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martedì 27 novembre 2012

Cultura in Molise? Hic sunt leones


Oggi voglio fare un attimo il polemico mettendo a confronto due situazioni. Nel mese di ottobre la Fondazione Molise Cultura ha fatto uscire, investendo sicuramente molti soldini, un inserto monografico su Il Giornale dell'Arte. Un motto a pagina intera recita minacciosamente "Costruiamo un futuro culturale su solide basi: le nostre". L'idea che un futuro possa essere culturale già di per se suona come un'assurdità dato che dipende dall'agire presente; si scambia il futuro per un luogo mitico al quale giungere; le solide basi sono le colonne di Altilia che riportano fino alla saturazione il nome della Fondazione. Le solide basi quindi non possono che venire da un'istituzione nata dal nulla per dar corpo a progetti culturali ma che in tanti anni non sa saputo proporre un ben che minimo evento di un certo spessore e interesse. Continua l'inserto con le solite notizie e fotografie viste e riviste su migliaia di altre inutili pubblicazioni della Regione: qualche foto del mare di Termoli, la solita Fontana Fraterna, qualche scorcio panoramico, mentre tra i luoghi culturali fanno il loro ingresso il faraonico nuovo Auditorium di Isernia, che in quasi un anno di attività non ha prodotto una parvenza di programma, e l'ex-Gil, inaugurata non so quante volte, sede annunciata di una dovuta galleria d'arte moderna regionale ma tristemente ancora inutilizzata.Una risposta di Iorio all'intervista è la sintesi della supercazzola: "A poco più di un anno dall’operatività della Fondazione, credo che aver creato una squadra di professionisti, come musicisti, archeologi, artisti in generale, che opera insieme a un gruppo affiatato di amministrativi, per definire progettazioni culturali di qualità, rivolte non solo alla regione ma anche al panorama storico, artistico, musicale e teatrale nazionale, sia già un traguardo conseguito; al quale si aggiunge, poi, quello di aver riconosciuto il ruolo centrale della cultura e individuato le modalità per rivitalizzare gli investimenti e favorire la gestione del patrimonio e delle attività". L'inserto continua con Sandro Arco, direttore della fondazione, che tra le banalità punta sull'idea di "progettare la cultura, cioè l’industria di qualità del futuro", secondo la visione poco lungimirante e ormai obsoleta per la quale la cultura è il petrolio dell'Italia, che gli italiani sono grandi per la loro storia, che il nostro passato è il futuro, che l'arte è una ricchezza, etc. etc. anche se poi nessuno ha la decenza di studiare quest'arte, di capirla e valorizzarla e sopratutto storicizzarla. Qualche risposta e speranza arriva dal contemporaneo, come prospettato da Lorenzo Canova, ma anche in questo caso, pur con la presenza di realtà attive e legate alla ricerca, ciò che manca è una rete per cui ogni progetto o mostra o evento ha sempre la parvenza della casualità e dell'estemporaneità in quanto non viene a legarsi col territorio e sopratutto non continua. Cosa si vede in Molise? L'elenco segue nelle successive pagine ma, precisiamolo, sono tutte realtà che non c'entrano nulla con la Fondazione in quanto facenti parti della soprintendenza o delle amministrazioni o di associazioni. E anche in questo caso ci sarebbero di cose da dire, a cominciare dal Maci, diretto da un dermatologo, agli scavi di Castel San Vincenzo abbandonati all'incredibile collezione del Premio Termoli che ammuffisce nei depositi.

E che la Fondazione Molise Cultura non abbia inciso per nulla nell'ambito culturale della regione lo dimostra il sondaggio 2012 realizzato dal Sole 24 Ore sulla qualità della vita nelle provincie italiane e che vede Isernia e Campobasso il lenta discesa nella classifica generale. Il settore che ci interessa però è quello del Tempo Libero con Campobasso 80° e Isernia 106° al penultimo posto. Andando nel dettaglio circa la creatività, e quindi l'investimento nell'arte e nelle nuove forme espressive Campobasso 90° e Isernia 94° (e il Maci?). Circa le librerie Isernia si colloca addirittura all'ultimo posto 107°. Spettacoli Campobasso 89° e Isernia 104°.

Per concludere, quindi, a me sembra, pur con tante promesse, che non ci sia proprio la volontà, politica e amministrativa, di investire in cultura ma ci sia solo la pretesa, così meridionale, di riempirsi la bocca con questa parola per dare una parvenza di pulizia e integrità. I soldi non contano se poi la gente ti vede come un ignorante e la Fondazione serve proprio per non far passare da ignoranti un'intera classe politica.


