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martedì 23 febbraio 2016

“Non sono un iperrealista. Indago il tempo”. Oltre il ritratto: un’intervista ad Antonio Finelli

Antonio Finelli, classe 1985, originario di Riccia, vive e lavora tra Roma e Campobasso. Ha iniziato la sua formazione artistica frequentando nel capoluogo molisano il liceo artistico Manzù mentre, successivamente, si è trasferito a Roma perfezionando le proprie doti artistiche presso l’Accademia di Belle Arti. In regione ha recentemente chiuso una sua personale, “L'Illusione del Corpo”, a cura di Lorenzo Canova e Piernicola Maria Di Iorio, ospitata alla Galleria ARATRO, che è stata un successo di pubblico e probabilmente tra le personali più stimolanti viste ultimamente nell’attivo spazio espositivo universitario. Finelli, che prossimamente esporrà le proprie opere in rappresentanza del Molise alla mostra “Il Tesoro d’Italia”, curata da Vittorio Sgarbi in occasione dell’EXPO2015, è certamente tra gli artisti più interessanti della regione e sicuramente tra i più attivi nel contesto nazionale. La sua arte, ad una prima lettura dichiaratamente iperrealista, in effetti nasce da dinamiche ispiratrici e compositive differenti da quelle della celebre corrente americana, dinamiche molto “tradizionali”, ovvero europee per quel tentativo di lettura ed indagine dell’umano che ci deriva da secoli di speculazione filosofica e artistica sull’uomo, anche se una delle frasi più calzanti circa i suoi ritratti la ritrovo poi in una dichiarazione di Chuck Close «Il viso di una persona è la carta stradale della sua vita. Se l’affronta con atteggiamento positivo le rughe sono quelle che si formano quando si sorride. Allo stesso modo è subito palese quando invece la vita la si passa imbronciati». I disegni di Finelli sono la “carta stradale” delle figure che ritrae, ovvero sono le tracce di vita che prendono forma e segno nelle pieghe e che comunicano esclusivamente per via visiva l’ispessimento del tempo e la coesione e sovrapposizione di tutte le emozioni sfuggite al controllo dell’anima. Ci sentiamo di sera, per telefono. Io nella penombra della mia scrivania ho preparato alcune –forse tante- domande e la conversazione scivola via piacevole.

Finelli


Tommaso Evangelista Mimmo Paladino ha parlato, circa la tua arte, di –cito- “ritratti senza tempo” ma che, a ben guardare, parlano proprio del tempo che scorre e dei segni che lascia sui corpi. Trovi una contraddizione tra questa idea d’assenza di tempo e l’invadenza del presente sotto forma di vecchiaia?

Antonio Finelli Non vi vedo una contraddizione perché questi segni sono aspetti puramente “tecnici”. Non mi sono mai fossilizzato su un’età ben precisa o non ho voluto mai sottolineare, o caricare, la vecchiaia anche se questa, giocoforza, è emersa dalle mie ricerche. Non voglio evidenziare il passaggio del tempo in un determinato periodo ma indagarlo senza essere condizionato dagli anni. Certo, Paladino poi lavora molto sull’idea di arcaico e arcaismo e questa idea di assenza di tempo in lui è molto forte.

T. E. Rimanendo sull’analisi dei testi critici, invece, Lorenzo Canova, nell’ultimo testo per la mostra all’ARATRO, scrive di “corpo illusorio” e qui sorge un altro contrasto tra seduzione e illusionarietà del corpo e il suo estremo e crudo realismo. Cosa pensi a riguardo?

A. F. L’idea di corpo illusorio è legato alla nostra civiltà dell’immagine che blocca, quasi, nel tempo il decadimento. Ma il tempo continua a scorrere, è inarrestabile, e non permette alle persone di rimanere giovani in eterno. Ci viene inculcata una bellezza effimera mentre io cerco proprio i segni e le tracce. Noi siamo padroni del nostro corpo, sostanzialmente, e ci possiamo permettere di fermare il tempo ma non dobbiamo esserne schiavi.

T. E. La tua ricerca sembra incentrata sull’ossessione del mutamento del corpo percorso dal tempo in un contesto, quello odierno, che cerca appunto di preservare all’infinito la perfezione, o meglio un’edulcorata bellezza. Nel tuo caso può la bellezza e il sublime –veicolato dall’arte- giungere dal decadimento oppure il tuo realismo può rischiare di andare in senso opposto, ovvero verso una estetizzazione cruda del dettaglio e della vecchiaia priva, quindi, di una prospettiva escatologica?

A. F. Ritengo che la bellezza del corpo è data dalla saggezza dell’individuo, e che questa nasca a sua volta dall’esperienza. La crudezza della vecchiaia non è da intendere in senso negativo perché custodisce una ricchezza che stimola diverse proprietà estetiche. La vecchiaia è un arricchimento della pelle e non un decadimento, quindi non cerco la crudezza ma il sublime nel dettaglio.

Finelli


T. E. Ho letto in una tua intervista che ti definisci “artista documentatore” per la volontà di documentare l’evoluzione del corpo. Ci puoi spiegare questa definizione? Tale evoluzione del corpo che segui nella vecchiaia ritieni sia lecita indagarla anche nel cosiddetto Transumanesimo, ovvero nel post-umano della performance che sempre più mira ad alterare i corpi con la tecnologia, disumanizzandoli?

A. F. Per artista documentatore intendo un lavoro estremamente tecnico di documentazione di un processo, di uno status dell’individuo che vado ad investigare con il disegno e la molteplicità dei segni grafici. Il mio discorso, ripeto, è legato al tempo e il contenuto artificiale o post-umano non appartiene al tempo naturale e si discosta dalla mia ricerca. Non guardo alla manipolazione dell’uomo ma al lavoro della natura.

