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domenica 16 dicembre 2012

Nascita di un Museo, al tempo delle crisi - Il Museo Nazionale di Castello Pandone

Martedì 18 dicembre alle ore 11 presso il castello Pandone di Venafro ci sarà la conferenza stampa di presentazione del nuovo museo, Museo Nazionale di Castello Pandone, voluto dalla soprintendenza per i beni storico-artistici e che presenta un affascinante percorso nella pittura molisana e centro-meridionale.

A Venafro, “porta del Molise” nel punto di incontro con Lazio, Campania e Abruzzo, presentiamo al pubblico il Museo Nazionale di Castello Pandone, frutto del lavoro delle strutture territoriali del Ministero per i beni e le attività culturali. 

Il Castello domina Venafro, principale centro dell’alta Valle del Volturno per la posizione sulla biforcazione della via Latina verso la Campania e il Sannio, ed è a sua volta dominato dal monte Santa Croce, ove durante la guerra fra Sanniti e Romani (343 – 290 a.C.) fu costruita una fortificazione. Dopo il fiorente periodo romano, che vide Venafro dotarsi di acquedotto, anfiteatro, teatro, odeon, la città si contrasse intorno alla cattedrale.

I Longobardi occuparono per esigenze difensive l’anfiteatro (il “Verlascio”), ma alla fine del X secolo eressero una fortificazione a nord della città, sui resti di precedenti strutture romane. Fu in questo contesto che prese forma il nucleo originario dell’attuale Castello Pandone, che divenne un nuovo punto di riferimento per lo sviluppo urbano medievale, la cui evoluzione determinò l’insolita posizione della cattedrale fuori dalle mura. 
Il nucleo più antico del Castello, la torre longobarda, risale alla seconda metà del X secolo. Il complesso subì numerose trasformazioni nelle epoche successive, a partire da quella angioina, e particolarmente importanti furono gli interventi rinascimentali che ne determinarono la funzione di dimora della famiglia Pandone, che aveva ricevuto il feudo dai re aragonesi. 
La decorazione con il ciclo dei cavalli di Enrico Pandone, per la sua unicità, offre un percorso interessante sotto diversi punti di vista. Per la tecnica esecutiva, trattandosi di intonaco a rilievo e affrescato; per la probabile provenienza della bottega incaricata dell’impresa dall’ambiente napoletano, caratterizzato da pittori iberico-fiamminghi – un cui riflesso è ravvisabile nel ciclo per l’insistenza decorativa e il retaggio “gotico” delle figure – e artisti romani e lombardi, dai quali potrebbe derivare la ricerca di effetti prospettici nella rappresentazione dei cavalli a dimensione naturale. Interessante è anche il significato culturale dell’originale “galleria” di ritratti equini, il cui solo possibile confronto è con la Sala dei Cavalli in Palazzo Tè a Mantova, affrescata per i Gonzaga da Giulio Romano poco dopo il ciclo venafrano. Enrico Pandone, noto allevatore di cavalli, potrebbe essere considerato il campione di quei nobili napoletani criticati dall’umanista Pietro Summonte per la poca attenzione all’arte, ciò per avere “atteso se non alle cose della guerra, alle giostre, ad fornimenti di cavalli, alle cacce”. Sarebbe errato tuttavia ignorare il presupposto culturale umanistico e cavalleresco che ispirò a Pandone questi “ritratti”, corredati dalle rispettive ed eleganti epigrafi. Lo si percepisce anche dagli strati di intonaco su cui lavorò la bottega, sui quali si vedono, oltre i disegni preparatori, schizzi di navi, caricature, conteggi, versi, proverbi a carattere morale e amoroso in italiano, spagnolo, latino. Questo era l’immaginario preferito di un uomo d’arme come Pandone, fino al suo tradimento dell’imperatore con il passaggio alla parte francese, decisione che gli costò la vita nel 1528. Successivamente i Lannoy decorarono il Castello, cercando di cancellare la memoria della decaduta famiglia: a loro spettò la commissione del fregio nel salone e in altri ambienti con scene di vita cittadina e di corte. 

