lunedì 26 gennaio 2015

Vincenzo Merola vince il Prima Pagina Art Prize

Con la proclamazione dei vincitori, giovedì 22 gennaio alle ore 18.00, si è conclusa la seconda edizione del Premio "Prima Pagina Art Prize", curato dal critico d'arte Valerio Dehò e promosso da QN Il Resto del Carlino e QN Quotidiano.net in collaborazione con BPER Banca Popolare dell'Emilia Romagna. Tra i diciotto lavori inediti presentati dai giovani artisti, la giuria di qualità ha assegnato il primo premio a Vincenzo Merola, con l'opera "Apostasia del tempo ciclico". Secondo e terzo classificato sono rispettivamente Simone Fazio e Federico Lanaro. A Nebojša Despotovic è stato assegnato il Premio speciale della BPER Banca popolare dell'Emilia Romagna.

http://www.ilrestodelcarlino.it/speciali/130/prima-pagina-art-prize-carlino-vincenzo-merola-1.599030#1


Salviamo la Biblioteca Albino

Rilancio e condivido l'articolo di Pasquale Di Bello da Il Giornale del Molise



http://www.ilgiornaledelmolise.it/2015/01/24/salviamo-la-biblioteca-albino-i-consiglieri-regionali-rinuncino-al-rimborso-spese-4500-euro-a-favore-di-un-fondo-speciale/

venerdì 12 dicembre 2014

"Diletta, Girl with Suitcase" e "Winterline", due mostre a Castello Pandone




A Castello Pandone due mostre, a cura di Deirdre MacKenna, direttore di ‘Cultural Documents’:

Diletta, Girl with Suitcase un’istallazione delle opere di Valentina Bonizzi e Robert Capa per la collezione permanente del Museo Nazionale del Molise.

Winterline una mostra delle nuove opere di Elaine Shemilt che esplora l’impatto del conflitto della Seconda Guerra Mondiale sui territori montani dell’Italia centrale.

La mostra continua fino ad Aprile 2015.
Inaugurazione VENERDI 12 DICEMBRE, 2014, ore 17.00 :
Inaugurazione delle mostre e presentazione di Valentina Bonizzi, Elaine Shemilt, Dott. Daniele Ferrara, Soprintendente per i beni artistici, storici ed etnoantropologici del Molise e Arch. Carlo Birrozzi, Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici del Molise.
Museo Nazionale Castello Pandone
Via Tre Cappelle, Venafro (IS)
Dal 13 dicembre 2014
Martedì-sabato 9.00-13.00, domenica e festivi 9.00-19.00
Info visite guidate e laboratori didattici: MeMo Cantieri Culturali, 
00 39 3 892 191 032, memovenafro@gmail.com
www.castellopandone.beniculturali.it

Il Museo Nazionale del Molise in Castello Pandone a Venafro presenta l’acquisizione di nuove opere e una mostra che mirano a considerare la storia e le conseguenze della seconda guerra mondiale nella regione attraverso il lavoro di artisti internazionali. Lo scopo è di provocare la riflessione sugli eventi storici attraverso l’elaborazione del linguaggio artistico contemporaneo, prendendo come spunto il territorio dell’Alto Volturno, sulle connessioni tra il concetto antropologico dell’immagine e il fare artistico.
Il Museo ha collaborato con Cultural Documents, un’attività culturale della Scozia diretta da Deirdre MacKenna, che dal 2009 realizza progetti di ricerca in Molise invitando gli artisti a una riflessione sul luogo e al rapporto con storie individuali, nonché con associazioni e imprese culturali locali.
L’opera ‘Diletta, Girl with Suitcase’ acquisita dal Museo consta di due parte; il video di Valentina Bonizzi, artista attiva tra la Scozia e l’Italia, in cui una signora di Filignano, racconta dell’incontro con i militari alleati nel 1943 e della sua rivendicazione della fotografia con la propria immagine, fissata dai soldati incuriositi dalla ragazzina che percorreva un sentiero con la tina in testa e il secchio in mano; e l’immagine immortalata ‘Girl with Suitcase’ scattato nella stessa zona dal celebre fotografo Robert Capa durante inverno 1943/44.
‘Winterline’ è il titolo della mostra delle opere di Elaine Shemilt, artista che utilizza spesso le mappe per disporre di un ritratto del territorio, da cui far partire una riflessione sul territorio e sulle sue trasformazioni. Dopo avere lavorato sugli effetti della guerra nelle isole Falkland in lavori esposti anche nell’Imperial War Museum di Londra nel 2002, la ricerca è proseguita coerentemente in Molise.

martedì 9 settembre 2014

"La voce a te dovuta" Grafiche di Chiara De Iuliis all'Officina Solare

Chiara De Iuliis - Acquaforte


"La voce a te dovuta". 