T. E. Sempre in un’intervista ho letto di un tuo amore giovanile per Giuseppe Penone. Facevi riferimento in particolare all’opera Svolgere la propria pelle. In quel lavoro, ricordo, l’artista ripercorreva e fotografava il proprio corpo attraverso la sovrapposizione di una lastra di vetro sulla pelle. Il corpo segmentato e la schedatura dell’epidermide sembrano ritornare nei tuoi ultimi lavori.

A. F. Ho conosciuto Penone circa sette anni fa a Villa Medici in occasione di una sua personale. Ben prima avevo approfondito la sua opera durante un esame all’Accademia. Ci siamo fermati per un po’ a discutere e gli avevo chiesto proprio di questo lavoro, che tra l’altro non era presente in mostra. Mi aveva colpito questa volontà di rappresentare i vari segni della pelle mentre l’ingrandimento del dettaglio faceva perdere un’idea di unità ed evidenziava una sorta di vibrazione dell’epidermide. Penone, certo, è legato al concettuale ma posso affermare che quest’opera è stata probabilmente il punto di partenza per la mia ricerca figurativa. Anche il tentativo odierno di segmentare il corpo e annullare alcune parti probabilmente deriva da quella sorta di astrattismo che avevo individuato nella sua opera. Un giorno, passeggiando per via del Babbuino, ho avuto la fortuna di scambiare due chiacchiere anche con Gino Marotta ma più che di arte abbiamo discusso del nostro Molise.

Penone

T. E. Certamente la tua arte si situa, ad una prima e superficiale lettura, nel filone dell’Iperrealismo. L’Iperrealismo, però, non equivale al realismo contemporaneo inserito nel filone figurativo cristiano bensì nasce negli anni Sessanta negli U.S.A. in concomitanza con la Pop Art. Non vi è pertanto lo scopo di ritrarre il mondo ma le fotografie che ritraggono il mondo, gareggiando con gli effetti di stampa e di pixel. Il carattere di apparente oggettività meccanica e l’idea dell’artista visto come macchina non fanno che dimostrare l’aspetto consumistico dell’operazione. Come ti vedi in relazione a tale corrente e qual è il tuo modo di lavorare?

A. F. I miei primi lavori sono estremamente iperrealisti anche se non mi è mai importato nulla di questo movimento, nel senso che non mi ci sono mai relazionato. Anzi, apprezzando Penone o altri artisti dell’avanguardia romana, ho sempre cercato una linea diversa di azione e di suggestione. Le mie prime opere sono molto definite, quest’ultime invece, con l’aggiunta di spazi vuoti e indeterminati, virano verso il minimale perché l’assenza di dettagli appiattisce l’immagine e non la rende un’icona “consumistica”. Non sono un iperrealista, indago il tempo. Non ho mai approfondito inoltre gli aspetti tecnici del movimento. Il mio lavoro parte, certo, da fotografie che scatto ma che mi servono per capire il vissuto del soggetto. Inizio quindi dalla selezione dei volti e da una documentazione fotografica alla quale attingere, ma successivamente disegno e inizio a chiaroscurare tutto a mano. Gli artisti contemporanei, poi, si affidano spesse volte a idee facendo realizzare ad altri le proprie opere e personalmente non condivido molto questo processo. Tengo molto al recupero della tecnica e al perfezionamento del disegno.

T. E. Nell’Iperrealismo americano, e penso in particolare a Chuck Close, non vi è una visione naturalistica del mondo mentre il sovradimensionamento è inteso come effetto straniante e molto postmoderno che esalta solamente la coseità dell’oggetto; anche le tue zone bianche, nel disegno, hanno un risultato disorientante. Come analizzi queste tue pause o fratture temporali che frammentano la superficie dei corpi e dei volti? Pensi che ciò porterà ad un’evoluzione della tua ricerca formale?

Close


A. F. I primi miei lavori erano incentrati sulla somiglianza dell’individuo e non sull’epidermide. Ho cercato allora di scomporre l’immagine per focalizzarmi sui segni, dando quasi un aspetto di maschera ai volti nell’eliminazione delle zone intorno agli occhi o al naso. Volevo non far riconoscere il soggetto per spostare l’attenzione dalla conformità al segno. Anche l’idea di “Autoritratto” nei titoli tende a esaltare non la singola persona bensì i frammenti della superficie, il passaggio del tempo sulla pelle e il tentativo di parlare, in fondo, sempre di me stesso attraverso l’arte. Mi interessava inoltre l’effetto alienante e conturbante che veniva a crearsi con queste zone bianche le quali complicano la visione e l’approccio all’immagine. E’ una ricerca, per esempio, che è stata apprezzata molto da Sgarbi, in occasione dell’invito all’EXPO. Il professore ha sottolineato questa idea frammentaria dei volti che risultava molto più comunicativa rispetto alla ritrattistica comune. La presenza di spazi che possono essere confusi tra la luce e il vuoto mi affascina e voglio cercare di portarla anche nella realizzazione di figure intere. Alcuni esempi sono stati presentati all’ARATRO ma in futuro, oltre ai singoli volti, voglio insistere sul corpo nella sua interezza di campo, analizzandolo e disegnandolo sempre con questi spazi vuoti e chiaroscurati.

Finelli
E’ passata quasi un’ora dall’inizio della discussione. Interrompo le domande e parliamo di progetti futuri. Antonio mi confida come, in fondo, non sia interessato a ridurre la propria arte alla pura vendita e che non vuole essere condizionato dalle gallerie. Il suo, oltre che un lavoro, è soprattutto una passione e il tentativo di portare avanti una tradizione disegnativa tutta italiana lo allontana certamente dal consumismo iperrealista. In fondo, forse, è proprio tale distacco dalle mode e questo amore per la matita e il segno a dare spessore –tempo e spazio- alla sua opera.


