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mercoledì 21 novembre 2012

Gino Marotta. Un’opera da ricordare, nelle parole di Lorenzo Canova



Gino Marotta nel 1967 con Bosco

Gino Marotta (Campobasso, 1935 – Roma, 2012) è stato un grande esploratore, un artista che attraversato, trasformato e precorso stili, tendenze e movimenti conservando però l’integrità di un’originalissima visione personale. Scultore, pittore, designer, Marotta ha sviluppato il suo percorso in modo poliedrico e coerente, seguendo costantemente quell’idea di “curiosità” su cui ha voluto sempre basare la sua ricerca. Sin dagli esordi, Marotta ha infatti lavorato su idee e materiali innovativi, seguendo una linea tutta italiana, ma di ampiezza internazionale, che parte dal Futurismo.
L’artista ha esordito dunque negli Anni Cinquanta con i “piombi” e i “bandoni”, dove l’uso della fiamma ossidrica si poneva in un dialogo non subalterno con l’opera diBurri, arrivando poi alla creazione delle “pitture-oggetto” dei primissimi Anni Sessanta. In questi anni l’artista è entrato in rapporto diretto con quel contesto internazionale che ha portato alla Pop Art, a cui Marotta ha dato un originale contributo con i suoi metacrilati, dove fonde le sue esperienze progettuali di designer alla sua sintesi iconica e strutturale che ha dato un senso nuovo al concetto stesso di scultura.
In questo senso, Marotta non ha rinnegato il rapporto con la produzione industriale, ma lo ha posto al centro delle sue opere nate dalla sua azione disegnativa e progettuale. Così è stata la materia plastica la protagonista di questo intenso dialogo che Marotta ha intrapreso seguendo quell’idea costruttiva che negli Anni Cinquanta e Sessanta ha reso l’Italia un esempio per moltissime ricerche internazionali. Attraverso il metacrilato, l’artista ha superato l’idea statica della scultura spostandosi, parallelamente ad alcuni compagni di strada, verso l’esito (già intuito dai futuristi) dell’arte ambientale, quell’Environment in cui l’opera si apre per fare entrare lo spettatore al centro del suo nucleo strutturale.


Gino Marotta per Carmelo Bene – Salomè – 1972

Quest’idea di spalancare l’arte alla dimensione della vita ha condotto così a installazioni dove è diventato centrale l’interesse di Marotta per la dialettica e il confronto tra naturale e artificiale. In queste opere degli anni sessanta e primissimi settanta, difatti, gli alberi, i boschi, le palme, gli animali, il mare e la pioggia sono di metacrilato, spesso con inserimenti di neon, per annunciare le metamorfosi della modernità di un’arte che trasforma e modella il paesaggio, ma anche per celebrare industrialmente il sentimento elegiaco della perdita, la nostalgia per un mondo rurale in via di estinzione, come quello del suo Molise.
Nell’età dell’oro della Roma degli Anni Sessanta, Marotta, insieme a, tra gli altri,Pascali, Ceroli e Kounellis (che con lui esposero al Louvre nel 1969), approda alla dimensione aperta e collettiva dello spettacolo, come territorio di dialogo e interazione per le arti sulla linea inaugurata proprio dal Futurismo. Muovendo da questi presupposti, e soprattutto nel suo lungo sodalizio con Carmelo Bene, dal film Salomè fino agli spettacoli teatrali Nostra Signora dei Turchi e Hommelette for Hamlet, Marotta ha spostato in modo quasi naturale la sua attenzione verso una dimensione legata al teatro e al cinema, intesi come forme espressive che immergono e coinvolgono lo spettatore nello spazio dell’opera.


