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domenica 25 novembre 2012

Heart - Collettiva all'Aratro


Heart 

a cura di Piernicola Maria Di Iorio e del corso di organizzazione di eventi culturali e artistici 

Coordinamento sezione video a cura di Martina Adamuccio

Diego AGULLO' 
Maurizio CARIATI 
Linda CARRARA 
Massimo FESTI 
ICKS 
Marco LAMANNA 
Cosimo PAIANO 
Alessandro PENSO 
Lucia VERONESI 
Andreas ZAMPELLA

ARATRO, centro d'arte contemporanea dell'Università degli Studi del Molise presenta la mostra HEART progetto che intende raccogliere dieci giovani artisti italiani e internazionali che lavorano con la fotografia, il video e la pittura. La mostra nasce all'interno del corso di organizzazione di eventi culturali e artistici del dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociale e della Formazione dell'Università degli Studi del Molise tenuto dal Prof. Lorenzo Canova, storico dell'Arte Contemporanea. Il titolo con un gioco di parole vuole alludere al cuore come metafora possibile di tematiche che vanno dal corpo e la sua fisicità, fino all'identità personale e collettiva, ai temi delle pulsioni espresse o negate, riprendendo il simbolo dell'originaria dualità corpo/anima. La scelta della parola inglese Heart vuole, tra l'altro, richiamare la parola arte, soprattutto nel suo legame con una visione non soltanto razionale, ma anche emozionale e istintuale della vita nella sua complessità di relazioni personali e sociali.

Alle ore 17:00 del 29 novembre, sempre negli spazi dell'Aratro, la mostra sarà preceduta da un seminario in cui interverranno artisti e curatori

ARATRO - archivio delle arti elettroniche - laboratorio per l’arte contemporanea
2° piano - 2° edificio polifunzionale università del molise, via de sanctis 86100 campobasso Info: +39 3385912482;  facebook: Aratro Università del Molise

Il Blog della collettiva Heart


Barbagallo al Maci

"Gli spazi del Maci ospitano circa 20 opere, alcune di grande dimensione, e che rappresentano il percorso artistico dell'autore nell'ultimo decennio. Con Systema Naturae Antonio Barbagallo mostra tutta la sua ambizione mitopoietica, che potremmo accostare alle visioni di Neruda. Una natura vorace ed incalzante lo costringe, una natura che mostra la sua potenza negli slanci e nelle distanze, nella sua energia cinetica e nella sua energia potenziale. Il titolo e' anche ironico: niente piu' della sua arte e' piu' lontano da una tassonomia statica, da un universo fatto nella sua completezza in un solo istante all'inizio del tempo. Il cosmo della sua arte e' una evoluzione tumultuosa, una gemmazione instancabile, dove domina la spirale che e' galassia ed e' conchiglia, genera i cieli ed abita i mari (Italo Nobile)". La personale "Systema naturae" e' a cura di Giorgio Berchicci; inaugurazione sabato 24 novembre alle ore 19 Fruibile fino al 31 gennaio 2013 presso gli spazi dell'Officina della Cultura.

Post che vuole sottolineare l'opera dell'artista, autentico e genuino, che si caratterizza per una interessante, seppur poco originale, riflessione sulla natura delle cose in bilico tra neoconcettuale e arte povera con qualche inflessione desunta dal lavoro sulla memoria di Boltanski. Dimensione intima e universale, il senso e il tempo e quel tentativo di tassonomia in divenire ben sintetizzato dal titolo che riprende il celebre testo di Linneo, punto di partenza della nomenclatura zoologica. Detto questo, senza nulla togliere all'artista, bisogna sottolineare come continui con soldi pubblici l'insensata gestione di uno spazio provinciale dedicato all'arte contemporanea, e che vorrebbe porsi come punto importante nel sistema culturale molisano, ma che, in barba a qualsiasi meritocrazia e curriculum, passa per gestori e curatori inspiegabilmente legati al mondo medico ovvero privi di titoli specifici e competenze aggiornate. Sottolineare l'assenza di una linea critica e curatoriale con relativa mancanza di impatto e incidenza nella realtà cittadina e la sostanziale inutilità, deficitando ricerca di storicità e lavoro sull'ambiente locale, delle mostre proposte che diventano dei buchi nell'acqua e delle autoglorificazioni.