Personale di incisioni e grafiche di Chiara De Iuliis


13/25 settembre 2014

a cura di Tommaso Evangelista 

Inaugurazione sabato 13 settembre 2014 ore 19.00
Aperta tutti i giorni ore 19.00 / 21.00
INGRESSO LIBERO


OFFICINA SOLARE GALLERY
Via Marconi, 2 Termoli
info: 329.4217383


Testo critico

La lenta costruzione dell’immagine può essere illuminazione o sconfine, nel tentativo di trasfigurare l’attimo della forma-veduta in costruzione sintetica che è allo stesso tempo labirinto e traccia. L’arte calcografica ha la caratteristica, unica nel suo genere, di unire percorso, scavo e sintesi in una sola visione densa come il flusso nero della vernice e profonda come le tracce dei solchi. I lavori di De Iuliis, giovane incisore molisano formatasi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, si mostrano come lente strutture di forze implose proprio nell’insistenza ossessiva per un tratteggio invasivo e prismatico che scompone la liricità della visione, celandone il racconto e facendo emergere dal metallo uno spazio mentale e generico. Un’estensione lavorata, liquida e sfuggente, tormentosa e insistente come le impronte cesellate in un horror vacui asfissiante nel quale sembra di sentire l'ascesa dei pensieri allo strato della coscienza. Vi è pertanto un celato gioco di rispecchiamenti tra disegno, lastra ed anima, certamente nascosto nella convenzionalità apparente dello scorcio ma perfettamente leggibile se si mette da parte la struttura descrittiva e rappresentativa, analizzando il segno come specchio e tracciato psichico. L’intricato passaggio di piani, prospettici e chiaroscurali, comporta una complicazione inafferrabile, percepibile non solo come negazione e assenza bensì identificabile come lontananza e silenzio. Nel mondo asettico ed immateriale di tali stampe, che siano piranesiane suggestive vedute d’archeologia industriale oppure sperimentali astrazioni ottenute attraverso l’accumulo e la sublimazione di oggetti e spessori, vi è come una sorta di vita interiore che suona i solchi corrosi dagli acidi e sfiora l’epidermide sensibile della realtà come di chi vive incessantemente rinchiuso nei suoi atti e strappa dal mondo solo quegli oggetti e forme capaci di formare luce. Da qui la suggestione del titolo, che riprende la celebre raccolta di liriche di Pedro Salinas La voz a ti debida, e che ci suggerisce il luogo analogico entro il quale lavora l’artista, un luogo materico e metrico, ovvero messo a schema, che ruota intorno al tentativo di senso e alla ricerca impossibile di accordo e di voce –la voce dei luoghi o delle strutture interne della materia- «Non si vede nulla, non si sente nulla. / Superflui gli occhi e le labbra, in questo mondo tuo. / Per sentire te non valgono i sensi consueti, / che si usano con gli altri. / Bisogna attenderne di nuovi. / Si cammina al tuo fianco sordamente, al buio, / inciampando nei forse, nelle attese; / sprofondando verso l'alto con gran peso di ali» (Salinas). Si percepisce, infatti, nell’ossessione dell’inciso la perdita di una maschera e lo svelamento, in profilo di grido, di una forma sensibile e personale d’assenza rotante intorno all’idea assoluta del disegno quale unico strumento per controllare il rifiuto, quando la vita diventa ciò che si concretizza nella distanza piatta del metallo. L’acido è una bella metafora di questi sottili cambiamenti di stato e della trasfigurazione che ottiene il segno nel momento della perdita. Un lasciar andare i solchi nella profondità della lastra e allo stesso tempo il cercare