Due illustrazioni di MESS TWO ispirate alle odierne criticità del territorio termolese.
giovedì 10 marzo 2016
sabato 5 marzo 2016
Tito: 90 - Energie tra figurazione e astrazione
Tito Amodei, più noto come Tito, è uno scultore, pittore, critico d'arte e religioso italiano di origini molisane (Colli a Volturno, 11 marzo 1926). Tuttora in attività, opera dalla fine degli anni cinquanta prevalentemente come scultore nel campo dell'arte sacra e monumentale. E' di certo da annoverare tra i più significativi scultori italiani del secondo Novecento per l'originalità della ricerca legata inizialmente a forme simboliche nel rapporto tra superficie e oggetto, con evidenze segnico-totemiche, e successivamente ad un segno puro, assoluto, libero e conchiuso in strutture archetipiche, colossali e minimali allo stesso tempo. Legato al legno quale materiale per eccellenza nella realizzazione delle sue strutture: “Il legno è già caldo come una materia: lavorato con l’accetta entra dirompente nello spirito prima ancora che si profili l’immagine. Fa lo stesso effetto della terra arata. Un intervento emotivo e ragionato che sia, che coinvolge l’uomo nel suo rapporto con il mondo. Viene esclusa ogni mediazione. E’ una reazione dell’artigiano al diffuso manierismo nella scultura oggi, dovuto, secondo me, ad un eccessivo intellettualismo” (Tito). Padre passionista, nel 1970, ai piedi del complesso della Scala Santa a Roma fonda il suo studio che successivamente si amplia con una galleria d'arte, Centro di Sperimentazione Artistica Sala 1, che diventa tra le galleria più suggestive della capitale.
In occasione del suo novantesimo compleanno gli amici ed i sostenitori lo celebrano il 12 marzo 2016 con un’iniziativa che vuole sottolineare il suo operato. Il progetto si articola in tutti i luoghi che compongono il Complesso Culturale in Piazza di Porta S. Giovanni: Sala 1 Centro Internazionale d’Arte Contemporanea, TRAleVOLTE, Sala2Architettura, Teatro Salauno, lo studio di Tito e il Parco della Scala Santa. Tra le iniziative anche una raccolta antologica fotografica di Stefano Fontebasso de Martino, testimone dell’operato di Tito da più di 35 anni. Un artista che dovrebbe sicuramente essere riscoperto dalla sua regione di nascita, il Molise, colpevolmente assente in iniziative atte a valorizzare e presentare la sua opera artistica. L'ultima presenza di Tito in regione, con due piccole sculture, risale al 2012 nella collettiva Restart presso la galleria Artes Contemporanea di Campobasso.
Un'intervista su Repubblica: Tito Amodei: sono un frate e sono un pittore ma trovo di pessimo gusto l'arte sacra.
Un'intervista su Repubblica: Tito Amodei: sono un frate e sono un pittore ma trovo di pessimo gusto l'arte sacra.
TITO:90
Energie tra figurazione e astrazionedal 12 marzo al 12 maggio 2016
Presentazione: sabato 12 marzo, ore 17.30
Progetto di: Stefano Fontebasso de Martino, Mary Angela Schroth, Ottaviano D’Egidio, Francesco China, Francesco Pezzini, Alessandra Scerrato
Complesso Culturale di Piazza di Porta S. Giovanni, 10 (Scala Santa) Roma
Orario: lun-sab, ore 1630-19.30
giovedì 3 marzo 2016
Riccardo Baruzzi. Un’opera tra lirismo e ricerca segnica per il sessantesimo Premio Termoli
Riccardo Baruzzi, classe 1976, con l’opera Porta pittura dei riccioli (2015) è il
vincitore della sessantesima edizione del Premio Termoli curata da Anna Daneri.
