pagine

sabato 19 ottobre 2013

Un contributo del critico Picariello per il Forum sulla Cultura

Si parla di Stati Generali della Cultura in Molise e mi sento di condividere questa riflessione

SPECIALE CULTURA, “lettera a Michele Mignogna”, per un contributo al Forum Regionale sulla Cultura

Caro Michele mi chiedi qualche cartella per parlare della cultura e del solito stancante ritornello che ogni anno, dal dopoguerra ad oggi, celebra nei luoghi accademici della politica, delle università delle scuole delle amministrazioni di ogni genere e grado, il rito melanconico quasi mitologico saturnale della mancata rinascita artistica e culturale del Molise. Ogni anno la fotocopia identica e sbiadita del precedente copione si rimette in mostra con facce diverse e forse diversi sinceri impegni, ma con il certo unico risultato da rendere la partecipazione, di solito polemica e conflittuale dei partecipanti istintivi ( nessuno si preoccupa di revisionare gli atti storici o leggere qualche libro di riferimento che pur esistono sulla storia dell’architettura, dell’arte, della musica del teatro della danza e della letteratura pascolata dal ‘900 ad oggi nei territori molisani e abruzzesi e compararle con altre culture, non dico straniere, ma regionali) come un atto stancante continuativo a guisa delle fatiche di Sisifo “pre-Camus”. Ogni generazione qui è condannata, se non riesce a occupare una poltrona politica, a subire la dominanza della classe di mezzo ( di solito burocrati di computisteria) che la furbizia della classe colta e preparata, pone come una mantella ruvida sullo strato arcaico-pop-o(n)lus (gli antichi contadini di una volta quelli tanto amati da Antonio Pettinicchi o da Segantini, Previati, i macchiaioli e il realismo russo oggi tutti infilati come icone dimenticate nel quarto stato del figlio di agricoltori Giuseppe Pellizza da Volpedo) che a lungo andare ha perso il senso della vita. Ha perso l’identità radicale che tu racconti nella rappresentazione di rito etnico antropologico e che ben definisce la conoscenza della ricerca seria distribuita in forma di donazione sociale da personaggi umanistici (qualità che va ad estinguersi) come Mauro Gioielli e Franco Valente che considero persone colte e preparate del Molise.“[…]Prendiamo ad esempio le bellissime feste Patronali che si tengono in Molise tra la primavera e l’estate, non è forse cultura pure quella? La festa del grano di Ielsi, i carri di San Pardo a Larino, le Carresi dei comuni albanesi e di San Martino in Pensilis, i Misteri di Campobasso, non sono forse l’espressione di quella cultura popolare che ci portiamo da presso e che ci ha fatto crescere e sviluppare una serie di conoscenze diffuse sul territorio, e mi scuso con quelle che non ho citato. Possibile che questi, che io chiamo eventi, dobbiamo conoscerli solo noi molisani e nessun’altro?[…]”. Ti sbagli caro Michele, non sono eventi, sono riti antropici conosciuti molto bene ovunque esiste ricerca e verità del sapere. Esiste oltre Oceano, nella preziosa memoria dei documenti umani emigrati dal 1911 e che oggi si ripropone nelle discendenze che appena maggiorenni scelgono la sorte dell’autoemigrazione intellettuale alla ricerca di chi sa bene avvantaggiarsi di un prezioso prodotto gratuito formato a caro prezzo dalle strutture scolastiche molisane e poi regalate (per sindrome di follia imprenditoriale di massa) allo sfruttamento di investitori seri che selezionano e manovrano il bestiame-intellettuale di razza che noi abbiamo allevato e istruito a perfezione. Forse è l’archetipo rito del Ver Sacrum che si ripete inconsciamente nello spirito sannitico e barbaro germanico longobardo e italo molisano di qui? Chi può saperlo come si genera questo incredibile fenomeno. Chi può saperlo…Qui caro Michele il ‘900 deve ancora arrivare e nel frattempo si gioca sull’archeologia rinnegando ci sia mai stato un “impressionismo- espressionismo, un romanticismo, un futurismo (cui riferire i monumenti di V. Puchetti e le architetture artistiche magnifiche cimiteriali, di cui prima o poi, se non lo fa Valente, qualcuno se ne dovrà pure occupare) una POP art un Concettualismo, un Post- Modernismo, fino ai nuovi movimenti che inneggiano al Nuovo Realismo e, per fortuna, agli anni Settanta. Mi chiedi cosa si può fare? Ti rispondo: valorizzare i linguaggi, valorizzare le traduzioni, valorizzare qualunque forma di editoria sia cartacea che informatica,valorizzare la fantasia giovanile con qualunque mezzo e a costo di qualunque impegno sacrificale, valorizzare il paesaggio nei suoi aspetti sublimi e di segreto agrario, valorizzare il viaggio come forma di conoscenza geografica e di formazione, uscire dalla gabbia del vecchiume che uccide per dare aria ai polmoni giovani che meglio di qualunque generazione ha incamerato l’istinto di difesa contro chi li vuole morti e inutili. Rimandare a scuola (non è mai troppo tardi) le classi decisionali perché apprendano che sapienza e bellezza formano lo spirito di un popolo e che le arti sono l’anima del mondo che gira continuamente in un universo ancora sconosciuto. Il denaro serve, ma solo per creare valori di vita, non per la bramosia di qualche vecchio taccagno che ha imparato l’odore delle casseforti bancarie e non riesce più a vedere la primavera. Questo so dirti. Altro non mi viene facile… Antonio Picariello

