pagine

sabato 1 ottobre 2011

Codice Lapidario - Luciana Picchiello a Santa Maria delle Monache


Codice Lapidario è una mostra dell'artista Luciana Picchiello da poco conclusasi a Isernia, presso il complesso di Santa Maria delle Monache, e che prende il nome dall'opera che si vede qui sotto. Come fosse un reperto lapideo Picchiello presenta il suo codice fiscale quale ultimo (o unico) segno di riconoscimento moderno; richiamandosi alla tradizione delle epigrafi romane, anche quelle difficilmente comprensibili perchè con parole abbreviate e contratte, l'artista non fa che veicolare il suo nome e i suoi dati attraverso un mezzo antico ma con una codificazione moderna. Il fatto che l'opera sia inserita nel museo archeologico di Santa Maria delle Monache accresce questo confronto/differenza con i reperti originali che, tra l'altro, sono in dialogo con altre installazioni. Il richiamo all'antico è forte, come la voglia di rapportarsi con il reperto in quanto segno del passato. Interferenze e raffronti poetici, rotture di segno e slittamento di significato, incontri inaspettati come nei "reperti" in terracotta dove la pittrice inventa e riesamina una serie di linguaggi (inaspettati), frutto di codici personali, verosimili tracce di una contemporaneità che guarda alle forme più immediate e contratte del passato. Non c'è nostalgico interesse in questa operazione ma solo desiderio di vivere la Storia e le sue Forme con un sentire personale.















L'arte contemporanea è relativa

Testo a commento della collettiva Vita d'autunno organizzata dall'Officina Solare Gallery ed inserita tra gli eventi della Settima Giornata del Contemporaneo dell'AMACI.


L’arte contemporanea è relativa.

L’occasione della Settima Giornata del Contemporaneo promossa dall’Amaci e alla quale aderisce anche l’Officina Solare è un’ottima opportunità per proporre all’attenzione del pubblico le opere della galleria, opere che visualizzano un cammino fatto di mostre ed eventi come anche un impegno costante nella valorizzazione del contemporaneo in una realtà, il Molise, dove è quasi assente la volontà di creare un sistema virtuoso dell’arte e dove in ogni attività sembra quasi di ripartire da zero. E’ questa anche l’occasione per riflettere sullo stato dell’arte in regione e non solo poiché se si organizza una giornata del contemporaneo significherà anche che a livello nazionale le cose non sono tutte rosa e fiori. Dopo il boom di musei d’arte contemporanea negli anni ‘90, dai fantasiosi acronimi, si è registrato un costante calo di investimenti sostituiti da sempre più invasive campagne di marketing per far fronte alla scarsa presa sul pubblico. Direttori e curatori, da idealisti e intellettuali, sono diventati cortigiani del sistema promuovendo l’ovvio per la ricerca del profitto mentre i musei sono diventati affari di famiglia (anche politica) in una rete di potere e legami che dai luoghi espositivi arriva alle aste e ai collezionisti. Pochi giorni fa Luca Beatrice, su Il Giornale, criticava giustamente la quantità di fondi che si stanno spendendo per la grande rassegna sull’Arte Povera che, diventata ormai “pura accademia travestita da concettuale per la smania di pochi collezionisti”[1], non attrae più il pubblico mentre attrae ancora gli speculatori e allora giù con rassegne strapagate e con Rivoli che, da più importante polo del contemporaneo in Italia, sembra diventato un circolo di famiglia sotto la guida di Andrea Bellini e Beatrice Merz. 


