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giovedì 3 luglio 2014

Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri


“Mi permetto di ripetere questo che dice il Profeta, ascoltate bene: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, / delle loro lance faranno falci; / una nazione non alzerà più la spada / contro
un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra». Ma quando accadrà questo? Che bel giorno sarà, nel quale le armi saranno smontate, per essere trasformate in strumenti di lavoro!
Che bel giorno sarà quello! E questo è possibile! Scommettiamo sulla speranza, sulla speranza della pace, e sarà possibile!”
(Papa Francesco, Angelus, Piazza San Pietro, 1 dicembre 2013)

Un uomo la cui azione è costantemente e pervicacemente rivolta alla speranza e alla necessità della pace, un reale costruttore di pace capace di fermare il bombardamento della Siria con la forza del digiuno e della preghiera e di invitare israeliani e palestinesi in Vaticano per una preghiera comune finalizzata alla pace in Medio Oriente: questa mostra composta da quindici artisti contemporanei intende essere un omaggio a Papa Francesco e alla sua azione costante verso l’edificazione della pace nel mondo, troppo spesso vista come una semplice utopia.
Il titolo della mostra è ripreso da un celebre passo di Isaia (2, 1-5)- citato dallo stesso pontefice nell’Angelus del 1 dicembre 2013- che si riferisce alla profezia di una pace universale ed è stato tra l’altro uno dei riferimenti per la stessa scelta del nome del centro di arte contemporanea dell’Unimol, visto come spazio di condivisione multiculturale delle arti viste come strumenti di dialogo, contro ogni forma di odio e di discriminazione.
La mostra vuole dunque trattare il tema della pace legandolo al lavoro degli artisti- costruttori per eccellenza- e di artisti che da tempo nelle loro opere lavorano come “artigiani pazienti che cercano quel che unisce e mettono da parte quel che divide” (come ha detto lo stesso Papa Francesco, citando San Giovanni XXIII, il 15 giugno 2014 nella sua visita alla Comunità di Sant’Egidio), testimoni di un dialogo sempre possibile tra culture, fedi, paesi e visioni differenti, e che va ricercato costantemente allontanando l’odio e cercando l’amicizia. 
Cercando di evitare ogni possibile rischio di banalizzazione, sono stati invitati artisti che da tempo hanno trattato i temi legati alla mostra con una seria visione critica, lavorando in modo diverso ma rigoroso sul tema della pace attraverso ottiche, strumenti e riferimenti diversi, come Alì Assaf, che in un suo video ha trattato in modo metaforico ed efficace la tragedia dei naufragi dei migranti che fuggono dalla guerra per trovare la morte sulle carrette del mare; Paolo Borrelli e la sua mappatura simbolica dei conflitti che formano la dinamica vitale del mondo, in un viaggio per immagini e concetti dove lo scontro e l’incontro possono assumere connotazioni differenti; Bruno Canova, deportato in un lager tedesco durante la seconda guerra mondiale, che sin dalla fine degli anni sessanta ha realizzato un lungo ciclo sui disastri della guerra dove ha una parte importante la persecuzione dei diritti e delle vite degli ebrei sotto i regimi totalitari nazista e fascista;
Sergio Ceccotti con i suoi quadri dove un falciatore allude alla speranza della pace mentre intorno la guerra esplode in un mondo indifferente; Stefania Fabrizi che con il suo velo dove un uomo dagli occhi coperti allude al Cristo bendato e percosso, simbolo di tutta l’umanità torturata e offesa dalla violenza; Susanne Kessler, con il suo albero che da serpente oscuro si trasforma in un ulivo di pace dal simbolico colore dorato; Federico Lombardo con le sue maternità, dove l’abbraccio tra la madre e il figlio compone il primo nucleo di un mondo dedicato non più alla morte, ma allo sviluppo pacifico della vita; Ernesto Morales, giovane artista argentino conterraneo di Francesco, che dipinge cieli simbolici liberi da minacce di guerra; Massimo Orsi che con le sue bandiere riflette sui conflitti in Medio Oriente, in Iraq e nel mondo arabo proponendo però una speranza di pace; Cosimo Paiano con la sua palma metaforica che vuole alludere alla speranza di pace e agli immigrati che giungono in Italia dal nord Africa; Tobia Ravà con il suo simbolico e spirituale bosco-giardino della Torah, fatto di parole di pace; Sandro Sanna con il suo mosaico dorato che allude a una Gerusalemme pacificata e punto di incontro di religioni e culture; Marco Verrelli con i suoi bombardieri disarmati che si trasformano in macchine pacifiche di lavoro benefico proprio come le spade mutate in aratri della profezia di Isaia.