P.S. riprendere dalle biografie degli artisti 1 Gémito e R. Viviani così perché mi sono simpatici e poi passare ai molisani scomparsi per dare senso alle loro vite di santi creativi – e.saquella, l. mastropaolo, antonio giordano, scarano g. marotta per dare esempio alle nuove generazioni che il senso della vita ha un senso solo se si è capace di credere in dei valori che altri prima di noi hanno difeso e amato.

mercoledì 9 ottobre 2013

Il colore dei pensieri - Personale di Sara Iafigliola


IL COLORE DEI PENSIERI
Mostra personale di
Sara Iafigliola

a cura di Tommaso Evangelista

12/24 ottobre 2013
inaugurazione sabato 12 ottobre 2013 ore 18.30

Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 Termoli
Apertura tutti i giorni ore 18.30/20.30
Ingresso libero



Presentazione

Sono le cose più semplici a darmi delle idee
Joan Mirò

La vita delle forme è sempre stata un mistero per i critici, inadeguati a volte a leggere le intuizioni degli artisti, poiché indagare una poetica e un segno significa prima di tutto curare l’arte attraverso il filtro dell’intuizione (e di una solida preparazione storica). Il discorso dei legami tra segno, materia ed energia, tra l’altro, si complica nel momento della definizione poiché o si accetta l’opera come sensazione intuitiva oppure si procede a un’analisi delle leggi interne. Scrive Achille Pace «L’”essere” come espressione d’arte è il rapporto tra l’artista e il suo gesto, gesto come “segno”. Il gesto inteso come “segno” sostanziato dalla materia (segno-materia), da un punto di vista espressivo si arricchisce di una maggiore forza, una maggiore pregnanza. Esso esprime l’identità dell’artista»1. Con la fine dello “stile”, universale e assoluto, emerge la “poetica”, personale e irripetibile, e compito del critico è studiare le tante poetiche per ricavarne un discorso generale. Una delle più opportune riflessioni di sistema che si può fare circa l’arte contemporanea, infatti, è quella di distinguere tra un linguaggio che segue la sensazione personale e l’impressione del mondo, inserendosi in un processo iniziato dal Romanticismo, e una ricerca che sceglie le regole, le dinamiche tra gli oggetti, la teorizzazione e, sostanzialmente, il numero. Nella lavoro di Iafigliola sembrano legarsi entrambe le cose anche se il rigore di ciò che appare è solo una fossilizzazione di pensieri più immediati. Le sue opere si contraddistinguono per la riconoscibilità e la ripetizione di segni specifici che trovano sulle tele e le tavole dinamiche nascoste: le stecchette di legno, scelte per la semplicità e l’elementarità della forma, assumono disposizioni apparentemente casuali ma impostate su leggi interne specifiche, diventando elementi grammaticali di un linguaggio nascosto. L’artista, dopo aver studiato determinate strutture attraverso disegni, comincia a lavorare partendo da sinistra per aggiunta di segni-oggetti secondo numeri ricorrenti (24 e 7), gestiti di volta in volta in insiemi differenti. La ripartizione della superficie, pertanto, pur basandosi su logiche matematiche interne, nasce per intuizione momentanea, attraverso un libero gioco formale di segnali e colori: solo a conclusione viene ad assumere un titolo il quale poi altro non è che residuo poetico dell’azione. L’introduzione di forme dissimili, come nel caso dei dischetti di legno, successivamente argentati, di Era la luna conduce l’opera sulla soglia di un paesaggio apparentemente astratto e minimale ma estremamente evocativo nella collocazione degli elementi. Nel caso della serie Incontri il processo è sempre di addizione di segni anche se in questo caso all’aggiunta di un elemento tridimensionale l’artista preferisce la traccia, in virtù della fossilizzazione sul piano dell’impronta dello stesso stecchetto imbevuto di colore. Non più costruzione e disposizione regolare bensì sottrazione e sovrapposizione di segmenti minimali seguendo le compenetrazioni delle orme. Anche il colore, in tutto ciò, concorre a dare coerenza all’opera. I fondi sono quasi sempre neri opachi omogenei (raramente l’artista lavora su piani di colori accesi) mentre, per le tracce, le tinte principali sono il rosso, il nero lucido, il bianco e il grigio poiché l’importanza data alla forma deve essere esaltata dalla componente cromatica e pertanto solo con una combinazione di tali colori è possibile far percepire l’opera nel suo incontro di elementi. Il rosso attira lo sguardo, legato all’emozione e all’intensità, il bianco lascia immaginare una visione, il nero, in riferimento allo spazio infinito e alla contemplazione, attraverso la percezione di uno spazio infinito, pone tutte le materie su un piano di confine percepibile nelle sue sfumature dense o immateriali. Discorso a parte merita la serie con la sabbia, di impostazione maggiormente materica-concreta, a differenza del lirismo astratto-minimale, post concettuale, delle precedenti opere. In questo caso Iafigliola lavora sul ricordo, trasfigurato in chiave oggettuale ma legato sempre a una rievocazione sintetica del paesaggio, cercando di comunicare l’ambiente marino attraverso l’uso della sabbia colorata disposta sempre su un fondo nero omogeneo. Diversi tipi di sabbie, quella liscia dell’Adriatico o quella pietrosa del Tirreno, insieme ad altri oggetti trovati sulle spiagge (pezzi di legno, frammenti) concorrono poi alla creazione di palinsesti e riquadri che sintetizzano il ricordo nell’attimo dell’oggetto. Se le stecchette ci raccontano una storia, le sabbie pertanto ci descrivono un paesaggio fatto dell’essenzialità dei principi: polvere e idee. L’opera dell’artista, per quanto apparentemente ermetica e refrattaria alla contemplazione, in effetti nasce da un’intensa poesia interna, concettuale e personale ma estremamente sofisticata. Il raccontare solo attraverso brani di colore e segni minimi, cercando di trasmettere emozioni con forme essenziali che, in quanto minime, possono lasciare estrema libertà di visione fino ad una certa confusione, è una caratteristica che sicuramente esalta tali lavori nati in fin dei conti dalla semplicità dei sogni e dei pensieri. Del resto scriveva Prevert di Mirò: «Un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni».

Tommaso Evangelista

1
A. Pace, Alcuni appunti sul significato di “segno-materia”, in T. Evangelista, Autumn Contamination, Campobasso, 2011, p. 23.




sabato 5 ottobre 2013

100 x 100=900 a Termoli



In occasione della 9° Giornata del Contemporaneo promossa dall'AMACI (Associazione Musei d'Arte Contemporanea Italiani) Autumn Contamination presenta al pubblico il progetto di Magmart | video under volcano: 100x100=900 Project un progetto per celebrare i 50 anni della videoarte. E lo fa relazionandosi con la struttura, la quale ospita la prestigiosa collezione del Premio Termoli. La collezione termolese costituisce un caso forse unico in Italia per la documentazione di tutto quell'ambito di ricerca che va dal postinformale, all'astrattismo, alla nuova figurazione, all'arte cinetica e programmata. Attualmente la collezione è costituita da più di 470 opere d‘Arte Contemporanea, in gran parte dipinti su tela, ma anche opere scultoree, realizzate con varie tecniche e materiali. Tra le opere di maggior rilievo spiccano autori eccellenti come Carla Accardi, Luigi Boille, Antonio Calderara, Aldo Calò, Franco Cannilla, Cosimo Carlucci, Nicola Carrino, Edgardo Mannucci, Achille Pace, Achille Perilli, Antonio Sanfilippo, Giulio Turcato, Giuseppe Uncini, Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Luca Patella, Gino Marotta e molti altri. 