Ma gli esempi sarebbero tantissimi: dalla crisi del MADRE a Napoli al livellamento estetico operato dal Padiglione Italia di Sgarbi, dal crollo delle galleria al programma insignificante del MAXXI che sembra vivere esclusivamente in funzione della propria architettura. E se ci spostiamo alle Fondazioni il clima non cambia. Come scrive sempre Beatrice L’estensione della famiglia nel mondo dell’arte si chiama Fondazione. Ovvero: ho un bel nome, metto su un progetto culturale e me lo pagate voi. All’opposto di ciò che accade in America, dove i ricchi finanziano l’arte, in Italia i milionari chiedono soldi pubblici per foraggiare le loro imprese cui frega a pochi, ma se qualcuno fa osservare che non ce n’è più si prende insulti o una mutanda in faccia”[2]. Il momento è delicato e apparentemente senza vie di fuga; del resto anche l’arte moderna non se la passa bene: Il ministero dei Beni culturali ha definito un “evento di portata storica” la spedizione a Cuba di un ‘Caravaggio’ che non è di Caravaggio; un alto prelato italiano sta cercando di spedire la Madonna di san Giorgio di Giotto a Mosca per ‘impreziosire’ le celebrazioni legate all’edizione dei testi di un concilio dell’VIII secolo; la Velata di Raffaello parteciperà al Ballo del Giglio del 2011, in un albergo di Montecarlo; i Baccanali Ludovisi di Tiziano saranno esposti ad Arcore, nella sala del bunga bunga, per evidenti affinità iconografiche. Una sola di queste notizie è falsa: ed è l’ultima. Ma è falsa solo perché i Baccanali appartengono al Prado, che è un museo serio di un paese serio”[3]. Si tratta dell’incipit dell’articolo dello storico dell’arte Tomaso Montanari che, dalle colonne del Fatto Quotidiano, condanna l’ennesima operazione commerciale e pubblicitaria, il prestito della Velata di Raffaello, messa in piedi da una politica che ha perso da tempo il concetto di tutela e considera il capolavoro, che per diritto fa parte della comunità, una sorta di ambasciatore da far viaggiare in giro per eventi mondani.


E l’idea di noleggiare a privati le opere d’arte che appartengono alla collettività rappresenta eloquentemente il tono morale e il livello culturale dell’Italia del tardo berlusconismo: al punto che l’uomo simbolo di questa mirabile congiuntura, l’onorevole Domenico Scilipoti , ha trasformato questa idea in una proposta di legge per cui “le opere d’arte, inclusi reperti archeologici e similari, possono essere offerti in noleggio per un periodo prefissato di dieci anni tramite asta pubblica da gestire per via telematica”. L’obiettivo sarebbe quello di “valorizzare le opere d’arte che giacciono inutilizzate o sottoutilizzate in depositi museali o in altre sedi, promuovendo, attraverso il loro noleggio per un periodo decennale, l’arte e la cultura italiane nel mondo e, allo stesso tempo, contribuendo a ridurre il debito pubblico”… E non si sa davvero se sia più madornale la bestialità di pensare che le opere d’arte si debbano “utilizzare”; quella di considerare i depositi dei musei non quei magazzini di sapere e di storia che sono, ma cantine polverose e inutili; oppure l’idea che uno partecipi a un’asta telematica e poi si veda consegnare a casa – non so – una Immacolata in marmo del Seicento, un polittico a fondo oro del Trecento o un set di vasi greci. Ma ancora: uno potrebbe noleggiare un fonte battesimale romanico per il battesimo del nipotino, un’alcova barocca per la prima notte di nozze, una scultura del Novecento per un cocktail in giardino (No Arturo Martini, no party). Ma, al di là del folklore , ciò che nella proposta di legge Scilipoti, si legge benissimo è il principio di fondo: privatizzare, selvaggiamente, il patrimonio artistico di questo Paese”[4]. Chiusa parentesi sul moderno non si può non notare come assistiamo ad una situazione degenerata col contemporaneo che da una parte cerca di tenere in vita istituzioni, concentrando quei pochi fondi ancora a disposizione, e dall’altra appare sempre più incapace di comunicare, vuoto e autoreferenziale, tenuto in vita esclusivamente dall’unicità dell’evento che sembra proporre, mentre poi tutto finisce alla chiusura del vernissage.


