserva Ruocco –, spostandosi sempre più verso il campo dell’installazione, aggiungendo nello spazio una ricostruzione fantastica del reale.

Penso a Sole nero, un pesante globo di ferro sospeso, attorno al quale si muovono come pianeti elementi in cemento, una visione cosmica che spinge l’autore a sfidare le leggi di gravità liberandosi dei vincoli stabiliti dal pavimento e dalle pareti; a Movimenti circolari, del 1989, nella quale la ieraticità che aveva contraddistinto le precedenti opere cede il passo ad un nuova esuberanza espressiva, proiettata in ogni direzione attraverso tondini di ferro che fuoriescono, come raggi solari, da corpi lignei. L’artista spinge la pratica scultorea a proporsi come presenza viva, disposta a dialogare, cioè a farsi conoscenza dello spazio che la accoglie, anche con incursioni nel campo dell’urbano, che prenderanno maggiormente forma s nel corso degli anni Novanta e nei primi del Duemila.”

“La ricerca plastica di Michele Peri – è quanto evidenzia Ada Patrizia Fiorillo nelle pagine introduttive al catalogo – trattiene in sé molte peculiarità di cui una, di indubbia connotazione, è quella di segnalarsi per una leggerezza che è anche veicolo di grande forza, sia essa narrativa, evocativa nonché, sovente, di pregnanza strutturale. Non si tratta di aspetti contraddittori. L’artista è pienamente dentro le vicende della scultura contemporanea di cui si fa interprete fecondo, registrandone le potenzialità, le sperimentazioni, il suo essere corpo vivo e concreto nello spazio della realtà, trascesa con quella dose di immaginazione che ogni opera d’arte porta con sé.

Ecco allora farsi avanti per Peri innanzitutto il valore della materia cui egli risponde con il bisogno di saggiarne tra le più varie e consentite al percorso della plastica moderna, dal legno, al ferro, al rame, al vetro, all’alabastro del Volturno, alle resine, alla luce, alla terra; poi il dettato della forma che per Peri assume un valore relativo sia in ragione dello spazio che l’accoglie sia in virtù del contenuto; infine il desiderio di approdare ad una sintesi espressiva in grado di restituire volumi calzanti ad un’interiore necessità di dire.”

In occasione della mostra è stato pubblicato, da Gutenberg Edizioni, un catalogo monografico curato da Pasquale Ruocco, introdotto da scritti di Massimo Bignardi ed Ada Patrizia Fiorillo, da un’ampia lettura critica del curatore, un’antologia della critica con testi, tra gli altri, di Marcello Venturoli, Achille Pace, Vitaliano Corbi, Gérard-Georges Lemaire, Giorgio Di Genova, apparati biografici e bibliografici ed un corredo illustrativo a colori e in bianco e nero.

Michele Peri è nato a Rocchetta al Volturno nel 1947 dove vive e lavora. Diplomatosi maestro d’arte presso l’Istituto d’Arte di Isernia, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Napoli, ove frequenta il corso di pittura del maestro Brancaccio, diplomandosi nel 1968. I suoi interessi iniziali sono rivolti alla pittura, declinando impianti di forte vivacità cromatica: v’è in questo periodo l’attenzione alle immagini tratte dal paesaggio che lo circonda.

Gli anni Ottanta segnano un deciso passaggio alla scultura, fatta eccezione per alcune tele che l’artista realizza tra il 1983 e 1’84 sul tema della “terra-colore”. Più recente, invece, l’apertura del suo lavoro verso lo ‘progettazione’ dello spazio approdando ad installazioni di carattere ambientale. Tra le principali mostre personali: 1982,Galleria Arte Più, Expo Arte, Bari; 1983 Palazzo di Città, Cassino; 1985, Galleria San Carlo, Napoli; Galleria Le Colonne, Brescia; 1987, Galleria Il Castello, Maddaloni; 1990, Sala 1, Roma; Galleria Fluxia, Chiavari; 1991, Chiostro della Curia Vescovile, Cassino; Galleria Aedes, Cassino; Galleria Dedalos, San Severo; 1992, Galleria Dedalos, San Severo; Galleria La Seggiola, Salerno; 1997, Palazzo Pollice, San Martino in pensilis; 2001, “Kalenarte”, Casacalenda Campobasso; 2010, Istallazione per Enel Energia Museo.