Finelli


Tommaso Evangelista


venerdì 12 febbraio 2016

LUVI - Sogni di Chemio

Su La Stampa dell'11 febbraio un bellissimo articolo di Luca Bergamin sulla ricerca dell'artista molisana LUVI

"I miei Sogni di chemio graffiti contro il cancro"

Laura Fratangelo: la bellezza antidoto al male

Datemi un muro di ospedale e ne farò un giardino, una foresta, un mare per far sorridere i malati di tumore». Laura Fratangelo, in arte Luvi, 28 anni, street artist emergente, conosce bene sia i reparti di chemioterapia che la malattia. «Vivo a due passi dall'Ospedale fiorentino di Careggi e ho avuto tanti famigliari che hanno dovuto affrontare quel calvario, tra cui una zia che accompagnavo sempre nei cicli di cura. Parlando con lei, gli altri pazienti, i loro familiari e anche con chi ha perso una persona amata per colpa del cancro, ho scoperto che molti di essi sognano spesso durante la chemioterapia che il male sia simboleggiato da un animale. Mi hanno parlato di pescecani, grossi pellicani, fenicotteri giganteschi, balene che spalancano fauci e becchi. A questa immagine di paura che prende forma nel loro subconscio, si accompagna quella di prati pieni di fiori di campi, giardini di piante rigogliose, paradisi subacquei abitati da pesci colorati , luoghi mentali in cui i malati trovano un po' di pace. Così ho cominciato la serie di pitture murali intitolata Sogni di Chemio, sperando che possa contribuire un poco ad alleviare la sofferenza». Il Primo art work «curativo» si trova nei pressi di Certaldo, nella campagna toscana, sotto un viadotto e rappresenta una ragazza che abbraccia una grande oca, porta sul capo la cuffietta che si indossa durante la chemioterapia, dalla quale spuntano pesci bianchi e rossi. Nel murales realizzato da Luvi alla Polveriera di Firenze fa la sua comparsa quel pellicano che l'artista molisana è solita ingrandire a dismisura e accostare a figure femminili rinascimentali. «Il mio scopo è rappresentare la bellezza anche in una situazione di dolore perché penso che possa aiutare. Dai dialoghi coi malati – prosegue Laura, che è una dei pochissimi street artist diplomata in pittura, nel suo caso all'Accademia di Belle Arti di Firenze - ho capito che un'iconografia meno tragica non sminuisce la gravità della malattia. Dà loro speranza vedere che il tumore è un fenicottero candido o un pappagallo esotico perché così immaginano che la bellezza del vivere, anche in un momento così duro, non li ha abbandonati del tutto, ma li sta aspettando, è presente anche in quella fase». Per questo Luvi vorrebbe «che gli ospedali mi dessero la possibilità di rappresentare le mie opere sui muri esterni e le pareti interne. Potrei farlo illegalmente, ma il messaggio sarebbe più forte se potessi lavorare alla luce dei sole, davanti a tutti, specie ai malati e ai loro familiari . L'opera di street art, infatti, è una grande responsabilità perché ti sbatte addosso la sua verità, sta lì davanti agli occhi di tutti, appartiene alla collettività, quindi non puoi mentire. E poi c'è il contatto con la gente che ti osserva mentre lavori trasmettendoti entusiasmo».





Festival della street-art CVTA'

La street art è arrivata nel nostro borgo grazie ad uno strano caso.

Dopo aver visto un documentario in tv, ho inviato una mail che, secondo me, non avrebbe mai avuto risposta e invece ha aperto la strada a una serie di strane e imprevedibili coincidenze. La mail era destinata a una delle più grandi artiste italiane di street art: Alice Pasquini.

Alice Pasquini (inaspettatamente di origini civitesi da parte di nonno materno) ha accettato con entusiasmo il mio invito ed ha realizzato alcune meravigliose opere in giro per il paese. Tale evento ha avuto una grande popolarità e numerosi siti web specializzati, giornali e televisioni si sono occupati dei murales di Civitacampomarano. Il progetto ha riscosso talmente tanto successo che anche il TG1 nell’edizione delle 20:00 del giorno 14.07.2015 ha dedicato un servizio alle opere di Alice nel piccolo borgo molisano.

 Ciò ha innescato ulteriori iniziative che hanno permesso la realizzazione di nuovi dipinti da parte di Luna Buschi, un’artista emergente brasiliana, e Marco Di Vito, un artista molisano.

 Il successo ottenuto dai murales, sia in termini di apprezzamento da parte della popolazione civitese che di interessamento dai parte dei media, mi ha convito di ideare un festival nel nostro paese, in accordo con Alice, che si occuperà della direzione artistica dell’evento.

I motivi di tale scelta sono semplici ed evidenti: in primo luogo, l’idea è frutto di una intuizione di Alice Pasquini nel corso della realizzazione dei dipinti nei vicoli del paese; il secondo motivo è intrinseco nel know how di Alice Pasquini che, essendo una delle principali interpreti della street art, rappresenta la figura artistica più indicata per organizzare, valorizzare, far crescere, decollare e consolidare un progetto ambizioso come quello di un festival del murales; infine, ma non per ordine di importanza, Alice si è legata sentimentalmente a Civitacampomarano, tanto da riscoprire una passione ed un forte attaccamento al paese di origine del nonno.

La manifestazione prenderà il nome di “CVTà”, acronimo che rimanda in qualche modo al nome di Civitacampomarano pronunciato in dialetto.

 L’evento avrà lo scopo di portare l’arte più moderna e immediata, la street-art appunto, in un borgo già ricco di storia grazie alla presenza del maestoso castello Angioino ed alle sue innumerevoli stradine strette e caratteristiche.

Allo stato attuale dei lavori, gli artisti che prenderanno parte all’evento saranno cinque e sono stati scelti e invitati a partecipare con la loro inventiva e capacità artistica da Alice Pasquini

I muri sui quali verranno realizzate le opere saranno soprattutto pareti di privati cittadini di Civitacampomarano, selezionati attraverso l’adesione a un bando pubblico, mediante la sottoscrizione di una domanda per la concessione del muro in questione. In aggiunta, l’amministrazione comunale individuerà degli spazi pubblici capaci di accogliere le opere che gli artisti doneranno alla comunità civitese.