Il percorso museale

Il percorso museale ha inizio con le più antiche testimonianze pittoriche molisane, i frammenti di affresco del VII secolo da Santa Maria delle Monache di Isernia, e prosegue con opere medievali quali l’affresco con i Santi Bartolomeo e Michele dalla chiesa di San Michele di Roccaravindola e la scultura trecentesca della Madonna con Bambino da Santa Maria della Strada di Matrice. 
Il polittico con scene della Passione di Cristo, realizzato in alabastro nel XV secolo da una bottega inglese di Nottingham, è indicativo di una committenza esigente, tutt’altro che estranea all’internazionalità del gusto, ruotante intorno alla chiesa dell’Annunziata di Venafro e all’importante Confraternita dei Flagellanti. 
Opere prodotte a Napoli per il Molise o da artisti molisani formatisi a Napoli nel Sei e Settecento sono state poste ‘in dialogo’ nel percorso museale con dipinti provenienti da importanti musei statali: Museo Nazionale di Capodimonte e Museo Nazionale di San Martino, Napoli; Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini, Roma; Palazzo Reale, Caserta. 

Scaturisce un itinerario nella pittura centro-meridionale al cui interno è possibile notare la Madonna con Bambino e santi dalla Chiesa del Carmine di Venafro, che il raro pittore napoletano Simone Papa, allievo di Belisario Corenzio, firmò e datò 1612 influenzato dalla pittura tardo manierista e dal realismo caravaggesco. Raccoglie disegni e stampe appartenenti a famiglie di artisti provenienti dal centro molisano di Oratino – i Brunetti, i Falocco, seguaci di Francesco Solimena – la collezione di Giacomo e Nicola Giuliani, di cui viene esposta una selezione illustrante disegni di soggetti sacri decorazioni per edifici civili e arredi.
Spicca la qualità del San Sebastiano curato da Irene, proveniente dalla Chiesa Parrocchiale di Gildone, del caravaggesco Giuseppe Di Guido, in precedenza detto “Maestro di Fontanarosa”, che si esalta nel confronto con l’Andata al Calvario di Pacecco De Rosa, (Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli), in cui il realismo caravaggesco – che ispirò anche due suoi maestri, Massimo Stanzione e Filippo Vitale - si coniuga con il classicismo emiliano e romano. Di quest’ultima linea culturale De Rosa fu il più convinto seguace, essendosi accostato al bolognese Domenichino, attivo a Napoli fin dal 1631.

Per la pittura della fine del Seicento e del Settecento due artisti napoletani furono punto di riferimento per l’Italia e l’Europa. Uno è Luca Giordano, che, dopo l’iniziale influenza del naturalismo di Ribera, attraversò la penisola per studiare le opere di Pietro da Cortona, Tiziano, Veronese ed elaborò un proprio linguaggio pittorico vivace e rutilante, fluido fino quasi alla dissolvenza formale e luministica. All’ambito di questo maestro è attribuito Pan e la ninfa Siringa (Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli). L’altro è Francesco Solimena, che sviluppò uno stile tra il naturalismo e il barocco di Giovanni Lanfranco e Mattia Preti, concreto e definito come nella Madonna con Bambino della Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini di Roma, ove è quella saldezza formale ricorrente in pale d’altare e decorazioni scenografiche. Con i due citati protagonisti della scena pittorica si confrontarono inevitabilmente gli altri artisti, interpretandone le novità e diffondendole nei diversi territori. Per il Settecento spiccano per qualità a Venafro la Madonna con Bambino e san Nicola da Tolentino, dalla Chiesa di Sant’Agostino in Venafro, opera di Nicola Maria Rossi, molto influenzato da Solimena, oppure i Misteri del Rosario di un Seguace di Francesco De Mura, dalla Chiesa di Sant’Agostino in Venafro. A suggerire il gusto per la pittura di genere, che probabilmente caratterizzò le dimore della nobiltà napoletana in Molise, sono state esposte nature morte di Gaetano Cusati (Museo Nazionale di San Martino, Napoli), che contribuì a evolvere tali soggetti dal naturalismo al barocco, e Baldassarre De Caro (Palazzo Reale, Caserta), dai densi bagliori e ombre che riflettono l’influsso di Solimena.