Jean Clair, storico dell’arte francese e stimato intellettuale, aveva anticipato la catastrofe dell’arte nel testo “Critica della modernità” ed oggi, dal limite del post-moderno, torna su quelle considerazioni con il libro da poco uscito in Francia “L' hiver de la culture” (“L’inverno della cultura”). Nel “nostro” inverno, la cultura non è più spazio di una religiosità laica, né strumento per “rendere il mondo abitabile”, conducendo verso “una trascendenza al di là delle parole”. A prevalere è una logica mercantile. Clair spiega: “Siamo stati riportati a terra, tra paesi desertificati”. Dunque, addio cultura. “Resta solo il culturale: che è simulacro, imbroglio, scarto, parola di riflessi condizionati, dispersione, vaporizzazione”. Il passaggio dalla cultura al culturale (o culturame) è di fatto una riduzione sostanziale, è perdita dei fondamenti a vantaggio di una piattezza massificata, è l’abbandono della lotta e del tentativo di creare sistema. La “religione” dell’arte che ha smarrito la pratica trova in un finto culto di maniera il proprio status; le mostre blockbuster sono affollate come supermercati, le Biennali somigliano a discariche, il museo diventa una marca di lusso e si quota in borsa, l’arte è ridotta ad evento per attirare le folle, gli artisti studiano strategie di comunicazione e marketing, il mercato crea il valore dell’opera[5], i giudizi della critica sono ininfluenti in una realtà dominata dagli investimenti speculativi e il pubblico si illude di partecipare alla Storia mentre condivide solo divertimento. L’arte contemporanea è un “evento” spesso inutile, di forte impatto, certo, ma che poco ha a che fare con l’idea di cultura ed in questo si dimostra molto più conservatrice di tante altre forme di comunicazione. Sarebbe opportuno un diverso atteggiamento meno ipocrita, uno scavo intelligente in quel sottobosco magmatico e spesso semisconosciuto che la contemporaneità ci mette a disposizione, un’analisi oggettiva dei dati partendo dal territorio. l’Officina Solare nella realtà molisana, ma in generale tutte quelle associazioni che operano nelle zone marginali e di confine, ha dalla sua la volontà di uscire fuori dal sistema; non cerca l’evento ma tenta di creare insiemi muovendosi in quel limite, spesse volte difficile da rinvenire, tra dilettantismo e progettualità artistica autentica promuovendo l’artista in quanto uomo.
Nella misura in cui il valore, che oggi non è mai valore estetico, dovrebbe emergere dalla lunga durata il ruolo di una galleria, piccola o grande che sia, dovrebbe essere esclusivamente quello della ricerca, della documentazione e dell’indagine capillare; se per valore, però, intendiamo una “performance economica” dell’oggetto, frutto di operazioni speculative e passaggi, più o meno velati, in mostre-evento l’opera diventa prodotto e con essa anche lo spazio diventa creatore di merce. E così mentre si preparano eventi i musei diventano luoghi di transito di opere in giro per il mondo, i collezionisti si scambiano favori con le istituzioni, dagli storici dell’arte si passa ai curatori detentori, spesse volte, di una conoscenza solo procedurale e mai speculativa,  il pubblico si smarrisce. Attratto dalla curiosità, incapace di guardare e comprendere le opere del passato (diventate ormai sistemi chiusi in assenza di risorse per la valorizzazione, mentre la Storia dell’Arte pian paino sparisce dalle materie scolastiche), pensa che sia più facile relazionarsi con l’opera contemporanea poiché illuso di essere lui il centro di un fenomeno creativo e comunicativo. Se è lo sguardo che crea l’opera ciò elimina il senso di colpa derivato dalla non comprensione ed annulla ogni sforzo interpretativo. Nel semplice guardare perdiamo la nostra autonomia, nel semplice commercio speculativo l’opera smarrisce la sua aura, nel vuoto esporre il museo diventa un’industria che trasforma l’arte in spettacolo. Oggi, dovunque, ritornando a Clair "prevale sempre la logica dell'evento spettacolare"; in nome del denaro l'arte è ridotta ad evento per attivare le folle, ma "non è questo il modo di democratizzare l'arte, questo è solo massificazione" dannosa che potrebbe essere evitata diffondendo e intensificando lo studio della "Storia dell'arte nelle scuole, affinché tutti abbiano gli strumenti culturali per comprendere le opere…l'opera esige, sempre, una sintonizzazione culturale, senza la quale risulta incomprensibile”. Ma, aggiunge opportunamente il critico francese "anche il mercato dell'arte prima o poi rischia di crollare. Un crac metterà fine alla bolla speculativa”. E forse la speranza sta proprio in questa crisi in quanto il capitalismo si è rivelato non solo ingiusto ma anche inefficace ed effimero: non solo seleziona proposte discutibili da un punto di vista della qualità, poiché si serve di un sistema schiavo del profitto e della raccomandazione, non solo è costretto ad “affittare” i propri capolavori a privati senza consapevolezza, non solo sminuisce la cultura riducendola a prodotto, ma non produce nemmeno ricchezza, non garantisce posti di lavoro ai professionisti del settore, mortifica l’arte, distrugge la tradizione e la Storia. Siamo del resto in un momento di svolta epocale: la recessione, se non condurrà ad una folle crisi del debito con relativo impoverimento generale e repressione sociale, porterà ad una revisione di tutto il sistema economico neoliberista, e anche la fisica non sta tanto bene. Col recente superamento della velocità della luce, infatti, l’universo (e anche l’arte) perderebbe molti dei suoi attuali vincoli. Sarebbe addirittura possibile violare il tempo che non avrebbe più una struttura lineare ma deformata: superando infatti la velocità della luce secondo la legge di Einstein un corpo arriverebbe in un punto B prima di essere partito in un punto A. Questo implicherebbe anche fenomeni come la sovrapposizione di piani spaziotemporali diversi o che ciò che è stato non svanisce nel nulla e ciò che sarà esiste già. 


