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giovedì 3 marzo 2016

Riccardo Baruzzi. Un’opera tra lirismo e ricerca segnica per il sessantesimo Premio Termoli

Riccardo Baruzzi, classe 1976, con l’opera Porta pittura dei riccioli (2015) è il vincitore della sessantesima edizione del Premio Termoli curata da Anna Daneri. La proclamazione, coincisa con l’inaugurazione, è avvenuta lo scorso 20 febbraio mentre l’intera collettiva sarà fruibile presso i nuovi spazi del MACTE Museo d’Arte Contemporanea di Termoli fino al 30 aprile. In giuria l’artista Stefano Arienti, il critico Lorenzo Canova e il curatore Simone Menegoi hanno così motivato il verdetto “un’opera che combina con eleganza pittura, disegno, scultura e design. La sua poetica si segnala per una maturità e un lirismo non comuni, e stabilisce, da una posizione di ricerca contemporanea, un dialogo con la storia del Premio Termoli, caratterizzata dall’interesse per le ricerche astratte, e dal rapporto fra arte e percezione visiva”. Una menzione speciale è stata assegnata a Gabriella Ciancimino per l’opera Chardon d’amour (2014), dalla sottile poetica relazionale. All’artista sarà affidata la conduzione del workshop da progettare per il contesto cittadino. Abbiamo fatto alcune domande all’artista vincitore.

Nella tua opera dialoga la ricerca sul segno, l’eleganza data dallo studio dei materiali e una sottile analisi sulla struttura, e quindi sulle condizioni stesse della visione. Come si sviluppa questa poetica della sottrazione e dell’amplificazione della traccia minima?
Circoscrivo la domanda alla questione del segno prendendo in prestito qualche riga dal capitolo settimo del libro Disegnare e conoscere di Giuseppe Di Napoli.
"Il segno grafico denominato linea é un concetto visibile, un'astrazione sensibile, svincolata dalla funzione di riprodurre delle somiglianze iconiche, tipiche del segno-traccia. La linea impone un suo statuto di completa autonomia semantica, quello di essere un segno-in-se, dotato di un proprio intrinseco significato. Con la linea il pensiero umano avanza verso un altro stadio evolutivo; l'uomo, con essa, può delimitare il mondo e trascenderlo: «ciò che limita è senza limite» (Simone Weil) (…) La linea non ha un'entità fisica (di quella cosa), non la si vede direttamente nelle cose o tra le cose; bisogna innanzitutto pensarla più che vederla, giacché essa è una res cogitandi, una cosa mentale, che stabilisce non tanto una somiglianza tra la cosa e la sua percezione, quanto piuttosto una continuità tra il segno disegnato e la cosa pensata: la linea assomiglia al pensiero e non alle cose".

Il lirismo del segno grafico, e le sue (per)mutazioni, sembrano determinare nell'opera anche una componente temporale che, a livello di impressione, richiama l'idea di "cantiere" impostata dalla curatrice Daneri. Come valuti questo aspetto nel tuo lavoro?
Non riesco ad associare al mio operato l'idea di mutazione e temporalità, tantomeno quella di cantiere.

Colpisce dell’opera la sua dimensione “scultorea” data dal porta pittura il quale contiene altre tracce, e varianti, dell’idea appesa a parete. Questo focalizzarsi sulla sequenza, oltre ad una suggestione musicale, mi fa pensare, data la sua recente scomparsa, ad un saggio di Umberto Eco ovvero alla sua idea di “vertigine della lista”, del mondo che analizza, enumera, elenca elementi comuni o discordanti. Ci sono liste che hanno fini pratici e sono finite e altre che sono immaginarie e fantastiche, in quale si colloca questo tuo dialogo di tele?
Il P.P. fa parte di una serie di dispositivi che raccolgono dipinti di piccolo/medio formato: per lo più forme astratte e monocromi. Ogni porta pittura viene allestito nello spazio espositivo e non tutti i dipinti contenuti al suo interno vengono appesi simultaneamente. Il porta pittura resta nello spazio come presenza scultorea (i cui pieni e vuoti mutano in base al numero dei dipinti ospitati), ed è un invito a pensare i quadri come entità intercambiabili, non autoriali, disposti in sequenze variabili e indefinite (ogni porta pittura prevede una rotazione, e non è stabilito a priori che i nuovi allestimenti siano effettuati dall’artista).