La proclamazione, coincisa con l’inaugurazione, è avvenuta lo scorso 20
febbraio mentre l’intera collettiva sarà fruibile presso i nuovi spazi del
MACTE Museo d’Arte Contemporanea di Termoli fino al 30 aprile. In giuria
l’artista Stefano Arienti, il critico Lorenzo Canova e il curatore Simone
Menegoi hanno così motivato il verdetto “un’opera che combina con eleganza
pittura, disegno, scultura e design. La sua poetica si segnala per una maturità
e un lirismo non comuni, e stabilisce, da una posizione di ricerca
contemporanea, un dialogo con la storia del Premio Termoli, caratterizzata
dall’interesse per le ricerche astratte, e dal rapporto fra arte e percezione
visiva”. Una menzione speciale è stata assegnata a Gabriella Ciancimino per
l’opera Chardon d’amour (2014), dalla
sottile poetica relazionale. All’artista sarà affidata la conduzione del
workshop da progettare per il contesto cittadino. Abbiamo fatto alcune domande
all’artista vincitore.
Nella tua opera dialoga la
ricerca sul segno, l’eleganza data dallo studio dei materiali e una sottile
analisi sulla struttura, e quindi sulle condizioni stesse della visione. Come
si sviluppa questa poetica della sottrazione e dell’amplificazione della
traccia minima?
Circoscrivo la domanda alla questione del segno prendendo in prestito qualche riga dal capitolo settimo del
libro Disegnare e conoscere di Giuseppe Di Napoli.
"Il segno grafico denominato linea é un concetto visibile,
un'astrazione sensibile, svincolata dalla funzione di riprodurre delle
somiglianze iconiche, tipiche del segno-traccia. La linea impone un suo statuto
di completa autonomia semantica, quello di essere un segno-in-se, dotato di un proprio intrinseco significato. Con la
linea il pensiero umano avanza verso un altro stadio evolutivo; l'uomo, con
essa, può delimitare il mondo e trascenderlo: «ciò che limita è senza limite»
(Simone Weil) (…) La linea non ha un'entità fisica
(di quella cosa), non la si vede direttamente nelle cose o tra le cose; bisogna
innanzitutto pensarla più che vederla, giacché essa è una res cogitandi, una cosa mentale, che
stabilisce non tanto una somiglianza tra la cosa e la sua percezione, quanto
piuttosto una continuità tra il segno disegnato e la cosa pensata: la linea
assomiglia al pensiero e non alle cose".
Il lirismo del segno grafico, e le sue (per)mutazioni, sembrano
determinare nell'opera anche una componente temporale che, a livello di
impressione, richiama l'idea di "cantiere" impostata dalla curatrice
Daneri. Come valuti questo aspetto nel tuo lavoro?
Non riesco ad associare al mio
operato l'idea di mutazione e temporalità, tantomeno quella di cantiere.
Colpisce dell’opera la sua
dimensione “scultorea” data dal porta pittura il quale contiene altre tracce, e
varianti, dell’idea appesa a parete. Questo focalizzarsi sulla sequenza, oltre
ad una suggestione musicale, mi fa pensare, data la sua recente scomparsa, ad
un saggio di Umberto Eco ovvero alla sua idea di “vertigine della lista”, del
mondo che analizza, enumera, elenca elementi comuni o discordanti. Ci sono liste
che hanno fini pratici e sono finite e altre che sono immaginarie e
fantastiche, in quale si colloca questo tuo dialogo di tele?
Il P.P. fa parte di una serie di dispositivi che raccolgono
dipinti di piccolo/medio formato: per lo più forme astratte e monocromi. Ogni
porta pittura viene allestito nello spazio espositivo e non tutti i dipinti
contenuti al suo interno vengono appesi simultaneamente. Il porta pittura resta
nello spazio come presenza scultorea (i cui pieni e vuoti mutano in base al
numero dei dipinti ospitati), ed è un invito a pensare i quadri come entità
intercambiabili, non autoriali, disposti in sequenze variabili e indefinite
(ogni porta pittura prevede una rotazione, e non è stabilito a priori che i
nuovi allestimenti siano effettuati dall’artista).
