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lunedì 9 marzo 2015

Antonio Finelli - L'illusione del corpo


Antonio Finelli 
STRUMENTI DI VIAGGIO

A cura di Lorenzo Canova e Piernicola Maria Di Iorio

Inaugurazione mostra 18 marzo 2014 ore 17,30

L’ARATRO inaugura una nuova mostra personale dell’artista molisano Antonio Finelli (Campobasso 1985, vive tra Roma e Campobasso), un ciclo di diciannove opere recenti accomunate da un disegno rigoroso e corrosivo che unisce leggerezza ed esattezza, da uno sguardo impeccabile che nella sua qualità rappresentativa mette in discussione le nostre certezze.
Antonio Finelli sviluppa la sua attenzione per i volti e il mondo delle persone anziane e il suo stile rendendo ancora più efficace il suo metodo attraverso l’uso di una grafite portata a un grado estremo di nitore formale. Nei suoi ritratti più recenti, Finelli ha scelto di lasciare delle parti incompiute, eliminando volutamente delle zone spesso decisive per il completamento delle immagini e aumentando il senso di inquietante spaesamento generato da opere dove il non-finito mette in crisi le sicurezze dello spettatore generando un vero e proprio cortocircuito visivo elaborato con una raffinata sapienza iconica e costruttiva. Finelli ha quindi rafforzato il suo metodo compositivo, portandolo a una nota più intensa dove il suo gesto paziente fa vibrare sottilmente la materia della grafite depositata sul supporto, infondendo un senso paradossale a queste opere che appaiono allo stesso tempo bloccate in una fissità quasi allucinata e mosse impercettibilmente dalla dialettica tra le zone terminate in modo impeccabile e le parti “risparmiate” che parlano in modo ancora più eloquente attraverso il linguaggio del silenzio e del vuoto. La solitudine e la saggezza, la felicità e il dolore, la consapevolezza e l’assenza si fondono pertanto nella sintesi limpida e incisiva dei suoi ritratti che compongono una galleria di grande rigore che però non evita la una possibile immedesimazione dell’artista in queste opere che, non a caso, intitola Autoritratti, come per calarsi nel corpo e nelle fattezze delle donne e degli uomini a cui dona una nuova esistenza attraverso la sua azione figurale.
Finelli, tuttavia, nel suo personale (iper)realismo lavora ambiguamente sull’idea dell’illusione che lega la percezione dell’opera d’arte e quella del mondo, mettendo simbolicamente in evidenza non solo i limiti della rappresentazione e della nostra visione della realtà, ma anche il limite della nostra stessa fisicità e delle singole identità in dialettica con le dinamiche collettive della vita.
In questo modo le zone bianche, le pause e le cesure di questi ritratti creano un effetto quasi drammatico che mette in rilievo quello che la rappresentazione e la comunicazione non solo mediatiche, ma anche politiche, sociali e interpersonali tendono a occultare creando un velo di illusione dove tutto viene ammorbidito e smorzato in una falsa quiete, in una tranquillità artefatta generata da una volontà di nascondimento.
Gli occhi e le bocche degli anziani sono così cancellati metaforicamente da Finelli per evidenziare forse l’illusione di normalità che tende a celare la loro stessa presenza, l’oblio che li avvolge facendo smarrire il loro sguardo e la loro voce, in un sistema in cui la loro stessa presenza fisica viene dimenticata ed espunta in un meccanismo di occultamento dove il corpo viene illusoriamente trasformato in una presenza irreale e immateriale.

Antonio Finelli (1985), vive e lavora tra Roma e Campobasso
Ha studiato presso il liceo artistico G. Manzù di Campobasso e l’Accademia di Belle Arti di Roma.
si è formato attraverso la conoscenza e la collaborazione con importanti artisti quali Mimmo Paladino, Enzo Cucchi, Giosetta Fioroni, Luigi Ontani, Carla Accardi, Jannis Kounellis, Giuseppe Penone.

http://www.antoniofinelliarte.it/

domenica 1 marzo 2015

"Paesaggi Urbani in Evoluzione"

Il blog Arte in Molise partecipa con una selezione di scatti all'idea dell'artista molisano Domenico Cornacchione che per l'occasione ha ideato una sorta di esposizione nello spazio virtuale del web. Partendo dall'immagine-feticcio e dalla forma della città, come veicolata nel contesto mutevole di internet e dall'occhio asettico del satellite, l'artista, attraverso un processo di sottrazione e spaesamento, ricostruisce la propria "forma" urbana per mostrare una realtà dinamica e in mutazione, uno spazio illusorio in divenire e in contrasto col paesaggio naturale.