Il Giornale dell'Arte - Vedere in Molise (inserto)

domenica 25 novembre 2012

L'opera al Nero - Personale di Pasquale Nero Galante all'Officina Solare


"L’Opera al Nero”

Personale di Pasquale Nero Galante

a cura di Angelo Andriuolo e Francesco Giulio Farachi

testo critico di Tommaso Evangelista

in collaborazione con Nino Barone

progetto grafico di Stefano Ferracci


Inaugurazione sabato 01 Dicembre ore 18.30

01 / 13 dicembre 2012

abstract

Terza mostra personale , in questo 2012, per Pasquale Nero Galante. Officina Solare presenta, per la prima volta in Italia, una piccola ma completa antologica dell’Artista, ripercorrendone tutta la vasta produzione. Dalla prima esposizione all’Accademia di Ungheria a Roma nel 1993 fino alle ultime sue personali a Roma, Istanbul ed Arezzo.

testi critici

da Impressioni di Novembre (tommaso evangelista)

.....il processo appare ancor più interessante poiché in Galante avviene con una gamma cromatica estremamente ristretta (neri, terre, grigi, bianchi) come se alla fine della ricerca il mondo non si riducesse che a pochi elementi, forse sospesi, di certo stratificati. L’immagine ombrosa allora, in bilico tra realtà e sogno, colta nel suo svanire o nel suo formarsi, diventa anche studio particolareggiato del reale come quando Caravaggio andava, come scrive il Baglione, a «ingagliardire gli scuri» per mostrare un «colorito più tinto». Mostrare e negare, quindi, ma senza correre il rischio di cadere in una sorta di gnosticismo di maniera, tanto caro all’estetica post-moderna, per cui spirito e materia sono irrimediabilmente separati e all’uomo non rimane che una materia priva di connotati spirituali, fatta di corpo e sostanza sensibile, da umiliare, quando non da annullare nell’immondo. Si percepisce, certo, una tensione intesa quale scavo non tanto nella realtà quanto sulla superficie della tela, uno scavo attuato attraverso colature, velature, abrasioni, segno e cancellazione del segno, ma l’idea della rappresentazione di una Natura caotica mi sembra un eccesso di nichilismo da evitare. Le immagini ombrose non sono fantasmi o corpi negati bensì visioni sfuggenti e per questo riduttive, come se i limitati colori producessero nella semiluce ferite e non definizioni, come se la forma forse comunque colta e trattenuta e che collassasse solo per debolezza teorica o mancanza di amore. L’immagine apre però alla contemplazione poiché ricrea dal particolare una sensazione universale, o quantomeno percepita come reale; il nervosismo insito nel trattamento apparentemente informe non genera confusi intrecci, senza abbellimenti, bensì ci parla di sensazioni e di non-finito, di elementi tattili da apprezzare nella distanza, di empatia e sublimazione.

da L’opera al Nero (francesco giulio farachi)

I quadri di Pasquale Nero Galante costruiscono l’immagine come emersione e stacco definitivi da ogni corredo d’ambientazione e scenografico, i soggetti sono i soli dominatori della superficie visiva, sottratti e sublimati dai fondi recessi di intangibile assoluto. Ogni immagine è coscienza dell’istante fermato, presa d’atto di uno stato dell’essere chiuso in sé, irrelazionato e irrelazionabile ad altro se non a sé....

da In the Black Mirror (angelo andriuolo)

....Il soggetto non è semplicemente dipinto, ma “vissuto”. L’artista ne penetra l’essenza, ne attraversa le nebbie e ne restituisce l’anima. La direzione non è una ricerca del consenso attraverso un ripetitivo “Dejà vu” o accattivante leziosità, ma esclusivamente, puntigliosamente scoperta di nuovi, inesplorati territori attraverso un mezzo classico quale quello della pittura.







Heart - Collettiva all'Aratro


Heart 

a cura di Piernicola Maria Di Iorio e del corso di organizzazione di eventi culturali e artistici 

Coordinamento sezione video a cura di Martina Adamuccio

Diego AGULLO' 
Maurizio CARIATI 
Linda CARRARA 
Massimo FESTI 
ICKS 
Marco LAMANNA 
Cosimo PAIANO 
Alessandro PENSO 
Lucia VERONESI 
Andreas ZAMPELLA