mercoledì 21 novembre 2012

Gino Marotta. Un’opera da ricordare, nelle parole di Lorenzo Canova



Gino Marotta nel 1967 con Bosco

Gino Marotta (Campobasso, 1935 – Roma, 2012) è stato un grande esploratore, un artista che attraversato, trasformato e precorso stili, tendenze e movimenti conservando però l’integrità di un’originalissima visione personale. Scultore, pittore, designer, Marotta ha sviluppato il suo percorso in modo poliedrico e coerente, seguendo costantemente quell’idea di “curiosità” su cui ha voluto sempre basare la sua ricerca. Sin dagli esordi, Marotta ha infatti lavorato su idee e materiali innovativi, seguendo una linea tutta italiana, ma di ampiezza internazionale, che parte dal Futurismo.
L’artista ha esordito dunque negli Anni Cinquanta con i “piombi” e i “bandoni”, dove l’uso della fiamma ossidrica si poneva in un dialogo non subalterno con l’opera diBurri, arrivando poi alla creazione delle “pitture-oggetto” dei primissimi Anni Sessanta. In questi anni l’artista è entrato in rapporto diretto con quel contesto internazionale che ha portato alla Pop Art, a cui Marotta ha dato un originale contributo con i suoi metacrilati, dove fonde le sue esperienze progettuali di designer alla sua sintesi iconica e strutturale che ha dato un senso nuovo al concetto stesso di scultura.
In questo senso, Marotta non ha rinnegato il rapporto con la produzione industriale, ma lo ha posto al centro delle sue opere nate dalla sua azione disegnativa e progettuale. Così è stata la materia plastica la protagonista di questo intenso dialogo che Marotta ha intrapreso seguendo quell’idea costruttiva che negli Anni Cinquanta e Sessanta ha reso l’Italia un esempio per moltissime ricerche internazionali. Attraverso il metacrilato, l’artista ha superato l’idea statica della scultura spostandosi, parallelamente ad alcuni compagni di strada, verso l’esito (già intuito dai futuristi) dell’arte ambientale, quell’Environment in cui l’opera si apre per fare entrare lo spettatore al centro del suo nucleo strutturale.


Gino Marotta per Carmelo Bene – Salomè – 1972

Quest’idea di spalancare l’arte alla dimensione della vita ha condotto così a installazioni dove è diventato centrale l’interesse di Marotta per la dialettica e il confronto tra naturale e artificiale. In queste opere degli anni sessanta e primissimi settanta, difatti, gli alberi, i boschi, le palme, gli animali, il mare e la pioggia sono di metacrilato, spesso con inserimenti di neon, per annunciare le metamorfosi della modernità di un’arte che trasforma e modella il paesaggio, ma anche per celebrare industrialmente il sentimento elegiaco della perdita, la nostalgia per un mondo rurale in via di estinzione, come quello del suo Molise.
Nell’età dell’oro della Roma degli Anni Sessanta, Marotta, insieme a, tra gli altri,Pascali, Ceroli e Kounellis (che con lui esposero al Louvre nel 1969), approda alla dimensione aperta e collettiva dello spettacolo, come territorio di dialogo e interazione per le arti sulla linea inaugurata proprio dal Futurismo. Muovendo da questi presupposti, e soprattutto nel suo lungo sodalizio con Carmelo Bene, dal film Salomè fino agli spettacoli teatrali Nostra Signora dei Turchi e Hommelette for Hamlet, Marotta ha spostato in modo quasi naturale la sua attenzione verso una dimensione legata al teatro e al cinema, intesi come forme espressive che immergono e coinvolgono lo spettatore nello spazio dell’opera.


Gino Marotta – Cronotopo virtuale – 2011

La straordinaria scenografia di Hommelette for Hamlet (1987) che valse a Marotta il Premio Ubu nel 1988 si ricollega, nella nuova stagione degli Anni Ottanta, alla grande installazione in pietra Le rovine dell’Isola di Altilia della Biennale di Venezia del 1986 e mostra un artista allo stesso tempo differente e coerente rispetto alle esperienze precedenti. In questa grande fusione tra scultura, performance e installazione l’opera diviene parte integrante di una visione legata al contesto internazionale della rivisitazione del passato, nel rinnovato sentimento di elegia di una mirabolante macchina della memoria costruita attraverso l’evocazione dei capolavori della statuaria barocca romana.
Mai appagato dai risultati raggiunti, Marotta, dalla fine degli Anni Novanta in poi, ha rinnovato i suoi metacrilati, facendone quadri, sculture, installazioni con inserti digitali e di led luminosi, che rielaborano e rinnovano il suo mondo iconografico. L’ultimo decennio ha rappresentato una stagione felice che ha coinciso con nuovi importanti riconoscimenti museali ed espositivi italiani e internazionali, fino alla sua grande mostra personale ancora in corso alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, traguardo finale della sua volontà di rinnovamento ed esplorazione, progetto concepito come un vera e propria conversazione, allo stesso tempo seria e giocosa, tra la sua carriera di artista e le collezioni del museo, coronamento di un viaggio che la morte ha interrotto bruscamente ma che la storia conserverà tra le maggiori esperienze non solo italiane di questi ultimi decenni.