DOMENICO CORNACCHIONE
PAESAGGI URBANI IN EVOLUZIONE - SPAZIO VIRTUALE

Mostra d'arte contemporanea nel web
5 marzo – 3 aprile 2015

Fare arte nel web è possibile, e non rappresenta nemmeno una novità assoluta. Uscire dai consolidati circuiti dell'arte contemporanea è, forse, un dovere per gli artisti d'oggi. Trovare nuove forme di diffusione artistica è un gesto d'avanguardia.
Già dai primi anni '90 l'arte si è insinuata nel nuovo spazio virtuale tentando di sfruttarne l’evidente potenziale globale di condivisione, nonostante questo, però, resta spesso un prodotto di nicchia, difficile (o impossibile) da commercializzare e quindi di poco interesse.
Domenico Cornacchione, artista attivo soprattutto in scultura, abbandona per un attimo le sue "Azioni Scultoree" per dedicarsi al progetto "Paesaggi Urbani in Evoluzione", una serie di lavori che vanno dalla fotografia alla pittura, dalla scultura alla video arte passando per l'arte digitale. Paesaggi Urbani in Evoluzione, presentato in anteprima nel maggio 2014, diventa ora una "mostra digitale" dal titolo "Paesaggi Urbani in Evoluzione - spazio virtuale" fruibile solo attraverso la rete, una mostra dal chiaro sapore ambientalista e che, grazie alla simultaneità della fruizione globale, vuole stimolare una discussione attiva con il pubblico, anche attraverso i social, utilizzando l’hashtag #PaesaggiUrbaniInEvoluzione. Cornacchione cerca un pubblico/cittadino attivo, critico, vuole rompere il tradizionale silenzio delle sale museali e intraprendere una discussione altrettanto silenziosa nei toni, ma vivace e costruttiva nei termini e nei contenuti, mirata a stimolare la presa di coscienza individuale sulla tutela dell’ambiente. Parlare di ambiente è, per Cornacchione, un dovere; la presa di responsabilità individuale è un obbligo.
Una continua rincorsa dentro una metropoli in costante espansione su un territorio ridotto a una griglia quadrettata e senza identità, questo è il progetto “Paesaggi Urbani in Evoluzione”. Una mostra on line, curata dall'artista stesso, che comprende una serie di immagini digitali, pubblicate su questo blog, sul sito dell'artista www.domenicocornacchione.it e su diversi altri siti e blog, tra cui quelli di Associazioni Ambientaliste, enti pubblici, Associazioni Culturali e gallerie. Siti e blog che diventano, per un mese, spazio espositivo.
Perno della mostra è l'opera video realizzate da Cornacchione e pubblicata su YouTube. Un video a disposizione di tutti, a patto che sia trasmesso solo in modalità on line e mai scaricato, un video prodotto direttamente per il web, e pensato appositamente per essere esposto in questa mostra senza un luogo fisico preciso, ma contemporaneamente in tutto il mondo. Cornacchione ci fa vedere le nostre città da una prospettiva insolita, spesso dall’alto. Ci tira fuori dal paesaggio urbano e ci costringe a guardarlo in maniera asettica, non siamo più in grado di esprimere un giudizio su quello che stiamo guardando, non riusciamo a capire perché la vista di un territorio ridotto a una griglia da riempire con nuovi palazzi non ci disturba come dovrebbe, anzi, ci incuriosisce, ci appare naturale, come se la fine di quel territorio non potrebbe essere che quella. Siamo addirittura contenti se riusciamo a riconoscere la città rappresentata, e ci pare di aver avuto un’attenzione particolare se nell’immagine che abbiamo di fronte ci appare il nostro quartiere. La nostra reazione è identica, non importa se nell’immagine di fronte a noi vediamo un centro storico con le sue chiese e monumenti o una spoglia periferia mal disegnata (o non disegnata affatto). Cornacchione ci mette in chiaro la nostra rassegnazione all’evoluzione, che sia essa positiva o negativa. 