ARATRO, centro d'arte contemporanea dell'Università degli Studi del Molise presenta la mostra HEART progetto che intende raccogliere dieci giovani artisti italiani e internazionali che lavorano con la fotografia, il video e la pittura. La mostra nasce all'interno del corso di organizzazione di eventi culturali e artistici del dipartimento di Scienze Umanistiche, Sociale e della Formazione dell'Università degli Studi del Molise tenuto dal Prof. Lorenzo Canova, storico dell'Arte Contemporanea. Il titolo con un gioco di parole vuole alludere al cuore come metafora possibile di tematiche che vanno dal corpo e la sua fisicità, fino all'identità personale e collettiva, ai temi delle pulsioni espresse o negate, riprendendo il simbolo dell'originaria dualità corpo/anima. La scelta della parola inglese Heart vuole, tra l'altro, richiamare la parola arte, soprattutto nel suo legame con una visione non soltanto razionale, ma anche emozionale e istintuale della vita nella sua complessità di relazioni personali e sociali.

Alle ore 17:00 del 29 novembre, sempre negli spazi dell'Aratro, la mostra sarà preceduta da un seminario in cui interverranno artisti e curatori

ARATRO - archivio delle arti elettroniche - laboratorio per l’arte contemporanea
2° piano - 2° edificio polifunzionale università del molise, via de sanctis 86100 campobasso Info: +39 3385912482;  facebook: Aratro Università del Molise

Il Blog della collettiva Heart


Barbagallo al Maci

"Gli spazi del Maci ospitano circa 20 opere, alcune di grande dimensione, e che rappresentano il percorso artistico dell'autore nell'ultimo decennio. Con Systema Naturae Antonio Barbagallo mostra tutta la sua ambizione mitopoietica, che potremmo accostare alle visioni di Neruda. Una natura vorace ed incalzante lo costringe, una natura che mostra la sua potenza negli slanci e nelle distanze, nella sua energia cinetica e nella sua energia potenziale. Il titolo e' anche ironico: niente piu' della sua arte e' piu' lontano da una tassonomia statica, da un universo fatto nella sua completezza in un solo istante all'inizio del tempo. Il cosmo della sua arte e' una evoluzione tumultuosa, una gemmazione instancabile, dove domina la spirale che e' galassia ed e' conchiglia, genera i cieli ed abita i mari (Italo Nobile)". La personale "Systema naturae" e' a cura di Giorgio Berchicci; inaugurazione sabato 24 novembre alle ore 19 Fruibile fino al 31 gennaio 2013 presso gli spazi dell'Officina della Cultura.

Post che vuole sottolineare l'opera dell'artista, autentico e genuino, che si caratterizza per una interessante, seppur poco originale, riflessione sulla natura delle cose in bilico tra neoconcettuale e arte povera con qualche inflessione desunta dal lavoro sulla memoria di Boltanski. Dimensione intima e universale, il senso e il tempo e quel tentativo di tassonomia in divenire ben sintetizzato dal titolo che riprende il celebre testo di Linneo, punto di partenza della nomenclatura zoologica. Detto questo, senza nulla togliere all'artista, bisogna sottolineare come continui con soldi pubblici l'insensata gestione di uno spazio provinciale dedicato all'arte contemporanea, e che vorrebbe porsi come punto importante nel sistema culturale molisano, ma che, in barba a qualsiasi meritocrazia e curriculum, passa per gestori e curatori inspiegabilmente legati al mondo medico ovvero privi di titoli specifici e competenze aggiornate. Sottolineare l'assenza di una linea critica e curatoriale con relativa mancanza di impatto e incidenza nella realtà cittadina e la sostanziale inutilità, deficitando ricerca di storicità e lavoro sull'ambiente locale, delle mostre proposte che diventano dei buchi nell'acqua e delle autoglorificazioni.