Ed implicherebbe anche che io, dopo aver scritto tutta questa predica, mi ritrovi a curare una Biennale con le solite opere commerciali per i soliti collezionisti e speculatori.
Tommaso EVANGELISTA


[1] L. Beatrice, Con l’arte povera si diventa ricchi e potenti, in “Il Giornale”, 17 agosto 2011.
[2] Cit.
[3] T. Montanari, Velata o Velina? Raffaello, un escort al ballo di Montecarlo, in “Il Fatto Quotidiano”, 25 settembre 2011.
[4] Cit.
[5] A riguardo riporto un brano tratto da Dialogue avec les morts, autobiografia di Clair “L’asparago dipinto da Manet e la cipolla dipinta da Chardin non hanno prezzo. Non nel senso di un prezzo esorbitante, come le fragole in inverno, ma senza prezzo. L’aneddoto di Manet e di Ephroussi si riferisce appunto a questa impossibilità di assegnare un prezzo all’arte. A Ephroussi che chiede il prezzo di un quadro che raffigura un mazzo di asparagi, Manet risponde che costa ottocento franchi. Ephroussi rifiuta; non paga mai meno di mille franchi per un quadro. Manet rifiuta a sua volta: non ne vuole più di ottocento. Ephroussi insiste e gli mette in mano mille franchi. Poco dopo, Manet invia al generoso collezionista un piccolo quadro di un asparago, tutto solo, come un commerciante, all’ultimo minuto, al mercato, aggiunge un pomodoro o una mela al cesto della donna di casa. L’arte di oggi funziona sul principio opposto: ha un prezzo, spesso smisurato, ma è priva di valore”.

mercoledì 28 settembre 2011

Mappe Cognitive - Nicola Dusi Gobbetti

In occasione della XI Settimana della Lingua Italiana nel Mondo, l'Istituto Italiano di Cultura di Barcellona, in collaborazione con la Casa degli Italiani e del Consolato Svizzero di Barcellona, organizza l'esposizione di Nicola Dusi Gobbetti "Mappe Cognitive". 



"Sottili reticoli si diramano su agglomerati di colore di un rosso intenso e vitale che, dopo averli generati, li avviluppa e li distorce. All’apparenza confuso, il movimento di questi filamenti restituisce figure indecifrabili che paiono emergere da un mondo interiore e fra le quali, infine, si indovinano sprazzi di immagini che sembravano perse nella memoria. Stiamo assistendo al lavoro neuronale: l’osservatore è il silenzioso e impotente spettatore dell’attività sinaptica. Gli intrecci e i nodi sono talvolta regolari e armonici, altre volte uno stesso segno viene reiterato nella casualità schematica della follia. Il cervello è organo fisico sede degli eventi neurologici; al contempo però, ospita l’anima e l’emozione. Queste sono le mappe cognitive di Nicola Dusi Gobbetti: l’esplosione del processo del pensiero e del ricordo, le pulsioni del diurno e i sogni, attraverso la rappresentazione delle sinapsi, che lasciano la propria impronta sul lenzuolo, supporto grezzo e bianco, puro come è pura la mente primitiva, la mente del bambino così com’è prima di essere sovrastata e irrimediabilmente toccata dalla consapevolezza e dalla coscienza dell’essere umano.
L’Istituto di Cultura di Barcellona presenta le ultimissime opere inedite di Nicola Dusi Gobbetti, artista maturo la cui incessante ricerca ha condotto a una costante evoluzione e al continuo rinnovo di tecniche e tematiche, grazie ai quali, passando attraverso il concretismo e la monocromia, è approdato ai lavori d’avanguardia qui presentati, in cui osa l’uso del solo colore rosso sul bianco in una espressione di estrema sintesi".
Salvatore Schirmo, Direttore IIC Barcellona