lunedì 26 gennaio 2015

Vincenzo Merola vince il Prima Pagina Art Prize

Con la proclamazione dei vincitori, giovedì 22 gennaio alle ore 18.00, si è conclusa la seconda edizione del Premio "Prima Pagina Art Prize", curato dal critico d'arte Valerio Dehò e promosso da QN Il Resto del Carlino e QN Quotidiano.net in collaborazione con BPER Banca Popolare dell'Emilia Romagna. Tra i diciotto lavori inediti presentati dai giovani artisti, la giuria di qualità ha assegnato il primo premio a Vincenzo Merola, con l'opera "Apostasia del tempo ciclico". Secondo e terzo classificato sono rispettivamente Simone Fazio e Federico Lanaro. A Nebojša Despotovic è stato assegnato il Premio speciale della BPER Banca popolare dell'Emilia Romagna.

http://www.ilrestodelcarlino.it/speciali/130/prima-pagina-art-prize-carlino-vincenzo-merola-1.599030#1


Salviamo la Biblioteca Albino

Rilancio e condivido l'articolo di Pasquale Di Bello da Il Giornale del Molise



http://www.ilgiornaledelmolise.it/2015/01/24/salviamo-la-biblioteca-albino-i-consiglieri-regionali-rinuncino-al-rimborso-spese-4500-euro-a-favore-di-un-fondo-speciale/

venerdì 12 dicembre 2014

"Diletta, Girl with Suitcase" e "Winterline", due mostre a Castello Pandone




A Castello Pandone due mostre, a cura di Deirdre MacKenna, direttore di ‘Cultural Documents’:

Diletta, Girl with Suitcase un’istallazione delle opere di Valentina Bonizzi e Robert Capa per la collezione permanente del Museo Nazionale del Molise.

Winterline una mostra delle nuove opere di Elaine Shemilt che esplora l’impatto del conflitto della Seconda Guerra Mondiale sui territori montani dell’Italia centrale.

La mostra continua fino ad Aprile 2015.
Inaugurazione VENERDI 12 DICEMBRE, 2014, ore 17.00 :
Inaugurazione delle mostre e presentazione di Valentina Bonizzi, Elaine Shemilt, Dott. Daniele Ferrara, Soprintendente per i beni artistici, storici ed etnoantropologici del Molise e Arch. Carlo Birrozzi, Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici del Molise.
Museo Nazionale Castello Pandone
Via Tre Cappelle, Venafro (IS)
Dal 13 dicembre 2014
Martedì-sabato 9.00-13.00, domenica e festivi 9.00-19.00
Info visite guidate e laboratori didattici: MeMo Cantieri Culturali, 
00 39 3 892 191 032, memovenafro@gmail.com
www.castellopandone.beniculturali.it

Il Museo Nazionale del Molise in Castello Pandone a Venafro presenta l’acquisizione di nuove opere e una mostra che mirano a considerare la storia e le conseguenze della seconda guerra mondiale nella regione attraverso il lavoro di artisti internazionali. Lo scopo è di provocare la riflessione sugli eventi storici attraverso l’elaborazione del linguaggio artistico contemporaneo, prendendo come spunto il territorio dell’Alto Volturno, sulle connessioni tra il concetto antropologico dell’immagine e il fare artistico.
Il Museo ha collaborato con Cultural Documents, un’attività culturale della Scozia diretta da Deirdre MacKenna, che dal 2009 realizza progetti di ricerca in Molise invitando gli artisti a una riflessione sul luogo e al rapporto con storie individuali, nonché con associazioni e imprese culturali locali.
L’opera ‘Diletta, Girl with Suitcase’ acquisita dal Museo consta di due parte; il video di Valentina Bonizzi, artista attiva tra la Scozia e l’Italia, in cui una signora di Filignano, racconta dell’incontro con i militari alleati nel 1943 e della sua rivendicazione della fotografia con la propria immagine, fissata dai soldati incuriositi dalla ragazzina che percorreva un sentiero con la tina in testa e il secchio in mano; e l’immagine immortalata ‘Girl with Suitcase’ scattato nella stessa zona dal celebre fotografo Robert Capa durante inverno 1943/44.
‘Winterline’ è il titolo della mostra delle opere di Elaine Shemilt, artista che utilizza spesso le mappe per disporre di un ritratto del territorio, da cui far partire una riflessione sul territorio e sulle sue trasformazioni. Dopo avere lavorato sugli effetti della guerra nelle isole Falkland in lavori esposti anche nell’Imperial War Museum di Londra nel 2002, la ricerca è proseguita coerentemente in Molise.

