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mercoledì 8 maggio 2013

Ricordi in libertà - La collezione d’arte di Michele Praitano



Ricordi in libertà 
La collezione d’arte di Michele Praitano 

Mercoledì 15 maggio 2013 ore 16.00 
Campobasso, Auditorium di Palazzo Japoce 
Salita San Bartolomeo, 10 


Mercoledì 15 maggio, alle ore 16.00, presso l’auditorium di Palazzo Japoce si presenta al pubblico il volume Ricordi in libertà. La collezione d’arte di Michele Praitano. 

Il volume espone la collezione d’arte che Michele Praitano ha formato in oltre cinquant’anni di ricerca in Italia e all’estero. E’ Praitano stesso che ne descrive con vivacità lo sviluppo, narrando con fluidità le storie di molte delle opere illustrate, descrivendo i personaggi incontrati, i successi e le delusioni, le sue principali scelte artistiche sulla pittura otto-novecentesca ispirata dal realismo, dall’impressionismo e dalla classicità. 

Segue un inquadramento critico della collezione proposto da Olga Scotto dal punto di osservazione di Napoli, il contesto storico-artistico e di mercato maggiormente esplorato da Praitano, da lui preferito anche per poter ritrovare quei fili di collegamento degli autori molisani con una città che apriva anche alle esperienze internazionali. 

La catalogazione delle opere è stata svolta da Marianna Cicoira, che alla collezione ha dedicato la tesi specialistica discussa presso l’Università degli Studi del Molise, e i cui risultati e i numerosi spunti di indagine vengono offerti in maniera sistematica all’attenzione degli studiosi e degli appassionati. 

Da parte della Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Molise e della Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Molise sono state svolte le attività di tutela e di valorizzazione della collezione, che hanno visto la stretta collaborazione con Praitano e hanno permesso, grazie anche alla cooperazione dell’Amministrazione Provinciale, di esporre in Palazzo Pistilli a Campobasso (da maggio 2012) opere della collezione accanto ad altre della raccolta Eliseo nella mostra I Colori delle Emozioni. Il Collezionismo di Giuseppe Ottavio Eliseo e Michele Praitano per Campobasso e il Molise. 

Per contatti: 
Soprintendenza BSAE del Molise 
Salita San Bartolomeo, 10 Campobasso 
Tel.0874.431350 – Fax 0874.431351 
vittoria.dicera@beniculturali.it

Guardando il mare in una notte estiva - Giannantonio



Guardando il mare in una notte estiva 
Fabio Giannantonio


inaugurazione
sabato 11 maggio 2013 – h. 20.00
11 maggio / 9 giugno 2013

dal giovedì al lunedì
10.30 – 13.30 / 16.30 – 21.00
“Giannantonio disegna il proprio profilo di artista mediante il lavoro più recente di scultore e poi di pittore, o meglio, di “compositore”. Nei suoi ultimi lavori pittorici su tavola utilizza materiali come il ferro e la pietra, ma anche riposanti stesure di colore, che costituiscono il naturale approdo dove far confluire il bisogno di interagire con gli elementi e la necessità di rivelare la luce. La sua naturale predisposizione al racconto è utile per produrre testimonianze, tracce e documenti che traducano in modo inequivocabile l’urgenza di sedimentare il paesaggio e la complessità dell'uomo.”



Traker Art 2013 - Ottavo convegno della nuova critica d'arte italiana




PROGRAMMA

TRACKER ART 
OTTAVO CONVEGNO DELLA NUOVA CTITICA D’ARTE ITALIANA

Sabato 11 maggio 2013 ore 9.30
Aula Magna del Liceo Artistico Statale “B. Jacovitti” Termoli

Ore 9.30 Saluto delle Autorità

Ore 9.45 Presentazione del Convegno
Antonio Franzese, Nino Barone

Ore 10.00
“L’arte negli anni ottanta a Roma: il trionfo postmoderno della Transavangurdia e della Nuova Maniera verso la Modernità” 
Antonio Gasbarrini