Gino Marotta – Cronotopo virtuale – 2011

La straordinaria scenografia di Hommelette for Hamlet (1987) che valse a Marotta il Premio Ubu nel 1988 si ricollega, nella nuova stagione degli Anni Ottanta, alla grande installazione in pietra Le rovine dell’Isola di Altilia della Biennale di Venezia del 1986 e mostra un artista allo stesso tempo differente e coerente rispetto alle esperienze precedenti. In questa grande fusione tra scultura, performance e installazione l’opera diviene parte integrante di una visione legata al contesto internazionale della rivisitazione del passato, nel rinnovato sentimento di elegia di una mirabolante macchina della memoria costruita attraverso l’evocazione dei capolavori della statuaria barocca romana.
Mai appagato dai risultati raggiunti, Marotta, dalla fine degli Anni Novanta in poi, ha rinnovato i suoi metacrilati, facendone quadri, sculture, installazioni con inserti digitali e di led luminosi, che rielaborano e rinnovano il suo mondo iconografico. L’ultimo decennio ha rappresentato una stagione felice che ha coinciso con nuovi importanti riconoscimenti museali ed espositivi italiani e internazionali, fino alla sua grande mostra personale ancora in corso alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, traguardo finale della sua volontà di rinnovamento ed esplorazione, progetto concepito come un vera e propria conversazione, allo stesso tempo seria e giocosa, tra la sua carriera di artista e le collezioni del museo, coronamento di un viaggio che la morte ha interrotto bruscamente ma che la storia conserverà tra le maggiori esperienze non solo italiane di questi ultimi decenni.

Lorenzo Canova su Artribune

www.ginomarotta.it

Domani, giovedì 22, invece, presso la galleria Artes a Campobasso (Viale Elena 60) alle ore 17 ci sarà una commemorazione dell'artista con la presenza di critici d'arte e amici: Adalberto Cufari, Isabella Astorri, Franco Valente, Michele Carroccia, Vincenzo Manocchio, Dante Gentile Lorusso, Silvia Valente, Tommaso Evangelista, Augusto Massa, Walter Genua.


sabato 17 novembre 2012

Addio a Marotta, l'artista che amava i bestiari colorati

Una piccola rassegna stampa in ricordo di Gino Marotta. Bell'articolo di Luca Beatrice su Il Giornale e una sentita pagina di Antonio Picariello


Proprio nell'ultimo numero, ancora in edicola, il mensile Arte gli ha dedicato la copertina. E fino al 27 gennaio prossimo le sue sculture in plastica colorata, che rappresentano animali esotici e palme rigogliose, sono esposte alla Gnam di Roma, divenuta da tempo la sua città. Gino Marotta se ne è andato così, all'improvviso, al culmine di un giusto processo di rivalutazione dell'opera, cominciato con l'inserimento dei lavori storici nella mostra «Italics» a Palazzo Grassi nel 2008; quindi la personale al Macro di Roma nel 2010, e buoni risultati d'asta con prezzi superiori ai 30mila euro in costante crescita.Marotta è nato a Campobasso nel 1935 ma presto lascia il Molise per trasferirsi nella Capitale dove per prima cosa va a trovare il maestro De Chirico. Comincia a esporre molto giovane nel 1957 e all'inizio viene collegato dalla critica alla sensibilità pop dell'epoca. Gli piacciono molto le immagini, passione che condivide con Pino Pacali, ironico e inesausto sperimentatore attratto dai materiali nuovi, simbolo della leggerezza e della tecnologia dei primi anni '60. È stato uno dei rari esempi di artista trasversale e curioso, che si interessa di cinema e teatro, prestando le proprie invenzioni a scopo scenografico. Tra le collaborazioni più interessanti si ricordano quella con John Houston per alcune scene della Bibbia e in diversi lavori di Carmelo Bene, Nostra signora dei Turchi, e Homellette for Hamlet (premio Ubu per la miglior scenografia nel 1988). Altra curiosità sono i programmi radiofonici in diverse trasmissioni di cultura che ha scritto e condotto.
Il suo curriculum vanta presenze importanti nelle maggiori rassegne italiane, dalla Quadriennale di Roma alla Biennale di Venezia (sala personale nel 1984); ha insegnato decorazione all'Accademia di Roma e ha diretto quella dell'Aquila.
Forse troppo eclettico per i suoi tempi, non imparentabile al rigore poverista, Gino Marotta risulta addirittura più moderno e intrigante oggi, che i confini tra le arti sono meno definiti, rispetto a quando era un giovane promettente. Autore di diverse installazioni ambientali, per sottolineare il rapporto necessario con la natura, verrà ricordato soprattutto per il suo bestiario fantastico tridimensionale, tra trasparenze e shilouette ritagliate nei metacrilati colorati. Era una persona affabile e disponibile che mancherà molto all'ambiente dell'arte romana, dov'era stimato e apprezzato.