100x100=900 (100 videoartists to tell a century)
L’idea base del progetto è che per evolvere bisogna comprendere cosa del passato va archiviato definitivamente. In questo senso, chiamare 100 videoartisti ad interpretare ciascuno un anno del secolo scorso, oltre a costituire una vera e propria narrazione complessiva del ‘900, rappresenta un tentativo di elaborazione del passato, non a caso affidato ad artisti, e non a caso videoartisti - in quantol’immagine in movimento (cinema, televisione, web) è uno degli elementi
caratterizzanti del ‘900.
Mai forse come la videoarte, un’arte è stata così intimamente prossima ai linguaggi della contemporaneità, alla loro grammatica e sintassi. Ed il progressivo passaggio al digitale di ogni forma espressiva per immagini, rende sempre più sottile il diaframma che separa l’utilizzo artistico del medium da tutti gli altri usi.
In questo senso, la videoarte può ragionevolmente considerarsi come la forma d’arte più interna al XXI secolo, ed in ciò - quindi - dotata degli strumenti comunicativi più atti al confronto su questo crinale tra i primi due millenni. E per ciò stesso, è anche - potenzialmente - quella che in prospettiva può esercitare un più significativo influsso sulle forme della comunicazione.
Affrontare, attraverso uno sguardo artistico e plurale, la storia del ‘900, vuole quindi essere - ad un tempo - una narrazione corale e visionaria del secolo, la sua rilettura in chiave artistica, la sua interpretazione ed elaborazione. Rifuggendo da uno sguardo storiografico o politico, per sua natura di parte, e facendo invece ricorso allo sguardo degli artisti, soggettivo e parziale ma non di parte, il progetto vuole stimolare una riflessione collettiva sulle radici prossime del nostro presente.
E l’assoluta libertà di ciascun artista, il cui unico vincolo sarà di focalizzare il proprio lavoro su un determinato anno, porterà presumibilmente con sé una capacità di scompaginamento, ed al tempo stesso di ri-allineamento, della nostra visione del
secolo breve.

Network 
Il progetto prevede una prima presentazione ufficiale a Napoli, nel corso del Forum Universale delle Culture 2013, a cui farà poi seguito un tour internazionale, realizzato attraverso la partnership con altre organizzazioni, facenti parte del
summenzionato network o meno.
Un primo invito è stato quindi rivolto a quanti fanno parte di questa rete.
ACTIVA, AllArtNow, Art Video Exchange, Athens Videoart Festival, Cairo Video
Festival, Conflito Estetico, Crosstalk Video Art festival, danubeVIDEOARTfestival,
elmur.net, Experimenta India, FIVA Festival, Fonlad, Gaza’s International Festival for
Video Art, InstantsVideo, Kurye Video Festival, La Tostadora, Loop Barcelona, Miden
festival, Optica Festival, Orebro Art Video Screening, Oslo Screen Festival, OK Video
Festival, Saisonvideo, Simultan Video Festival, Videoarte en Movimiento, Video Art &
Experimental Film Festival, Videobrasil, VideoFormes, Videoholica.
Ulteriori contatti saranno successivamente avviati con altre organizzazioni e
con singoli curatori, per assicurare la più ampia presentazione possibile del progetto,
nei cinque continenti e nell’arco del 2013.
Sul sito del progetto, alla pagina www.9hundred.org/partners.php è possibile
visionare in tempo reale l’elenco degli organismi che hanno già aderito 

Il progetto 100 x 100=900 sarà presentato sabato 5 ottobre nella formula preview per anticipare la mostra, prevista in Molise. Successivamente vi forniremo dettagli in merito. 


martedì 1 ottobre 2013

Settis e Montanari a Venafro

L'8 ottobre alle ore 16, presso il Museo Nazionale del Molise in Castello Pandone a Venafro, lo storico dell'arte Tomaso Montanari presenterà il suo ultimo libro "Le pietre e il popolo"; ci saranno anche Salvatore Settis e Giuseppe Severini per presentare "Costituzione incompiuta. Arte, paesaggio, ambiente". Un incontro da non perdere per sentire due tra gli storici dell'arte italiani maggiormente attivi nella difesa dei beni culturali.


Pietre Popolo Costituzione
I cittadini e il diritto alla cultura al tempo delle crisi
Venafro, Museo Nazionale del Molise in Castello Pandone
8 Ottobre 2013, ore 16

