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giovedì 29 dicembre 2016

Picasso - L'intimità del genio

L’INTIMITÀ DEL GENIO 
Palazzo Gil, Campobasso 
Spazio Espositivo di Via Gorizia 
20 dicembre 2016 - 17 aprile 2017 

Dal 20 dicembre 2016 al 17 aprile 2017 lo spazio espositivo del Palazzo Gil, in Via Gorizia, ospiterà un’eccezionale mostra di ceramiche e grafiche di Picasso, con quasi 200 opere in mostra. Un Picasso inedito, sorprendente, intimo. La mostra in arrivo a Campobasso celebrerà il più grande artista del ‘900 attraverso una incredibile quantità di opere provenienti da collezioni private: grafiche, incisioni e ceramiche del fondatore del cubismo, in un’esposizione che forse si può considerare la più prestigiosa che il Molise abbia mai ospitato. Il 20 dicembre aprirà al pubblico e proseguirà fino al 17 aprile 2017 negli spazi espositivi di Palazzo Gil, che da anni sta promuovendo una programmazione culturale ed espositiva che sta guadagnando un posto di tutto rispetto nel panorama nazionale. L’attività di Picasso come ceramista, disegnatore e come incisore è una delle più importanti della sua carriera, forse perché rappresenta la colonna vertebrale di tutte le altre sfaccettature e di tutte le sue tappe o perché rappresenta come nessun’altra il talento inquieto, tenace e appassionato che lo caratterizzò fino alla sua morte. La sua mano, quasi come estensione della sua mente, era incapace di stare tranquilla. Per lui i disegni rappresentavano in molti casi meditazioni di per sé, ma anche passi preliminari di dipinti o incisioni. Sulle pagine di un libro, sul giornale, sui tovaglioli o riempiendo le pagine di quaderni, i numerosi disegni nacquero da matite colorate, dagli abissi dell'inchiostro, dei pennelli e della penna. Qualsiasi supporto o strumento poi, persino piatti e vasi, era all’altezza delle sue aspettative al momento di realizzare le sue opere. L’esposizione, curata da Stefano Cecchetto con Piernicola Maria Di Iorio, è prodotta dalla Fondazione Molise Cultura con il Patrocinio della Regione Molise e il sostegno di BPER Banca. L’organizzazione è di Arthemisia Group. Sky Arte HD è il media partner d’eccezione della mostra. Il catalogo edito da Pacini Editore. 


SEZIONI DI MOSTRA A Campobasso il percorso espositivo si dirama in sette sezioni che animeranno la mostra e ognuna di esse sarà presentata in un allestimento scenografico molto suggestivo: Le ceramiche: nelle opere in ceramica si esprime tutta la forza della fantasia creatrice di Picasso che in un momento particolarmente felice della sua esistenza, decide di dedicarsi a questo linguaggio espressivo che scopre particolarmente congeniale alla sua vena creativa, tanto da iniziare una sperimentazione che lo accompagna per il resto della vita e che si intreccia indissolubilmente con i suoi lavori su tela, le sue sculture e la sua grafica. Per circa un ventennio, dal 1947 alla fine degli anni Sessanta, una parte considerevole dell’enorme produzione artistica di Picasso è costituita dalle ceramiche che realizza a Vallauris, antico centro della terracotta ubicato nel sud della Francia. Talvolta disegna forme originali di sua invenzione, ma di solito preferisce trasformare i piatti, le ciotole e le brocche della ceramica tradizionale utilizzando diversi metodi di scultura, assemblaggio, disegno e pittura. I risultati dei suoi esperimenti sono in gran parte frutto del suo atteggiamento per nulla convenzionale nei confronti delle forme e delle tecniche della ceramica. Egli si appropria delle ceramiche così come degli strumenti usati per la cottura nel forno e le trasforma in opere d’arte dipingendole e utilizzando una grande varietà di tecniche scultoree per sottrarle alla loro funzione originaria. In questo modo Picasso crea una stupefacente tensione tra il carattere originario dell’oggetto, comunque mantenuto, e la qualità eccezionale dell’opera d’arte che ha realizzato. Per più di vent’anni, fino alla morte, Picasso non smetterà di sperimentare questo mezzo espressivo. Saranno ben 29 le ceramiche presenti a Palazzo Gil, sicuramente alcune tra le più suggestive che abbia realizzato. 