 La Pro-Loco Vincenzo Cuoco sarà l’organizzatrice e promotrice dell’evento e si avvarrà del Patrocinio e del contributo del Comune di Civitacampomarano e del patrocinio della Regione Molise.

Molto presto ci saranno notizie più dettagliata.

Ylenia Carelli






venerdì 5 febbraio 2016

In cantiere - 60° edizione Premio Termoli



TERMOLI. Dal 21 febbraio al 30 aprile 2016 torna il Premio Termoli, che quest’anno giunge alla sessantesima edizione, segnando un profondo cambiamento nella storia del Premio d’Arte Contemporanea della città di Termoli. La mostra dal titolo In Cantiere si terrà, infatti, nel futuro MACTE Museo d’Arte Contemporanea Termoli che avrà sede negli spazi dell’ex mercato di via Cina ospitando l’intera collezione del Premio degli ultimi sessant’anni.

La mostra è voluta e promossa dal Comune di Termoli, Assessorato alla Cultura ed è curata da Anna Daneri.

“La città di Termoli custodisce uno dei più interessanti tesori della storia dell’arte italiana del dopoguerra – dichiara il sindaco Angelo Sbrocca. Le opere acquisite negli anni dal Premio Termoli rappresentano un patrimonio pubblico che deve essere rivalutato. La sessantesima edizione del Premio si inserisce in un quadro volto a conservare e promuovere la memoria artistica collettiva, inaugurando un nuovo spazio pensato per ospitare opere di grande valore e ridare splendore all’arte di cui può fregiarsi la nostra città. Questa edizione si pone come momento di snodo, come ‘cantiere’ nel senso di luogo in cui fervono i lavori volti all’apertura del MACTE Museo d’Arte Contemporanea Termoli che porterà a un cambiamento rivolto ai giovani e a tutti i cittadini grazie ai nuovi linguaggi artistici. Siamo certi che la città saprà apprezzare la valorizzazione della nostra cultura e l’ampio respiro che l’arte avrà a Termoli con l’attuale collocazione del Premio”.

LA MOSTRA

IN CANTIERE presenta sei giovani artisti: Riccardo Baruzzi (1976), Gabriella Ciancimino (1978), Sara Enrico (1979), Antonio Fiorentino (1987), Elena Mazzi (1984) e Santo Tolone (1979), le cui ricerche entrano in dialogo con il focus pittorico della storia del Premio, offrendo una prospettiva nuova con cui guardare alla pittura e alla scultura.

L’intento è di declinare il tema della costruzione in senso metaforico, ponendo l’arte e la cultura al centro di una dinamica virtuosa, motore per lo sviluppo di una crescita e di una consapevolezza collettive.

Le opere saranno esposte nello spazio-auditorium, cuore polivalente del futuro museo, entrando in relazione con l’architettura attraverso un dispositivo modulare site-specific, concepito per l’occasione da Rio Grande, collettivo creativo multidisciplinare con esperienze nel campo dell’arte, del design, del cibo e della comunicazione. Tale dispositivo sarà poi parte delle dotazioni del museo e potrà essere utilizzato per il display di future esposizioni.

Una giuria, composta da Stefano Arienti, artista, Lorenzo Canova, critico e Professore di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università degli Studi del Molise, Simone Menegoi, curatore indipendente, assegnerà il premio in occasione dell’inaugurazione. L’opera vincitrice entrerà a far parte della collezione e l’artista prescelto terrà un workshop durante il periodo della mostra.

Ripensare la funzione del Premio in chiave di “cantiere” prevede la costruzione di un progetto che si sviluppa in più direzioni: la mostra, la realizzazione di un sito dedicato, il progetto di un archivio digitale del Premio Termoli che ne raccolga la storia, una serie di eventi collaterali per sensibilizzare la cittadinanza e il workshop per attivare la partecipazione sul territorio.

IL PREMIO TERMOLI

Il Premio Termoli nasce nel 1955 come premio annuale d’Arte Contemporanea. Grazie al costante e appassionato interessamento del maestro Achille Pace, dal 1960 diviene una vera e propria ricognizione della ricerca artistica in Italia a cui hanno collaborato nomi illustri della critica d’arte italiana quali Giulio Carlo Argan e Palma Bucarelli. Attraverso lo strumento del premio acquisto, negli anni si è andata costituendo una collezione di opere rappresentative di un lungo percorso di ricerca e sperimentazione dell’arte contemporanea che va dal 1955 a oggi.

La collezione termolese rappresenta un caso forse unico in Italia per la documentazione di tutto quell’ambito di ricerca che va dal postinformale all’astrattismo, alla nuova figurazione, all’arte cinetica e programmata. Attualmente la collezione comprende oltre 470 opere, in gran parte dipinti su tela, ma anche opere scultoree, realizzate con pluralità di tecniche e materiali. Tra gli artisti in collezione: Carla Accardi, Franco Angeli, Antonio Calderara, Dadamaino, Tano Festa, Gino Marotta, Luca Maria Patella, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo, Mario Schifano, Giulio Turcato, Giuseppe Uncini.



GLI ARTISTI E LE OPERE DEL PREMIO

Riccardo Baruzzi (Lugo di Ravenna, 1976)

L’artista utilizza principalmente pittura e disegno per sviluppare un’indagine sulle possibilità della rappresentazione tra figurazione e sintesi astratta. La ricerca di Baruzzi prende forme diverse e

intercambiabili: pittura, disegno, ma anche performance o interventi installativi vengono spesso sovrapposti per mettere in crisi l’univocità dell’oggetto d’arte. Alla pratica visiva l’artista affianca la ricerca sul suono; fabbrica oggetti e strumenti che utilizza nelle performance per stabilire affinità gestuali e segniche tra disegno e composizione ritmico-musicale.