Alessandra Mammì - Un saluto (a Gino Marotta)

Gino Marotta vinse il concorso per il soffitto del palazzo della Rai. Appalto milionario all’epoca (fine anni Cinquanta) che era una bella epoca.

In Rai lavoravano sia Pascali che Marotta. Pascali faceva le scenografie per l’Odissea Del Quartetto Cetra, e nella grotta di Polifemo sperimentava quelle invenzioni geniali che poi troviamo nei ponti di liane fatti di pagliette d’acciaio da cucina o negli spazzoloni che diventano bachi da setola. E dalle maestranze Rai impara a mescolare il blu di metilene e fare il mare.

Marotta più scientifco sperimenta i nuovi materiali industriali, lavora con gli spazi pubblici (la grande vetrata per il Centro Congressi di Bergamo, le decorazioni per la sede dell’Acea di Roma e la facciata della Sinagoga di Livorno) coniuga arti visive e nascente industrial design, fa piccole lampade e grandi vetrate e in nome del verbo ” dal cucchiaio alla città” progetta gli undicimila metri quadri di soffitto per viale Mazzini.

Marotta ( come anche Pascali) era un uomo ottimista in un’ epoca ottimista, un grande costruttore di immagini che usa il metacrilato per costruire un Giardino dell’ Eden. Quello che ora è alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma in una mostra che Marotta ha appena fatto in tempo a allestire e inaugurare, immettendo nelle sale le sue incursioni di perspex in forma di natura animale erbe foglie….Paradiso terrestre tra i quadri eroici dell’Ottocento

Marotta disse : “Attraverso lo specifico delle nuove tecnologie ho provato a rifare l’inventario del mondo. La mia natura, i miei animali, le mie piante artificiali sono l’armamentario mitopoietico del mondo. Ho fatto un simulacro della memoria, il simulacro di qualcosa che tra un po’ di tempo non ci sarà più.

Profezia. Non c’è più il desiderio e il bisogno di disegnare il mondo e disegnarlo migliore, non ci sono più gli artisti che lavorano nella tv pubblica, non c’è più quella frenetica sperimentazione di materie a cui dare nuove forme, non c’è più gioco e dal gioco invenzione, non c’è più quel’inconsciente e meraviglioso ottimismo e e da ieri non c’è più Gino Marotta.


A Lucio Fontana e Gino Marotta piacevano le salsicce di mio padre, di Giancarlo Politi su Flash Art aprile 2010




Nell’ambito del “Festival Carmelo Bene”, da questa sera alle 17,30 a Otranto, nel Castello aragonese, sono esposti i sei dipinti realizzati da Gino Marotta per Carmelo Bene oltre che scritti autografi, foto originali e oggetti a lui appartenuti. All’artista che conosciamo dai nostri anni romani di metà Sessanta, in un affollarsi di fisionomie e rapporti: Pascali, Bene, Patroni Griffi, Caputo, Kusterman e Nanni, Marchegiani, Fusco, Ceroli, Nuele, e di cui rammentiamo, ben oltre le tante rassegne da “Bianco+Bianco” a il “Teatro delle Mostre”, le sculture-costumi e le scene per il film “Salomè” di Carmelo Bene presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia del 1972 e le ulteriori collaborazioni per “Nostra Signora dei Turchi” e “Hommelette for Hamlet”, abbiamo chiesto come e quando è nato il rapporto con Carmelo. 