Fonte Artribune: Premio Termoli. Parla il vincitore Riccardo Baruzzi
Tommaso Evangelista
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| La giuria con l'opera |
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| Da sinistra Arienti, Menegoi, Baruzzi, Canova |
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| Premio Termoli, veduta d'insieme |
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| Baruzzi, Porta pittura dei riccioli |
Studio visit #1
Oil on water 1993/2016 - used motor oil floating on water enclosed in plexiglass or glass (Elio in his studio / New York 2007)
Elio Franceschelli FB
lunedì 29 febbraio 2016
CVTà – Street Fest
Per la prima volta i linguaggi della street art conquistano e ridisegnano il paesaggio urbano di un suggestivo angolo di Molise, il borgo di Civitacampomarano in provincia di Campobasso. Le strade del paese fanno da fondale per la prima edizione del Festival “CVTà – Street Fest”. La manifestazione si terrà da giovedì 21 a domenica 24 aprile 2016 e vede protagonisti sette artisti che hanno lasciato tracce del loro passaggio in diverse città del mondo: Alice Pasquini's Art (Italia), Biancoshock (Italia), David de la Mano (Uruguay), Pablo S. Herrero (Spagna), ICKS (Italia), Hitnes (Italia), UNO (Italia).
COME NASCE IL FESTIVAL – Tutto nasce da un’email inviata ad Alice nel 2014 da Ylenia Carelli, Presidente della Pro Loco “Vincenzo Cuoco” di Civitacampomarano: un invito a fare tappa nel borgo molisano per dipingere i muri del centro storico ormai quasi completamente disabitato. Quando Alice arriva a Civitacampomarano, i suggestivi scorci del paese restano impressi nella sua memoria. E il passaggio di Alice, a sua volta, si imprime sulle superfici del centro storico, segnate dal tempo. L’artista realizza una serie di interventi pittorici, prendendo spunto da fotografie d’epoca della vita del paese, per rendere omaggio al passato di Civitacampomarano. “Ho dipinto su vecchie porte, per ricordare quello che ora non c’è più – spiega Alice – molte case bellissime ora sono vuote, lo spopolamento è stato enorme e Civitacampomarano oggi conta poco più di quattrocento abitanti”. Il legame fra il borgo e questa artista cosmopolita, ambasciatrice della street art italiana in tutto il mondo, non è solo artistico, ma anche biografico: “Per me non è un paese qualsiasi – racconta – è il paese natale di mio nonno, ma questo l’autrice della mail non lo sapeva”. Il viaggio di Alice diventa così non solo un viaggio alla scoperta delle bellezze di un’Italia minore, ma anche un percorso nella sua memoria familiare. Nato da una coincidenza, il progetto artistico arriva a coinvolgere un paese intero. Gli abitanti del borgo adottano l’artista e i suoi lavori diventano motivo di orgoglio e punto di partenza per una riscoperta e una valorizzazione del centro antico. La street art a Civitacampomarano non passa inosservata e attira l’interesse della stampa e della televisione nazionale, consolidando un legame che nel tempo si è trasformato nell’idea di questo Festival.PERCHÉ CVTà? – Civitacampomarano nel dialetto dei suoi abitanti si chiama Cvtà e, nell’ideale abbraccio che unisce passato e futuro, origini e riscoperte, è stata scelta proprio questa espressione per intitolare il festival. Con l’auspicio che rendere l’arte viva e colorare con essa i muri e gli spazi condivisi possa essere una strategia vincente per contrastare l’abbandono e il degrado di un’Italia troppo spesso dimenticata e svilita.GLI INTERVENTI ARTISTICI – Un Festival di street art può nascere solo attraverso la partecipazione e la condivisione del progetto da parte di un’intera comunità. In quest’ottica, sono stati gli stessi abitanti di Civitacampomarano a fare a gara per mettere a disposizione degli artisti il muro più bello, lo scorcio più ammaliante, il panorama più prezioso. Ciascuno dei sei artisti è invitato a eseguire