Tommaso Evangelista

La giuria con l'opera

Da sinistra Arienti, Menegoi, Baruzzi, Canova

Premio Termoli, veduta d'insieme

Baruzzi, Porta pittura dei riccioli



Studio visit #1


Oil on water 1993/2016 - used motor oil floating on water enclosed in plexiglass or glass (Elio in his studio / New York 2007)

Elio Franceschelli FB


lunedì 29 febbraio 2016

CVTà – Street Fest

Per la prima volta i linguaggi della street art conquistano e ridisegnano il paesaggio urbano di un suggestivo angolo di Molise, il borgo di Civitacampomarano in provincia di Campobasso. Le strade del paese fanno da fondale per la prima edizione del Festival “CVTà – Street Fest”. La manifestazione si terrà da giovedì 21 a domenica 24 aprile 2016 e vede protagonisti sette artisti che hanno lasciato tracce del loro passaggio in diverse città del mondo: Alice Pasquini's Art (Italia), Biancoshock (Italia), David de la Mano (Uruguay), Pablo S. Herrero (Spagna), ICKS (Italia), Hitnes (Italia), UNO (Italia).




COME NASCE IL FESTIVAL – Tutto nasce da un’email inviata ad Alice nel 2014 da Ylenia Carelli, Presidente della Pro Loco “Vincenzo Cuoco” di Civitacampomarano: un invito a fare tappa nel borgo molisano per dipingere i muri del centro storico ormai quasi completamente disabitato. Quando Alice arriva a Civitacampomarano, i suggestivi scorci del paese restano impressi nella sua memoria. E il passaggio di Alice, a sua volta, si imprime sulle superfici del centro storico, segnate dal tempo. L’artista realizza una serie di interventi pittorici, prendendo spunto da fotografie d’epoca della vita del paese, per rendere omaggio al passato di Civitacampomarano. “Ho dipinto su vecchie porte, per ricordare quello che ora non c’è più – spiega Alice – molte case bellissime ora sono vuote, lo spopolamento è stato enorme e Civitacampomarano oggi conta poco più di quattrocento abitanti”. Il legame fra il borgo e questa artista cosmopolita, ambasciatrice della street art italiana in tutto il mondo, non è solo artistico, ma anche biografico: “Per me non è un paese qualsiasi – racconta – è il paese natale di mio nonno, ma questo l’autrice della mail non lo sapeva”. Il viaggio di Alice diventa così non solo un viaggio alla scoperta delle bellezze di un’Italia minore, ma anche un percorso nella sua memoria familiare.  Nato da una coincidenza, il progetto artistico arriva a coinvolgere un paese intero. Gli abitanti del borgo adottano l’artista e i suoi lavori diventano motivo di orgoglio e punto di partenza per una riscoperta e una valorizzazione del centro antico. La street art a Civitacampomarano non passa inosservata e attira l’interesse della stampa e della televisione nazionale, consolidando un legame che nel tempo si è trasformato nell’idea di questo Festival.
 
PERCHÉ CVTà? – Civitacampomarano nel dialetto dei suoi abitanti si chiama Cvtà e, nell’ideale abbraccio che unisce passato e futuro, origini e riscoperte, è stata scelta proprio questa espressione per intitolare il festival. Con l’auspicio che rendere l’arte viva e colorare con essa i muri e gli spazi condivisi possa essere una strategia vincente per contrastare l’abbandono e il degrado di un’Italia troppo spesso dimenticata e svilita.
  