martedì 9 settembre 2014

"La voce a te dovuta" Grafiche di Chiara De Iuliis all'Officina Solare

Chiara De Iuliis - Acquaforte


"La voce a te dovuta". 

Personale di incisioni e grafiche di Chiara De Iuliis


13/25 settembre 2014

a cura di Tommaso Evangelista 

Inaugurazione sabato 13 settembre 2014 ore 19.00
Aperta tutti i giorni ore 19.00 / 21.00
INGRESSO LIBERO


OFFICINA SOLARE GALLERY
Via Marconi, 2 Termoli
info: 329.4217383


Testo critico

La lenta costruzione dell’immagine può essere illuminazione o sconfine, nel tentativo di trasfigurare l’attimo della forma-veduta in costruzione sintetica che è allo stesso tempo labirinto e traccia. L’arte calcografica ha la caratteristica, unica nel suo genere, di unire percorso, scavo e sintesi in una sola visione densa come il flusso nero della vernice e profonda come le tracce dei solchi. I lavori di De Iuliis, giovane incisore molisano formatasi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, si mostrano come lente strutture di forze implose proprio nell’insistenza ossessiva per un tratteggio invasivo e prismatico che scompone la liricità della visione, celandone il racconto e facendo emergere dal metallo uno spazio mentale e generico. Un’estensione lavorata, liquida e sfuggente, tormentosa e insistente come le impronte cesellate in un horror vacui asfissiante nel quale sembra di sentire l'ascesa dei pensieri allo strato della coscienza. Vi è pertanto un celato gioco di rispecchiamenti tra disegno, lastra ed anima, certamente nascosto nella convenzionalità apparente dello scorcio ma perfettamente leggibile se si mette da parte la struttura descrittiva e rappresentativa, analizzando il segno come specchio e tracciato psichico. L’intricato passaggio di piani, prospettici e chiaroscurali, comporta una complicazione inafferrabile, percepibile non solo come negazione e assenza bensì identificabile come lontananza e silenzio. Nel mondo asettico ed immateriale di tali stampe, che siano piranesiane suggestive vedute d’archeologia industriale oppure sperimentali astrazioni ottenute attraverso l’accumulo e la sublimazione di oggetti e spessori, vi è come una sorta di vita interiore che suona i solchi corrosi dagli acidi e sfiora l’epidermide sensibile della realtà come di chi vive incessantemente rinchiuso nei suoi atti e strappa dal mondo solo quegli oggetti e forme capaci di formare luce. Da qui la suggestione del titolo, che riprende la celebre raccolta di liriche di Pedro Salinas La voz a ti debida, e che ci suggerisce il luogo analogico entro il quale lavora l’artista, un luogo materico e metrico, ovvero messo a schema, che ruota intorno al tentativo di senso e alla ricerca impossibile di accordo e di voce –la voce dei luoghi o delle strutture interne della materia- «Non si vede nulla, non si sente nulla. / Superflui gli occhi e le labbra, in questo mondo tuo. / Per sentire te non valgono i sensi consueti, / che si usano con gli altri. / Bisogna attenderne di nuovi. / Si cammina al tuo fianco sordamente, al buio, / inciampando nei forse, nelle attese; / sprofondando verso l'alto con gran peso di ali» (Salinas). Si percepisce, infatti, nell’ossessione dell’inciso la perdita di una maschera e lo svelamento, in profilo di grido, di una forma sensibile e personale d’assenza rotante intorno all’idea assoluta del disegno quale unico strumento per controllare il rifiuto, quando la vita diventa ciò che si concretizza nella distanza piatta del metallo. L’acido è una bella metafora di questi sottili cambiamenti di stato e della trasfigurazione che ottiene il segno nel momento della perdita. Un lasciar andare i solchi nella profondità della lastra e allo stesso