Ore 10.30
“Il movimento Trattista 1982-1986” 
Giuseppe Siano

11.00 Break

Ore 11.15
“Testimonianza di artista” 
con visita dell’opera trattista di 6m X 1,20m.
Marco Fioramanti

Ore 11.45
“Il Gruppo Solare a Termoli 1976-1980” 
Tommaso Evangelista

Ore 12,15
Presentazione della rivista d’arte “Night Italia” 
Marco Fioramanti, Antonio Gasbarrini, Giuseppe Siano

Ore 12.45 Conclusioni


lunedì 6 maggio 2013

Carlo Parente - Appunti per l'ascesa di nuova crudeltà

"LOVE SHIT-ART piccolo shit-artist col suo piccolo muro. (bank-me da bimbo)" olio e acrilico su mdf,33x23cm, 2013



CARLO PARENTE APPUNTI PER L’ASCESA DI NUOVA CRUDELTA’ 


A cura di: Helena Rusikova
Dal 7/ 5/ 2013 al 31/ 05 / 2013

Inaugurazione: Martedì 7 MaggioOre 19,30
KOMA’ ArtGallery Corso Umberto I° n°52 86023 Montagano (CB) 


Uno dei motti che meglio riassume e mantiene (per l'appunto) viva la memoria del Punk, è "Punk'snot dead", ovvero il punk non è morto. 

A dirla tutta il punk non è morto semplicemente perchè non è in grado di farlo, trattandosi, al di là della omonima moda, musica, periodo storico, innanzitutto di un'attitudine. 

Infatti gli atteggiamenti "punk" esistevano da quando si abbattevano bisonti a clavate fino ai giorni nostri in cui succede che un piccolo paese montano del Molise - Montagano nella fattispecie - decide di ospitare questa piccola mostra di Carlo Parente. 

Bisognava aspettare che l'iniziativa arrivasse da un luogo ignorato dal mondo e che orgogliosamente ricambia il mondo ignorandolo a sua volta. 

Il Punk non tradisce la sua vocazione, anzi ne esce ulteriormente arricchito proprio attraverso l'ignorare, l'ignoranza, l'essere ignorante. 

L'artista in questione, non di meno, si disinteressa del tutto alla possibilità che il suo lavoro possa non essere originale o possa non rispondere ai recenti approdi dell'arte, e disinteressarsi è una forma più o meno volontaria di ignoranza. In ogni caso anche questo è Punk. 

Dare dell'ignorante ad un Punk è forse il più bel complimento che gli si possa fare, se non altro il più coerente. 

Dopo mesi ed anni e decenni di smartellamento testicolare con questo rognosissimo "Pop Surrealismo" che i grandi canali artistici e giornalistici, in grandi centri urbani e con grandi flussi economici, hanno deciso di propinare senza tregua, ecco che emerge in un luogo a malapena registrato sulle mappe, all'interno di un piccolo circuito artistico, scrupolosamente evitando i giornalisti e con un budget che supera di poco la decina di euro, il primo ed ufficiale caso di PUNK REALISTA, espressione coniata dalla sottoscritta (con la complicità del coraggioso Michele Mariano), per impartire la seguente lezione: la libertà è nell'ignorare, non per ignoranza ma per volontà, ciò che vuole essere a tutti i costi conosciuto, riconosciuto e discusso. 

Il Pop Surrealismo a cui il PUNK REALISTA si oppone, non è chiaramente il nemico numero uno, ma è solo un esempio abbastanza calzante di come lì fuori si agita il mondo dell'arte, che però qui ci fa la figura dell'esercito romano che non riesce a piegare il piccolo villaggio di Asterix. 

D'altronde la vicenda storica del Molise è la medesima: il Sacro Romano Impero ricacciato a calci nel didietro da qualche centinaio di Sanniti. 

I Sanniti erano e sono dei veri Punk, realisti per giunta, poichè questo spirito si applica e manifesta giorno per giorno, nelle piccole e grandi cose, nella vita vera ("Reale" quindi) e in come uno decide di viverla e, in caso, di trasformarla in un'opera d'arte. 

Per poter farlo e o anche solo per capirlo, però, bisogna essere davvero un bel po' ignoranti. 