GLI INTERVENTI ARTISTICI – Un Festival di street art può nascere solo attraverso la partecipazione e la condivisione del progetto da parte di un’intera comunità. In quest’ottica, sono stati gli stessi abitanti di Civitacampomarano a fare a gara per mettere a disposizione degli artisti il muro più bello, lo scorcio più ammaliante, il panorama più prezioso. Ciascuno dei sei artisti è invitato a eseguire il proprio intervento sulla pelle dell’antico borgo nell’arco dei quattro giorni in cui si svolgerà la manifestazione, lavorando a stretto contatto con gli abitanti del luogo. Il risultato sarà una proposta corale capace di offrire, sia a chi passa quotidianamente per quelle strade che ai visitatori, la possibilità di guardare i vecchi muri logorati dal tempo con uno sguardo tutto nuovo, che nasce dalla cooperazione della comunità con i sei artisti ospiti.
 
NON SOLO MURI – Oltre all’intervento artistico permanente realizzato sui muri del paese, il programma di “CVTà - Street Fest” prevede una serie di iniziative ed eventi collaterali, che vanno dalle visite guidate, al dialogo con i bambini delle scuole, dalla gastronomia alla musica, animando il borgo per i quattro giorni della manifestazione con un clima di festa permanente.
 
GLI ARTISTI – Italiani che hanno lungamente lavorato all’estero e artisti stranieri alla scoperta dell’Italia si incontrano per le strade e sui muri di Civitacampomarano. Street artist e pittrice, ma anche illustratrice e scenografa, la romana AliCè (www.alicepasquini.com) è la direttrice artistica del Festival. Ha portato nelle più importanti città del mondo la sua arte che mescola narrazione della vitalità femminile, fruizione tridimensionale delle opere e installazioni con l’uso di materiali inconsueti. Il milanese Biancoshock (www.biancoshock.com) definisce i suoi interventi urbani temporanei, amplificati attraverso la fotografia, i video e i media, con il termine Effimerismo, da lui stesso coniato. Arriva da Montevideo in Uruguay David de la Mano(daviddelamano.blogspot.it), che approda alle pitture murali e all’arte pubblica a partire dagli studi in Spagna dedicati alla scultura e dai progetti installativi e di land-art. Il linguaggio pittorico dello spagnolo Pablo S. Herrero (www.lasogaalcielo.blogspot.it) è legato al codice degli alberi e delle foreste. La sua attività come muralista si concentra soprattutto fuori dai centri urbani, abitando periferie, aree marginali e zone rurali. In primis disegnatore e poi pittore su parete, con una predilezione tematica per il mondo animale e vegetale,Hitnes (www.hitnes.org) da Roma gira il mondo disseminando al suo passaggio figure di un bestiario e di un erbario in continua evoluzione. Unico artista molisano di quelli invitati alla prima edizione di “CVTà - Street Fest”, ICKS (www.facebook.com/ICKS.stencil) lavora con la tecnica dello stencil e attinge a un immaginario pop, riletto con ironia e una critica costante agli stereotipi consolidati, affrontando spesso anche tematiche sociali. Attualizzando la lezione di Warhol, di Debord e di Rotella, UNO gioca con la tecnica pubblicitaria, cambiandola di segno, attraverso la ripetizione all’infinito e l’uso di spray e pitture fluorescenti in abbinamento alle tecniche del poster, del collage, del decoupage e in generale della manipolazione della carta. Il volto simbolo della famosa pubblicità di una cioccolata viene reso da UNO un’icona della possibile rivoluzione del singolo nei confronti della società di massa.