Incontro pubblico con Tomaso Montanari, Salvatore Settis, Giuseppe 
Severini e Gino Famiglietti per discutere del patrimonio culturale e del diritto 
dei cittadini a usufruirne. L’iniziativa prende spunto dai recenti libri di cui sono autori 
alcuni dei partecipanti alla discussione: Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e 
la storia delle città italiane, di Tomaso Montanari (minimum fax), e Costituzione 
incompiuta. Arte Paesaggio Ambiente, di Alice Leone, Paolo Maddalena, Tomaso 
Montanari, Salvatore Settis (Einaudi). 
L’incontro si svolgerà in un contesto particolare: il neonato Museo Nazionale del 
Molise nel Castello Pandone di Venafro (www.castellopandone.beniculturali.it), che, 
insieme al recupero di altri importanti monumenti della città molisana (l’antico anfiteatro 
e il Museo Archeologico di Santa Chiara), costituisce una risposta efficace alle gravi 
esigenze del patrimonio artistico e allo sfruttamento del territorio ai danni del paesaggio. 
In tempi di crisi, morale e di risorse, la nascita del Museo Nazionale del Molise è 
frutto della collaborazione tra le Soprintendenze e le associazioni di volontariato e 
costituisce uno strumento per ricostruire tra i cittadini quel senso di identità, individuale e 
collettiva, che non può che essere nutrito dalla conoscenza della storia della propria città o 
paese, della propria regione e nazione. 
Dalla collaborazione tra la Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici e 
l’Università del Molise è scaturita una innovativa forma di cooperazione per garantire ai 
cittadini, in particolare a quelli di età scolare, servizi qualificati inerenti la didattica e la 
divulgazione della conoscenza: le visite guidate gratuite, insieme ai laboratori, alle 
pubblicazioni e alle diverse iniziative culturali, sono a cura dei giovani laureati di una 
società di spin off dell’ateneo molisano. 

giovedì 26 settembre 2013

Vincenzo e Angiolino Palombo - Una famiglia di pittori del Novecento termolese



Vincenzo e Angiolino Palombo
Una famiglia di pittori nel Novecento termolese

A cura di Tommaso Evangelista

28 settembre / 10 ottobre 2013
Evento inserito nella Nona Giornata Nazionale del Contemporaneo organizzata dall'AMACI

Inaugurazione sabato 28 settembre 2013 ore 18.30
Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 Termoli (Italy)


L’esposizione dei lavori di Vincenzo e Angiolino Palombo segna per la galleria Officina Solare un’apertura verso la città di Termoli e la sua storia artistica poiché va ad indagare le opere di due pittori, padre e figlio, che hanno segnato quasi un secolo di storia locale. In assenza di approfonditi studi specifici, se si escludono gli atti del convegno Vincenzo Palombo, pittore svoltosi a San Martino in Pensilis il 19 Agosto 2004 e la “traccia di presenza” riportata dallo studioso Dante Gentile Lorusso nel suo fondamentale testo Attraversamenti. Sulla cultura artistica nell’Ottocento molisano[1], l’analisi non può che vertere su dati stilistici e formali, ovvero su una lettura puntuale delle opere in relazione alle limitate note biografiche. 