Art Linking-Project


Dal 2 al 30 ottobre 2011
Galleria Limiti inchiusi - Via Muricchio, 1 - Campobasso
"Art Linking Project"
A cura di Silvia Valente
Inaugurazione domenica 2 ottobre - ore 18.00
Artisti in mostra:
Paolo Borrelli, Mariagrazia Colasanto, Fausto Colavecchia, Roberta D'Andrea, Sara D'Uva, Azzurra De Gregorio, Emanuela De Notariis, Barbara Esposito, Elio Franceschelli, Dante Gentile Lorusso, Cinzia Laurelli, Letizia Lomma, Nicola Macolino, Luca Manes, Vincenzo Mascia, Simona Materi, Vincenzo Merola, Nicola Micatrotta, Dario Palumbo, Carlo Parente, Valentino Robbio.

lunedì 19 settembre 2011

Perdita del centro - Gianmaria De Lisio all'Officina Solare



Perdita del centro, ovvero fuga dal labirinto.

“Ossessivamente sogno di un labirinto piccolo, pulito,
al cui centro c’è un’anfora che ho quasi toccato con le mani,
che ho visto con i miei occhi, ma le strade erano così contorte, così confuse,
che una cosa mi apparve chiara: sarei morto prima di arrivarci.”
(L’Aleph, J.L. Borges)