«Nella Roma degli anni Sessanta e Settanta, alcuni finissimi intellettuali rendevano possibile un grande esercizio di libertà in un clima bacchettone e intransigente che emarginava le persone dotate di maggiore talento. Mi incuriosì la leggenda metropolitana che segnalava la presenza di uno strano teatrante che recitava nelle cantine e stravolgeva qualsiasi testo mettesse in scena. Volli verificare e al primo incontro ebbi la percezione che si trattava di una grande personalità, di un artista più rigoroso che stravagante e pienamente padrone delle sue eccezionali qualità». 

E su quali linee si è sviluppato nel tempo? «Occuparci ciascuno dei problemi dell’altro fu assolutamente naturale e questo interesse cresceva ogni volta che Carmelo parlava di teatro e io di pittura. Ricordo con emozionata nostalgia le serate trascorse insieme a montare e smontare congegni spettacolari che sono diventati dei riferimenti obbligati del teatro moderno: irripetibili cortocircuiti di intelligenze». 

Negli anni Settanta qual’era, a Roma, il dialogo tra le arti visive e il teatro e il cinema? «Innanzi tutto il sodalizio tra me e Carmelo, e poi altri casi significativi, anche se molto differenti, come l’allestimento del “Riccardo III” di Luca Ronconi con le scene di Mario Ceroli. In quegli anni dirigevo l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, e Carmelo aveva la cattedra di Regia. Sono rimaste memorabili le sue lezioni su Eliogabalo e la ricerca su la Baigneuse di Ingres che coinvolse quasi tutta l’Accademia». 

Cosa hanno significato, per te, “Nostra Signora dei Turchi” e “Salomè”? «Salomè e Nostra Signora dei Turchi sono due casi di dirompente modernità dovuti al coinvolgimento di due personalità che hanno messo in comune tutti i materiali che la sperimentazione nei singoli campi forniva loro, nel tentativo di ampliare i margini delle possibilità espressive». 

E quale il senso del Premio Ubu, con feritoti per “Hommelette for Hamlet”? «Il Premio Ubu mi ha fatto evidentemente piacere, anche perchè una giuria altamente qualificata si era accorta della importanza in quest’opera della dimensione figurativa che assume un ruolo drammaturgico». La mostra è curata da Raffaella Baracchi Bene e da Salomè Bene con il sostegno della Provincia di Lecce.



Le delusioni in Molise da Il Bene Comune

Mi presento come una redattrice del Bene Comune e gli chiedo cos'è successo, perché ad un certo punto di lui qui non si è più saputo nulla; mi risponde un uomo rattristato, che afferma di non aver più alcuna intenzione di venire nella nostra regione. Mi parla della frustrazione provata nel tentativo di cooperare con l'Amministrazione Iorio per stimolare e vivificare la vita culturale di quella che ormai, deluso, non ha più desiderio di rivendicare come la sua terra d'origine. La cosa che lo ha ferito di più è stata la consapevolezza che per Cultura si pensa al più alla promozione, come se le azioni messe in campo dovessero essere al massimo il traino per la vendita delle scamorze; quello che più lo ha addolorato è aver capito che dell'Arte a chi governa non importa assolutamente niente, che tutto è e deve essere funzionale al mantenimento di un potere abitualmente piccolo e quotidiano.Su tutte le offese ricevute, e qui allarga la sua delusione, il suo sentirsi tradito e misconosciuto proprio nella sua terra anche dagli esponenti dello scenario culturale, la peggiore è stato il trattamento derisorio, aggressivo e spesso di aperto boicottaggio riservato all'opera scultorea chiamata "Amore" che ha creato per Campobasso e che è stata posizionata nella Villetta dei Cannoni.


venerdì 16 novembre 2012

Morto Gino Marotta

Si è spento in queste ore il maestro Gino Marotta, tra le figure più rappresentative dell'arte italiana del secondo dopoguerra e sicuramente tra gli artisti più significativi molisani. Proprio di recente, e ancora in corso, nell'assoluto silenzio della stampa locale si è inaugurata a Roma, nella prestigiosa sede della Gnam, la mostra Relazioni Pericolose dove le sue opere dialogavano con le opere in collezione.