Vincenzo Arturo Palombo nasce a Campobasso il 18 agosto 1883 da Francesco, di professione calzolaio, e Rosa Troilo. Dopo una prima formazione artistica, probabilmente in botteghe artigiane della città, si stabilisce a San Martino in Pensilis dove il 21 settembre 1903 sposa Rosina Zuppone. Giovanissimo emigra negli Stati Uniti e si stabilisce a New York rimanendovi per ben sette anni e lavorando nella carpenteria delle case di legno; in tale periodo entra in contatto con maestri artigiani, provenienti in particolare da Catania (sue sculture sono presenti nel giardino botanico della città), dai quali apprende uno spiccato gusto per la decorazione di ascendenza post-rococò e per certe raffinatezze compositive. Tornato nel paese bassomolisano, in quel periodo tra i centri più ricchi e fiorenti della zona, comincia a ricevere una serie di commissioni pubbliche e private che lo porteranno a decorare diverse chiese e abitazioni borghesi. La prima grande prova artistica la porta a termine nel 1913 per la chiesa di San Giuseppe di San Martino in Pensilis; nella navata centrale realizza quattro episodi della vita di Gesù: l’Ultima Cena, il Bacio di Giuda, l’Ecce Homo, la Deposizione. Compie diversi viaggi a Roma, Napoli e Milano che accrescono le sue capacità artistiche e il bagaglio figurativo. Sono documentati in tali anni lavori nelle chiese di Guglionesi, Rotello, Colletorto e Monaciglioni e dipinti affrescati in diverse dimore gentilizie di San Martino e Termoli, dove si legge uno spiccato gusto per l’ornamento e l’utilizzo di soggetti tratti da un eterogeneo repertorio iconografico (putti, scene allegoriche, episodi di genere, vedute, festoni). Nel 1945 Vincenzo si trasferisce con la moglie e i suoi quattro figli, Domenico, Angiolino, Arturo e Aldo, a Termoli dove continua il lavoro di decoratore e intagliatore. La sua opera pubblica più significativa è di certo la decorazione nel 1947 della cupola di San Pietro Apostolo, a San Martino in Pensilis, la quale accoglie quattro storie della vita di San Pietro ripartite da una splendida cornice polilobata che reca al centro la colomba dello Spirito Santo. Le scene, la Chiamata, la Confessione, la Tempesta sedata, il Primato, si caratterizzano per le riuscite ambientazioni storiche, che ricordano certe sperimentazioni di stampo storicista di Amedeo Trivisonno, la salda padronanza della composizione, che rivela un artista estremamente maturo dal punto di vista dell’impostazione e costruzione dell’episodio, e un suggestivo uso del colore con una varietà di effetti atmosferici di grande suggestione (si veda la scena con la Tempesta sedata). Interessanti anche le decorazioni allegoriche per alcuni soffitti della sede della Società Operaia di San Martino in Pensilis, fondata nel 1879 da Nicola Ringoli. Vincenzo Palombo si è inoltre cimentato in altri campi artistici, dimostrando una maestria e una capacità realizzativa di certo rare per un artista che non aveva seguito corsi accademici ma che doveva la sua abilità esclusivamente a conoscenze personali. Il raffinato talento lo ritroviamo nella scultura (magistrale la tomba della figlia Rosina nel cimitero di San Martino in Pensilis) e soprattutto nell’intaglio e nella realizzazione dei mobili e cornici, campo dove rivela maggiormente l’influsso dell’intaglio siciliano. Riguardo alla produzione pittorica, “da cavalletto”, si segnala una predisposizione per scene con animali e per le vedute nelle quali la componente cromatica sembra prevalere sul disegno conferendo all’ambiente un sapore decisamente post-impressionista. Muore a San Martino in Pensilis nel 1957. Pregevole, in mostra, una veduta del Vesuvio in eruzione, dalla splendida cornice lignea intagliata con motivi geometrici e vegetali (ciliegie e ghiande), che sembra richiamare per