il proprio intervento sulla pelle dell’antico borgo nell’arco dei quattro giorni in cui si svolgerà la manifestazione, lavorando a stretto contatto con gli abitanti del luogo. Il risultato sarà una proposta corale capace di offrire, sia a chi passa quotidianamente per quelle strade che ai visitatori, la possibilità di guardare i vecchi muri logorati dal tempo con uno sguardo tutto nuovo, che nasce dalla cooperazione della comunità con i sei artisti ospiti.NON SOLO MURI – Oltre all’intervento artistico permanente realizzato sui muri del paese, il programma di “CVTà - Street Fest” prevede una serie di iniziative ed eventi collaterali, che vanno dalle visite guidate, al dialogo con i bambini delle scuole, dalla gastronomia alla musica, animando il borgo per i quattro giorni della manifestazione con un clima di festa permanente.GLI ARTISTI – Italiani che hanno lungamente lavorato all’estero e artisti stranieri alla scoperta dell’Italia si incontrano per le strade e sui muri di Civitacampomarano. Street artist e pittrice, ma anche illustratrice e scenografa, la romana AliCè (www.alicepasquini.com) è la direttrice artistica del Festival. Ha portato nelle più importanti città del mondo la sua arte che mescola narrazione della vitalità femminile, fruizione tridimensionale delle opere e installazioni con l’uso di materiali inconsueti. Il milanese Biancoshock (www.biancoshock.com) definisce i suoi interventi urbani temporanei, amplificati attraverso la fotografia, i video e i media, con il termine Effimerismo, da lui stesso coniato. Arriva da Montevideo in Uruguay David de la Mano(daviddelamano.blogspot.it), che approda alle pitture murali e all’arte pubblica a partire dagli studi in Spagna dedicati alla scultura e dai progetti installativi e di land-art. Il linguaggio pittorico dello spagnolo Pablo S. Herrero (www.lasogaalcielo.blogspot.it) è legato al codice degli alberi e delle foreste. La sua attività come muralista si concentra soprattutto fuori dai centri urbani, abitando periferie, aree marginali e zone rurali. In primis disegnatore e poi pittore su parete, con una predilezione tematica per il mondo animale e vegetale,Hitnes (www.hitnes.org) da Roma gira il mondo disseminando al suo passaggio figure di un bestiario e di un erbario in continua evoluzione. Unico artista molisano di quelli invitati alla prima edizione di “CVTà - Street Fest”, ICKS (www.facebook.com/ICKS.stencil ) lavora con la tecnica dello stencil e attinge a un immaginario pop, riletto con ironia e una critica costante agli stereotipi consolidati, affrontando spesso anche tematiche sociali. Attualizzando la lezione di Warhol, di Debord e di Rotella, UNO gioca con la tecnica pubblicitaria, cambiandola di segno, attraverso la ripetizione all’infinito e l’uso di spray e pitture fluorescenti in abbinamento alle tecniche del poster, del collage, del decoupage e in generale della manipolazione della carta. Il volto simbolo della famosa pubblicità di una cioccolata viene reso da UNO un’icona della possibile rivoluzione del singolo nei confronti della società di massa. INFORMAZIONI TECNICHE:“CVTà – Street Fest”DOVE: Civitacampomarano (Campobasso), sedi varieQUANDO: dal 21 al 24 aprile 2016ARTISTI: Biancoshock, David de la Mano, Pablo S. Herrero, Hitnes, ICKS, UNODIREZIONE ARTISTICA: Alice PasquiniCOORDINAMENTO EVENTI: Jessica StewartUFFICIO STAMPA: Francesco Paolo Del Re e Sabino de NichiloORGANIZZAZIONE: Pro Loco “Vincenzo Cuoco”PATROCINI: Comune di Civitacampomarano, Regione Molise, MiBACT-Polo Museale del Molise, Borghi Autentici d’Italia, Conservatorio di Musica “Lorenzo Perosi” di CampobassoCON IL CONTRIBUTO DI: Pro Loco “Vincenzo Cuoco”, Comune di CivitacampomaranoPARTNER: La MolisanaSPONSOR: Free Energia, Life SRL, Energy MixSPONSOR TECNICI: Clash Paint, IPD Sistemi Edili, Corto Factory ImageBIGLIETTI: ingresso gratuitoPER INFORMAZIONI: www.cvtastreetfest.com - www.facebook.com/cvtastreetfest - cvtastreetfest@gmail.com