Gino Marotta in un ritratto di Ruggero Passeri


Influenzato inizialmente da  Cagli e Novelli, Marotta si è volto poi a uno sperimentalismo che, pur mantenendosi figurativo, accentua l'aspetto artificiale contro quello naturalistico (esempio tipico i suoi "alberi", strutture bidimensionali di alluminio e plexiglas, ma anche in pietra e in bronzo). Designer di oggetti per l'arredamento, si è fatto conoscere per i preziosi encausti, i bandoni e i piombi realizzati con la fiamma ossidrica. Con Bosco naturale artificiale (1967) è stato presente alla Kunstoffe di Düsseldorf. Considerato uno dei più innovativi scultori italiani, ha preso parte alla retrospettiva (1969) dal titolo "4 ARTISTES ITALIENS PLUS QUE NATURE" con J. Kounellis, M. Ceroli e P. Pascali al Louvre. Ha partecipato a importanti esposizioni internazionali, tra le quali è da ricordare la grande antologica alla Rotonda della Besana, a Milano (1973); inoltre tra le mostre personali va ricordataMetacrilati (2001) al Complesso del Vittoriano a Roma. Ha realizzato scenografie e costumi per il teatro con Nostra Signora dei Turchi di C. Bene (1971) e per il film Salomè (1972). Per Hommelette for Hamlet (1987) è stato insignito del premio Ubu per la migliore scenografia (1988).



http://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Marotta

La galleria l'Aratro, dell'università degli studi del Molise, portata avanti dallo storico dell'arte Lorenzo Canova, e della quale Marotta era direttore onorario, ricorda la scomparsa del maestro presentando un'unica opera al centro della sala, l'opera donata dallo stesso artista alla galleria.

Marotta all'ARATRO





venerdì 9 novembre 2012

Street Gallery - Collettiva di street art all'Officina Solare di Termoli



STREET GALLERY 

Galleria Officina Solare 
10/29 Novembre 2012 
Ingresso libero, tutti i giorni 18.30-20.30 
Termoli, Via Marconi 2 

Artisti partecipanti: 

Zero (milano)
Bedo (milano)
Skan (sardegna)
Ricro (italia)
9likenave (termoli)
Raba (sardegna)
Icks (termoli)
Mess2( termoli)
2neko (lanciano)
Keno (vasto)
Kunos (pescara)
Pop (rocchetta)
Carotì(silvi)
sBAFE (como)
BE (termoli) 
 