mercoledì 21 novembre 2012

Gino Marotta. Un’opera da ricordare, nelle parole di Lorenzo Canova



Gino Marotta nel 1967 con Bosco

Gino Marotta (Campobasso, 1935 – Roma, 2012) è stato un grande esploratore, un artista che attraversato, trasformato e precorso stili, tendenze e movimenti conservando però l’integrità di un’originalissima visione personale. Scultore, pittore, designer, Marotta ha sviluppato il suo percorso in modo poliedrico e coerente, seguendo costantemente quell’idea di “curiosità” su cui ha voluto sempre basare la sua ricerca. Sin dagli esordi, Marotta ha infatti lavorato su idee e materiali innovativi, seguendo una linea tutta italiana, ma di ampiezza internazionale, che parte dal Futurismo.
L’artista ha esordito dunque negli Anni Cinquanta con i “piombi” e i “bandoni”, dove l’uso della fiamma ossidrica si poneva in un dialogo non subalterno con l’opera diBurri, arrivando poi alla creazione delle “pitture-oggetto” dei primissimi Anni Sessanta. In questi anni l’artista è entrato in rapporto diretto con quel contesto internazionale che ha portato alla Pop Art, a cui Marotta ha dato un originale contributo con i suoi metacrilati, dove fonde le sue esperienze progettuali di designer alla sua sintesi iconica e strutturale che ha dato un senso nuovo al concetto stesso di scultura.
In questo senso, Marotta non ha rinnegato il rapporto con la produzione industriale, ma lo ha posto al centro delle sue opere nate dalla sua azione disegnativa e progettuale. Così è stata la materia plastica la protagonista di questo intenso dialogo che Marotta ha intrapreso seguendo quell’idea costruttiva che negli Anni Cinquanta e Sessanta ha reso l’Italia un esempio per moltissime ricerche internazionali. Attraverso il metacrilato, l’artista ha superato l’idea statica della scultura spostandosi, parallelamente ad alcuni compagni di strada, verso l’esito (già intuito dai futuristi) dell’arte ambientale, quell’Environment in cui l’opera si apre per fare entrare lo spettatore al centro del suo nucleo strutturale.


Gino Marotta per Carmelo Bene – Salomè – 1972

Quest’idea di spalancare l’arte alla dimensione della vita ha condotto così a installazioni dove è diventato centrale l’interesse di Marotta per la dialettica e il confronto tra naturale e artificiale. In queste opere degli anni sessanta e primissimi settanta, difatti, gli alberi, i boschi, le palme, gli animali, il mare e la pioggia sono di metacrilato, spesso con inserimenti di neon, per annunciare le metamorfosi della modernità di un’arte che trasforma e modella il paesaggio, ma anche per celebrare industrialmente il sentimento elegiaco della perdita, la nostalgia per un mondo rurale in via di estinzione, come quello del suo Molise.
Nell’età dell’oro della Roma degli Anni Sessanta, Marotta, insieme a, tra gli altri,Pascali, Ceroli e Kounellis (che con lui esposero al Louvre nel 1969), approda alla dimensione aperta e collettiva dello spettacolo, come territorio di dialogo e interazione per le arti sulla linea inaugurata proprio dal Futurismo. Muovendo da questi presupposti, e soprattutto nel suo lungo sodalizio con Carmelo Bene, dal film Salomè fino agli spettacoli teatrali Nostra Signora dei Turchi e Hommelette for Hamlet, Marotta ha spostato in modo quasi naturale la sua attenzione verso una dimensione legata al teatro e al cinema, intesi come forme espressive che immergono e coinvolgono lo spettatore nello spazio dell’opera.


Gino Marotta – Cronotopo virtuale – 2011

La straordinaria scenografia di Hommelette for Hamlet (1987) che valse a Marotta il Premio Ubu nel 1988 si ricollega, nella nuova stagione degli Anni Ottanta, alla grande installazione in pietra Le rovine dell’Isola di Altilia della Biennale di Venezia del 1986 e mostra un artista allo stesso tempo differente e coerente rispetto alle esperienze precedenti. In questa grande fusione tra scultura, performance e installazione l’opera diviene parte integrante di una visione legata al contesto internazionale della rivisitazione del passato, nel rinnovato sentimento di elegia di una mirabolante macchina della memoria costruita attraverso l’evocazione dei capolavori della statuaria barocca romana.
Mai appagato dai risultati raggiunti, Marotta, dalla fine degli Anni Novanta in poi, ha rinnovato i suoi metacrilati, facendone quadri, sculture, installazioni con inserti digitali e di led luminosi, che rielaborano e rinnovano il suo mondo iconografico. L’ultimo decennio ha rappresentato una stagione felice che ha coinciso con nuovi importanti riconoscimenti museali ed espositivi italiani e internazionali, fino alla sua grande mostra personale ancora in corso alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, traguardo finale della sua volontà di rinnovamento ed esplorazione, progetto concepito come un vera e propria conversazione, allo stesso tempo seria e giocosa, tra la sua carriera di artista e le collezioni del museo, coronamento di un viaggio che la morte ha interrotto bruscamente ma che la storia conserverà tra le maggiori esperienze non solo italiane di questi ultimi decenni.

Lorenzo Canova su Artribune

www.ginomarotta.it

Domani, giovedì 22, invece, presso la galleria Artes a Campobasso (Viale Elena 60) alle ore 17 ci sarà una commemorazione dell'artista con la presenza di critici d'arte e amici: Adalberto Cufari, Isabella Astorri, Franco Valente, Michele Carroccia, Vincenzo Manocchio, Dante Gentile Lorusso, Silvia Valente, Tommaso Evangelista, Augusto Massa, Walter Genua.


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