HASHTAG: #cvt #cvtastreetfest
martedì 23 febbraio 2016
“Non sono un iperrealista. Indago il tempo”. Oltre il ritratto: un’intervista ad Antonio Finelli
Antonio Finelli, classe 1985,
originario di Riccia, vive e lavora tra Roma e Campobasso. Ha iniziato la sua
formazione artistica frequentando nel capoluogo molisano il liceo artistico Manzù
mentre, successivamente, si è trasferito a Roma perfezionando le proprie doti
artistiche presso l’Accademia di Belle Arti. In regione ha recentemente chiuso
una sua personale, “L'Illusione del Corpo”, a cura di Lorenzo Canova e
Piernicola Maria Di Iorio, ospitata alla Galleria ARATRO, che è stata un
successo di pubblico e probabilmente tra le personali più stimolanti viste
ultimamente nell’attivo spazio espositivo universitario. Finelli, che prossimamente
esporrà le proprie opere in rappresentanza del Molise alla mostra “Il Tesoro
d’Italia”, curata da Vittorio Sgarbi in occasione dell’EXPO2015, è certamente
tra gli artisti più interessanti della regione e sicuramente tra i più attivi
nel contesto nazionale. La sua arte, ad una prima lettura dichiaratamente
iperrealista, in effetti nasce da dinamiche ispiratrici e compositive differenti
da quelle della celebre corrente americana, dinamiche molto “tradizionali”,
ovvero europee per quel tentativo di lettura ed indagine dell’umano che ci
deriva da secoli di speculazione filosofica e artistica sull’uomo, anche se una
delle frasi più calzanti circa i suoi ritratti la ritrovo poi in una
dichiarazione di Chuck Close «Il viso di una persona è la carta stradale della
sua vita. Se l’affronta con atteggiamento positivo le rughe sono quelle che si
formano quando si sorride. Allo stesso modo è subito palese quando invece la
vita la si passa imbronciati». I disegni di Finelli sono la “carta stradale”
delle figure che ritrae, ovvero sono le tracce di vita che prendono forma e
segno nelle pieghe e che comunicano esclusivamente per via visiva
l’ispessimento del tempo e la coesione e sovrapposizione di tutte le emozioni
sfuggite al controllo dell’anima. Ci sentiamo di sera, per telefono. Io nella
penombra della mia scrivania ho preparato alcune –forse tante- domande e la
conversazione scivola via piacevole.
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| Finelli |
Tommaso Evangelista Mimmo Paladino ha parlato, circa la tua arte, di –cito- “ritratti senza
tempo” ma che, a ben guardare, parlano proprio del tempo che scorre e dei segni
che lascia sui corpi. Trovi una contraddizione tra questa idea d’assenza di
tempo e l’invadenza del presente sotto forma di vecchiaia?
Antonio Finelli
Non vi vedo una contraddizione perché questi segni sono aspetti puramente
“tecnici”. Non mi sono mai fossilizzato su un’età ben precisa o non ho voluto
mai sottolineare, o caricare, la vecchiaia anche se questa, giocoforza, è
emersa dalle mie ricerche. Non voglio evidenziare il passaggio del tempo in un
determinato periodo ma indagarlo senza essere condizionato dagli anni. Certo,
Paladino poi lavora molto sull’idea di arcaico e arcaismo e questa idea di
assenza di tempo in lui è molto forte.
T. E. Rimanendo
sull’analisi dei testi critici, invece, Lorenzo Canova, nell’ultimo testo per
la mostra all’ARATRO, scrive di “corpo illusorio” e qui sorge un altro contrasto
tra seduzione e illusionarietà del corpo e il suo estremo e crudo realismo.
Cosa pensi a riguardo?
A. F. L’idea
di corpo illusorio è legato alla nostra civiltà dell’immagine che blocca,
quasi, nel tempo il decadimento. Ma il tempo continua a scorrere, è
inarrestabile, e non permette alle persone di rimanere giovani in eterno. Ci
viene inculcata una bellezza effimera mentre io cerco proprio i segni e le
tracce. Noi siamo padroni del nostro corpo, sostanzialmente, e ci possiamo
permettere di fermare il tempo ma non dobbiamo esserne schiavi.