5 luglio - 30 settembre
Dal 5 luglio alle 10.00 al 30 settembre alle 20.00

Unimol
via F. de Sanctis, 1, 86100 Campobasso

lunedì 30 giugno 2014

Il volto del '900 molisano


Castello Pandone e la festa della Madonna delle Grazie

Chiesa Madonna delle Grazie dal castello
In occasione della popolare festa della Madonna delle Grazie, il Castello Pandone, con il Museo Nazionale del Molise, sarà aperto dalle 20.00 alle 24.00 mercoledì 2 luglio 2014.
Il pubblico potrà accedere al Castello Pandone sia dall’ingresso principale verso la piazza del Castello, sia dall’ingresso di via delle Mura Ciclopiche verso la chiesa rupestre della Madonna delle Grazie.
L’iniziativa è svolta in collaborazione con il Comune di Venafro, la Parrocchia di San Simeone e l’Associazione Nazionale Carabinieri – Volontariato sezione di Venafro.




giovedì 26 giugno 2014

Pettinicchi - Quel poeta del dolore che dipingeva con rabbia


Nel 1993 Giuseppe Tabasso incontrò Antonio Pettinicchi, suo vecchio compagno di studi, e gli dedicò questo incisivo ritratto apparso sul mensile "Molise". Lo riproponiamo ai nostri lettori. Fonte PrimaPaginaMolise