Tra le principali recenti partecipazioni a rassegne: 2009, “Il mistero della Croce dalla kenosi alla gloria”, Galleria Travaglini, Pesche; XXVIII Mostra d’Arte Contemporanea, Palazzo Baronale, Isernia; Enel Energia, Museo del Secondo Risorgimento, Rocchetta a Volturno; 2010, Collettiva d’arte contemporanea, Palazzo Castani, Sermoneta; Festa del Merlo, Saviano; XX Kalenart 1990-2010, Museo all’aperto, Casacalenda; “Oltre il Ponte. Omaggio a Jaime Pintor” Museo del Secondo Risorgimento d’Italia, Rocchetta a Volturno; “La natura, l’arte ed il gioco”, Parco del Circeo, Latina: “Patini in-con-tra Castel di Sangro”, Castel di Sangro; “Ebbrezze d’arte”, Macchia d’Isernia; 2011, “VolturnArt- 150 Artisti per l’Unità d’Italia”, Rocchetta a Volturno; “Sotto il segno del Toro: Mithra”, Museo archeologico, Santa Maria Capua Vetere;“Carte Contemporanee. Esperienze del disegno italiano dal 1943 agli anni Novanta – Omaggio agli anni Novanta – Omaggio ad Ugo Marano ”, Museo FRAC Baronissi.

(Fonte: Artribune)

Concerto d'aria, installazione, 2012

lunedì 29 ottobre 2012

RestArt - Foto dal vernissage
















L’apertura di un nuovo spazio espositivo rappresenta un momento delicato di confronto con la città perché viene a porsi, contemporaneamente, come azione di continuità e gesto di rottura, ma anche configurazione di nuove prospettive di senso e riflessione sull’autenticità dei luoghi e delle espressioni. L’idea, quindi, del nuovo inizio (restart) - unitamente al concetto di ripresa - non va nella direzione del semplice rapporto con un passato da far riemergere, nel segno di un fin troppo abusato archetipo di genius loci, ma volge nella prospettiva del rinnovamento del gusto attraverso un più recente sguardo critico.

Ciò ha condotto, pur con tutte le cautele del caso e nel rispetto della continuità storica e della tradizione, a immaginare una mostra che fosse rappresentativa - nella selezione degli artisti - di tali problematiche, proponendo anche differenti contrasti. La scelta di artisti operanti sul territorio da lungo tempo, unitamente al coinvolgimento delle nuove generazioni creative, lontana da velleità ricapitolative ed esaustive, offre un momento di confronto/scontro tra l’idea di una permanenza dell’ “attuale” ed una veterana evoluzione. Il legame con la storia dell’arte locale si fronteggia con l’ipotesi della verifica attraverso un libero dialogo tra le opere, svincolato da logiche retrospettive e/o invadenze del nuovo. I lavori, pertanto, si pongono come impressioni, mutevoli e disuguali, sul confine della critica, svolgendo un’azione “terapeutica” orientata alle recenti ipotesi di visione. Ne deriva un’esposizione ambigua e mutevole, dove rinascenze figurative si scontrano con svolgimenti concettuali e materici e ipotesi minimali, dove artisti storicizzati incontrano e dialogano con i nuovi sviluppi che inevitabilmente si scollegano dalla terra d’origine per prospettare aperture simultanee. Tre generazioni a confronto per una visione trasversale e progettuale dell’arte molisana nel tentativo di porre dei confini e delle relazioni.