l’impostazione scenografica e l’uso acceso del colore e delle luci alcune tarde vedute di Armando De Lisio con il medesimo soggetto. Il dipinto raffigurante la Carrese tenta di rendere il movimento in corsa degli animali, con la scena che viene quasi bloccata, nei gesti misurati degli uomini, dalla luce diffusa del cielo, mentre la scena con i cavalli, maestosa e austera, pare richiamare alcuni soggetti con animali e praterie tanto cari al mondo figurativo americano. Autentico brano di bravura, che dimostra tutte le capacità tecniche dell’artista, è il frammento di disegno con testa di bovino colto nell’atto di muggire, probabilmente uno studio per una tela con animali. 

Dei quattro figli, tutti educati alla nobile arte della pittura, Angiolino è stato quello che più di altri ha portato avanti la pratica artistica del padre. Angelo Palumbo, nato a San Martino nel 1915 e morto a Termoli nel 2002, si è distinto nella pittura di genere con alcuni sconfinamenti anche nell’arte sacra: l’enorme affresco sulla parete di fronte al battistero, nella chiesa di San Pietro Apostolo di San Martino in Pensilis, raffigurante il Battesimo di Cristo, del 1965, oltre a dialogare con le scene di Vincenzo si qualifica per uno stile semplice e spontaneo, quasi naif nella semplificazione delle figure, ma suggestivo nell’ambientazione e nella costruzione dell’evento. Le tele presentate in mostra declinano tutti i diversi sviluppi dei generi per cui si passa dalle vedute pittoresche alle marine, dalle nature morte ai soggetti floreali alle scene con animali, mentre si fanno apprezzare per un uso emozionale del colore, per la naturalezza delle composizioni, per una certa atmosfera senza tempo e priva di turbamenti. Notevole la veduta del borgo antico di Termoli per l’impiego di una pennellata dissolta in frammenti e tessere di colore, e la natura morta con insalata per una perfetta messa in posa degli oggetti in relazione alla luce. Rimane molto forte l’impronta del padre sia nella scelta dei soggetti che nell’uso del colore, mentre il disegno appare maggiormente messo in evidenza e fatto trasparire sulla tela. Di certo però Vincenzo Palombo è stato un grande maestro la cui figura dovrebbe essere oltremodo riscoperta sia perché si tratta di un pittore quasi del tutto autodidatta, e che raggiunge in breve tempo un ottimo livello esecutivo, sia perché è l’unico artista molisano, operante per importanti commissioni pubbliche, attestato nel basso Molise nella prima metà del Novecento e che porta avanti la linea figurativa difesa in quegli anni da Trivisonno, e caratterizzante la cosiddetta “scuola di Campobasso”. Dante Gentile Lorusso così descrive i suoi lavori: «opere caratterizzate per le buone capacità di ripresa della realtà, nella sua dimensione più immediata e spesso aneddotica, ma per questo più intima. I suoi soggetti sono tratti soprattutto dal vissuto, con uno stile giocato su tonalità chiare, teso a una vivace luminosa rappresentazione della realtà»[2], mentre a tratteggiare la sua singolare figura valgono le parole di Domenico Lanese, riprese dagli atti del convegno del 2004: «Il suo talento raffinato ed espressivo, frutto di una genialità intrinseca di indiscusso valore oggettivo, in assoluto emerge autorevolmente e si impone con suggestiva e incantevole attrazione, in un’ampia dimensione di capacità, di pregio, di competenza, nelle sue numerose opere di pittura, di scultura e di intaglio che si trovano sparse in diversi luoghi di culto e, maggiormente, nelle case private e nelle collezioni private di appassionati ed estimatori d’arte. Ha lasciato le tracce della sua autorevole presenza umana con umiltà, quasi con riservata timidezza e discrezione, mentre le sue opere sono, in effetti, gigantesche, indimenticabili e imperiture». 