di dare forza -voce dovuta- alla visione, a quel silenzio spiazzante che cela le immagini negli sguardi o nelle fotografie. Il distanziarsi dal mondo visibile –significativa l’assenza della figura umana- per un’intensificazione della veduta, che sia realistica, archeologica oppure astratta ma interessata alla radiografia delle zone infinitamente piccole attraverso la sublimazione teorica dell’informe, è, del resto, un tentativo di protezione dai pericoli dell’attesa e dall’irrompere dell’irrazionale: «Ora io suppongo il disegnatore calcografico evidentemente dotato dalla natura di tutta la buona disposizione per le arti imitatrici, e per assidua e ben regolata pratica giunto finalmente ad una giustezza d’occhio ed ubbidienza di mano irreprensibili. Ma egli è ben certo di conservarsi a lungo in quella linea media tra l’eccesso e il difetto, in che consiste il vero bello pittorico?» si chiedeva Giuseppe Longhi nel trattato del 1830 La calcografia propriamente detta: ossia L'arte d'incidere in rame. Nella pratica calcografica, che diventa giocoforza, più che in altre tecniche, tensione evolutiva e stilistica ancorata al flusso vitale dell’esperienza personale, vi è sempre il rischio, sublime, di un’Estetica dei visionari, ovvero di un ordine della creazione che si concentra maggiormente sulla fantasia per sublimare la banalità confusa della necessità. E’ facile percepire, pertanto, nelle grafiche dell’artista una diversa densità del mondo sensibile interpretato attraverso la luce e analizzato nella negazione delle sue forze vitali appunto perché non vi è accordo con la mano che incide. Questo sofisticato retrocedere nel proprio universo, nascondendosi nell’intenso “pieno” del tratteggio, non è che una regressione al grado zero della scrittura e un tentativo di apparente silenzio nell’eccesso dei segni. I lavori, pertanto, non hanno nulla da dire appunto perché si sono spesi nell’ossessione di una ricerca e di un percorso –come quando Piranesi cercava un utopico emissario del lago di Albano-, e sembrano usciti quasi da un combattimento o una lotta, visioni martoriate di uno scenario mentale messo a nudo e che a noi comunicano esclusivamente gli effetti, negandoci la struttura e le cause. Occorre allora leggere le stampe come un percorso disegnato e il segno-tratto come la radiografia estetica del cuore. La ricerca di uno stile e, soprattutto, di una voce –e il Goya dei Capricci lo sapeva bene- non è in fondo che una battaglia, il tentativo di comprendere la parte più incerta e nascosta del proprio disegno e del proprio essere per confidarlo ad altri muti visionari: «Ogni percorso si compone anche delle nostre perdite e dei nostri rifiuti, delle nostre omissioni e dei nostri desideri insoddisfatti, di ciò che una volta abbiamo tralasciato o non abbiamo scelto o non abbiamo ottenuto, delle numerose possibilità che nella maggior parte dei casi non sono giunte a realizzarsi – tutte tranne una, alla fin fine -, delle nostre esitazioni e dei nostri sogni, dei progetti falliti e delle aspirazioni false o deboli, delle paure che ci hanno paralizzati, di ciò che abbiamo abbandonato e di ciò che ci ha abbandonati. Insomma, noi persone forse consistiamo tanto in ciò che siamo quanto in ciò che siamo stati, tanto in ciò che è verificabile e quantificabile e rammemorabile quanto in ciò che è più incerto, indeciso e sfumato, forse siamo fatti in ugual misura di ciò che è stato e di ciò che sarebbe potuto essere” avrebbe scritto Javier Marias in Mañana en la batalla piensa en mí.