Recentemente ha esposto a: Real Academia de España, Roma; Santarcangelo 14, Festival Internazionale del Teatro in Piazza, Rimini; P420, Bologna.



Porta Pittura dei riccioli, 2015

7 dipinti (tempera, spray e grafite su tela)

ciascuno 50 x 40 cm

struttura (ferro, mdf)

125 x 41 x 70 cm

Parte di una serie iniziata nel 2010, l’opera consiste in una struttura minimale in ferro e legno che raccoglie una sequenza di dipinti da intendersi come fogli di un album da disegno, schizzi, variazioni, esercizi di velocità sul tema dell’astrazione. Solo alcune tele vengono appese, mentre il porta pittura rimane nello spazio come presenza scultorea e un invito a pensare i quadri in modo intercambiabile, elementi di una sequenza variabile e indefinita. Con quest’opera Baruzzi indaga il limite tra la dimensione materiale del quadro come oggetto, e quella della pittura come dispositivo di rappresentazione e di racconto.



Gabriella Ciancimino (Palermo, 1978)

Ciancimino realizza opere site-specific e lavori collettivi, usando media differenti quali il video, la musica, l’installazione, il disegno, la grafica e la scultura. Centrale è il concetto di relazione, da cui deriva la tendenza a concepire le opere come momenti d’incontro e confronto. Nella produzione recente l’artista analizza il rapporto tra esseri umani e piante nella costruzione di un paesaggio che diviene luogo della memoria storica e dell’azione collettiva rompendo la gerarchia tra artista e fruitore.

Ha esposto recentemente a: MACBA, Barcellona; Museo d’Arte Contemporanea Villa Croce, Genova; La Kunsthalle, centre d’art contemporain Mulhouse.



Chardon d’amour, 2014

tecnica mista su carta, metallo, plexiglass

55 x 55 x 3 cm

Realizzata combinando disegno a matita, acquarello, texture create con inchiostri e bottoni di metallo usati come timbri e differenti strati di carta tagliati con un bisturi, l’opera richiama nel titolo Chanson d’amour di Wayne Shanklin, compositore statunitense noto per le contaminazioni linguistiche. La pianta rappresentata è il cardo, una specie selvatica tipica dei territori mediterranei. Rifacendosi a tavole di illustri botanici del passato, il collage riprende elementi stilistici dell’Art Nouveau la cui denominazione – Liberty – acquisisce per l’artista la valenza di uno slogan politico, creando un parallelismo tra la resistenza biologica delle piante e quella storica dell’uomo.



Sara Enrico (Biella, 1979)

Il lavoro dell’artista è incentrato sulla pittura e sui materiali che l’hanno codificata nel corso dei secoli: colore, tela e telaio diventano i vincoli con cui misurarsi e ai quali trovare varianti, alterazioni, traduzioni. Enrico fa prima di tutto un’esperienza tattile della superficie, ed è proprio da questo approccio alla materia pittorica che deriva la “visione aptica” della sua produzione, uno sguardo che legge le tracce della superficie pittorica come i segni delle emozioni sulle pelle. La sua ricerca costituisce una sorta di archivio di superfici, che custodiscono le tracce di esperienze e indagano possibili narrazioni attorno agli oggetti realizzati.

Recentemente ha esposto a: Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino; Mart – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto; GAM – Galleria civica d’arte moderna e contemporanea, Torino.



RGB (skin), 2015

stampa digitale su poliestere, gommapiuma

ciascuno 20 x 180 x 20 cm

Risultato di un’indagine sulla natura tridimensionale e scultorea della pittura, la serie degli RGB, riferimento al modello additivo dei colori, attiva una mediazione tra supporto e superficie, tra corpo e pelle dell’opera. La stampa è realizzata a partire dalla scansione di un frammento di tela da pittura grezza, uno scarto spiegazzato e imperfetto, ridisteso sulla superficie dello scanner in funzione, ottenendo una scrittura dal corpo della tela in movimento. Da un semplice fenomeno fisico, l’interazione del bianco della tela con la luce dello scanner, emergono pattern e colori che sono estratti e accentuati dall’artista. La scelta della forma, in grandi cilindri morbidi, trasla una semplice azione in un altrettanto semplice e immediato “oggetto di design”.



Antonio Fiorentino (Barletta, 1987)

La poetica di Fiorentino è caratterizzata dall’intervento minimo e impercettibile che aspira all’isolamento dell’aura delle cose e al suo disvelamento. Realizzando prevalentemente sculture e installazioni, ma anche video, azioni e fotografie, l’artista mette in discussione la nozione stessa  di creazione artistica; nella formalizzazione dell’opera viene spesso lasciato ampio margine alla casualità, magnificando le infinite potenzialità fisiche e formali dell’alchimia della materia. L’intento sembra essere quello di riportare l’arte alla natura, trovare valore nelle cose che già ci sono, con lo sforzo minore possibile.

Recentemente ha esposto a: HIAP Helsinki International Artists Programme, Helsinki; Villa Arson, Nizza; Contemporary Locus V, Domus Lucinae, Bergamo.



Untitled (Lucis et Umbrae), 2015

4 lastre in pietra (Carrara, Bardiglio, Marquinia, Apricena)

ciascuna 40 x 30 x 3 cm

Quattro diverse pietre, quattro diverse venature, cromie, consistenze e porosità. L’artista fa ricorso a una tecnica scultorea tradizionale, la bocciardatura, con l’effetto di relegare alcune porzioni di superficie a “zona d’ombra” e di ingaggiare la luce come coautrice dell’opera. Fiorentino analizza così il confine tra pittura e scultura interrogandosi sulle infinite potenzialità fisico-formali che la materia è in grado di evocare nelle sue varie fasi di lavorazione e manipolazione. Una delle lastre è realizzata in pietra di Apricena, impiegata nella costruzione della Cattedrale di Termoli e nelle decorazioni degli edifici nel centro storico.