 

Le Tricorne: Sergej Djagilev, geniale produttore e coreografo noto per aver portato in Europa i celebri Balletti Russi, volle rinnovare il repertorio della sua compagnia producendo una rappresentazione sul folklore spagnolo e diede quindi vita al balletto Le Tricorne. L’opera fu completata nel 1919 e, attraverso Igor Stravinsky, conobbe Manuel De Falla, allora astro nascente della musica spagnola, che compose la colonna sonora per Le Tricorne. Djagilev affidò la scenografia del balletto a Picasso, ritenendolo l’unico artista in grado di portare a compimento l’ideale wagneriano dello spettacolo totale: uno spettacolo, cioè, che fondesse armoniosamente musica, pittura e danza. Questo lavoro è composto da 26 disegni per i costumi, 6 illustrazioni di particolari per il decoro dove si contrappongono la linearità della scenografia del balletto alla vivacità e originalità dei costumi. 



Carmen: costituita da 38 incisioni a bulino raffiguranti visi di donna e di uomo, costumi andalusi e teste di toro. Picasso realizzò La Carmen giungendo a un’ammirevole stilizzazione, per illustrare la novella di Prosper Mérimée, scritta nel 1845 e resa in seguito famosa dalla celebre opera musicale di Bizet (del 1875). La storia di Carmen evocò in Picasso associazioni con la Spagna e la corrida, che mise energicamente sulla carta, dando prova ancora una volta delle sue geniali doti creative. L’opera fu pubblicata dalla Bibliothèque Française a Parigi nel 1949 e stampata dall’Atelier Roger Lacourière in un’edizione di 320 esemplari. Nel caso specifico, l’esemplare presentato è firmato dall’artista. 



La Célestine: composta da 66 tavole e 2 frontespizi, La Célestine prende spunto dalla tragicommedia Calisto y Melibea, ribattezzata poi con il nome della protagonista, Celestina, attribuita a Fernando de Rojas. Le illustrazioni di Picasso per La Célestine non sono una fedele e filologica trasposizione del testo: a lui va riconosciuto un assoluto primato in quanto a freschezza ed originalità; le scene proposte non accompagnano la narrazione, ma procedono autonomamente rispetto a essa, abbondando di riferimenti letterari o mitologici incentrati come sempre sui temi dell’eros, della gelosia e della morte. 



Le Cocu magnifique: Le Cocu magnifique (Farce en trois actes) si compone di 12 incisioni del 1968, presentate per la prima volta il 18 dicembre 1920 a Parigi al Teatro de la Maison de L’Œuvre di cui è autore Fernand Crommelynck. Picasso che lo conosceva da diverso tempo volle realizzare le illustrazioni della commedia e creò una suite di 12 incisioni all’acquaforte e all’acqua-tinta date alle stampe nel 1968: i toni comici e a volte grotteschi della farsa prendono vita nell’opera di Picasso che qui fonde i motivi tipici di tutta la sua produzione. 

Balzac: Balzacs en bas de casse et Picassos sans majuscule sono 8 litografie, che Picasso realizzò nel 1952 per una serie di ritratti di Honoré de Balzac, il padre del Realismo nella letteratura europea. Una di queste litografie divenne il frontespizio per una edizione di Le Pére Goroit di Balzac. Cinque anni più tardi, le otto litografie saranno pubblicate da Michel Leiris in Balzacs en bas de casse et Picassos sans majuscule. 

Arlecchino: a chiudere la mostra sarà invece un pezzo unico, la straordinaria litografia Arlecchino. A partire dal 1905, il blu diventa rosa nella pittura di Picasso, e insieme al cambiamento cromatico, si introduce anche quello tematico, lasciando da parte gradualmente i temi marginali o dolcificandoli, nelle scene di circo e nelle rappresentazioni della donna. Il tema degli acrobati nasce dall’impatto che provoca sull’artista la visione degli spettacoli delle troupe ambulanti che vede eseguire nella “Esplanade des Invalides” nel 1904, o che contempla nel Circo Medrano, istallato ai piedi della collina di Montmartre. Nelle incisioni di questa serie si inseriscono anche le scene familiari, in cui si distingue la presenza di Arlecchino, elemento tratto dalla Commedia dell’Arte. 