Tommaso Evangelista

Chiara De Iuliis - Cartiera San Bernardo - Acquaforte

mercoledì 27 agosto 2014

Christo e Jeanne-Claude all'Officina Solare - Manifesti e fotografie


CHRISTO E JEANNE CLAUDE
Manifesti e fotografie dal centro culturale Il Campo

A cura di Renato Marini e Tommaso Evangelista

30 agosto / 11 settembre 2014
Inaugurazione sabato 30 agosto 2014 ore 19.00
Aperta tutti i giorni ore 19.00 / 21.00
INGRESSO LIBERO

OFFICINA SOLARE GALLERY
Via Marconi, 2 Termoli
info: 329.4217383


Testo critico

L’arte di Christo è un’arte della differenza e della ripetizione incostante, ancorata ad un mondo poetico da materializzare nello spazio vitale del paesaggio e della topografia urbana. L’impacchettamento non è altro che un disperdere la vista, dal dettaglio all’insieme, per percepire l’elemento racchiuso come traccia puramente segnica slegata dalla composizione e dal contesto. Un retrocedere di piani visivi fino al grado zero del volume messo a nudo. Gli interventi sono concettuali e minimali allo stesso tempo, inquadrabili nella cosiddetta “land art” ma volutamente slegati da forti implicazioni politiche in quanto l’artista ha sempre ricercato nel fruitore reazioni di godimento e di stupore. E’ un voler prendersi cura dello spazio comune e il tentativo, forse ultimo, di un’etica della progettazione e dell’esecuzione, nell’insistenza primaria per il “coprire per svelare”. Cito da un’intervista a Christo e Jeanne-Claude, sua fedele compagna di vita e di ricerca artistica: G.: "Qual è il significato dell'impacchettare altre opere d'arte?" C.: "Il significato sta nel dare un'altra visione dell'opera in questione." J-C.: "Una volta un uomo mi chiese che differenza c'era tra una bicicletta impacchettata e una donna impacchettata. Gli risposi...Messieur, se non conosce la differenza tra una bicicletta e una donna, lei ha dei problemi!". Per Christo l’arte è un’entità assolutamente dinamica che si pone come regola quella di mettere in relazione le persone, gli elementi della natura, la luce, lo spazio, il colore. Ponendo in comunicazione il pubblico con il proprio passato e la propria ricchezza, naturalistica ed artistica, l’artista arriva così a materializzare l’idea di opera come monumento, non rappresentativo o simbolico bensì identitario e allo stesso tempo alieno. La sua è un’architettura dell’effimero, barocca e volutamente anti-moderna, in quanto non basata sull’accumulo e l’eccesso bensì sulla dispersione ed estensione dello stimolo. La massima entropia ottenuta con una progettualità minimale, fatta di pochi segni significanti moltiplicati fino alla saturazione dello spazio. Proprio per il carattere effimero e temporaneo delle azioni l’artista ha lavorato molto sul versante della progettazione e della documentazione, tanto che oggi di “originale” rimangono solo i progetti, i disegni e le fotografie. Le opere di Christo venivano smantellate dopo un certo periodo di tempo e toccava allora alla fotografia fermare l’istante, la composizione, l’impressione spaziale e cromatica per trasferire, immutabile, l’opera nel futuro. Poiché in assenza di scatti il progetto scomparirebbe del tutto non appena concluso è bene allora intendere la fotografia come parte integrante del linguaggio. Lo conosce bene questo sistema il fotografo Wolfgang Volz il quale ha documentato buona parte delle opere dell’artista e che, attualmente, è direttore tecnico dei lavori. Proprio per la loro natura pubblica, le installazioni di Christo sono fotografate da migliaia di persone essendo fuori da ogni museo o galleria, fuori da ogni controllo, e il compito di Volz, che ha collaborato con la coppia dal 1971 e ha seguito tutti i loro progetti, è quello di comunicare ufficialmente il lavoro, studiarlo e diffonderlo. Volz, infatti, è l’unico fotografo ufficiale e la sola persona che può editare e vendere le immagini delle realizzazioni, immagini che sono spesso stampate in edizioni di grande formato. Il suo contributo, allora, diviene fondamentale per diversi motivi: l’opera è intrasportabile, è strettamente legata ad un luogo, è temporanea, è interamente autofinanziata grazie alle vendite dei bozzetti e delle edizioni fotografiche. Per questo motivo i manifesti della collezione del centro culturale Il Campo acquistano una particolare valenza in quanto autentiche espressioni dell’artista e uniche testimonianze ufficiali dei suoi lavori. Nell’epoca della riproducibilità tecnica, smarrita l’opera nella temporalità dell’evento, rimane solamente il mostrare con la fotografia che, acquisendo uno specifico punto di vista, da una parte limita la fruizione integrale e dall’altra condensa la durata in un frammento denso come l’intero processo. Il processo di Christo è l’evidenza della morfologia ideale dello spazio attraverso un segno cromatico e materico. Le opere de Il Campo sono manifesti fotografici firmati in originale da Christo e Jeanne-Claude, donati in occasione del ventennale, nel 2000, del celebre centro culturale di Campomarino il quale, diretto dall’artista Renato Marini, è riuscito a proporre negli anni personali e collettive di indubbia qualità. Le fotografie di grande formato (70x100 e 50x70) e le cartoline più piccole, che documentano i più famosi interventi dell’artista dall’imballaggio del Pont Neuf (settembre 1985) a quello del Reichstag (giugno 1995), da The Gates (2004-2005) a The Umbrellas(1984), sono esposti per la prima volta a Termoli dopo essere stati presentati a Roma, a palazzo Malaspina ad Ascoli, e naturalmente al centro Il Campo, dove sono entrate stabilmente in collezione. La donazione, pertanto, è stato un omaggio dei coniugi alla galleria, a testimonianza della stima e dell’apprezzamento del lavoro di questa piccola realtà che ha contribuito nel suo piccolo alla storia dell’arte contemporanea in Molise nel secondo Novecento.

Tommaso Evangelista
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