STREET Gallery/CITY Gallery 

Una mostra di street art in una galleria, seppur underground come l’Officina Solare, può risultare una forzatura in quanto parliamo di un linguaggio nato nella e per la strada, un linguaggio però meno sconveniente e fuori luogo di quanto si pensi poiché, senza tornare anacronisticamente al graffitismo preistorico, basta sfogliare un testo come il Trattato dell’arte della Pittura (1584) di Giovanni Paolo Lomazzo per scoprire interessanti spunti. Lomazzo, nell’indicare le diverse tipologie di pitture adatte a differenti spazi, spazi che pone sotto le influenze dei pianeti e delle sfere celesti, indica come «le strade pubbliche sono riputati luochi della Luna; e però secondo i vari e diversi capricci dei pittori, tutte quelle istorie, fantasia invenzioni, chiribizzi che si vengono a cuore vi si possono dipingere all’aperta». Le strade, con facciate e superfici esterne, sono reputate “luoghi lunari” adatte ad accogliere gli interventi degli artisti che una volta potevano essere decorazioni a monocromo con scene mitologiche mentre oggi possono essere decorazioni a spray. Cambia il mezzo e il contenuto ma il supporto resta uguale, come forse anche l’intenzione di fondo. Tra le tanti correnti dell’arte contemporanea la street art oggi è di certo la più attiva e vitale, forse la più rappresentativa, poiché con la fine delle avanguardie e un’infinita riproposizione del già visto, di correnti consumate fino alla negazione, si pone al di fuori di logiche di mercato, o curatoriali, per sperimentare un intero mondo di sensazioni e di forme, in maniera estemporanea, con l’artista che ritorna ad una dimensione personale, quasi artigianale, del dipingere. L’artista, non addomesticato da gallerie e critici, è effettivamente solo con se stesso e con l’opera che ha in mente e muovendo esclusivamente i circuiti della sua creatività è in grado di riscattare spazi di mondo (luoghi della Luna) dal degrado o dal non-senso in cui giacciono. Insieme alla net art, inoltre, la street è quella corrente della quale possiamo percepire un’evoluzione in atto nel senso che, seguendola, possiamo dire di essere inseriti in quel processo storico di mutazione e cambiamento che altre espressioni artistiche, oggi immobili, hanno già sperimentato. Con la street art, quindi, siamo ancora pienamente nella storia dell’arte e non nella “storia” del sistema artistico o dell’industria culturale. Per esempio è riconosciuto da tutti che il lavoro di Banksy ha segnato una tappa importante per la street tanto che possiamo parlare di un prima e un dopo Banksy che diventa pertanto un artista significativo proprio nella misura in cui è andato a rompere e sfalsare i rapporti di forza con il post-graffitismo americano proponendo opere dalla forte carica satirico-politica ma, soprattutto, contestuali e in relazione di senso con l’ambiente circostante che viene reinterpretato quando non risemantizzato. Ma la scena artistica è molto più complessa tanto che oggi, ancor più che nel passato, è possibile rivenire nelle opere richiami alla Pop art, al surrealismo, all’art brut di Dubuffet o all’espressionismo astratto di Willem de Koonig oltre che alle altre arti “minori” come la fotografia, l’editoria, il fumetto, la grafica, il cinema. A sottolineare questo mutamento genetico, inoltre, possiamo notare sempre più spesso come tale corrente espressiva da semplicemente urbana diventa Pubblica, ovvero da pura manifestazione spontanea diviene comunicazione e riqualificazione urbanistica. In un mondo così complesso e dinamico, quindi, presentare delle opere in uno spazio espositivo non significa tanto rendere i lavori “accessibili” e commerciali bensì il contrario, presentare la galleria come una porzione di mondo e di strada. La città-evento, piena di incongruenze e grovigli, dove lo street artist si muove, entra nei suoi luoghi per spiazzare e mostrare, aggiungere e imporre segni, falsare i piani della visione-presentazione per proporre quello sfondato prospettico capace di proiettare il fruitore sul limite dell’urbano, poiché è pur vero che i graffiti senza la città, con la sua iconosfera, non avrebbero senso. Contro il totalitarismo ottico dell’esterno e le strategie pubblicitarie insite in ogni