tempo il cercare di dare forza -voce dovuta- alla visione, a quel silenzio spiazzante che cela le immagini negli sguardi o nelle fotografie. Il distanziarsi dal mondo visibile –significativa l’assenza della figura umana- per un’intensificazione della veduta, che sia realistica, archeologica oppure astratta ma interessata alla radiografia delle zone infinitamente piccole attraverso la sublimazione teorica dell’informe, è, del resto, un tentativo di protezione dai pericoli dell’attesa e dall’irrompere dell’irrazionale: «Ora io suppongo il disegnatore calcografico evidentemente dotato dalla natura di tutta la buona disposizione per le arti imitatrici, e per assidua e ben regolata pratica giunto finalmente ad una giustezza d’occhio ed ubbidienza di mano irreprensibili. Ma egli è ben certo di conservarsi a lungo in quella linea media tra l’eccesso e il difetto, in che consiste il vero bello pittorico?» si chiedeva Giuseppe Longhi nel trattato del 1830 La calcografia propriamente detta: ossia L'arte d'incidere in rame. Nella pratica calcografica, che diventa giocoforza, più che in altre tecniche, tensione evolutiva e stilistica ancorata al flusso vitale dell’esperienza personale, vi è sempre il rischio, sublime, di un’Estetica dei visionari, ovvero di un ordine della creazione che si concentra maggiormente sulla fantasia per sublimare la banalità confusa della necessità. E’ facile percepire, pertanto, nelle grafiche dell’artista una diversa densità del mondo sensibile interpretato attraverso la luce e analizzato nella negazione delle sue forze vitali appunto perché non vi è accordo con la mano che incide. Questo sofisticato retrocedere nel proprio universo, nascondendosi nell’intenso “pieno” del tratteggio, non è che una regressione al grado zero della scrittura e un tentativo di apparente silenzio nell’eccesso dei segni. I lavori, pertanto, non hanno nulla da dire appunto perché si sono spesi nell’ossessione di una ricerca e di un percorso –come quando Piranesi cercava un utopico emissario del lago di Albano-, e sembrano usciti quasi da un combattimento o una lotta, visioni martoriate di uno scenario mentale messo a nudo e che a noi comunicano esclusivamente gli effetti, negandoci la struttura e le cause. Occorre allora leggere le stampe come un percorso disegnato e il segno-tratto come la radiografia estetica del cuore. La ricerca di uno stile e, soprattutto, di una voce –e il Goya dei Capricci lo sapeva bene- non è in fondo che una battaglia, il tentativo di comprendere la parte più incerta e nascosta del proprio disegno e del proprio essere per confidarlo ad altri muti visionari: «Ogni percorso si compone anche delle nostre perdite e dei nostri rifiuti, delle nostre omissioni e dei nostri desideri insoddisfatti, di ciò che una volta abbiamo tralasciato o non abbiamo scelto o non abbiamo ottenuto, delle numerose possibilità che nella maggior parte dei casi non sono giunte a realizzarsi – tutte tranne una, alla fin fine -, delle nostre esitazioni e dei nostri sogni, dei progetti falliti e delle aspirazioni false o deboli, delle paure che ci hanno paralizzati, di ciò che abbiamo abbandonato e di ciò che ci ha abbandonati. Insomma, noi persone forse consistiamo tanto in ciò che siamo quanto in ciò che siamo stati, tanto in ciò che è verificabile e quantificabile e rammemorabile quanto in ciò che è più incerto, indeciso e sfumato, forse siamo fatti in ugual misura di ciò che è stato e di ciò che sarebbe potuto essere” avrebbe scritto Javier Marias in Mañana en la batalla piensa en mí.

Tommaso Evangelista

Chiara De Iuliis - Cartiera San Bernardo - Acquaforte

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