La brochure con la pianta del museo

Il comunicato stampa sul sito del MiBac



venerdì 14 dicembre 2012

Il baldacchino per Santa Lucia

Virginia Zanetti - Il Baldacchino per S. Lucia

Una delle opere, forse la più rappresentativa e toccante, realizzate dagli artisti durante la residenza Vis a Vis e che verrà presentata domani nella mostra documentativa del progetto alla galleria Limiti Inchiusi di Campobasso.

Virginia Zanetti. PERCHE' CHIEDI A ME CIO' CHE TU PUOI OTTENERE?/ IL BALDACCHINO PER S.LUCIA, legno lavorato ed intagliato e tessuto di lino ricamato, 160 x 80 x 80 cm, Chiesa di S.Lucia, Montemitro, 2012 Vis a Vis Artists in Residence - Virginia Zanetti - Non c'è Due senza Tre - Montemitro Perchè chiedi a me ciò che tu puoi ottenere? Baldacchino per S.Lucia S. Lucia protettrice della vista e della visione intesa anche come saggezza, viene festeggiata ed omaggiata più volte durante l’anno dal paese di Montemitro; qui infatti nel XV secolo, in segno di una profonda venerazione, i profughi croati trasportarono la statua lignea della santa. L’esito dei processi di realizzazione di un baldacchino per S.Lucia, possibile con il contributo degli abitanti locali, è un’opera-espediente per riunire la comunità su un tema tradizionalmente sentito e per riflettere sulla natura delle relazioni e sulla responsabilità individuale - centrale in tal senso la risposta di S.Agata alla supplica che Lucia le faceva per la madre “perché chiedi a me ciò che puoi ottenere tu?”. Il baldacchino richiama nella struttura e nella forma una tenda, simbolo di ogni popolo emigrante e qui riferimento specifico ai movimenti di arrivo-ritorno di persone . Proprio la tenda, bianca in omaggio alla purezza, è stata realizzata dalle donne del paese come composizione di tanti fazzoletti su cui, per ogni nucleo familiare, viene o verrà ricamata una parola bianco su bianco a espressione di ciò che noi vorremmo dagli altri. L’opera suggerisce vari livelli di significato: la riflessione sulle dinamiche relazionali, l’omaggio all’arte creando un “contenitore” per una scultura precedente, l’incontro tra funzione estetica e d’uso, il rischio-auspicio che l’intervento sul rito esistente diventi con il tempo un arricchimento “canonizzato” dello stesso.


Viteliù al Maci

Un weekend per scoprire l’essenza della Prima Italia, con l’evento-spettacolo dedicato al Romanzo Storico di Nicola Mastronardi

Sabato (17.30) e domenica (10.30) l’Officina della Cultura di Isernia ospita l’evento di presentazione di “Viteliú – Il nome della Libertà”.

Due giorni per scoprire l’universo nascosto dei Sanniti e dei Popoli Italici. L’Officina della Cultura e del Tempo Libero di Isernia ospita sabato 15 dicembre (ore 17.30) per la rassegna “Sabato al Maci” edomenica 16 dicembre, in occasione del treno speciale sulla Transiberiana d’Italia (organizzato da Trans.Ita Onlus) la presentazione del romanzo storico di esordio dello scrittore molisano Nicola Mastronardi, “Viteliú – Il nome della Libertà” (edito da Itaca Edizioni e già disponibile in tutte le librerie italiane), un viaggio nell’universo dei Sanniti, Marsi, Peligni e dei dodici popoli italici che osarono opporsi al dominio romano, guidati da un anelito di indipendenza e dal sogno di formare una nazione, Viteliú, la Prima Italia. Gli attori molisani, Giorgio Careccia e Barbara Petti, Luca Cataldi (voce narrante) sabato pomeriggio daranno vita, con una creativa scenografia, ai contenuti del romanzo. Mentre, il pianista internazionale Simone Sala (vincitore di numerosi concorsi musicali e già con una carriera internazionale in corso, ideatore del festival “Wordl Music Project) farà vibrare le sue dita sui tasti del pianoforte, diffondendo la musica che ha composto per l’esclusivo spettacolo. Domenica mattina, invece, la presentazione di “Viteliú – Il nome della Libertà” si ripeterà per tutti gli amanti della linea ferroviaria Carpinone-Sulmona, che attraversa paesaggi, monti e vallate di Molise e Abruzzo, luoghi in cui il romanzo è ambientato e posti in cui nacque la storia di una nazione. Nicola Mastronardi proseguirà il viaggio in treno fino a Roccaraso e sul convoglio saranno letti alcuni brani del suo prezioso volume, che restituisce il tassello mancante della straordinaria epopea italica alla storia antica.