Helena Rusikova 


KomA’Corso Umberto I° n°52 86023 Montagano (CB) 
Aperta dal martedì al sabato dalle 19 alle 01 
tel: 347 5624436 mail: komagallery@gmail.com

sabato 4 maggio 2013

Sergio Lombardo a Termoli - Pitture stocastiche




Si è chiusa a Termoli l’esposizione di “pitture stocastiche” di Sergio Lombardo all’Officina Solare di Nino Barone. Diciamo che è proprio quel Sergio Lombardo famoso che, nel 1961, ha partecipato allo storico gruppo di Piazza del Popolo con Jannis Kounellis, Tano Festa, Franco Angeli, Renato Mambor, Cesare Tacchi e Mario Schifano. Una mostra che è in linea col movimento da lui fondato in seguito: l’eventualismo (1977-79). Attratto dalle nuove forme geometriche ottenute dalle rotazioni di “elementi” in uno spazio-tempo a più dimensioni, dal 1980 al 1996, Lombardo ha lavorato con l’intento di ottenere nell’arte una tecnica con cui mostrare in che modo si percepiscono le forme in movimento e come emerge una nuova organizzazione delle relazioni in un ambiente. Queste sue opere emergono come rapporto tra una rappresentazione, la percezione del movimento e la dimensione del tempo. Per ottenere queste relazioni e spostamenti spazio-temporali egli si è avvalso di algoritmi matematici che si riproducono utilizzando i programmi logici di randomizzazione [sviluppo casuale] del computer. Sicuramente per questo motivo egli ha definito le sue opere “pitture stocastiche” [cioè pitture dallo stato finito e dai tempi discreti]. 

Le opere di Lombardo subito proiettano in un ambiente percettivo di contestuali e logici spostamenti, che coinvolgono oggetti, o figure geometriche inusuali, che collegano più piani o stati di un’evoluzione. Rappresentare un’origine, oggi, è risalire a uno stimolo, anche dopo l’intervento della freccia temporale. Si possono perciò definire le figure che Lombardo ottiene come “rappresentazioni” di elementi casuali “complessi”, colti da più punti di vista, e che si spostano in un ambiente a più dimensioni — almeno una in più dopo le tre canoniche. 

Le sue pitture, sembra, contengano un espresso riferimento al principio d’indeterminazione di Heisenberg e, indirettamente, a FLUXUS. Il principio permette di osservare il fenomeno secondo l’analisi degli elementi, e non secondo un racconto fondato sul “senso” della “parola”, che rappresenta un’unica “verità”. Ogni evento indeterminato si può raccontare secondo uno dei due aspetti di una variabile. Se, ad esempio, ci si sofferma sulla determinazione esatta di un parametro, quale può essere la posizione di un fotone nel mondo subatomico, ciò comporta l’indeterminazione dell’altro parametro qual è la sua velocità di spostamento. FLUXUS e l’eventualismo di Lombardo, partendo da principi diversi, hanno applicato al mondo dell’arte il principio delle variabili di Heisenberg della materia-energia subatomica, di cui un aspetto sarà sempre indeterminato. 

In Lombardo, le sue opere sono prodotte su supporti bidimensionali — qual è considerato ancora il foglio di carta o la tela —, e cercano di farci percepire come le rappresentazioni nelle nuove dimensioni dello spazio-tempo provengono e da una nuova concezione di materia-energia inscindibile e da complessi calcoli, che sono possibili ottenere con il computer. Per questo motivo le colloco nel filone delle cosiddette dissoluzioni della geometria euclidea e della fine della rappresentazione del pensiero logico-lineare, che furono già sabotate dalle cosiddette avanguardie storiche (futurismo, dadaismo e surrealismo). 

Le sue opere fanno un esplicito riferimento alla filosofia dell’emergenza logico-percettiva-contestuale, con cui si manifesta un evento relativo in un osservatore. 

Le “pitture stocastiche” presentate da Lombardo aprono, con l’intervento di un osservatore, il campo dell’artistico alle nuove frontiere della percezione della materia-energia, che per questo si espande in irraggiamenti evolutivo-caotici in un ambiente relazionale a più dimensioni dello spazio-tempo. 