immagine che ci viene proposta lo scopo della street art è quello di evitare il controllo e l’omologazione visiva, evitare l’eccesso del messaggio e del simbolo e richiamare l’attenzione sulla bellezza e la decorazione intesa come ritualità simbolica collettiva. Anche quando si esprime su una tela o su un supporto mobile l’artista quindi guarda al contesto e all’impatto dell’opera in un tentativo di condivisione che va ben oltre lo spento cameratismo. Trasportare la personale idea grafica e formale su un dipinto, ridurla partendo dagli infiniti confini dei muri, significa inoltre prendere coscienza del proprio stile e delle peculiari forme espressive, significa darsi un elemento distintivo, una formula, una struttura, un personaggio capace di sintetizzare sull’istante l’idea. Manifesta il porsi in una dimensione critica circa il proprio lavoro. Per non parlare delle tecniche che negli ultimi anni sono letteralmente esplose per cui non ci si relaziona più solo con le bombolette (e con la relativa aerosol art) ma anche e soprattutto con l’arte tipografica, le stampe, gli stencil, la fotografia, l’impronta, in una varietà di espressioni che sono autentici segni di vitalità. Cosa si raffigura? Difficile rinvenire una traccia comune ma, pensando anche agli artisti in collettiva, possiamo individuare quattro articolazioni funzionali proprie della pittura murale ma rinvenibili anche su opere di dimensioni ridotte: decorativo-ornamentale, allegorico-narrativa, pedagogico-sociale, celebrativo-promozionale alle quali aggiungerei interattivo-relazionale. Nella dimensione decorativo-ornamentale l’immagine è pura raffigurazione di forme che si differenziano per tutta una serie di stili e di scuole; l’idea è quella dell’horror vacui con il tentativo di saturare di colore ogni spazio per riqualificare gli “spazi”. Il lettering ne è l’espressione migliore. La prospettiva allegorico-narrativa prevede la realizzazione di una “storia” o comunque una relazione tra eventi e figure raffigurate; non è difficile in ciò riscoprire il metodo paranoico-critico dei surrealisti poiché nella street ogni elemento (figura, sfondo, architettura, corpo) emerge per ibridazione e concatenazione. Si guardi ai tanti murales di carattere discorsivo-visuale. La funzione pedagogico-sociale implica l’immediatezza della lettura e la pervasività del messaggio che deve essere chiaro, anche provocatorio o spiazzante, per arrivare subito allo spettatore. In questo caso possiamo includere le gigantografie fotografiche che vanno ad incidere sulle forme della città. L’aspetto celebrativo-promozionale, marginale in tale esposizione, riguarda invece la pratica più basilare dello street artist, quella di affermare la propria presenza attraverso la moltiplicazione e l’estensione del proprio tag. Circa la prospettiva interattivo-relazionale dobbiamo dire che è la scelta, oggi, più interessante e innovativa poiché l’artista non lavora solo con e attraverso la propria opera ma si relaziona col contesto urbano chiamando spesse volte il fruitore ignaro e inconsapevole a interagire e reagire. Ciò segna, se vogliamo, la dissoluzione del supporto murario per strategie che si avvicinano maggiormente alla guerrilla art. Possiamo concludere affermando come tale forma espressiva è il tentativo di assolutizzare la creatività personale attraverso l’espulsione di forme di immaginario sociale e di segni significanti, è lo sforzo di raggiungere nuovi fonti espressive da adoperare poi nell’urbano, nell’utopia di esprimere e trasfigurare, tramite la propria visione, anche una seppur piccola porzione di mondo. Tanti scarti nel corso degli anni hanno creato una diversità biologica all’interno del movimento ma la poliedrica varietà di linguaggi rappresentati dai diversi percorsi degli artisti presenti in mostra ci permette di considerare l’arte urbana tra le più innovative realtà artistiche del contemporaneo. Dopo questo lungo sforzo di definire il fenomeno e la sua percezione, tra utopia di risemantizzazione dello spazio pubblico e desiderio di affermazione personale, ci piace allora chiudere con questa consapevole e spiazzante frase di Jean Michel Basquiat: «Io non penso all’arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita». 