ORARI APERTURA Dal martedì al giovedì: mattina 10:00 - 13:00 pomeriggio 17:00 - 20:00 venerdì e sabato mattina 10:00 - 13:00 pomeriggio 17:00 - 21:00 domenica 10:00 - 20:00 ultimo ingresso 1 ora prima della chiusura lunedì chiuso INGRESSO INTERO 10 € RIDOTTO 6 € 65 anni compiuti (con documento); bambini dai 6 ai 18 anni; studenti fino a 26 anni non compiuti (con documento); giornalisti non accreditati con regolare tessera dell’Ordine Nazionale (professionisti, praticanti, pubblicisti); militari di leva; appartenenti alle forze dell’ordine, portatori di handicap (la tariffa si applica anche a 1 eventuale accompagnatore) RIDOTTO GRUPPO 6 € min 9 max 25 pax, prenotazione obbligatoria OMAGGIO bambini fino a 6 anni non compiuti; guide turistiche con tesserino,1 accompagnatore per disabile; insegnanti in visita con alunni e studenti (2 per ogni gruppo); possessori di coupon omaggio; possessori vip card Arthemisia Group VISITE GUIDATE (prenotazione obbligatoria) Scuole € 6 cad. fmcscuole@gmail.com Gruppi € 75,00 (min. 9 max 18 pax - tariffa biglietto escluso) APERTURE STRAORDINARIE Sabato 24 dicembre: 10:00 - 15:00 Domenica 25 dicembre: 17:00 - 20:00 Lunedì 26 dicembre: 10:00 - 20:00 Sabato 31 dicembre: 10:00 - 15:00 Domenica 1 gennaio: 17:00 - 20:00 Lunedì 2 gennaio:mattina 10:00 - 13:00pomeriggio 17:00 - 20:00 Venerdì 6 gennaio: 10:00 - 20:00 Venerdì 14 aprile: 10:00 - 15:00 Sabato 15 aprile: 10:00 - 20:00 Domenica 16 aprile: 10:00 - 20:00 Lunedì 17 aprile: 10:00 - 20:00 INFO Fondazione Molise Cultura Via Milano, 15 - 86100 Campobasso Tel. 0874 437807 info@ fondazionecultura.it www.fondazionecultura.it UFFICIO STAMPA Ufficio Stampa Arthemisia Group press@arthemisia.it T +39 06 69380306

martedì 9 settembre 2014

"La voce a te dovuta" Grafiche di Chiara De Iuliis all'Officina Solare

Chiara De Iuliis - Acquaforte


"La voce a te dovuta". 

Personale di incisioni e grafiche di Chiara De Iuliis


13/25 settembre 2014

a cura di Tommaso Evangelista 

Inaugurazione sabato 13 settembre 2014 ore 19.00
Aperta tutti i giorni ore 19.00 / 21.00
INGRESSO LIBERO