Il tour di Viteliu continua...

17 Dicembre (Festa della Regione Molise) Campobasso, ore 16.00 con Michele Placido

28 Dicembre Agnone (Is)

29 Dicembre Bojano

12 Gennaio Roma (Fondazione "Crocetti") 

15 Gennaio Roma (Campidoglio)

19 Gennaio Ascoli Piceno

giovedì 13 dicembre 2012

Lutto per l'editoria molisana - morto Francesco Palladino


"E' morto ieri all'età di 87 anni il fondatore della nostra tipografia Francesco Palladino.

A lui si devono i successi di un delle aziende tipografiche più rinomate della regione e l'omonima casa editrice, che ha stampato oltre mille libri, oltre a tantissime innovazioni, compresa l'installazione per la prima volta in Molise dei metodi di stampa offset e lynotype. Senza dimenticare il fortunato
punto commerciale Foto Lampo gestito oggi dalla figlia Marilina. Grande imprenditore, amante del bello e dell'arte, 'Cecchino' ha realizzato il suo ultimo progetto attraverso l'allestimento di una galleria aperta a tutti i possibili esperimenti culturali. Si tratta della Sala Azienda per le Arti gestita con passione dal figlio Gino e dalla nuora Giovanna. 'Cecchino' ha seguito con amore e presenza costante l'attività tipografica ed editoriale fino all'ultimo, nonostante l'aggravarsi delle condizioni di salute. Le sue visite in tipografia e la presenza costante alle iniziative culturali realizzate anche negli ultimi mesi dalla Palladino Company rappresentano oggi un segno di amore per il lavoro e un esempio di straordinaria volontà e desiderio di essere sempre utile alla causa. L'Open space di Via Colle delle Api è la ragione stessa della nostra pagina Facebook che resterà chiusa in segno di lutto fino al termine di questa settimana, con sola apertura ai commenti di questo posto per i messaggi di cordoglio. La grave perdita lascia un vuoto incolmabile nel panorama dell'imprenditoria e dell'editoria regionale. I funerali di Francesco Palladino si svolgeranno oggi alle 15.30 nella chiesa di San Paolo in Via Tiberio a Campobasso".

Sara Pellegrini

Segnalo la messa online del nuovo sito dell'artista termolese Sara Pellegrini sul quale è possibile vedere, in ordine cronologico, molti dei suoi lavori in bilico sempre tra matericità e astrazione, e un forte senso degli elementi. L'ultima serie, in basso, è quella dei Poliuretani

"Il ciclo di opere più recente di Sara Pellegrini è nato spontaneamente dalla ricerca diun lavoro più immediato, capace di cogliere l'idea al volo e realizzarla nel più breve tempo possibile. L'artista, dopo aver maturato una serie di cambiamenti stilistici e aver raggiunto una piena consapevolezza di sé, sente l'urgenza di trasformare la materia nel prodotto creativo finito. L'unico materiale da sfruttare velocemente, che le dia anche una resa esteticamente eccellente, è il poliuretano espanso, un polimero a struttura spugnosa, estremamente leggero, in quanto frutto di una reazione del poliestere, e isolante sia termico, che acustico. C'è il gusto di andare a pescare nei materiali industriali, normalmente utilizzati per i rivestimenti protettivi, vincendo la sfida di mutarli in vere e proprie opere d'arte. La caratteristica di trattenere il suono e il calore conferisce ai poliuretani un'intensità energetica non indifferente, che la superficie impregnata di colore riesce a sfruttare grandemente.
Tanto è lo spessore di questi lavori, tanta è la loro leggerezza e quello di Pellegrini è infine un ritorno allo status mentale riconosciuto durante la produzione delle terre. La materia acquista una levità sostanziale, che non corrisponde all'apparenza: le opere di questo ciclo sembrano fatte di legno, perché allo stesso modo è trattato il poliuretano, facendo saltare via cubetti di materia dalla superficie. Ecco spiegato allora il differente rapporto con il tempo di realizzazione del quadro: se in precedenza era soprattutto un tempo mentale di progettazione dell'opera, adesso è un tempo fisico, tutto concentrato sulla lavorazione diretta della materia, un modus operandi che richiede una completa dedizione. Tutto è fatto con un alto grado di libertà, recuperata per essere impiegata in una tecnica raffinata in anni di esperienza. Questo risulta essere un momento fondamentale nel percorso artistico dell'autrice termolese, che sente di aver concluso così un primo periodo importante della sua ricerca e sceglie di raccoglierne i frutti in questa elegante monografia".