Tommaso Evangelista



giovedì 8 novembre 2012

Giacomo Porziano all'AxA



Ho conosciuto Giacomo Porzano nel 1980, quando come giovane studente dell’Accademia partecipavo al “Premio Nazionale Amato Pescosolido”, premio nel quale Porzano ricopriva il ruolo di Presidente della Commissione, composta da Ugo Moretti, Elio Mercuri, Francesco Vaccarone ed Emilio Villa. Esisteva in quegli anni un grande fermento culturale in Ciociaria, nel piccolo paese di Pescosolido grazie alla tenace e vitale attività di Tiziana Monti, capace di portare in quei luoghi pe
rsonalità di rilievo del mondo dell’Arte e della Letteratura come: Sergio Vacchi, Tonino Caputo, Mario Lunetta, Vito Riviello, Liliana Fontana, Ennio Calabria, Piero Fantastichini e molti altri ancora.
Non immaginavo allora che un giorno mi sarei trovato a presentare un’ Antologica di Giacomo Porzano, e forse nemmeno Porzano immaginava che un giorno avrebbe scelto di trascorrere l’ultimo anno della sua vita proprio a Pescosolido.
La mostra che proponiamo (la prima Antologica dopo la morte di Giacomo Porzano avvenuta a Pescosolido il 19 maggio del 2006) presenta al pubblico le opere contenute nell’”Archivio Giacomo Porzano”, costituito nel 2006 per volontà di Tiziana Monti. In esso sono raccolte opere dagli anni 40 fino al 2006, un lungo itinerario dunque, necessariamente esplicativo del percorso storico artistico di questo grande Artista, che speriamo con questa Antologica, si riveli anche a chi ancora non lo conosce, in tutta la sua straordinaria maestria e poetica. 
Porzano è stato innanzitutto un uomo discreto, educato, ironico e colto. Un artista a tutto tondo che ‘aggrediva’ il foglio o la tela in punta di pennino e pennelli, con passione e creatività, attingendo alle tante realtà oggettive del mondo, attraverso il filtro personalissimo della sua sensibile comprensione.Artista di respiro internazionale, a partire dalla giovanile amicizia con Ben Shahn (suo primo collezionista, nello studio americano di Shahn Porzano ebbe la gioia di vedere alle pareti 12 suoi disegni); fino all’amicizia con il grande gallerista romano Gaspare Del Corso e sua moglie Irene Brin; non ultimo, al profondo rapporto con i suoi contemporanei, Bruno Canova, Bruno Caruso, Renzo Vespignani, Ennio Calabria, Alberto Sughi, solo per citarne alcuni. Da questa copiosa trama emerge un Porzano dagli occhi attenti, scrutanti.. capaci di cogliere la realtà fin nelle pieghe più nascoste, una realtà che poi ci restituisce in tutta la sua tangibile concretezza. Quanta ricerca nelle sue opere! quanto lavoro! Dimenticato solo da taluni critici alla moda, miopi, per non dire ciechi, ma invece tanto amato da studiosi e intellettuali di rilievo, noi siamo lieti oggi di presentare: L’antologica di Giacomo Porzano.
Rivolgo un sentito e doveroso ringraziamento a Giovanna e Luigi Palladino, a Tiziana Monti e Maria Maddalena Monti, senza l’aiuto dei quali non mi sarebbe stato possibile mettere in atto questa mostra.

Mauro Rea

Giacomo Porzano è nato a Lerici il 21 novembre del 1925. Dal 1959 ha vissuto e lavorato a Roma. E’ morto a Pescosolido il 19 maggio 2006. La sua prima mostra importante a Roma è stata alla galleria «L’Obelisco» nel 1958. Ha esposto in numerose gallerie in Italia e all’estero. Le sue opere figurano in collezioni pubbliche e private, italiane e straniere. Nel 1968 ha partecipato alla XXXIV Biennale Internazionale di Venezia (sala personale). Nel 1975 la Galleria Civica d’Arte Moderna di Palermo ha ospitato una sua fondamentale mostra antologica. Del suo lavoro si sono occupati i più importanti giornali e critici. Molto rilevante è la sua attività grafica, anche in volumi, e la collaborazione a quotidiani e riviste con illustrazioni.
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