[1] Cfr. D. G. Lorusso, Attraversamenti. Sulla cultura artistica nell’Ottocento molisano, Campobasso 2010, p. 341. Il convegno su Vincenzo Palombo, pittore, svoltosi a San Martino in Pensilis, presso la Società Operaia, il 19 Agosto 2004 ha visto gli interventi di Domenico Lanese, Michele Mancini e Giuseppe Zio. 
[2] D. G. Lorusso, op. cit., p. 341.


martedì 24 settembre 2013

Appello per salvare il fondo Lefra

Leonardo Remo Tartaglia (più noto come LEFRA) nasce il 27 ottobre 1933 a Ripalimosani. Nel giorno della sua prima comunione si fa regalare dalla mamma, per esaudire il suo piccolo-grande sogno, una macchina fotografica marchiata Agfa Silette. Si racconta che il piccolo Leonardo cominciò ad usarla subito scattando fotografie sui convitati, dimenticando il suo ruolo di festeggiato, ma un particolare tralasciò: si era dimenticato di inserire il rullino!
Nel 1958 Leonardo decise di intraprendere la carriera di fotografo: allestisce un piccolo studio nella centrale Via Mazzini a Campobasso. Nel 1960 collabora già con Momento Sera e col Messaggero ed in quegli anni nasce il nome magico che porterà fortuna e successo a Leonardo Tartaglia: insieme all'amico Franco De Lisio inventa "Lefra", unendo le prime iniziali di Leonardo e Franco. In quello stesso anno inizia la sua collaborazione con la più importante agenzia fotografica italiana, l'Ansa. Si può dire che qualunque avvenimento molisano, da quel momento, sarà seguito e documentato dalle immagini di Lefra. Dalla cronaca, agli avvenimenti sportivi; dai matrimoni, ai concorsi fotografici, che fanno di Lefra un fotografo e un personaggio stimato ed apprezzato.
Contemporaneamente in lui nasce la necessità di effettuare una ricerca più specifica e qualificante: diventa, infatti, un documentarista e comincia ad archiviare tantissime immagini di paesi molisani, corredate da costumi, usi, feste popolari, scorci suggestivi, immagini di un Molise che comincia a sparire, travolto dalla civiltà dei consumi.

