martedì 19 dicembre 2017

Eroi Sanniti. La fotografia di Luigi Grassi


La mostra “Eroi Sanniti” del fotografo Luigi Grassi si inaugurerà
mercoledì 20 dicembre alle ore 10,00
presso la Sala Consiliare del Comune di Campobasso
e rimarrà aperta al pubblico fino al 6 gennaio 2018.

Eroi Sanniti. La fotografia di Luigi Grassi come strumento di valorizzazione culturale.
di Silvia Valente

Il lavoro di Luigi Grassi per il Museo Sannitico di Campobasso rappresenta un’occasione irrinunciabile di riflessione su alcuni dei temi più attuali in materia di valorizzazione e tutela del patrimonio culturale. A stupire in questa operazione è la scelta degli strumenti impiegati per confezionare il prodotto finale, un condensato creativo meritevole di attenzione e riguardo per l’alto valore dei contenuti resi attraverso un linguaggio semplice e di immediata efficacia comunicativa. Sono questi, neanche a dirlo, i fondamenti dell’arte fotografica, il mezzo scelto da Grassi nel suo lavoro di rielaborazione iconografica di alcuni fra i più rappresentativi reperti archeologici conservati nel museo molisano. Fotografo affermato nel panorama artistico contemporaneo, Luigi Grassi mostra una naturale tensione alla ricerca, alla verifica intesa nella sua accezione scientifica. L’artista si muove con disinvoltura fra l’analogico e il digitale mostrando padronanza e conoscenza degli strumenti, misurando con attenzione le opportunità che i diversi mezzi suggeriscono e offrendo al suo pubblico i risultati dell’empatia mentale instaurata con la realtà oggetto d’indagine. La costruzione semantica dell’immagine è un processo che Grassi sviluppa lentamente, analizzando i dettagli, valutando le singole componenti che, in una buona fotografia, devono aver senso da sole e in relazione con il contesto. L’impatto estetico gioca un ruolo decisivo ed ogni elemento – tecnico o artistico che sia – è asservito alla forma che declina il contenuto.
Eroi Sanniti” rappresenta esattamente questo: l’impegno di un uomo che mette a servizio la propria creatività quale canale interpretativo di un passato risorto a nuova vita (artistica). L’installazione fotografica presenta, infatti, una serie di scatti dedicati agli elmi sanniti conservati nel museo archeologico di Campobasso che rappresenta indiscutibilmente una significativa testimonianza di vita trascorsa, quella stessa vita che Grassi ama definire “eroica”. In questo caso specifico la correlazione fra i termini “eroe” e “guerriero” – trattandosi evidentemente di elmi da guerra – passa in secondo piano in quanto all’artista non interessa nel modo più assoluto esaltare le qualità belliche dei paladini che furono; al contrario la visione di Grassi ricalca una linea interpretativa diversa che l’artista sta portando avanti da qualche tempo nella sua personale indagine. Si fa riferimento alla figura dell’eroe intesa nella sua duplice accezione tragica e romantica, lontana dunque dall’epica, dalla tradizione più squisitamente leggendaria. Luigi Grassi attualizza il concetto di eroe, parte dalla storia e dalle sue testimonianze più pregevoli per innescare una riflessione intima, profonda sul senso vero dell’appartenenza, seguendo romanticamente quel filo che agli avi ci lega, che a essi ci accomuna nel nostro moderno essere guerrieri. L’artista guarda con ammirazione al passato, ne esalta - attraverso la fotografia – bellezza e merito e guarda all’oggi costruendo un “ponte emotivo” che metta in relazione gli uomini d’un tempo con quelli di oggi, con i “suoi” eroi moderni. Sono gli uomini e le donne che vivono la sua contemporaneità, sono i protagonisti di una battaglia silenziosa e caparbia che si consuma ai margini del mondo, in una terra così tante volte dimenticata, maltrattata e svalutata. Gli eroi di Luigi combattono una condizione di cui non si sentono responsabili e, nel silenzio dilagante, ne accettano il conseguente e inconsapevole dolore.
Gli scatti proposti in questa mostra vogliono sottolineare anche questo e lo fanno “usando” la bellezza in un contesto – quello della fotografia archeologica – che presta (ragionevolmente) più attenzione al dato scientifico e/o documentale. L’artista parte dalla fotografia archeologica, trae beneficio dai suoi assiomi ( rigore dell’inquadratura, attenzione al soggetto, nitidezza dei particolari, uniformità nell’illuminazione, etc.) nel tentativo di documentare l’indagine ma, al contempo, non cade nella “trappola” della sterile riproduzione. Grassi non dimentica il suo pubblico, il potere della suggestione che solo da una rappresentazione “imperfetta” può scaturire. L’incompletezza tipica del reperto si fa incompiutezza narrativa, precisa volontà evocativa e non ermetica enunciazione. Il desiderio di esaltare le qualità estetiche degli elmi è evidente: gli scatti sembrano suggerirne la scomoda aderenza, l’ambizione di gloria, la celebra audacia che la storia riferisce; le raffinate cesellature e i rilievi catturati dalla luce lasciano emergere dettagli inconfondibili che stupiscono nella loro semplicità senza sacrificarne gli intenti autocelebrativi. C’è un’eco neoclassica nel lavoro di Grassi, intesa nel condivisibile desiderio di scoperta, nella pretesa identitaria e patriottica che attraverso il bianco e nero e fra le righe di un’infranta simmetria, dirompe nella vita dell’artista e negli occhi dei suoi spettatori. Grassi fotografa gli “eroi sanniti” e, facendolo, se ne impadronisce; non li tiene per sé ma, al contrario, li condivide, ne incrementa la conoscenza contribuendo – senza dubbio alcuno – alla promozione di un luogo e dei suoi beni.