Dalle poetiche e mistiche visioni spaziali e formali di Tito, autentico decano della scultura italiana del Novecento, alle rigorose strutture progettuali di Serricchio si arriva fino alle configurazioni materialistiche-dialettiche di Mascia. Partendo dalla riflessione su segni e segmenti minimi di Esposito e dalle valutazioni architettonico minimali di Faralli giungiamo alla serialità viscerale e “oliografica” di Franceschelli. Dall’irrompere di una materia grezza e in divenire di Pellegrini si attraversano i ritrovamenti, nella forma, di relitti archetipici di Dusi fino ai segmenti simbolici di Janigro. Gli “amorosi” segni primigeni e significanti di Gentile Lorusso dialogano con i palinsesti facciali di memorie e immagini di Borrelli fino alle reminiscenze patafisiche di Colavecchia. Dalla tradizione chiarificata e figurata da De Notariis all’emersione dell’anatomia asettica nel bianco di Micatrotta fino al perdersi della forma nella luce di Grandillo. Dalla morbida linea materna di Napoli al drastico irrompere di materie caotiche di Palumbo fino alla lirica presentazione/invocazione intro(retro)spettiva di Peri per terminare con i travestimenti sinestetico-geometrici di Merola. In questo senso il ruolo della galleria vuol essere quello del semplice spazio d’incontro e di scontro tra istanze dissimili.

Per evitare la singola evidenza, inoltre, è stato chiesto agli artisti di fornire anche uno o più disegni o un elaborato grafico che mostrasse le dinamiche dell’evoluzione creativa e al tempo stesso fosse ulteriore testimonianza di progettualità e di azione. Una sezione apposita, adibita a quadreria, mostra nell’invadenza dell’insieme le idee costruttive di fondo.

Tommaso Evangelista 

Silvia Valente

domenica 28 ottobre 2012

Toccare Terra - Personale di Paolo Borrelli al Liceo Romita


Toccare terra
Paolo Borrrelli


31 ottobre / 30 novembre 2012
a cura di Silvia Valente


LICEO SCIENTIFICO STATALE A. ROMITA
Via Facchinetti, Campobasso

inaugurazione
31 ottobre 2012 - ore 17,30

conferenza con gli studenti
31 0ttobre 2012 - ore 11,30 - Aula Magna

interverranno
Silvia Valente, Tommaso Evangelista, Paolo Borrelli

“Molti gesti del passato e molte opere contemporanee prendono spunto dall’eventuale ambiguità dei significati, o dalla precarietà della struttura del pensiero che li muove. Lo sguardo dell’artista attraversa la realtà con la medesima disinvoltura di quello del bambino, si disinteressa delle ripercussioni provenienti dal giudizio esterno e si concentra sull’utopia dell’opera-gioco che egli non considera illusione irraggiungibile, ma necessaria poetica del reale”.

Con queste parole Paolo Borrelli ci proietta in una nuova dimensione esperienziale che, attraverso la pratica sensoria, ci ricongiunge – per affinità elettiva – alle radici della nostra corporeità. “Toccare terra” rappresenta in primo luogo questo: una esigenza artistica volta, con fermezza e decisione, a pratiche di connessione e unificazione. Le opere presentate in questa mostra attraversano periodi differenti, rinnovati linguaggi che attestano una ricerca viva e incessante. Ogni opera definisce un momento e l’attimo della sua imminente cattura. La ricerca segue un andamento politico e l’arte diviene parte integrante dello spazio quotidiano, attingendo al repertorio dei canoni di comunicazione non verbale di matrice contemporanea. Il fruitore è coinvolto in un rapporto di continuità e scambio le cui procedure partecipative lo rendono protagonista nella fase contemplativa ma, ancor più, nella processualità adottata in fase di ideazione e creazione. I luoghi, quelli fisici e quelli della memoria, abbandonano la loro condizione di immagini stereotipate, cariche di fissità e aspettative; questa forza derivatagli dal tempo conferisce loro poteri sconosciuti in grado di ricostruire inedite armonie, oltre l’impressione personale. La dimensione si dilata facendo riacquistare nuova vita alla memoria

passata. Lo scopo è quello di non fornire risposte, ma promuovere e proporre interrogativi in cui il dato interpretativo finale sia il risultato predominante. (Silvia Valente)
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