INFORMAZIONI TECNICHE:
 
“CVTà – Street Fest”
DOVE: Civitacampomarano (Campobasso), sedi varie
QUANDO: dal 21 al 24 aprile 2016
ARTISTI:  Biancoshock, David de la Mano, Pablo S. Herrero, Hitnes, ICKS, UNO
DIREZIONE ARTISTICA: Alice Pasquini
COORDINAMENTO EVENTI: Jessica Stewart
UFFICIO STAMPA: Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo
ORGANIZZAZIONE: Pro Loco “Vincenzo Cuoco”
PATROCINI: Comune di Civitacampomarano, Regione Molise, MiBACT-Polo Museale del Molise, Borghi Autentici d’Italia, Conservatorio di Musica “Lorenzo Perosi” di Campobasso
CON IL CONTRIBUTO DI: Pro Loco “Vincenzo Cuoco”, Comune di Civitacampomarano
PARTNER: La Molisana
SPONSOR: Free Energia, Life SRL, Energy Mix
SPONSOR TECNICI: Clash Paint, IPD Sistemi Edili, Corto Factory Image
BIGLIETTI: ingresso gratuito
PER INFORMAZIONI: www.cvtastreetfest.com - www.facebook.com/cvtastreetfest - cvtastreetfest@gmail.com
HASHTAG: #cvt #cvtastreetfest

martedì 23 febbraio 2016

“Non sono un iperrealista. Indago il tempo”. Oltre il ritratto: un’intervista ad Antonio Finelli

Antonio Finelli, classe 1985, originario di Riccia, vive e lavora tra Roma e Campobasso. Ha iniziato la sua formazione artistica frequentando nel capoluogo molisano il liceo artistico Manzù mentre, successivamente, si è trasferito a Roma perfezionando le proprie doti artistiche presso l’Accademia di Belle Arti. In regione ha recentemente chiuso una sua personale, “L'Illusione del Corpo”, a cura di Lorenzo Canova e Piernicola Maria Di Iorio, ospitata alla Galleria ARATRO, che è stata un successo di pubblico e probabilmente tra le personali più stimolanti viste ultimamente nell’attivo spazio espositivo universitario. Finelli, che prossimamente esporrà le proprie opere in rappresentanza del Molise alla mostra “Il Tesoro d’Italia”, curata da Vittorio Sgarbi in occasione dell’EXPO2015, è certamente tra gli artisti più interessanti della regione e sicuramente tra i più attivi nel contesto nazionale. La sua arte, ad una prima lettura dichiaratamente iperrealista, in effetti nasce da dinamiche ispiratrici e compositive differenti da quelle della celebre corrente americana, dinamiche molto “tradizionali”, ovvero europee per quel tentativo di lettura ed indagine dell’umano che ci deriva da secoli di speculazione filosofica e artistica sull’uomo, anche se una delle frasi più calzanti circa i suoi ritratti la ritrovo poi in una dichiarazione di Chuck Close «Il viso di una persona è la carta stradale della sua vita. Se l’affronta con atteggiamento positivo le rughe sono quelle che si formano quando si sorride. Allo stesso modo è subito palese quando invece la vita la si passa imbronciati». I disegni di Finelli sono la “carta stradale” delle figure che ritrae, ovvero sono le tracce di vita che prendono forma e segno nelle pieghe e che comunicano esclusivamente per via visiva l’ispessimento del tempo e la coesione e sovrapposizione di tutte le emozioni sfuggite al controllo dell’anima. Ci sentiamo di sera, per telefono. Io nella penombra della mia scrivania ho preparato alcune –forse tante- domande e la conversazione scivola via piacevole.

Finelli


Tommaso Evangelista Mimmo Paladino ha parlato, circa la tua arte, di –cito- “ritratti senza tempo” ma che, a ben guardare, parlano proprio del tempo che scorre e dei segni che lascia sui corpi. Trovi una contraddizione tra questa idea d’assenza di tempo e l’invadenza del presente sotto forma di vecchiaia?