In ogni bella giornata, Lefra si alza, di buon ora, si arma di tre o quattro macchine fotografiche, tutte spaventosamente costosissime e professionali, per rendere il lavoro con la più alta qualità possibile, ed alla cinghia mette le sue munizioni composte da decine di rullini di ogni tipo, dal colore al bianco e nero, dal 6x9 alla diapositiva, per ogni tipo di esigenza ed uso.
Si reca nelle campagne o nei paesi anche più nascosti del Molise, per immortalare ogni volto, ogni casa ed ogni panorama naturale, facendo rientro a casa solo in tarda serata riportando il suo bottino personale che gli costa non un dolore alle spalle per la pesantezza delle diverse apparecchiature.
Racconta che quando era più giovinetto, nel momento del rientro a casa, il padre gli diceva sempre: "Come ti sei guadagnato la pagnotta oggi? Scattando le foto? Vuol dire che adesso mangerai i tuoi rullini!"
Ma quegli scatti gli fruttarono ben più di ogni possibile immaginazione del padre. Difatti al suo studio ogni giorno arrivano editori molisani e nazionali. Tanto per fare un nome, De Agostini o Fabbri, per chiedere foto da abbinare a libri o enciclopedie. Diversi sono infatti le pubblicazioni sia a livello regionale che nazionale, con immagini che portano la firma: "Foto Lefra".
Contemporaneamente partecipa a numerosi concorsi fotografici sia in Italia che all'estero, a ricevere coppe e riconoscimenti per questa sua attività, frutto di passione e sacrifici. Fra i concorsi più rinomati in cui ha partecipato ricordiamo: - Seattle photographic society, a Washington; - Fotoclub Vittoria (RA); - Concorso Trofeo Circolo Italsider (Taranto 1970); - Rettet-Das-Kind, Landerband della Carinzia; - Concorso Internazionale di fotografia sull'arte lombarda (1970); ed altre serie di mostre sue personali in città come Rosario, Caracas, Toronto, New York, Montreal, Buenos-Aires. Da ricordare le mostre tenute in Argentina dedicate unicamente al suo paese nativo, dal titolo: "Ripalimosani: un pais, una provincia, un pueblo". Oltre, ovviamente, a decine di mostre nei Comuni molisani, dal titolo: "Ieri, Oggi e Domani".

Si è impegnato, inoltre, anche nel campo dell'editoria, pubblicando quattro monografie su Ripalimosani, Castropignano, Torella e Vinchiaturo, che hanno riscosso notevole successo per la loro documentazione fotografica preziosa e fedele. Lefra: un nome che oggi è sinonimo di fotografia nel Molise. Dietro quel nome, un uomo con la sua passione che è tutta la sua vita.

L'archivio fotografico Lefra
L'archivio fotografico LEFRA comprende una vasta rassegna di negativi, positivi e diapositive. Nel vasto archivio troviamo di tutto: dal paesaggio all'archeologia, Cattedrali, Parrocchiali, Chiese, Conventi, Arte Sacra, sculture, affreschi, dipinti su tela, su tavola, feste popolari, tradizioni popolari processioni. Vi è il reparto per l'agricoltura, l'industria, i castelli, i fiumi molisani, le case rustiche, la gastronomia, la politica, la sanità, lo sport e la paleontologia. Esso è dotato anche di una grande collezione di circa 5.000 fotografie dell'Ottocento ed inizio Novecento, di fotografi molisani. Tutta questa ricchezza fotografica è il frutto di 35 anni di esperienza professionale. Si può constatare che studenti prossimi alla laurea, ricercatori, studiosi, editori, ricorrono all'archivio LEFRA, come valido aiuto nei loro lavori intellettuali. Ad oggi l'intero archivio, oggetto di desiderio di alcune società a livello nazionale, è riuscito a rimanere nel Molise con l'acquisto da parte della Provincia di Campobasso. (Fonte: Ripalimosani Online)





Appello

Il fondo Lefra, venduto alla Provincia di Campobasso, attualmente si trova presso la Biblioteca Albino non inventariato, non catalogato, senza le dovute misure preventive di conservazione e CHIARAMENTE SENZA POTER ESSER CONSULTATO...Perchè??? Alla Provincia (ho parlato personalmente con De Matteis) dicono che non ci sono soldi. Adesso, certo!!! Ma il fondo è stato acquistato ben 11 anni fa! Consta di migliaia e migliaia di fotografie storiche della nostra regione (compresi monumenti), scattate dalla metà del Novecento da Leonardo Tartaglia più altre 5.000 foto storiche (anche ottocentesche)che lo stesso fotografo ripese aveva acquisito nel corso del tempo. E' UNA VERGOGNA NON POTERVI ACCEDERE COME CITTADINO MOLISANO E COME STUDIOSO! E' UNA VERGOGNA LASCIAR MORIRE UNO DEGLI ARCHIVI FOTOGRAFICI STORICI PIU' RICCHI (insieme a quello Trombetta) DELLA NOSTRA REGIONE! E' UNA VERGOGNA LASCIARLO LI' DEPERIRE SENZA LE CORRETTE MISURE DI CONSERVAZIONE. Mi sto muovendo, perchè ho preso a cuore la questione, affinchè il fondo possa essere quanto meno inventariato e consultato. Ritenevo, però, giusto informarvi della questione.

Francesca Della Ventura
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...