Biografia
Luigi Grassi, nato a Campobasso nel 1985, si è specializzato in fotografia come linguaggio d’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Dal 2008 collabora con PrimoPiano Napoli, Galleria dedicata alla fotografia, al design e alla video arte. Nel 2012 comincia a frequentare Lab, il laboratorio irregolare di Antonio Biasiucci, dove s’impegna ad approfondire il proprio metodo di ricerca personale. Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesia nel 2017, Nella brevità poggia meglio il cuore (edizioni Il Bene Comune) ISBN-978-8896068380. Attualmente è docente di grafica pubblicitaria, fotografia e discipline multimediali.

La mostra si potrà visitare:
Dal Lunedì al Venerdì 8,30-14 / 15,30-18,30
Sabato 8,30-14
Ingresso libero.

Contatti:

venerdì 15 dicembre 2017

Diapason. Vincenzo Merola e Alighiero Boetti a Bologna


Domenica 17 Dicembre 2017 alle ore 17.00, presso la Galleria Stefano Forni di Piazza Cavour 2 si inaugura la mostra Diapason. Vincenzo Merola e Alighiero Boetti a cura di Valerio Dehò. Una mostra personale del giovane artista molisano Vincenzo Merola in dialogo con alcune opere del maestro Boetti.

Il lavoro di Vincenzo Merola – scrive Valerio Dehò nel testo in catalogo - si articola lungo due direttrici ben delineate: il rapporto parola e immagine e una ricerca che porta l’arte a relazionarsi con l’universo delle regole atematiche e delle permutazioni, con l’aleatorietà e la ricerca di quella “casualità intelligente” che ha operato lungo tutto il corso del secolo scorso. Quando lavora con le parole segue il flusso della ricerca legata alla Poesia concreta da un lato, mentre dall’altro guarda al concettuale americano ma filtrato dall’ironia di Alighiero Boetti. La ricerca verbo-visiva esiste da troppi anni perché si possa esaurire in qualche generazione, anzi appare sempre di più un fenomeno strutturale della cultura, anche e soprattutto oggi in cui il linguaggio iconico e verbale sono fusi nell’idioletto digitale.
Merola ha presente le leggi del concretismo rendendole ancora più cariche di grafismi da una parte e di concettualità dall’altra. Cioè il testo non è tutto ma la sua scansione, l’articolazione delle singole lettere e la specularità che spesso raddoppia e moltiplica il sintagma verbale, fanno parte di un processo di codifica. Vi è la forza della sentence e la grazia di un’impostazione grafica che condivide con il mondo della comunicazione. Alighiero Boetti certamente è stato una dei grandi protagonisti della parola nell’arte anche nel recupero della scrittura e dei grafemi. La penna a biro usata come uno strumento per dipingere e disegnare probabilmente è una sua invenzione, tra le tante che ci ha regalato. E aveva capito, si pensi agli arazzi, che le parole formano un tappeto steso ai nostri occhi che invita a viaggiare e a muoversi con la mente. Merola riprende questa filosofia e la porta dentro una contemporaneità che è fatta di decorazione controllata dal linguaggio, il concettuale nudo e crudo ha smesso di mandare segnali di vita. Con lui si avverte da parte di un giovane artista l’esigenza di confrontarsi con la tradizione ma anche quella di andare avanti. La manualità diventa fondamentale, come la precisione dei segni e delle righe che gareggiano con i barcode e che rivelano la loro anima ossessiva di un vero e proprio esercizio di stile. Solo quando usa i timbri inchiostrati deroga alla fattualità del segno per approdare alla ripetitività del gesto. Ma anche qui ritornano gli addensamenti e le rarefazioni, il vuoto e il pieno in un ritmo di dissonanze e consonanze che è tutto visivo e coinvolgente. Merola gestisce le sue opere come partiture, le controlla e le affida al Caso come se non accettasse fino in fondo il proprio ruolo di artista-demiurgo. Si ferma prima, sulla soglia della decidibilità. Prima di entrare in conflitto con il suo ruolo creativo, ma accettandone le aporie.