Antonio Finelli Non vi vedo una contraddizione perché questi segni sono aspetti puramente “tecnici”. Non mi sono mai fossilizzato su un’età ben precisa o non ho voluto mai sottolineare, o caricare, la vecchiaia anche se questa, giocoforza, è emersa dalle mie ricerche. Non voglio evidenziare il passaggio del tempo in un determinato periodo ma indagarlo senza essere condizionato dagli anni. Certo, Paladino poi lavora molto sull’idea di arcaico e arcaismo e questa idea di assenza di tempo in lui è molto forte.

T. E. Rimanendo sull’analisi dei testi critici, invece, Lorenzo Canova, nell’ultimo testo per la mostra all’ARATRO, scrive di “corpo illusorio” e qui sorge un altro contrasto tra seduzione e illusionarietà del corpo e il suo estremo e crudo realismo. Cosa pensi a riguardo?

A. F. L’idea di corpo illusorio è legato alla nostra civiltà dell’immagine che blocca, quasi, nel tempo il decadimento. Ma il tempo continua a scorrere, è inarrestabile, e non permette alle persone di rimanere giovani in eterno. Ci viene inculcata una bellezza effimera mentre io cerco proprio i segni e le tracce. Noi siamo padroni del nostro corpo, sostanzialmente, e ci possiamo permettere di fermare il tempo ma non dobbiamo esserne schiavi.

T. E. La tua ricerca sembra incentrata sull’ossessione del mutamento del corpo percorso dal tempo in un contesto, quello odierno, che cerca appunto di preservare all’infinito la perfezione, o meglio un’edulcorata bellezza. Nel tuo caso può la bellezza e il sublime –veicolato dall’arte- giungere dal decadimento oppure il tuo realismo può rischiare di andare in senso opposto, ovvero verso una estetizzazione cruda del dettaglio e della vecchiaia priva, quindi, di una prospettiva escatologica?

A. F. Ritengo che la bellezza del corpo è data dalla saggezza dell’individuo, e che questa nasca a sua volta dall’esperienza. La crudezza della vecchiaia non è da intendere in senso negativo perché custodisce una ricchezza che stimola diverse proprietà estetiche. La vecchiaia è un arricchimento della pelle e non un decadimento, quindi non cerco la crudezza ma il sublime nel dettaglio.

Finelli


T. E. Ho letto in una tua intervista che ti definisci “artista documentatore” per la volontà di documentare l’evoluzione del corpo. Ci puoi spiegare questa definizione? Tale evoluzione del corpo che segui nella vecchiaia ritieni sia lecita indagarla anche nel cosiddetto Transumanesimo, ovvero nel post-umano della performance che sempre più mira ad alterare i corpi con la tecnologia, disumanizzandoli?

A. F. Per artista documentatore intendo un lavoro estremamente tecnico di documentazione di un processo, di uno status dell’individuo che vado ad investigare con il disegno e la molteplicità dei segni grafici. Il mio discorso, ripeto, è legato al tempo e il contenuto artificiale o post-umano non appartiene al tempo naturale e si discosta dalla mia ricerca. Non guardo alla manipolazione dell’uomo ma al lavoro della natura.

T. E. Sempre in un’intervista ho letto di un tuo amore giovanile per Giuseppe Penone. Facevi riferimento in particolare all’opera Svolgere la propria pelle. In quel lavoro, ricordo, l’artista ripercorreva e fotografava il proprio corpo attraverso la sovrapposizione di una lastra di vetro sulla pelle. Il corpo segmentato e la schedatura dell’epidermide sembrano ritornare nei tuoi ultimi lavori.