Giuseppe Siano su Juliet


Armando Ginesi – Achille Pace e il filo dell'anima

Il quesito ce lo dobbiamo porre: Achille Pace, dopo il superamento della fase pittorica informale, allorché inizia il processo di spoliazione formale, l’assunzione del minimalismo espressivo che giustamente Leo Strozzieri ha detto che si potrebbe definire “francescano” tanto è teso in direzione dell’essenzialità, può essere collocato nel contesto di quel fenomeno artistico che, con Germano Celant, ha assunto il nome di “Arte Povera”?


La domanda ce la poniamo perché nella pur nutritissima letteratura critica di qualità di cui l'artista dispone, non ci pare di aver rintracciato (in particolar modo tra i critici dell'ultimo trentennio o giù di lì) qualche autore che lo abbia asserito. Eppure a noi sembra che ragioni per sostenere che almeno forti tangenti con questa esperienza (i protagonisti della quale furono tanti e fra essi Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Mario Ceroli, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Michelangelo Pistoletto, Gilberto Zorio eccetera) la ricerca espressiva di Achille Pace le abbia avute, almeno fino a quando la linea pauperistica non è sfociata nell'area più vasta ed estremamente articolata dell'Arte Concettuale.
Questa convinzione la deriviamo dalla stessa esperienza dell'artista molisano, romano d'adozione, compiuta all'interno del "Gruppo Uno" e, ancora prima, del "Gruppo Forma", tesa ad orientarsi verso una riduzione degli strumenti semiologici, soprattutto al loro deciso richiamo all'elementarità formale e cromatica, in contrapposizione con ogni tipo di forma naturalistica ma, alla fine, anche geometrica. Sicché molti degli artisti aderenti alle due correnti artistiche – e Pace in particolar modo – scelgono il segno, quello primitivo e archetipico, per veicolare le sensazioni, le vibrazioni, le palpitazioni della propria vena poetico-visiva. Inoltre un secondo motivo di certezza che Achille Pace debba essere, magari in posizione anche un po' laterale e dunque originale, considerato uno dei tanti protagonisti dell'Arte Povera, scaturisce dal confronto tra i suoi esiti linguistici e le formulazioni teoriche della linea pauperista definite proprio dal suo principale teorico e cioè da Celant. "Arte Povera" – egli scrive in Arte Povera 1968, "Precronistoria" 1966-69 – " è un'arte che predilige l'essenzialità informazionale, il comporre teso a spogliare l'immagine della sua ambiguità e della convenzione che ha fatto dell'immagine la negazione di un concetto[…]. L'arte povera non è un operare illustrativo, non ha come obbiettivo il processo di neo-rappresentazione dell'idea, ma è indirizzata a presentare il senso emergente ed il significato fattuale dell'immagine, come azione cosciente; si presenta lontana da qualsiasi apologia oggettuale ed iconica; è un agire libero, quasi intuitivo, che relega la mimèsi a fatto funzionale e secondario, i nuclei focali risultando l'idea e la legge generale[…]. Un momento freschissimo che tende alla decultura, alla regressione dell'immagine allo stato preiconografico, un inno all'elemento banale e primario , alla natura intesa secondo le unità democritee e all'uomo come frammento fisiologico e mentale", aggiungendo che essa mira "a ridurre ai minimi termini, a impoverire i segni per ridurli ai loro archetipi". 

Né possiamo dimenticare che l'Arte Povera nasce in polemica con l'arte tradizionale della quale rifiuta tecniche e supporti per fare ricorso ai materiali "poveri". Non sembrano tutte queste affermazioni fatte apposta per riferirsi al "filo di cotone" che Pace – memore degli insegnamenti essenzialistici e minimalisti derivati dalle esperienze vissute nel "Gruppo Forma" e nel "Gruppo Uno" – inventa e trasforma in straordinario, poverissimo (sia dal punto di vista materiale che semiologico) segno veicolatore del suo mondo interiore offerto alle infinite possibilità ermeneutiche dei riguardanti? 