Per perdita di centro (titolo preso in prestito dal noto saggio di Hans Sedlmayr) s’intende quella rinuncia ai punti di riferimento fondamentali che per secoli hanno fatto da perno all’arte ed al pensiero in generale. La perdita è stata causata dalla volontà da parte degli artisti di esplorare nuove modalità di espressione mai sperimentate prima con conseguente liberazione dai canoni. La storia dell'arte documenta storicamente la perdita del "centro" come perdita di Dio prima, e dell'uomo poi, fino ad arrivare alla perdita di percezione della realtà sostituita da un’eccessiva invadenza del reale sottoforma di operazioni performative e relazionali, in una sorta di nichilismo gaio, senza angoscia. Tutto ciò è sintomo di una crisi profonda dell'uomo. L’uomo nella società dell’immagine e dello spettacolo vive stordito da una moltitudine di stimoli visuali; l’eclisse dell’opera d’arte avviene pertanto in un proliferare di forme e in questo caos visivo perdersi nell’eccesso non è cosa difficile. Lo smarrimento può avvenire sia per mancanza di immagini compiute e positive sia per sovrabbondanza di impulsi comunicativi. In questo clima di totale relativismo iconico solo ai segnali (stradali, di pericolo, di prescrizione) conferiamo autorevolezza in quanto trasmettono un’informazione, il più delle volte univoca, che accettiamo. L’opera d’arte non dovrebbe fungere da “dispositivo virale” che amplifica il senso delle cose, spesso alterandolo o sopprimendolo, bensì dovrebbe creare “avvisi” attraverso il trasferimento di informazioni. All’ultrasenso, causato dalla perdita del centro, dovrebbe sostituirsi il messaggio inserito ora in un labirinto plurisensoriale. Nell’opera di Gianmaria De Lisio assistiamo proprio a questo viaggio verso un punto mediano: se avanzare progressivamente verso il centro significa approdare ad un ordine delle cose, conquistare la chiarezza, il viaggio per giungerci diventa un lungo transito alla ricerca di indicazioni. Viaggio-odissea che diventa mitico e che produce, come scarti delle scelte, opere che si possono apprezzare solo osservandole in continuità ed esclusivamente come tracce o interferenze del percorso. Nel labirinto del mondo la facoltà di scelta è metafora quindi della libertà spirituale dell’artista mentre le sue preferenze diventano messaggi che rinviano all’immaginario individuale. Ma proprio perché questo immaginario personale è frutto dello spostamento nel reale, è frutto del “durante”, può diventare immaginario collettivo prospettando soluzioni e vie di uscita. Il corpo pensante immerso in un non-luogo globalizzato fatto di informazioni abbandona così il reale e ritorna all’archetipo, al messaggio minimale, alla forma chiusa. La perdita del centro non avviene poiché viviamo in una rete infinita, in un rizoma, bensì perché al frammento si è sostituita la volontà di rappresentare e ricostruire il tutto (Ricostruzione futuristica dell’universo, 1915) smarrendo qualsiasi valore. Ritornando a Sedlmayr infatti se “l’uomo ha perduto il suo centro, anche l’arte si allontana quindi dal centro.(…). L’arte diviene eccentrica in tutta l’estensione del termine. L’uomo vuole uscire dall’arte che per sua natura costituisce il centro fra lo spirito e i sensi. L’arte si sforza di uscire dalla stessa arte nella quale essa trova il medesimo scarso appagamento che l’uomo trova nell’uomo. Nel tendere verso una super arte essa precipita spesso in un genere sub –artistico. L’arte si allontana dall’uomo, dall’umanità e dalla giusta misura. Tutti questi sintomi sono l’espressione simbolica di analoghe tendenze che esistono, in genere, nell’uomo. E non è solo nell’arte che l’uomo vuole allontanarsi dal centro e dall’uomo stesso. I fenomeni dell’arte moderna illuminano e spiegano molto più di ogni altra manifestazione umana tali tendenze.(…). Nelle forme moderne della vita e dell’arte,” si riconosce allora “l’espressione di un profondo antiumanismo.”(Sedlmayr, 1967, pp.195-196). La perdita del centro è perdita della personalità, del cuore, della coscienza, delle informazioni vitali, dei messaggi, dell’etica. Ecco perché risulta interessante il percorso artistico di De Lisio il quale parte dal disorientamento per ricercare le radici. E se queste radici sono ormai distrutte e alterate non rimane che una loro traccia. I cartelli di pericolo e i bersagli, dai ripetitivi colori giallo-neri, indicano l’assurdo della nostra società che tende all’autodistruzione ma sono anche segni comunicativi che codificano un’informazione e che si sostituiscono ad un’arte ambientale e virale. Anche i dittici diventano così dei testi in quanto raccontano di un percorso e dell’esplorazione personale del mondo in ambienti che creano associazioni di immagini apparentemente oniriche. Ciò che si potrebbe associare al sogno, o ad una voglia di evasione dal reale, infatti, non è altro che rigorosa analisi esterna che produce oggetti (organi, pesci, spazi, forme biologiche) come rebus da decifrare. Ma questi rebus, in quanto potenzialmente decifrabili, non sono altro che stringhe di una Rete-labirinto che è non-luogo per eccellenza ma anche esperienza. Se, come asserisce Eco, “il labirinto è un modello astratto della congetturalità”(Eco, 1983, p. 21) allora il discorso può evolversi dalla vertigine dello smarrimento alla ricerca delle informazioni vitali utili per ritornare nel centro. E’ un percorso complesso, quasi certamente votato alla sconfitta in assenza di una legge morale esterna forte, ma ci pare positivo che qualcuno voglia compierlo e trasferirlo in forma artistica. Le angosce e le paure iniziali, determinate dal fatto di non conoscere la via, spariscono lentamente sostituite dalle informazioni recuperate nella ricerca e proprio le due piccole installazioni ci appaiono, alla fine, come piccole tracce di speranza. La prima Quando ho capito cos’è la lucidità è (parole dello stesso autore) “una riflessione sul rapporto tra sogno e realtà e su come spesso la realtà si vive come in un sogno” con questa coperta che cela una serie di oggetti (ritrovati?). La seconda, invece, dal titolo L’importanza delle relazioni, interessante in quanto riflessione sulla non affidabilità a volte delle informazioni, è una piramide di sabbia con un barattolo sopra; il barattolo è a testa in giù così che sembra che la sabbia venga tutta dal barattolo. In realtà la piramide è formata con la sabbia di due barattoli. In questa proposta teorica ed espositiva, quindi, trovano spazio anche le sculture di Massimo Traino in biblico tra astrazione e figurazione in quanto lavorano proprio sul confine della forma. L’angoscia della conformazione, la refrattarietà della materia, l’inquietudine dell’ispirazione, la ricerca di una poetica minimale e sospesa, la negazione dell’individualità che comporta l’emergere esclusivo della massa, sono tutte caratteristiche di questi lavori che legano la perdita del centro con la perdita della struttura in una dialettica tra interno ed esterno. E a riguardo vorrei concludere con questa frase di Haruki Marakami “Ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore”. 
Tommaso EVANGELISTA

La cromaticità nell'idea del tricolore

Con grande soddisfazione pubblico il comunicato stampa della mostra La cromaticità nell'idea del tricolore che verrà inaugurata il 24 settembre a San Severo. Si tratta dell'esposizione delle opere di Volturnart (150 artisti per l'unità d'Italia), curata da me e Michele Peri, che tanto successo ha riscosso in Molise e che, con questa prima tappa, inizia un viaggio in diversi centri d'Italia. 