Esattamente trent'anni fa, autunno 1963, Antonio Pettinicchi, pittore molisano di Lucito, appese al chiodo pennelli, cavalletto e tavolozza e smise di dipingere. Aveva 38 anni, era nel pieno della sua potenza espressiva, l'uso dei colori non aveva segreti per lui, poteva fare tutto: decise di non fare più nulla. 
Antonio Pettinicchi è, paradossalmente, il più molisano e il meno molisano dei nostri pittori. Si esprime meglio in dialetto, sta bene (si fa per dire) solo nel Molise e il solo pensiero di partire, anche per poche ore, gli dà il panico. Si trova a suo agio solo con la sua gente, è diffidente con i "borghesi" e con il loro linguaggio, nel suo "studio" campobassano (squallida stanzetta di uno squallido edificio moderno) non esiste una sola sedia e lui stesso dipinge all'impiedi ossessionato dall'idea che vi si possa "fare salotto". 
Dipinge solo gente e scenari molisani, ha bandito nature morte e fiori (ma riconosce che "anche un fiore può essere un oggetto drammatico"). Ha illustrato le tre cantiche di Dante - forse il suo lavoro più impegnativo - e nel ˇParadisoˇ, insieme a Caravaggio, Gauguin, Van Gogh e all'adorato Mahler, ci ha messo i suoi contadini (oltre ad un suo figlio morto). Nel suo Inferno i contadini sono assenti, vi figurano solo borghesi, molti politici, burocrati, anche pittori, personaggi in vista, sui cui nomi si lascia scappare una sarcastica confidenza (poi, però, se ne pente e mi vincola al giuramento di non rivelarli).
Il suo mondo rimane sempre e ossessivamente il Molise. Per capire Trivisonno si deve conoscere Giotto e Michelangelo, per capire Marotta si deve amare De Chirico e Bernini: non si capisce Pettinicchi se non si capisce il Molise. Scarano raccontava il Molise al mondo, Pettinicchi racconta (con rabbia) il mondo al Molise. Ma certi suoi dipinti, come quelli sul bombardamento di Isernia o sulla strage di Fornelli - le sue "Guerniche" molisane - sono racconti di valenza universale.
Chi gli stava più vicino diede poco peso alla decisione di gettare alle ortiche i pennelli: si pensò a un bisogno di "ricaricare le batterie", a una delle sue "mattane", a un passeggero momento di crisi, a una fase di stanca e perfino di pigrizia. Si trattava, invece, di un vero e proprio suicidio artistico, un atto d'intransigenza esistenziale, il karakiri del Pettinicchi più "facile" e più felice di sé, l'estinzione del Pettinicchi "tonale". Pettinicchi versus Pettinicchi. 
La sua "morte apparente" durò fino al 1973: dieci lunghi anni durante i quali il l'artista sopravvisse a se stesso insegnando disegno e storia dell'arte proprio nelle aule di quell'istituto magistrale di Campobasso dove negli anni ‘40 egli, povero studente di estrazione contadina, ebbe come suo primo insegnante di disegno Amedeo Trivisonno. Dieci anni di silenzio totale e di buio artistico. 
Poi la fulminante riapparizione. Ma quello che torna sulla scena artistica molisana è un Pettinicchi annichilito, sconvolto, lacerato. Atonale. Maledetto. I suoi dipinti sono urla di rabbia, di passione, di rancore, di amore e orrore del presente: un'esplosione non più trattenuta, un tormento senza estasi.
"I miei quadri - mi dice - sono tragedia, luce e odori, sì anche gli odori che perdi in un attimo possono essere tragedia".
E di tragedia è atrocemente segnata la sua vita privata, familiare, una nicchia oscura in cui non è assolutamente consentito far capolino, ma che Pettinicchi, artista di origini e cultura contadina e dunque incapace di understatement e metafore, finisce tuttavia col "denudare" nei suoi dipinti. 
Nel terribile "Autoritratto in un paesaggio nevoso" si esibisce letteralmente "sviscerato" (lui stesso di definisce personaggio "squartato"); il colore dei suoi occhi penetranti, azzurrissimi, non si rifletterà mai più nei suoi cieli minacciosi, tempestosi; i suoi "paesaggi" sembrano incubi dipinti con un bisturi che li 
seziona e accartoccia in un rincorrersi di frane e crepacci. 
Castellino sul Biferno, la cui sopravvivenza è minacciata da una frana e dove Antonio ha una casetta, è il suo spettrale paese-simbolo, più volte ricorrente nei suoi quadri. E in uno di essi - "La banda suona la Va di Mahler a Castellino" - c'è l'altro ossessivo mito artistico di Pettinicchi: Gustav Mahler e la Sinfonia no 5, il cui primo movimento, non a caso, ha un tempo di marcia funebre. 
"L'arte non è rassicurante - mi dice - perché dovrebbe esserlo la mia?" Gli chiedo: "Sei credente ?" Mi guarda, poi risponde: "Purtroppo!"
Chissà se un giorno, la vecchiaia, la saggezza, il distacco dalle cose della vita potranno mai placare questo suo conflittuale rapporto col mondo. Chissà se potremo mai vedere un terzo Pettinicchi che approda alle sponde della rassegnazione, se non della serenità. Chissà se alla fine del suo tormento ci sarà un pò d'estasi. La domanda è senza risposta. Antonio si stringe nelle spalle, abbozza quel suo nevrotico sorriso-ghigno e strizza quei suoi occhi azzurri acciaio per togliere qualsiasi illusione, come per dire "ma che ne sapete del dolore...".

mercoledì 25 giugno 2014

E' morto il maestro Antonio Pettinicchi

E' morto il pittore Antonio Pettinicchi nato a Lucito nel 1925, uno dei più importanti artisti molisani del secondo Novecento.

la famiglia d'italia che parte per il belgio sul treno di termoli

martedì 24 giugno 2014

Eventualisti a Campobasso

Da sinistra Tommaso Evangelista, Vincenzo Merola, Sergio Lombardo, Miriam Mirolla, Dionigi Mattia Gagliardi, Gianna Muller, Luigi Pagliarini, Claudio Greco


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