Del resto un'intelligenza critica lucida come quella di Giulio Carlo Argan già aveva parlato di "minimi di quantità, massimi di qualità", riferendosi ai connotati linguistici del nostro artista tesi all'essenziale, al pari di Cesare Vivaldi che, negli anni Sessanta, aveva fatto esplicito riferimento alla povertà del mezzo da usato. E non va dimenticato Vanni Scheiwiller che nel 1977 aveva scritto: "La poetica di Pace anticipa senza clamore i concettuali, la minimal, l'arte povera e, in genere, il post-informale come recupero del controllo, del rigore e della logica esistenziale nei confronti di un irrazionale esistenziale informale". Abbiamo citato critici attenti, acuti, capaci di individuare i prodromi lessicali e semantici a cui Achille Pace era pervenuto in anticipo in chiave pauperistica. Sì, in anticipo, perché si ricordi che egli ha usato il filo già a partire dal 1956, quindi oltre un decennio prima rispetto alla nascita ufficiale del movimento teorizzato da Celant. 
Certo non ci sono, in Pace, altre condizioni che l'evoluzione dell'Arte Povera assume su di sé (come, ad esempio, l'istallazione, l'azione performativa eccetera) e che l'artista in questione non fa proprie, ma questa evoluzione dell'arte pauperistica si manifesta allorché, esasperando il principio dell'essenzializzazione all'ennesima potenza, perviene ad essere un'altra cosa e si trasforma in esaltazione dell'idea pura, senza alcuna considerazione non solo per l'opera ma neppure per i materiali, ricchi o poveri che siano, vale a dire in Arte Concettuale. Le premesse di questo esito del processo si potevano , a ben guardare, già individuare nelle soluzioni pauperistiche di un Anselmo della "Scultura che mangia", di un Pistoletto nelle riflessioni degli specchi, di un Paolini di "Mimèsis", di un Boetti e così via. 

Quanto sopra ci è sembrato giusto affermarlo perché riteniamo che, soprattutto in ordine al principio fondante dell'uso del materiale povero (da cui deriva la denominazione della tendenza), non ci sia differenza fra gli stracci utilizzati da Pistoletto nella sua "Venere" e il filo di cotone di Pace, tanto per fare un esempio e per quanto afferisce agli intenti minimalisti ed essenzialistici , il filo dell'artista molisano sia un autentico abitante, a pieno titolo di cittadinanza, di quella rilevante comunità creativa che è andata sotto il nome di autori dell'Arte Povera. A meno che decidiamo che il problema non si ponga (o quanto meno si riduca molto d' importanza) se prendiamo per buone – e forse vale la pena di farlo – le parole di Dieter Schwarz, direttore del Kunstmuseum di Winterthur, in Svizzera, il quale ha saggiamente, a nostro parere, scritto che "la denominazione ‘Arte Povera' non descrive uno stile ma forse solo una generazione, degli artisti legati ad un momento e solo per caso, per intenzione di un curatore. Forse sarebbe meglio guardare questi artisti individualmente". Che è poi quello che sempre si dovrebbe fare, analizzando le poetiche dei vari autori perché, pur aderendo a questo o a quel gruppo, a questa o a quella tendenza di cui fanno proprie le formulazioni teoriche, essi restano sempre, nel momento creativo, dei "solitari", singolari elaboratori di esperienze linguistiche attraverso le quali tentano la ricreazione originale del mondo. 
Ciò detto, veniamo a quella che già altri autori hanno definito la "poetica del filo". Come non pensare al mito D'Arianna e alla semplicità arguta del metodo usato per risolvere un problema quasi insolubile come l'uscita di Teseo dal Labirinto mercé l'utilizzo di uno strumento elementare, primario, quale può essere un filo di cotone, di canapa o di lana? E ciò diventa estremamente importante perché indica una verità che è anche morale e dunque pratica, vale a dire che la semplicità a volte (vorremmo dire quasi sempre) può offrire soluzioni a fenomeni complessi, senza che categorie ad essa estranee rendano macchinose e difficili, quanto e più dei problemi stessi, anche le loro risoluzioni. 