'L’Italia tesoro d’Europa' costituisce questo anno lo slogan delle Giornate Europee del Patrimonio; il MAT, in collaborazione con la Provincia di Foggia, aderisce a questa iniziativa del Ministero per i Beni e le Attività Culturali con una mostra di artisti contemporanei in cui il tema viene sviluppato, scevro da ogni retorica, intorno al simbolo del tricolore. Il leitmotiv della mostra è appunto la bandiera italiana, o meglio i suoi tre colori intesi come spunti di partenza, o tema di fondo, per il lavoro degli artisti; non quindi una mera raccolta di emblemi visivi ma la realizzazione di un palinsesto che, pur nell’unità dei colori e delle dimensioni delle singole opere, presenta un racconto articolato che descriva la storia, il significato e soprattutto i mali e le distorsioni di un simbolo antico come la bandiera (e per traslato della nazione), con tecniche e materiali diversi. 

Nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia la mostra al MAT fornisce uno spunto di riflessione per osservare, attraverso le suggestioni di artisti e critici, l’Italia presente e quella che vorremmo.

L’esposizione è stata inserita nella programmazione dell’Amministrazione Provinciale di Foggia che ha individuato le più significative iniziative culturali sul territorio nell’anno dei festeggiamenti dell’Unità d’Italia; gode inoltre del patrocinio del Consiglio dei Ministri.

La mostra prevede l’esposizione delle opere di 150 artisti (sette artisti per ogni regione e 10 artisti internazionali che vivono ed operano in Italia) che rappresenteranno un’aggiornata meditazione sul concetto di unità attraverso i colori della bandiera italiana. Grazie alla presenza di artisti stranieri il concetto di Unità si fonderà in una globalità d’intenti artistici in cui l’Unità d’Italia sarà il punto di partenza e l’Unità Globale quello di arrivo. con i colori, il verde, il bianco, il rosso della bandiera nazionale, che diventano il verde, il bianco, il rosso di opere realizzate con tecniche diverse, che vanno dalla fotografia al disegno, dalla pittura all’immagine digitale, intrecciando saperi alti e linguaggi pop, storia e cronaca, fantasia e poesia, critica e celebrazione, in una fitta trama di rimandi e citazioni da apprezzare nell’allestimento inteso come muro continuo e ininterrotto di impressioni. La mostra si può annoverare tra le più complete della regione e dell’intero meridione sul tema dell’arte contemporanea in relazione alla ricorrenza dell’Unità d’Italia.


Cerimonia inaugurale della mostra
- sabato 24 settembre 2011, ore 18.30


● Saluti:

Gianfranco Savino (Sindaco di San Severo)

Antonio Pepe (Presidente della Provincia di Foggia)

Raffaele Bentivoglio (Assessore al Museo, Comune di San Severo)

Felice Scarlato (Segretario Generale - Dirigente ad interim Servizi Museali, Comune di San Severo)

Carolina Tricarico (Coordinatrice Area III, Comune di San Severo)


● Interventi:

dott.ssa Elena Antonacci, Direttore del MAT di San Severo

prof. Teo de Palma, Coordinatore della mostra per Puglia, Basilicata e Calabria 


Mostra promossa e curata da: Comune di San Severo – MAT (Museo dell’Alto Tavoliere) e Provincia di Foggia

Ideazione: Michele Peri

Coordinatore della mostra per Puglia, Basilicata e Calabria: prof. Teo de Palma

Allestimento, servizi museali e visite guidate: Consorzio Libero

Collaborazione: Volontari del Servizio Civile Nazionale 


Orari apertura della mostra (24 settembre – 30 ottobre 2011):

lun – ven: 9.00 – 13.00 (ultimo ingresso); 16.00 – 20.00

sab: 18.00 – 21.00

dom: 10.30 – 13.30; 18.00 – 21.00 


INFO:

MAT – Museo dell’Alto Tavoliere – Città di San Severo

Piazza San Francesco 48 tel/fax 0882 334409 – 225738 museocivicosansevero@alice.it 

www.comune.san-severo.fg.it 

Facebook: http://www.facebook.com/museoaltotavoliere
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...