Elena Mazzi (Reggio Emilia, 1984)

L’artista indaga il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, attraverso percorsi di ricerca interdisciplinari  che intrecciano arte, architettura, scienza, società e territorio. Nei suoi lavori Mazzi intende condurre un’analisi sull’identità personale e collettiva, in relazione a un territorio e le sue specifiche dinamiche sociali, culturali e storiche. La sua opera si formalizza utilizzando diversi media, attraverso la teorizzazione di modelli alternativi che coniugano attività artigianali a sperimentazioni tecnologiche e industriali, allo scopo di apportare un contributo effettivo al miglioramento dell’ambiente attraverso pratiche di scambio e collaborazione.

Ha esposto recentemente a: 14th Istanbul Biennial, Istanbul, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia; Botkyrka Konsthall, Stoccolma.



Bricks serving the unpredictable, 2014

10 mattoni fatti a mano, vetro riciclato

ciascuno 2,5 x 25 x 12 cm

L’artista si confronta con l’unità di misura basilare nella costruzione abitativa: il mattone. Il modulo, generalmente inteso come oggetto seriale, viene qui affrontato come un manufatto artistico unico e irriproducibile. Nell’amalgama di ceramica sono incastonati come fossero pietre preziose gli scarti di vetro provenienti da Sacca San Mattia, discarica del vetro di Murano e da alcune cristallerie di Colle Val d’Elsa in Toscana: i mattoni si fanno pittura attraverso l’uso del vetro colorato, uno dei materiali meno impattanti per l’ambiente grazie alla sua infinita riciclabilità. L’artista trae ispirazione dalla bioedilizia e dalla possibilità di uno sviluppo ecosostenibile, parafrasando il titolo Structures Serving the Unpredictable di Yona Friedman, e le sue teorie per un’architettura “umanista”.



Santo Tolone (Como, 1979)

Sia che utilizzi il mezzo pittorico che quello scultoreo, Tolone crea opere che producono uno spiazzamento visivo e concettuale spesso intriso di ironia. Gli elementi disparati presenti nei suoi progetti espositivi trovano un fulcro nell’interesse verso la composizione e lo studio della forma, creando continui riferimenti alla storia dell’arte contemporanea. I titoli, a prima vista descrittivi e banali, sono a un tempo rivelatori della natura dell’opera e creano un ponte con il mondo ‘reale’ degli utensili domestici oppure oggetti d’uso comune.

Recentemente ha esposto a: Triennale di Milano; Limoncello gallery, Londra; Frutta gallery, Roma; Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino.



Controsoffitto (giallo), 2015

legno, gommapiuma, tessuto

92 x 73 x 26 cm

L’opera è parte di una serie iniziata nel 2015, costituita da sculture da appendere come quadri, dai colori sgargianti. Si tratta a tutti gli effetti di ready-made realizzati recuperando materiali di varia provenienza. Nella serie, Tolone assembla infatti controsoffitti di diverse fogge, utilizzati trasformandone dimensione e disposizione, e li riveste con imbottiture di divani in tinta unita. Il rimando è al rigore formale dell’arte minimale e astratta, stemperato dall’utilizzo di elementi architettonici dismessi e di elementi d’arredo.



SCHEDA TECNICA

Premio Termoli
titolo: In Cantiere

curatela: Anna Daneri, co-fondatrice e curatrice di Peep-Hole, centro d’arte indipendente a Milano

artisti: Riccardo Baruzzi, Gabriella Ciancimino, Sara Enrico, Antonio Fiorentino, Elena Mazzi, Santo Tolone

progetto allestitivo: Rio Grande

immagine coordinata e web design: Studio Temp


INFO PUBBLICO

inaugurazione e premiazione: sabato 20 febbraio 2016, ore 18.00

apertura al pubblico: 21 febbraio – 30 aprile 2016

giorni e orari:

da lunedì a domenica: 10.00 – 12.30

martedì e giovedì: anche il pomeriggio dalle 16.00 alle 18.00

ingresso: libero



MACTE Museo d’Arte Contemporanea Termoli

via Giappone, Termoli

tel: +39 0875 712381 | +39 366 6717057

www.premiotermoli.it | info@premiotermoli.it



INFO STAMPA

Ufficio stampa mostra:

Ludovica Solari | press@ludovicasolari.com | +39 335 577 17 37

Ufficio stampa Comune di Termoli:

Valentina Fauzia | press@premiotermoli.it | +39 335 771 52 83




Con il Patrocinio di:

Regione Molise

Provincia di Campobasso

Comune di Termoli

Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio del Molise

Fondazione Molise Cultura

mercoledì 20 gennaio 2016

Michele Peri - Respiro

MICHELE PERI
Respiro
2015, installazione, materiali vari

Michele Peri struttura lo spazio come un luogo vitale, plasmando al tempo stesso il fiato e la luce. I cuscini riempiti d’aria custodiscono, come scrigni, il suo fiato, la sua vitalità e quasi la sua anima. La luce di Wood trasforma gli oggetti in elementi luminosi e sacri, preziosi reliquiari che riqualificano il pavimento dello spazio ipogeo. Uno specchio al centro accoglie la figura del Bambino Gesù mentre la registrazione del respiro riesce a dar vita all’intera struttura, quasi metafora del fiato del bue e dell’asinello i quali, secondo tradizione, avevano scaldato il piccolo appena messo al Mondo. 
Peri lavora su oggetti normali aumentandone e potenziandone il senso comunicativo attraverso un palinsesto semantico inventato, una rimodulazione delle cose, mentre struttura lo spazio in luogo scenico, di confine, quasi metafora dell’artista e del suo luogo intimo di ricerca.
Una installazione complessa che raccoglie elementi semplici, li riqualifica e li colloca in un luogo simbolico complesso che funge da strumento al messaggio. Il respiro come vita e relazione, i singoli sacchi come unità di informazioni, la luce blu come fonte trasfigurativa, il luogo come campo di simulazione del fenomeno per la creazione di un ambiente strutturato e immersivo.