OFFICINA SOLARE GALLERY
Via Marconi, 2 Termoli
info: 329.4217383


Testo critico

La lenta costruzione dell’immagine può essere illuminazione o sconfine, nel tentativo di trasfigurare l’attimo della forma-veduta in costruzione sintetica che è allo stesso tempo labirinto e traccia. L’arte calcografica ha la caratteristica, unica nel suo genere, di unire percorso, scavo e sintesi in una sola visione densa come il flusso nero della vernice e profonda come le tracce dei solchi. I lavori di De Iuliis, giovane incisore molisano formatasi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, si mostrano come lente strutture di forze implose proprio nell’insistenza ossessiva per un tratteggio invasivo e prismatico che scompone la liricità della visione, celandone il racconto e facendo emergere dal metallo uno spazio mentale e generico. Un’estensione lavorata, liquida e sfuggente, tormentosa e insistente come le impronte cesellate in un horror vacui asfissiante nel quale sembra di sentire l'ascesa dei pensieri allo strato della coscienza. Vi è pertanto un celato gioco di rispecchiamenti tra disegno, lastra ed anima, certamente nascosto nella convenzionalità apparente dello scorcio ma perfettamente leggibile se si mette da parte la struttura descrittiva e rappresentativa, analizzando il segno come specchio e tracciato psichico. L’intricato passaggio di piani, prospettici e chiaroscurali, comporta una complicazione inafferrabile, percepibile non solo come negazione e assenza bensì identificabile come lontananza e silenzio. Nel mondo asettico ed immateriale di tali stampe, che siano piranesiane suggestive vedute d’archeologia industriale oppure sperimentali astrazioni ottenute attraverso l’accumulo e la sublimazione di oggetti e spessori, vi è come una sorta di vita interiore che suona i solchi corrosi dagli acidi e sfiora l’epidermide sensibile della realtà come di chi vive incessantemente rinchiuso nei suoi atti e strappa dal mondo solo quegli oggetti e forme capaci di formare luce. Da qui la suggestione del titolo, che riprende la celebre raccolta di liriche di Pedro Salinas La voz a ti debida, e che ci suggerisce il luogo analogico entro il quale lavora l’artista, un luogo materico e metrico, ovvero messo a schema, che ruota intorno al tentativo di senso e alla ricerca impossibile di accordo e di voce –la voce dei luoghi o delle strutture interne della materia- «Non si vede nulla, non si sente nulla. / Superflui gli occhi e le labbra, in questo mondo tuo. / Per sentire te non valgono i sensi consueti, / che si usano con gli altri. / Bisogna attenderne di nuovi. / Si cammina al tuo fianco sordamente, al buio, / inciampando nei forse, nelle attese; / sprofondando verso l'alto con gran peso di ali» (Salinas). Si percepisce, infatti, nell’ossessione dell’inciso la perdita di una maschera e lo svelamento, in profilo di grido, di una forma sensibile e personale d’assenza rotante intorno all’idea assoluta del disegno quale unico strumento per controllare il rifiuto, quando la vita diventa ciò che si concretizza nella distanza piatta del metallo. L’acido è una bella metafora di questi sottili cambiamenti di stato e della trasfigurazione che ottiene il segno nel momento della perdita. Un lasciar andare i solchi nella profondità della lastra e allo stesso tempo il cercare di dare forza -voce dovuta- alla visione, a quel silenzio spiazzante che cela le immagini negli sguardi o nelle fotografie. Il distanziarsi dal mondo visibile –significativa l’assenza della figura umana- per un’intensificazione della veduta, che sia realistica, archeologica oppure astratta ma interessata alla radiografia delle zone infinitamente piccole attraverso la sublimazione teorica dell’informe, è, del resto, un tentativo di protezione dai pericoli dell’attesa e dall’irrompere dell’irrazionale: «Ora io suppongo il disegnatore calcografico evidentemente dotato dalla natura di tutta la buona disposizione per le arti imitatrici, e per assidua e ben regolata pratica giunto finalmente ad una giustezza d’occhio ed ubbidienza di mano irreprensibili. Ma egli è ben certo di conservarsi a lungo in quella linea media tra l’eccesso e il difetto, in che consiste il vero bello pittorico?» si chiedeva Giuseppe Longhi nel trattato del 1830 La calcografia propriamente detta: ossia L'arte d'incidere in rame. Nella pratica calcografica, che diventa giocoforza, più che in altre tecniche, tensione evolutiva e stilistica ancorata al flusso vitale dell’esperienza personale, vi è sempre il rischio, sublime, di un’Estetica dei visionari, ovvero di un ordine della creazione che si concentra maggiormente sulla fantasia per sublimare la banalità confusa della necessità. E’ facile percepire, pertanto, nelle grafiche dell’artista una diversa densità del mondo sensibile interpretato attraverso la luce e analizzato nella negazione delle sue forze vitali appunto perché non vi è accordo con la mano che incide. Questo sofisticato retrocedere nel proprio universo, nascondendosi nell’intenso “pieno” del tratteggio, non è che una regressione al grado zero della scrittura e un tentativo di apparente silenzio nell’eccesso dei segni. I lavori, pertanto, non hanno nulla da dire appunto perché si sono spesi nell’ossessione di una ricerca e di un percorso –come quando Piranesi cercava un utopico emissario del lago di Albano-, e sembrano usciti quasi da un combattimento o una lotta, visioni martoriate di uno scenario mentale messo a nudo e che a noi comunicano esclusivamente gli effetti, negandoci la struttura e le cause. Occorre allora leggere le stampe come un percorso disegnato e il segno-tratto come la radiografia estetica del cuore. La ricerca di uno stile e, soprattutto, di una voce –e il Goya dei Capricci lo sapeva bene- non è in fondo che una battaglia, il tentativo di comprendere la parte più incerta e nascosta del proprio disegno e del proprio essere per confidarlo ad altri muti visionari: «Ogni percorso si compone anche delle nostre perdite e dei nostri rifiuti, delle nostre omissioni e dei nostri desideri insoddisfatti, di ciò che una volta abbiamo tralasciato o non abbiamo scelto o non abbiamo ottenuto, delle numerose possibilità che nella maggior parte dei casi non sono giunte a realizzarsi – tutte tranne una, alla fin fine -, delle nostre esitazioni e dei nostri sogni, dei progetti falliti e delle aspirazioni false o deboli, delle paure che ci hanno paralizzati, di ciò che abbiamo abbandonato e di ciò che ci ha abbandonati. Insomma, noi persone forse consistiamo tanto in ciò che siamo quanto in ciò che siamo stati, tanto in ciò che è verificabile e quantificabile e rammemorabile quanto in ciò che è più incerto, indeciso e sfumato, forse siamo fatti in ugual misura di ciò che è stato e di ciò che sarebbe potuto essere” avrebbe scritto Javier Marias in Mañana en la batalla piensa en mí.