A. F. Ho conosciuto Penone circa sette anni fa a Villa Medici in occasione di una sua personale. Ben prima avevo approfondito la sua opera durante un esame all’Accademia. Ci siamo fermati per un po’ a discutere e gli avevo chiesto proprio di questo lavoro, che tra l’altro non era presente in mostra. Mi aveva colpito questa volontà di rappresentare i vari segni della pelle mentre l’ingrandimento del dettaglio faceva perdere un’idea di unità ed evidenziava una sorta di vibrazione dell’epidermide. Penone, certo, è legato al concettuale ma posso affermare che quest’opera è stata probabilmente il punto di partenza per la mia ricerca figurativa. Anche il tentativo odierno di segmentare il corpo e annullare alcune parti probabilmente deriva da quella sorta di astrattismo che avevo individuato nella sua opera. Un giorno, passeggiando per via del Babbuino, ho avuto la fortuna di scambiare due chiacchiere anche con Gino Marotta ma più che di arte abbiamo discusso del nostro Molise.

Penone

T. E. Certamente la tua arte si situa, ad una prima e superficiale lettura, nel filone dell’Iperrealismo. L’Iperrealismo, però, non equivale al realismo contemporaneo inserito nel filone figurativo cristiano bensì nasce negli anni Sessanta negli U.S.A. in concomitanza con la Pop Art. Non vi è pertanto lo scopo di ritrarre il mondo ma le fotografie che ritraggono il mondo, gareggiando con gli effetti di stampa e di pixel. Il carattere di apparente oggettività meccanica e l’idea dell’artista visto come macchina non fanno che dimostrare l’aspetto consumistico dell’operazione. Come ti vedi in relazione a tale corrente e qual è il tuo modo di lavorare?

A. F. I miei primi lavori sono estremamente iperrealisti anche se non mi è mai importato nulla di questo movimento, nel senso che non mi ci sono mai relazionato. Anzi, apprezzando Penone o altri artisti dell’avanguardia romana, ho sempre cercato una linea diversa di azione e di suggestione. Le mie prime opere sono molto definite, quest’ultime invece, con l’aggiunta di spazi vuoti e indeterminati, virano verso il minimale perché l’assenza di dettagli appiattisce l’immagine e non la rende un’icona “consumistica”. Non sono un iperrealista, indago il tempo. Non ho mai approfondito inoltre gli aspetti tecnici del movimento. Il mio lavoro parte, certo, da fotografie che scatto ma che mi servono per capire il vissuto del soggetto. Inizio quindi dalla selezione dei volti e da una documentazione fotografica alla quale attingere, ma successivamente disegno e inizio a chiaroscurare tutto a mano. Gli artisti contemporanei, poi, si affidano spesse volte a idee facendo realizzare ad altri le proprie opere e personalmente non condivido molto questo processo. Tengo molto al recupero della tecnica e al perfezionamento del disegno.

T. E. Nell’Iperrealismo americano, e penso in particolare a Chuck Close, non vi è una visione naturalistica del mondo mentre il sovradimensionamento è inteso come effetto straniante e molto postmoderno che esalta solamente la coseità dell’oggetto; anche le tue zone bianche, nel disegno, hanno un risultato disorientante. Come analizzi queste tue pause o fratture temporali che frammentano la superficie dei corpi e dei volti? Pensi che ciò porterà ad un’evoluzione della tua ricerca formale?

Close


A. F. I primi miei lavori erano incentrati sulla somiglianza dell’individuo e non sull’epidermide. Ho cercato allora di scomporre l’immagine per focalizzarmi sui segni, dando quasi un aspetto di maschera ai volti nell’eliminazione delle zone intorno agli occhi o al naso. Volevo non far riconoscere il soggetto per spostare l’attenzione dalla conformità al segno. Anche l’idea di “Autoritratto” nei titoli tende a esaltare non la singola persona bensì i frammenti della superficie, il passaggio del tempo sulla pelle e il tentativo di parlare, in fondo, sempre di me stesso attraverso l’arte. Mi interessava inoltre l’effetto alienante e conturbante che veniva a crearsi con queste zone bianche le quali complicano la visione e l’approccio all’immagine. E’ una ricerca, per esempio, che è stata apprezzata molto da Sgarbi, in occasione dell’invito all’EXPO. Il professore ha sottolineato questa idea frammentaria dei volti che risultava molto più comunicativa rispetto alla ritrattistica comune. La presenza di spazi che possono essere confusi tra la luce e il vuoto mi affascina e voglio cercare di portarla anche nella realizzazione di figure intere. Alcuni esempi sono stati presentati all’ARATRO ma in futuro, oltre ai singoli volti, voglio insistere sul corpo nella sua interezza di campo, analizzandolo e disegnandolo sempre con questi spazi vuoti e chiaroscurati.