Lorenzo Canova su Artribune

www.ginomarotta.it

Domani, giovedì 22, invece, presso la galleria Artes a Campobasso (Viale Elena 60) alle ore 17 ci sarà una commemorazione dell'artista con la presenza di critici d'arte e amici: Adalberto Cufari, Isabella Astorri, Franco Valente, Michele Carroccia, Vincenzo Manocchio, Dante Gentile Lorusso, Silvia Valente, Tommaso Evangelista, Augusto Massa, Walter Genua.


sabato 17 novembre 2012

Addio a Marotta, l'artista che amava i bestiari colorati

Una piccola rassegna stampa in ricordo di Gino Marotta. Bell'articolo di Luca Beatrice su Il Giornale e una sentita pagina di Antonio Picariello


Proprio nell'ultimo numero, ancora in edicola, il mensile Arte gli ha dedicato la copertina. E fino al 27 gennaio prossimo le sue sculture in plastica colorata, che rappresentano animali esotici e palme rigogliose, sono esposte alla Gnam di Roma, divenuta da tempo la sua città. Gino Marotta se ne è andato così, all'improvviso, al culmine di un giusto processo di rivalutazione dell'opera, cominciato con l'inserimento dei lavori storici nella mostra «Italics» a Palazzo Grassi nel 2008; quindi la personale al Macro di Roma nel 2010, e buoni risultati d'asta con prezzi superiori ai 30mila euro in costante crescita.Marotta è nato a Campobasso nel 1935 ma presto lascia il Molise per trasferirsi nella Capitale dove per prima cosa va a trovare il maestro De Chirico. Comincia a esporre molto giovane nel 1957 e all'inizio viene collegato dalla critica alla sensibilità pop dell'epoca. Gli piacciono molto le immagini, passione che condivide con Pino Pacali, ironico e inesausto sperimentatore attratto dai materiali nuovi, simbolo della leggerezza e della tecnologia dei primi anni '60. È stato uno dei rari esempi di artista trasversale e curioso, che si interessa di cinema e teatro, prestando le proprie invenzioni a scopo scenografico. Tra le collaborazioni più interessanti si ricordano quella con John Houston per alcune scene della Bibbia e in diversi lavori di Carmelo Bene, Nostra signora dei Turchi, e Homellette for Hamlet (premio Ubu per la miglior scenografia nel 1988). Altra curiosità sono i programmi radiofonici in diverse trasmissioni di cultura che ha scritto e condotto.
Il suo curriculum vanta presenze importanti nelle maggiori rassegne italiane, dalla Quadriennale di Roma alla Biennale di Venezia (sala personale nel 1984); ha insegnato decorazione all'Accademia di Roma e ha diretto quella dell'Aquila.
Forse troppo eclettico per i suoi tempi, non imparentabile al rigore poverista, Gino Marotta risulta addirittura più moderno e intrigante oggi, che i confini tra le arti sono meno definiti, rispetto a quando era un giovane promettente. Autore di diverse installazioni ambientali, per sottolineare il rapporto necessario con la natura, verrà ricordato soprattutto per il suo bestiario fantastico tridimensionale, tra trasparenze e shilouette ritagliate nei metacrilati colorati. Era una persona affabile e disponibile che mancherà molto all'ambiente dell'arte romana, dov'era stimato e apprezzato.




Alessandra Mammì - Un saluto (a Gino Marotta)

Gino Marotta vinse il concorso per il soffitto del palazzo della Rai. Appalto milionario all’epoca (fine anni Cinquanta) che era una bella epoca.

In Rai lavoravano sia Pascali che Marotta. Pascali faceva le scenografie per l’Odissea Del Quartetto Cetra, e nella grotta di Polifemo sperimentava quelle invenzioni geniali che poi troviamo nei ponti di liane fatti di pagliette d’acciaio da cucina o negli spazzoloni che diventano bachi da setola. E dalle maestranze Rai impara a mescolare il blu di metilene e fare il mare.