Tommaso Evangelista

Testo estratto dall'evento I PRESEPI NEL PRESEPE XVI edizione “Memory in progress” Percorso Contemporaneo



mercoledì 13 gennaio 2016

Non aprire che all'oscuro


Un ritrovamento incredibile e una storia commovente. Dal 13 gennaio al 28 febbraio 2016 presso gli spazi espositivi GIL a Campobasso, saranno in mostra oltre 90 fotografie che raccontano la realtà del Mezzogiorno (in particolare di Casacalenda, Molise) tra il XIX e XX secolo. La mostra è curata da Flavio Brunetti e organizzata dalla Fondazione Molise Cultura. 







J'ai numéroté les lignes du texte de 1 à 37
J'ai indiqué les renvois au texte, par exemple ligne 1 → l. 1
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Il testo Madre  apre il racconto (circa 80p.) di Flavio Brunetti, intitolato Non aprire che all'oscuro, dedicato alla funzione essenziale della fotografia per l'autore,  essendo lui stesso fotografo. Questa prima pagina è collocata al preciso momento in cui all'obitorio dell'ospedale l'autore va a fare visita per l'ultima volta a sua madre prima che la salma sia composta nella bara. È quindi un testo autobiografico nel quale l'autore descrive quello che vede in questo luogo di morte e evoca nello stesso tempo i ricordi che lo assalgono. Ci dà anche da sentire le parole che rivolge alla madre, un discorso  rivelatore della loro relazione filiale profonda. Si tratta di evidenziare perché il testo coinvolga violentemente il lettore e perché, celebrando sua madre, l'autore riesca in qualche modo a superare la morte. 
La prima parte sottolineerà il modo in cui la morte e la vita vengono descritte. La seconda sarà un' analisi delle immagini della madre che ci propone l'autore. Infine vedremo se scrivendo, l'autore non riusce a immortalare l'immagine di sua madre e l'amore che nutre per lei.


I rappresentazioni  della morte e della vita sono notevoli, contrastano e alternano fra di loro. Sin dall'inizio il lettore viene immediatamente colpito dalle prime due parole importantissime che introducono la pagina. La parola Madre è la prima, è il titolo della pagina, e la seconda è gli obitori. Quest'ultima è anche messa in rilievo perché inizia il testo stesso. Con queste due parole che si urtano il lettore comprende subito la situazione ed è per di più invitato al raccoglimento. Difatti ha appena letto il titolo polisemico del racconto Non aprire che all'oscuro, e sa dunque che sta per passare dalla luce all'oscuro. Anche il significato etimologico di obitorio,  dal latino obire 'andare verso', 'obire mortem', rimanda al passaggio dalla vita alla morte. Il termine usato al plurale provoca una  generalizzazione prolungata per l'intero primo paragrafo e permette di insistere su un fatto tipico delle nostre società moderne che evacuano la morte dalla vita sociale. La morte diventa  anonima, anzi vergognosa, come lo conferma la costruzione impersonale [il corpo] prima che se lo portino via (l.6). L'autore rafforza la durezza di questa relegazione usando diversi procedimenti sintattici o lessicali: utilizza antonimi semplici, in basso/di sopra (l.1;2), frasi corte (soggetto-verbo essere-attributo), frasi ellittiche (soggetto-attributo) o anche ridotte a una sola parola. Questi procedimenti per descrivere gli obitori equivalgono a un atto di accusa contro questo costume sociale di fronte alla morte. La prima volta quando evoca la madre (l.8) e ogni volta in seguito( l.25-26; l.27) l'autore utilizza solamente frasi nominali che, con le loro ellissi, accentuano l'emozione trattenuta o anzi il dolore (l.29-30).
La ricchezza delle percezioni sensoriali esprime acutamente l'opposizione tra le immagini della morte e quelle della vita di cui l'autore si ricorda. Le sensazioni olfattive in riferimento alla morte sono  di un realismo crudo e di una violenza estrema (l.5-6), quelle visive del mondo in bianco e nero della morte contrastano con lo scaturire variopinto dei colori della vita, simboleggiati attraverso la luce del sole, i frutti e i fiori (l.11-12). Però il termine nero non si legge in quanto stesso, è sostituito con una perifrasi che aggiunge al colore nero connotazioni più infauste: l'uomo corvo. La perifrasi è ripresa cinque volte e sottolinea l'anonimato del artigiano della morte, suggerendo che è di cattivo augurio e lascia incombere una minaccia malefica. Non si legge neanche il termine bianco, è solamente indicata la lastra di marmo, ripresa sei volte, anch' esse ricca di connotazioni. Suggerisce associazioni con il senso del tatto, il freddo, con l'immobilità, la rigidità della pietra: è già una lastra tombale. La vita invece è rappresentata mediante verbi di movimento, camminava, saltare (l.13;14) e con i colori vivi della natura. In questo contesto il bianco che si vede è un bianco vivo, quello della neve luccicante.
Abbiamo segnato sopra l'uso di numerosi frasi dalla costruzione apparamente  semplice, la struttura narrativa del testo però si rivela più complessa. Passaggi descrittivi si alternano con passaggi di dialoghi e producono un' alternanza di tempi verbali significativa. L'imperfetto è legato ai ricordi della vita (l. 11-14; l.20-21; l.26-27.l.34-35) mentre il passato prossimo è riservato al discorso diretto e familiare che l'autore rivolge a sua madre. In quanto riguarda il futuro, appartiene esclusivamente a l'uomo corvo, è quello della separazione imminente, ineluttabile, è un futuro talmente prossimo che si trova pure due volte accostato all' avverbio ora: ora verrà (l.14), ora sarà (l.36).