Finelli
E’ passata quasi un’ora dall’inizio della discussione. Interrompo le domande e parliamo di progetti futuri. Antonio mi confida come, in fondo, non sia interessato a ridurre la propria arte alla pura vendita e che non vuole essere condizionato dalle gallerie. Il suo, oltre che un lavoro, è soprattutto una passione e il tentativo di portare avanti una tradizione disegnativa tutta italiana lo allontana certamente dal consumismo iperrealista. In fondo, forse, è proprio tale distacco dalle mode e questo amore per la matita e il segno a dare spessore –tempo e spazio- alla sua opera.


Finelli


Tommaso Evangelista


venerdì 12 febbraio 2016

LUVI - Sogni di Chemio

Su La Stampa dell'11 febbraio un bellissimo articolo di Luca Bergamin sulla ricerca dell'artista molisana LUVI

"I miei Sogni di chemio graffiti contro il cancro"

Laura Fratangelo: la bellezza antidoto al male

Datemi un muro di ospedale e ne farò un giardino, una foresta, un mare per far sorridere i malati di tumore». Laura Fratangelo, in arte Luvi, 28 anni, street artist emergente, conosce bene sia i reparti di chemioterapia che la malattia. «Vivo a due passi dall'Ospedale fiorentino di Careggi e ho avuto tanti famigliari che hanno dovuto affrontare quel calvario, tra cui una zia che accompagnavo sempre nei cicli di cura. Parlando con lei, gli altri pazienti, i loro familiari e anche con chi ha perso una persona amata per colpa del cancro, ho scoperto che molti di essi sognano spesso durante la chemioterapia che il male sia simboleggiato da un animale. Mi hanno parlato di pescecani, grossi pellicani, fenicotteri giganteschi, balene che spalancano fauci e becchi. A questa immagine di paura che prende forma nel loro subconscio, si accompagna quella di prati pieni di fiori di campi, giardini di piante rigogliose, paradisi subacquei abitati da pesci colorati , luoghi mentali in cui i malati trovano un po' di pace. Così ho cominciato la serie di pitture murali intitolata Sogni di Chemio, sperando che possa contribuire un poco ad alleviare la sofferenza». Il Primo art work «curativo» si trova nei pressi di Certaldo, nella campagna toscana, sotto un viadotto e rappresenta una ragazza che abbraccia una grande oca, porta sul capo la cuffietta che si indossa durante la chemioterapia, dalla quale spuntano pesci bianchi e rossi. Nel murales realizzato da Luvi alla Polveriera di Firenze fa la sua comparsa quel pellicano che l'artista molisana è solita ingrandire a dismisura e accostare a figure femminili rinascimentali. «Il mio scopo è rappresentare la bellezza anche in una situazione di dolore perché penso che possa aiutare. Dai dialoghi coi malati – prosegue Laura, che è una dei pochissimi street artist diplomata in pittura, nel suo caso all'Accademia di Belle Arti di Firenze - ho capito che un'iconografia meno tragica non sminuisce la gravità della malattia. Dà loro speranza vedere che il tumore è un fenicottero candido o un pappagallo esotico perché così immaginano che la bellezza del vivere, anche in un momento così duro, non li ha abbandonati del tutto, ma li sta aspettando, è presente anche in quella fase». Per questo Luvi vorrebbe «che gli ospedali mi dessero la possibilità di rappresentare le mie opere sui muri esterni e le pareti interne. Potrei farlo illegalmente, ma il messaggio sarebbe più forte se potessi lavorare alla luce dei sole, davanti a tutti, specie ai malati e ai loro familiari . L'opera di street art, infatti, è una grande responsabilità perché ti sbatte addosso la sua verità, sta lì davanti agli occhi di tutti, appartiene alla collettività, quindi non puoi mentire. E poi c'è il contatto con la gente che ti osserva mentre lavori trasmettendoti entusiasmo».