Ma noi vorremmo richiamarci alle straordinarie poetiche segniche e a quel che di esse ha scritto Gillo Dorfles parlando dell'uso di "segni, del tutto astratti, del tutto sprovvisti di un "significato" concettuale (almeno evidente) e anche del tutto avulsi da ogni riferimento a figurazioni preesistenti, sia di carattere naturalistico che di carattere simbolico". Autosignificanti, li potremmo chiamare. A noi pare che questo sia il contesto più giusto nel quale collocare Achille Pace e la sua fenomenale poetica di quel filo che diventa segno: segno come percorso, come elemento dinamico trasportatore di energie fisiche e psichiche, spirituali; segno che misura lo spazio, lo fraziona determinando relazioni fra le parti, lo percorre e lo ripercorre, lo sollecita. Mai lo viola, perché esso si propone com'è, ovverosia essenza della levità. Un segno leggero, che si depura della propria materialità e si trasforma in traccia ideale ed esistenziale nel medesimo tempo. E che, in quanto traccia, si fa anche frammento della storia. 
Il riferimento al segno come tenuità ci induce a ricordare due gigantesche figure dell'espressione artistica europea e mondiale: un pittore e uno scultore che abbiamo avuto l'onore e la fortuna di conoscere, di frequentare, di studiare e sui cui linguaggi abbiamo scritto diverse pagine. Uno, il pittore, spagnolo, collocabile tra i protagonisti indiscussi del clima delle avanguardie storiche del XX secolo senza però che possa essere inquadrabile precisamente in alcuna di esse, tanto grande è stata la sua personalità, si chiamava Joan Mirò, pittore del segno e del sogno, come amiamo definirlo; l'altro, lo scultore, italiano, forse il più rappresentativo esponente dell'informale plastico europeo, Edgardo Mannucci, colui che, in altre circostanze, abbiamo chiamato "lo scultore dell'energia". La leggerezza dei loro segni magici (pittorici o scultorei poco importa), quanto a natura e intensità, ci inducono a dire che anche Achille Pace può acquisire, a pieno titolo, la denominazione di "maestro della levità" e ad essere agli altri due accostato. Non è poco in questo mondo di una modernità e contemporaneità "pesanti", dove tutto viene colto nella sua materialità e nella sua esistenzialità più ponderosa. La leggerezza di Pace – al pari di quella di Mirò e di Mannucci – è invece formidabile capacità di veloce elevazione, di tensione spirituale, di pensiero che corre, di energia (più liricamente composta in Mirò, guizzante in Mannucci e tracciabile e percorribile in Pace). In tutti e tre, inoltre, vive e palpita una componente ludica che, pur variamente espressa, trasforma i loro segni in strumenti di gioco (di quel gioco, per dirla con Han Georg Gadamer, in cui il giocatore viene giocato), a volte di fanciullezza quale pascoliana innocente percezione dell'esistenza. Il gioco come leggerezza dell'essere, come sdrammatizzazione delle problematicità della vita, come ottimistica e lieta elaborazione del pensiero. E Dio sa quanto, di tutto ciò, il mondo della modernità, con la pesantezza sempre più opprimente dei suoi bisogni crescenti, delle sue contraddizioni, dei suoi egoismi, della sua materialità arida diventata fardello insostenibile, abbia bisogno. 

Il segno di Achille Pace, infine, a noi pare che sia una traccia dello spirito. Che ognuno lo intenda come crede: in senso religioso o filosofico. Lo spirito quale componente non ponderosa dell'animo umano. Per chi, poi, vive in una prospettiva religiosa, il filo di Pace diventa anche traccia palese dell'anima, impressa nella realtà del mondo. E come potrebbe essere altrimenti per un autore il cui giovanile entusiasmo fu conquistato dalla ricerca pittorica (e non solo) di quel grandissimo Paul Klee che voleva rendere visibile l'invisibile sulla scia di quello che, secoli prima, aveva affermato il genio Leonardo da Vinci e cioè che, attraverso l'arte, "si renderanno visibili cose che non si vedeano e udibili cose che non si udiano".'



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