Marotta più scientifco sperimenta i nuovi materiali industriali, lavora con gli spazi pubblici (la grande vetrata per il Centro Congressi di Bergamo, le decorazioni per la sede dell’Acea di Roma e la facciata della Sinagoga di Livorno) coniuga arti visive e nascente industrial design, fa piccole lampade e grandi vetrate e in nome del verbo ” dal cucchiaio alla città” progetta gli undicimila metri quadri di soffitto per viale Mazzini.

Marotta ( come anche Pascali) era un uomo ottimista in un’ epoca ottimista, un grande costruttore di immagini che usa il metacrilato per costruire un Giardino dell’ Eden. Quello che ora è alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma in una mostra che Marotta ha appena fatto in tempo a allestire e inaugurare, immettendo nelle sale le sue incursioni di perspex in forma di natura animale erbe foglie….Paradiso terrestre tra i quadri eroici dell’Ottocento

Marotta disse : “Attraverso lo specifico delle nuove tecnologie ho provato a rifare l’inventario del mondo. La mia natura, i miei animali, le mie piante artificiali sono l’armamentario mitopoietico del mondo. Ho fatto un simulacro della memoria, il simulacro di qualcosa che tra un po’ di tempo non ci sarà più.

Profezia. Non c’è più il desiderio e il bisogno di disegnare il mondo e disegnarlo migliore, non ci sono più gli artisti che lavorano nella tv pubblica, non c’è più quella frenetica sperimentazione di materie a cui dare nuove forme, non c’è più gioco e dal gioco invenzione, non c’è più quel’inconsciente e meraviglioso ottimismo e e da ieri non c’è più Gino Marotta.


A Lucio Fontana e Gino Marotta piacevano le salsicce di mio padre, di Giancarlo Politi su Flash Art aprile 2010




Nell’ambito del “Festival Carmelo Bene”, da questa sera alle 17,30 a Otranto, nel Castello aragonese, sono esposti i sei dipinti realizzati da Gino Marotta per Carmelo Bene oltre che scritti autografi, foto originali e oggetti a lui appartenuti. All’artista che conosciamo dai nostri anni romani di metà Sessanta, in un affollarsi di fisionomie e rapporti: Pascali, Bene, Patroni Griffi, Caputo, Kusterman e Nanni, Marchegiani, Fusco, Ceroli, Nuele, e di cui rammentiamo, ben oltre le tante rassegne da “Bianco+Bianco” a il “Teatro delle Mostre”, le sculture-costumi e le scene per il film “Salomè” di Carmelo Bene presentato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia del 1972 e le ulteriori collaborazioni per “Nostra Signora dei Turchi” e “Hommelette for Hamlet”, abbiamo chiesto come e quando è nato il rapporto con Carmelo. 

«Nella Roma degli anni Sessanta e Settanta, alcuni finissimi intellettuali rendevano possibile un grande esercizio di libertà in un clima bacchettone e intransigente che emarginava le persone dotate di maggiore talento. Mi incuriosì la leggenda metropolitana che segnalava la presenza di uno strano teatrante che recitava nelle cantine e stravolgeva qualsiasi testo mettesse in scena. Volli verificare e al primo incontro ebbi la percezione che si trattava di una grande personalità, di un artista più rigoroso che stravagante e pienamente padrone delle sue eccezionali qualità». 

E su quali linee si è sviluppato nel tempo? «Occuparci ciascuno dei problemi dell’altro fu assolutamente naturale e questo interesse cresceva ogni volta che Carmelo parlava di teatro e io di pittura. Ricordo con emozionata nostalgia le serate trascorse insieme a montare e smontare congegni spettacolari che sono diventati dei riferimenti obbligati del teatro moderno: irripetibili cortocircuiti di intelligenze». 

Negli anni Settanta qual’era, a Roma, il dialogo tra le arti visive e il teatro e il cinema? «Innanzi tutto il sodalizio tra me e Carmelo, e poi altri casi significativi, anche se molto differenti, come l’allestimento del “Riccardo III” di Luca Ronconi con le scene di Mario Ceroli. In quegli anni dirigevo l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, e Carmelo aveva la cattedra di Regia. Sono rimaste memorabili le sue lezioni su Eliogabalo e la ricerca su la Baigneuse di Ingres che coinvolse quasi tutta l’Accademia». 