Silent Places - fotografie di Mauro Presutti



“SILENT PLACES”
Personale di Mauro Presutti

Mostra Fotografica
Inaugurazione sabato 15 Dicembre ore 18.30
15 / 29 dicembre 2012

La lentezza del viaggio.

«Il viaggio non soltanto allarga la mente: le dà forma». Così scriveva Bruce Chatwin nei suoi diari e l’idea dell’irrequieto viaggiatore mi sembra particolarmente felice in quanto nasconde anche una piccola riflessione di ordine estetico. Il viaggio incidendo sulla nostra percezione delle cose riesce a modificarne la visione, ovvero dà forma alla mente, intesa come strumento di costruzione di immagini, attraverso una lenta educazione al visibile. Anatomia dell’esperienza che è capace di alterare i punti di vista per aprire al senso e alla contemplazione. Se viriamo il discorso sulla fotografia la riflessione ci appare ancor più interessante poiché se il mezzo espressivo del fotografo è la “scelta”, intesa come opzione valutativa sulla realtà che si ha di fronte attraverso la selezione e la separazione, tale scelta può assumere delle precise fisionomie, delle matrici, dei punti espressivi, anche inconsci, rintracciabili e valutabili. I lavori di Mauro Presutti sono scatti legati al viaggio e per tanto vivono dell’intimo legame che si viene a creare, celandosi, tra l’artista e i luoghi, un legame che è sempre interiore e che in foto percepiamo esclusivamente come engramma, come leggera traccia veritativa di un determinato spazio colto in un determinato tempo. In una cultura visuale, anche e soprattutto fotografica, dominata dall’elettronica e dalla saturazione del ritocco dove assistiamo alla fine di quello che gli studiosi chiamano indexicalità (enunciazione della sua contiguità analogica con il denotato), la fine cioè della necessaria presenza del reale per l’immagine cine-fotografica, un ritorno ad un preciso e nascosto lavoro sul paesaggio reale mi sembra interessante. Presutti interpreta e cattura i propri stati d’animo nati dal confronto con luoghi estremi e desolati, ma mai desolanti, e lo fa attraverso il mezzo fotografico che fissando luci e colori scava nel fenomeno ottico per trasportarlo sul piano immateriale dell’idea intima di quel luogo. La sensazione è che lo spazio, con le sue vastità inquiete, si perda in una circolare solitudine per poi ritornare, purificato, nel punto immateriale di messa a fuoco rimanendovi sospeso. La lontananza è priva di riferimenti ma mentre l’ambiente può risultarci indistinto, “esotico” e non facilmente accessibile, quasi respingente, ad una prima occhiata, l’orizzonte ci appare sempre netto e regolare. Una linea marcata e precisa taglia in due la foto dividendo in maniera ora dolce ora violenta le forme naturali di dune e montagne da cieli carichi di luci e giochi di nuvole; questa linea assurge quasi a stilema raccontandoci dei siti, delle regioni esplorate, ma anche delle attese e delle aspettative in quanto apre ad un oltre inedito e nascosto. Il senso profondo dei territori esplorati da Presutti affiora nei lavori lentamente, attraverso calcolati giochi di luci e ombre, contrasti e chiaroscuri ora leggeri ora più marcati ma mai eccessivamente violenti e spiazzanti, con la macchina se si adegua agli spazi e non ricerca il punto di vista distorto o urlato. La vista (e anche la fotografia), infatti, va educata alla lentezza del viaggio.

Tommaso Evangelista.





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