Tommaso Evangelista

Chiara De Iuliis - Cartiera San Bernardo - Acquaforte

venerdì 22 marzo 2013

Antonio Pettinicchi - Lui è il Molise - Personale a Campobasso



ANTONIO PETTINICCHI
“LUI È IL MOLISE”
a cura di
Tommaso Evangelista e Silvia Valente

28 marzo-11 maggio 2013
Galleria Artes, viale Elena n. 60 - Campobasso

COMUNICATO STAMPA



A sei anni di distanza dall’ultima personale, torna nel capoluogo molisano il maestro Antonio Pettinicchi. La mostra, a cura dei critici d’arte Tommaso Evangelista e Silvia Valente, sarà ospitata nei prestigiosi spazi della galleria Artes in viale Elena n. 60 a Campobasso dal 28 marzo all’11 maggio 2013 e presenterà una selezione di lavori su tela unitamente ad una retrospettiva sulla produzione grafica. 

I dipinti testimoniano vari aspetti della sua poetica e spaziano dai celebri autoritratti al mondo contadino con uno sconfinamento nelle tematiche del sacro (Crocifissione). La maggior parte dei lavori risale all’ultimo decennio di produzione - inedite le opere del 2008 e del 2009 - e si caratterizza per una forte accentuazione delle valenze espressioniste, per un segno tagliente, per una sapienza costruttiva dettata da pennellate energiche e vigorose che conferiscono alla figura struttura e, allo stesso tempo, indeterminatezza. 

La produzione incisoria riguarda, invece, un lasso di tempo più ampio e mostra l’evoluzione della tecnica, dello stile e dei soggetti. Dai primi lavori realizzati durante la formazione accademica - che vedono come soggetti le figure del mondo contadino – si attraversano i paesaggi molisani caratterizzati dalla forte componente geometrica di stampo post-cubista per giungere, sul finale, a un dissolvimento delle forme e delle strutture grazie al sapiente uso dell’acquaforte, del quale è stato maestro indiscusso del Novecento italiano. 

Un piccolo asterisco sarà dedicato alla documentazione del celebre Gruppo 70 formato, appunto, da Antonio Pettinicchi, Walter Genua, Augusto Massa e Lino Mastropaolo, dei quali verranno presentati lavori a carattere esplicativo, utili a fornire una ricostruzione del percorso dell’artista. 

Antonio Pettinicchi nasce a Lucito (Campobasso) nel 1925. Si forma all’Accademia di Belle Arti di Napoli sotto la guida severa ed attenta di Lino Bianchi Barriviera e Emilio Notte. La sua attività incisoria e pittorica è testimoniata dalla partecipazione a numerose mostre e rassegne di carattere nazionale e internazionale, fra cui: quattro edizioni della Quadriennale Nazionale di Roma (tra il 1952 e il 1965), la XXVIII Biennale Internazionale di Venezia, sette edizioni della Biennale Nazionale della Grafica Contemporanea di Venezia (dal 1955 al 1967), numerose mostre in collaborazione con ilgruppo degli Incisori Veneti oltre alle cinque edizioni del Premio Termoli, per citarne solo alcune. Sue opere sono presenti in importantissime collezioni pubbliche e private, fra le quali citiamo: Ca’ Pesaro, Galleria Internazionale d’Arte Modena, Venezia; Civica raccolta delle stampe Achille Bernarelli, Castello Sforzesco, Milano; Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma; Raccolta disegni e stampe, Galleria Uffizi. 

Proprio da un ricordo del maestro e compagno di studi accademici Armando De Stefano è tratto il titolo della mostra cui seguirà l’uscita della monografia, a cura di Tommaso Evangelista e Silvia Valente, edita dalla Regia edizioni e che verrà presentata in occasione del finissage (11 maggio 2013).

Info:
Artes Contemporanea
Viale Elena n. 60 – Campobasso
Tel. 0874 443377


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