Cosa hanno significato, per te, “Nostra Signora dei Turchi” e “Salomè”? «Salomè e Nostra Signora dei Turchi sono due casi di dirompente modernità dovuti al coinvolgimento di due personalità che hanno messo in comune tutti i materiali che la sperimentazione nei singoli campi forniva loro, nel tentativo di ampliare i margini delle possibilità espressive». 

E quale il senso del Premio Ubu, con feritoti per “Hommelette for Hamlet”? «Il Premio Ubu mi ha fatto evidentemente piacere, anche perchè una giuria altamente qualificata si era accorta della importanza in quest’opera della dimensione figurativa che assume un ruolo drammaturgico». La mostra è curata da Raffaella Baracchi Bene e da Salomè Bene con il sostegno della Provincia di Lecce.



Le delusioni in Molise da Il Bene Comune

Mi presento come una redattrice del Bene Comune e gli chiedo cos'è successo, perché ad un certo punto di lui qui non si è più saputo nulla; mi risponde un uomo rattristato, che afferma di non aver più alcuna intenzione di venire nella nostra regione. Mi parla della frustrazione provata nel tentativo di cooperare con l'Amministrazione Iorio per stimolare e vivificare la vita culturale di quella che ormai, deluso, non ha più desiderio di rivendicare come la sua terra d'origine. La cosa che lo ha ferito di più è stata la consapevolezza che per Cultura si pensa al più alla promozione, come se le azioni messe in campo dovessero essere al massimo il traino per la vendita delle scamorze; quello che più lo ha addolorato è aver capito che dell'Arte a chi governa non importa assolutamente niente, che tutto è e deve essere funzionale al mantenimento di un potere abitualmente piccolo e quotidiano.Su tutte le offese ricevute, e qui allarga la sua delusione, il suo sentirsi tradito e misconosciuto proprio nella sua terra anche dagli esponenti dello scenario culturale, la peggiore è stato il trattamento derisorio, aggressivo e spesso di aperto boicottaggio riservato all'opera scultorea chiamata "Amore" che ha creato per Campobasso e che è stata posizionata nella Villetta dei Cannoni.


venerdì 16 novembre 2012

Morto Gino Marotta

Si è spento in queste ore il maestro Gino Marotta, tra le figure più rappresentative dell'arte italiana del secondo dopoguerra e sicuramente tra gli artisti più significativi molisani. Proprio di recente, e ancora in corso, nell'assoluto silenzio della stampa locale si è inaugurata a Roma, nella prestigiosa sede della Gnam, la mostra Relazioni Pericolose dove le sue opere dialogavano con le opere in collezione.

Gino Marotta in un ritratto di Ruggero Passeri


Influenzato inizialmente da  Cagli e Novelli, Marotta si è volto poi a uno sperimentalismo che, pur mantenendosi figurativo, accentua l'aspetto artificiale contro quello naturalistico (esempio tipico i suoi "alberi", strutture bidimensionali di alluminio e plexiglas, ma anche in pietra e in bronzo). Designer di oggetti per l'arredamento, si è fatto conoscere per i preziosi encausti, i bandoni e i piombi realizzati con la fiamma ossidrica. Con Bosco naturale artificiale (1967) è stato presente alla Kunstoffe di Düsseldorf. Considerato uno dei più innovativi scultori italiani, ha preso parte alla retrospettiva (1969) dal titolo "4 ARTISTES ITALIENS PLUS QUE NATURE" con J. Kounellis, M. Ceroli e P. Pascali al Louvre. Ha partecipato a importanti esposizioni internazionali, tra le quali è da ricordare la grande antologica alla Rotonda della Besana, a Milano (1973); inoltre tra le mostre personali va ricordataMetacrilati (2001) al Complesso del Vittoriano a Roma. Ha realizzato scenografie e costumi per il teatro con Nostra Signora dei Turchi di C. Bene (1971) e per il film Salomè (1972). Per Hommelette for Hamlet (1987) è stato insignito del premio Ubu per la migliore scenografia (1988).



http://it.wikipedia.org/wiki/Gino_Marotta

La galleria l'Aratro, dell'università degli studi del Molise, portata avanti dallo storico dell'arte Lorenzo Canova, e della quale Marotta era direttore onorario, ricorda la scomparsa del maestro presentando un'unica opera al centro della sala, l'opera donata dallo stesso artista alla galleria.

Marotta all'ARATRO





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