Festival della street-art CVTA'

La street art è arrivata nel nostro borgo grazie ad uno strano caso.

Dopo aver visto un documentario in tv, ho inviato una mail che, secondo me, non avrebbe mai avuto risposta e invece ha aperto la strada a una serie di strane e imprevedibili coincidenze. La mail era destinata a una delle più grandi artiste italiane di street art: Alice Pasquini.

Alice Pasquini (inaspettatamente di origini civitesi da parte di nonno materno) ha accettato con entusiasmo il mio invito ed ha realizzato alcune meravigliose opere in giro per il paese. Tale evento ha avuto una grande popolarità e numerosi siti web specializzati, giornali e televisioni si sono occupati dei murales di Civitacampomarano. Il progetto ha riscosso talmente tanto successo che anche il TG1 nell’edizione delle 20:00 del giorno 14.07.2015 ha dedicato un servizio alle opere di Alice nel piccolo borgo molisano.

 Ciò ha innescato ulteriori iniziative che hanno permesso la realizzazione di nuovi dipinti da parte di Luna Buschi, un’artista emergente brasiliana, e Marco Di Vito, un artista molisano.

 Il successo ottenuto dai murales, sia in termini di apprezzamento da parte della popolazione civitese che di interessamento dai parte dei media, mi ha convito di ideare un festival nel nostro paese, in accordo con Alice, che si occuperà della direzione artistica dell’evento.

I motivi di tale scelta sono semplici ed evidenti: in primo luogo, l’idea è frutto di una intuizione di Alice Pasquini nel corso della realizzazione dei dipinti nei vicoli del paese; il secondo motivo è intrinseco nel know how di Alice Pasquini che, essendo una delle principali interpreti della street art, rappresenta la figura artistica più indicata per organizzare, valorizzare, far crescere, decollare e consolidare un progetto ambizioso come quello di un festival del murales; infine, ma non per ordine di importanza, Alice si è legata sentimentalmente a Civitacampomarano, tanto da riscoprire una passione ed un forte attaccamento al paese di origine del nonno.

La manifestazione prenderà il nome di “CVTà”, acronimo che rimanda in qualche modo al nome di Civitacampomarano pronunciato in dialetto.

 L’evento avrà lo scopo di portare l’arte più moderna e immediata, la street-art appunto, in un borgo già ricco di storia grazie alla presenza del maestoso castello Angioino ed alle sue innumerevoli stradine strette e caratteristiche.

Allo stato attuale dei lavori, gli artisti che prenderanno parte all’evento saranno cinque e sono stati scelti e invitati a partecipare con la loro inventiva e capacità artistica da Alice Pasquini

I muri sui quali verranno realizzate le opere saranno soprattutto pareti di privati cittadini di Civitacampomarano, selezionati attraverso l’adesione a un bando pubblico, mediante la sottoscrizione di una domanda per la concessione del muro in questione. In aggiunta, l’amministrazione comunale individuerà degli spazi pubblici capaci di accogliere le opere che gli artisti doneranno alla comunità civitese.

 La Pro-Loco Vincenzo Cuoco sarà l’organizzatrice e promotrice dell’evento e si avvarrà del Patrocinio e del contributo del Comune di Civitacampomarano e del patrocinio della Regione Molise.

Molto presto ci saranno notizie più dettagliata.

Ylenia Carelli






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