martedì 12 dicembre 2017

Michele Peri | Valentino Robbio | Antonio Tramontano a Isernia



Collettiva di arte contemporanea
Michele Peri | Valentino Robbio | Antonio Tramontano 
A cura di Tommaso Evangelista
SCHEDA TECNICA
TITOLO: (S)Confini – Impressioni al margine
VERNISSAGE: 8 dicembre 2017- ore 18:30
ARTISTI: Michele Peri | Valentino Robbio | AntonioTramontano
ORARIO E GIORNI D’APERTURA: La mostra resterà aperta nei giorni di dicembre: 8-9-13-14-15-16-20-21-22-23-27-28-29-30; Gennaio: 3-4-5-6
FINISSAGE: 06 gennaio 2017 alle ore 18:30
LOCALITÀ: Spazio Cent8anta-Galleria d’arte, cultura e società, Corso Marcelli 180 Isernia

Dall’otto dicembre al 6 gennaio, l’associazione culturale Le Cose, insieme allo Spazio Arte Petrecca, con il patrocinio del Comune di Isernia, propone al pubblico un’importante collettiva di arte contemporanea di tre artisti della provincia di Isernia, già presentata a Campobasso nello spazio espositivo l’A.r.a.t.r.o. dell’Università degli studi del Molise e curata da Lorenzo Canova e Piernicola Maria di Iorio e Tommaso Evangelista.

Durante la mostra, intitolata «(S)Confini-Impressini dal margine», saranno esposte opere di Michele Peri, Valentino Robbio e Antonio Tramontano, tre personalità conosciute e affermate nel panorama dell’arte regionale e nazionale. L’esposizione, patrocinata dal Comune di Isernia, avrà luogo nello Spazio Cent8anta.
L’ingresso è gratuito.

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Le eterogenee ricerche dei tre artisti molisani, Peri, Robbio e Tramontano, tra pittura, installazione e fotografia, indagano la dimensione virtuale del margine inteso quale luogo vitale della forma. La costruzione del senso che avviene sul limite di questo confine indefinito comporta un perenne scarto tra visibile e velato, ovvero un senso precario della presenza. La chiusura (incondizionata) dei confini dell’opera d’arte subisce piccole crisi che si svolgono sui margini della rappresentazione. Se limite della forma e limite dello spazio costituiscono il limite dell’opera, ovvero il confine entro il quale si definisce l’oggetto-idea, l’opposizione al margine, inteso anche come frontiera estetica, determina una sorta di lavoro sul continuum (tempo/spazio/memoria). I concetti di transitività e riflessività sono indagati in relazione alla rappresentazione la quale, quando mostra la propria struttura e sutura, rende palese e vitale la condizione di confine. La collettiva è un invito pertanto alla contemplazione dell’inutile, dello (s)confine, della materia che si fa ricordo e corrode lo spazio dello spettacolo attraverso l’indagine scomposta della fine. Nelle opere assistiamo così ad un’interruzione, allo scorrere di ambienti fuori controllo che imitano fughe e ritorni, ad una celata tensione del creare, un cambio di prospettive, uno scioperìo.

Peri lavora con strutture instabili, nella ricerca di una memoria archetipica che diventi impressione di forma e al contempo organismo astratto e auto significante. Opera per moduli, investigando il tempo e il cosmo, impostando le fondamenta di un edificio virtuale del quale percepiamo la struttura ma mai il suo organismo. Le installazioni diventano miti di fondazione nel rapporto che crea tra ordine terrestre, spazio vitale e tempo ciclico. L’utilizzo di precisi punti cardinali, di snodi e simboli/segnali determina una dimensione interna, intima, quasi di orazione ma, se si riporta questo simbolismo statico ad una forma “dinamica”, aumentata temporalmente, si nota come il momento interno delle sue sculture diventa moto di rivoluzione, riflesso del mondo materiale attraverso forme primigenie. Allo stesso momento il blocco delle storie, il loro ancoraggio a supporti precari (mobili) e allo spazio espositivo, diviene trasmutazione della memoria di questo secolo nel “secolo futuro”. Nelle opere di Peri ogni punto di superficie può essere preso per centro del mondo, per veicolo di salvezza, nell’irraggiamento caotico di tutte le direttrici, nella ricerca modulare e compositiva, quasi naturale, di un confine che comprende un’idea aumentata dello spazio, orientato non verso un nucleo lacerato bensì verso il limite, la periferia dello sguardo, l’estremità dello spazio e dell’istante, la soglia.