La parola Madre echeggia sull' intera pagina, le sue quindici occorrenze dicono palesemente la sua importanza. Quale immagini di sua madre, della Madre, l'autore riusce quindi a darci?
Dapprima la madre, fonte della vita, è la madre dell'autore. Apparve come una madre tutelare, garante della sua educazione, che ha soprattutto saputo trasmettergli calore e tenerezza. Un esempio: l'enumerazione dei verbi al imperfetto in seconda persona (l.34-35) provoca una serie di assonanze significative, si sente la voce della madre rimproverando il bambino, il vocale i ne riproduce gli accenti d'ira. Poi, alla fine della frase, viene il verbo dormire, l'unico che si chiuda con un vocale meno acuto, la e, esprimendo la quiete ritrovata. 
Alla madre vengono inoltre attribuite multiplice qualità seducenti che dimostrano di volta in volta la sua grazia sorridente, la sua sensualità (l.11-12), la sua modestia (l.22), la sua tenerezza (l.35). Sono degli immagini forte che ci la fanno vedere come la madre nutrice, l'alma mater che fa tutt' uno con la natura nella quale si fonde. Entra in contatto diretto con gli elementi: con la terra, cammina scalza (l.13); con l'aria, saltando; con l'acqua sotto forma di neve; con il fuoco rappresentato dal sole. È anche un'incarnazione della bellezza (l. 32) e l'aggettivo bello ricorre cinque volte. Ma su questo punto torneremo sotto.
Si potrebbe andare più avanti, è come se l'autore procedesse a una specie di deificazione. La madre si metamorfosa in una figura di dea-Madre. In effetti la parola Madre apre e chiude la pagina e ricorre spesso con la maiuscola laudativa. Risalta particolarmente perché è collocata in principio di proposizione, Madre è un' anafora che scandisce l'intera pagina, che le dà una musicalità innegabile.
Il vocativo ha dunque il valore di un' incantazione, di un invocazione. È come se l'autore si rivolgesse a un nume, a una divinità. Non sappiamo se si tratta di una preghiera alla dea-Madre o piuttosto alla Madonna della religione cattolica. Diverse interpretazioni sono senz'altra possibili secondo le connotazioni, ma la venerazione dell'autore non lascia nessun dubbio e la madre prende una dimensione  universale. 

 Anafore, assonanze, immagini forti sono procedimenti tipici della scrittura poetica. Permettono di risentire e di leggere la pagina come si legge una pagina di prosa lirica.
Così si spiega perché la primissima immagine concreta che l'autore ci dà di sua madre coinvolga talmente il lettore. Due frasi nominali conseguenti, della stessa lunghezza, come se si trattasse delle due emistichi di un falso alessandrino, restituiscono la fragilità di questo essere oramai senza difesa:
Madre sulla lastra di marmo. Madre non ancora vestita..
Da questo momento in poi abbiamo l'impressione che i ruoli sono invertiti. È il figlio che diventa materno, che rassicura la madre. Si esprime in discorso diretto (l. 8;16) usa due volte la congiunzione di causa perché (l.10;11) per spiegarle i propri gesti come si fa con un bambino, utilizza allora il tono familiare della tenerezza affettuosa. Peraltro l'espressione l'uomo corvo non è solamente una   metafora della morte, potrebbe rappresentare nello stesso tempo una figura che spaventa i bambini. È ripresa cinque volte come se l'autore volesse scongiurare questa presenza malefica. L'autore precisa due volte è venuto con me, perché la madre non si spaventi. L'atteggiamento affettuoso e materno culmina ancora nell' ultimissima domanda che le rivolge e che potrebbe anch' esse rivolgersi a un bambino:
Madre, hai freddo sulla lastra di marmo?
Anche se il contesto non è lo stesso ci si ricorda la metrica e il tono materno adoperato da Rimbaud al verso 11 del sonetto Le Dormeur du val:
Nature, berce-le chaudement: il a froid.
Si vede dunque che mediante incantazioni ripetute, nel preciso momento in cui dice la morte di sua madre, l'autore entra un ultima volta in contatto diretto con lei. Verso la fine (l. 29) si trova l'unica occorrenza della parola madre scritta senza maiuscola e con il possessivo personale, traducendo il suo turbamento la sua tenerezza, il suo dolore, con estrema decenza. La morte non impedisce loro di rimanere tutte e due nella stessa comunità spirituale. Il suo elogio gli permette di rivolgersi a lei malgrado la morte, di comunicare con lei aldilà della morte, di oltrepassare la morte, di trascenderla.
Un altro legame intimo e privilegiato sopravviverà tra loro aldilà della morte, si tratta della bellezza. Già scegliendo i vestiti per agghindarla è sollecito di portarle i più belli (l. 9;16). È preoccupato di piaciarle, di farla bella. Poi alla fine pronuncia un' affermazione veemente, rifiutando di vedere nel impiegato dell'obitorio altro che un funzionario secondario: 
Solo io conosco la tua bellezza, l'uomo corvo, no!
L'officiante anonimo, quindi la morte, non avrà ragione della bellezza. A lui, al figlio, al fotografo, allo scrittore spetterà il ruolo di dire, di risuscitare, di rivelare la bellezza di sua madre, se ne fa garante. Anche grazie alla bellezza potrà trascendere la morte.

Questo testo autobiografico dagli accenti lirici, dipingendo la morte con emozioni e immagini forti si presenta come l' ultima offerta del figlio a sua madre. Lo scrittore, lodando la madre, le rende omaggio con una pagina di prosa poetica che perenna il suo ricordo e immortalizza la sua bellezza come verrà confermato nel testo che segue quest' esordio. 

professeur Françoise Lamblin
francoise.lamblin@ennamane.net



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