T. E. La tua
ricerca sembra incentrata sull’ossessione del mutamento del corpo percorso dal
tempo in un contesto, quello odierno, che cerca appunto di preservare
all’infinito la perfezione, o meglio un’edulcorata bellezza. Nel tuo caso può
la bellezza e il sublime –veicolato dall’arte- giungere dal decadimento oppure
il tuo realismo può rischiare di andare in senso opposto, ovvero verso una estetizzazione
cruda del dettaglio e della vecchiaia priva, quindi, di una prospettiva
escatologica?
A. F. Ritengo
che la bellezza del corpo è data dalla saggezza dell’individuo, e che questa
nasca a sua volta dall’esperienza. La crudezza della vecchiaia non è da
intendere in senso negativo perché custodisce una ricchezza che stimola diverse
proprietà estetiche. La vecchiaia è un arricchimento della pelle e non un decadimento,
quindi non cerco la crudezza ma il sublime nel dettaglio.
| Finelli |
T. E. Ho letto
in una tua intervista che ti definisci “artista documentatore” per la volontà di
documentare l’evoluzione del corpo. Ci puoi spiegare questa definizione? Tale
evoluzione del corpo che segui nella vecchiaia ritieni sia lecita indagarla
anche nel cosiddetto Transumanesimo, ovvero nel post-umano della performance
che sempre più mira ad alterare i corpi con la tecnologia, disumanizzandoli?
A. F. Per
artista documentatore intendo un lavoro estremamente tecnico di documentazione
di un processo, di uno status dell’individuo che vado ad investigare con il
disegno e la molteplicità dei segni grafici. Il mio discorso, ripeto, è legato
al tempo e il contenuto artificiale o post-umano non appartiene al tempo
naturale e si discosta dalla mia ricerca. Non guardo alla manipolazione
dell’uomo ma al lavoro della natura.
T. E. Sempre
in un’intervista ho letto di un tuo amore giovanile per Giuseppe Penone. Facevi
riferimento in particolare all’opera Svolgere
la propria pelle. In quel lavoro, ricordo, l’artista ripercorreva e
fotografava il proprio corpo attraverso la sovrapposizione di una lastra di
vetro sulla pelle. Il corpo segmentato e la schedatura dell’epidermide sembrano
ritornare nei tuoi ultimi lavori.
A. F. Ho
conosciuto Penone circa sette anni fa a Villa Medici in occasione di una sua
personale. Ben prima avevo approfondito la sua opera durante un esame
all’Accademia. Ci siamo fermati per un po’ a discutere e gli avevo chiesto
proprio di questo lavoro, che tra l’altro non era presente in mostra. Mi aveva
colpito questa volontà di rappresentare i vari segni della pelle mentre
l’ingrandimento del dettaglio faceva perdere un’idea di unità ed evidenziava
una sorta di vibrazione dell’epidermide. Penone, certo, è legato al concettuale
ma posso affermare che quest’opera è stata probabilmente il punto di partenza
per la mia ricerca figurativa. Anche il tentativo odierno di segmentare il
corpo e annullare alcune parti probabilmente deriva da quella sorta di
astrattismo che avevo individuato nella sua opera. Un giorno, passeggiando per
via del Babbuino, ho avuto la fortuna di scambiare due chiacchiere anche con
Gino Marotta ma più che di arte abbiamo discusso del nostro Molise.
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| Penone |
T. E. Certamente
la tua arte si situa, ad una prima e superficiale lettura, nel filone
dell’Iperrealismo. L’Iperrealismo, però, non equivale al realismo contemporaneo
inserito nel filone figurativo cristiano bensì nasce negli anni Sessanta negli
U.S.A. in concomitanza con la Pop Art. Non vi è pertanto lo scopo di ritrarre
il mondo ma le fotografie che ritraggono il mondo, gareggiando con gli effetti
di stampa e di pixel. Il carattere di apparente oggettività meccanica e l’idea dell’artista
visto come macchina non fanno che dimostrare l’aspetto consumistico
dell’operazione. Come ti vedi in relazione a tale corrente e qual è il tuo modo
di lavorare?