Tramontano ricerca l’espansione cromatica, oltre i limiti del supporto, indagando il colore percepito come elemento ambientale e di volume. Non dimenticando che l’istante è una misura di natura spaziale la sua ricerca pittorica è studiata in modo tale da risultare in armonia con il ritmo delle pennellate (e delle velature), e quindi dell’esistenza. Le tele sono una caduta dell’energia nel tempo e formano grandi cicli (quasi stagionali) caratterizzati da atmosfera e luce, saturi di “storie”, nei quali il tentativo di riassorbire forme celate e lacerate nella dimensione immateriale del dipinto, rivestite da una manifestazione fluttuante e celeste, comporta un perenne misurarsi con la variazione e il mutamento. L’artista riscatta l’istante nel ricercare una rappresentazione che renda tangibile sequenze visive osservate dalle estremità di uno spazio in movimento, corrispondente cromatico della vita emotiva, del momento opportuno. Dal chiarore dei lumi nasce un ritmo elementare, intermittente, irregolare, una conoscenza delle cose invisibili, un’illuminazione del mondo che principia da una precisa gamma cromatica e, rarefacendo l’atmosfera dello spazio interiore, crea una luce minerale, purificata, soprannaturale. C’è questa resistenza che sparge segni vitali e ovunque ristabilisce il disordine dell’arte, c’è questa opposizione chiamata poesia che, invisibile e essenziale, vaga e vagante, esaurisce una durata assolutamente pura.

Robbio analizza il senso del reale attraverso uno sguardo ironico e sfuggente il quale si propone come naturale rispecchiamento dei fenomeni ma in realtà dimostra una visione antinaturalistica e liminare della storia. La memoria diventa forma viva mentre l’artista indaga nell’immagine un contenuto manchevole e simbolico. Il risultato è un’icona polivalente e stratificata che collega diversi ordini della realtà ed esprime, attraverso l’aforisma, la citazione, il riverbero, un’invisibile monumentalità. Il suo fine non è quello della semplice traduzione ma del trascendere il visibile attraverso un sottile gioco di influenze e inferenze il quale diventa flusso magmatico per mostrare una decadenza dei costumi e delle forme. Il forzato simbolismo non fa che materializzare una realtà nascosta: la pietra, il grasso, il buco, il conflitto tra natura organica e astrazione virtuale, il tentativo di una rivelazione primitiva. La costruzione per conflitto rivela presenza mitiche, evocate dalle fotografie allucinate, ultimi sguardi che il passato ci comunica per via abbagliata e contorta. L’ironica presa di distanza, il modello di critica sociale e di identità, il dato storico riconfigurato, ci indicano allora una dimensione complessa, legata al margine del corpo e all’eros quale istinto primario di comunicazione che eccede i vincoli.

La collettiva si vuol porre in linea di continuità con due storiche mostre organizzate nel capoluogo molisano negli anni Ottanta, curate da Massimo Bignardi: “Il perimetro del vento” e “I margini del segno”, entrambe incentrate sull’idea di una rappresentazione espansa e sulla decostruzione dello spazio. Di tali esperienze, legata fortemente al contesto molisano il quale usciva -una prima volta- fuori dai suoi confini con una proposta criticamente strutturata, rimane in collettiva, quale legame e memoria, il lavoro di Peri il quale si arricchisce delle ricerche cromatiche di Tramontano e delle tensioni vitali di Robbio. È il tentativo del territorio di ripensare all’idea di gruppo e di ricerca condivisa, ad una proposta coerente capace di dialogare fuori dai limiti regionali, è la poesia del luogo che si fa canto accorato nel raccontarci attraverso spazi e segni liminari un’idea di rifugio e di eco, con suono insistente come quello della cicala.

p.s. [Il frinio delle cicale è prodotto da due ossicini che sfregano su una membrana, tra lo sterno e l’addome. È un richiamo amoroso, lo producono i maschi, serve a comunicare la propria posizione alla femmina. Se non avviene l’accoppiamento, la cicala continua a cantare fino a frantumarsi la membrana, gli organi interni scoppiano e rimane solo l’involucro della cicala morta a seccarsi ai piedi degli alberi]

Tommaso Evangelista






Foto Massimo Palmieri
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