A. F. I miei
primi lavori sono estremamente iperrealisti anche se non mi è mai importato
nulla di questo movimento, nel senso che non mi ci sono mai relazionato. Anzi,
apprezzando Penone o altri artisti dell’avanguardia romana, ho sempre cercato
una linea diversa di azione e di suggestione. Le mie prime opere sono molto
definite, quest’ultime invece, con l’aggiunta di spazi vuoti e indeterminati,
virano verso il minimale perché l’assenza di dettagli appiattisce l’immagine e
non la rende un’icona “consumistica”. Non sono un iperrealista, indago il
tempo. Non ho mai approfondito inoltre gli aspetti tecnici del movimento. Il
mio lavoro parte, certo, da fotografie che scatto ma che mi servono per capire
il vissuto del soggetto. Inizio quindi dalla selezione dei volti e da una
documentazione fotografica alla quale attingere, ma successivamente disegno e
inizio a chiaroscurare tutto a mano. Gli artisti contemporanei, poi, si
affidano spesse volte a idee facendo realizzare ad altri le proprie opere e
personalmente non condivido molto questo processo. Tengo molto al recupero
della tecnica e al perfezionamento del disegno.
T. E.
Nell’Iperrealismo americano, e penso in particolare a Chuck Close, non vi è una
visione naturalistica del mondo mentre il sovradimensionamento è inteso come
effetto straniante e molto postmoderno che esalta solamente la coseità
dell’oggetto; anche le tue zone bianche, nel disegno, hanno un risultato
disorientante. Come analizzi queste tue pause o fratture temporali che
frammentano la superficie dei corpi e dei volti? Pensi che ciò porterà ad un’evoluzione
della tua ricerca formale?
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| Close |
A. F. I primi
miei lavori erano incentrati sulla somiglianza dell’individuo e non
sull’epidermide. Ho cercato allora di scomporre l’immagine per focalizzarmi sui
segni, dando quasi un aspetto di maschera ai volti nell’eliminazione delle zone
intorno agli occhi o al naso. Volevo non far riconoscere il soggetto per
spostare l’attenzione dalla conformità al segno. Anche l’idea di “Autoritratto”
nei titoli tende a esaltare non la singola persona bensì i frammenti della superficie,
il passaggio del tempo sulla pelle e il tentativo di parlare, in fondo, sempre
di me stesso attraverso l’arte. Mi interessava inoltre l’effetto alienante e
conturbante che veniva a crearsi con queste zone bianche le quali complicano la
visione e l’approccio all’immagine. E’ una ricerca, per esempio, che è stata
apprezzata molto da Sgarbi, in occasione dell’invito all’EXPO. Il professore ha
sottolineato questa idea frammentaria dei volti che risultava molto più
comunicativa rispetto alla ritrattistica comune. La presenza di spazi che
possono essere confusi tra la luce e il vuoto mi affascina e voglio cercare di
portarla anche nella realizzazione di figure intere. Alcuni esempi sono stati
presentati all’ARATRO ma in futuro, oltre ai singoli volti, voglio insistere
sul corpo nella sua interezza di campo, analizzandolo e disegnandolo sempre con
questi spazi vuoti e chiaroscurati.
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| Finelli |
E’ passata quasi un’ora dall’inizio della discussione.
Interrompo le domande e parliamo di progetti futuri. Antonio mi confida come,
in fondo, non sia interessato a ridurre la propria arte alla pura vendita e che
non vuole essere condizionato dalle gallerie. Il suo, oltre che un lavoro, è
soprattutto una passione e il tentativo di portare avanti una tradizione
disegnativa tutta italiana lo allontana certamente dal consumismo iperrealista.
In fondo, forse, è proprio tale distacco dalle mode e questo amore per la
matita e il segno a dare spessore –tempo e spazio- alla sua opera.
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| Finelli |
Tommaso Evangelista
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