giovedì 31 luglio 2014

Petra: le suggestioni della materia. Sculture di Di Maria


ANTONIO DI MARIA
PETRA: LE SUGGESTIONI DELLA MATERIA
a cura di Gioia Cativa

2 / 14 agosto 2014

Inaugurazione sabato 2 agosto 2014 ore 19.00 / 21.00
Performance di musica moderna di
ILEANA DE SANTIS
flautista


OFFICINA SOLARE GALLERY
Via MArconi, 2 Termoli

Aperto tutti i giorni ore 21.30 / 24.00
INGRESSO LIBERO


Presentazione

 “Una piuma può tornire una pietra se a muoverla è la mano dell'amore” (Hugo Von Hofmannsthal)

La personale di Di Maria “manifesta” attraverso una materia dura come la pietra l'idea del mondo e di come viene visto, vissuto ed interpretato. Grazie all'utilizzo di pietra locale molisana e della breccia, lo scultore dà voce alla materia stessa, si pone come mezzo di comunicazione tra la natura e l'uomo e “parla” attraverso quelle forme che sono la trasposizione del suo “Io”, il fine ultimo e concreto di un processo emozionale che vede origine, come sostiene Di Maria stesso “dalla terra e si innalza nella ricchezza delle forme”. È un'arte viva quella che viene presentata attraverso le sculture selezionate ed esposte in galleria. Lo scultore è fortemente legato alla sua terra natìa ed è da questa che prende inizio la creazione; egli stesso si definisce “un uomo legato alle origini della sua esistenza ed un canale attraverso cui la natura si esterna al mondo”.Quelle di Di Maria sono forme in divenire, non sono chiuse in loro stesse, ma si aprono a qualcosa che va oltre il tangibile ed “incarnano”la poetica dello scultore. Questi lavori non nascono da un'idea primigenia dell'artista per poi essere concretizzate nel manufatto in pietra, ma si generano in un processo inverso: è come se la pietra scegliesse il suo destino. L'artista, infatti, racconta la sua ricerca della materia prima e di come sia essa stessa ad indirizzarlo verso la creazione. Ne nascono dei soggetti che sono determinati dal suggerimento della pietra: sono la concretizzazione dei sentimenti che la pietra stessa fa scaturire nell'animo dello scultore e il rapporto di forte empatia che ne deriva e che vive nelle forme che possiamo ammirare. Nelle sculture di Di Maria assistiamo ad un lavoro che unisce rigore e creatività non solo nelle forme e che sono parte di un racconto dalla molteplice trama. La storia delle nostre origini culturali, quell'aspetto demo-etno-antropologico che racconta le nostre tradizioni popolari è rappresentato attraverso un trittico di statuine che rimandano alle serenate popolari: il suonatore di bufù (tipico strumento molisano), il tamburo e il fisarmonicista. È un ritorno alle origini, è un viaggio melanconico nel passato, un tentativo di imprimere sulla pietra quello che siamo e quella ricchezza popolare e culturale di cui siamo portatori contemporanei. È l'occasione per rimembrare tradizioni, se non perdute nell'oblio del tempo, quantomeno poco conosciute dalle nuove generazioni, come la “maitunata”, stornellata tipica di Gambatesa, in provincia di Campobasso. Siamo davanti a figure armoniche, linee che danzano fra loro: c'è una classicità in questi lavori, un ordine ed una tranquillità emotiva.

La stessa delicatezza , l'occhio che “accarezza” le linee e la liscia pietra levigata ad arte, la ritroviamo in una serie di gruppi scultorei raffiguranti la Natività, intesa come esaltazione del valore della famiglia. Lineamenti morbidi definiscono le forme, non c'è disomogeneità fra le varie parti ma, anzi, assistiamo a dei lavori che fanno dell'unicità un valore incontestabile. Sono lavori che “sprigionano”amore, un calore che li avvolge come un'aurea e che si arricchiscono nella loro stessa forma. Cosi come accade, ad esempio, nel “Volto di donna” , un viso senza tempo che sembra guardare imperturbabile il mondo circostante; è qui che possiamo osservare la reale qualità del lavoro dell'artista: soffermandoci sul profilo della donna notiamo che dietro è stata lasciata la corteccia naturale,la pietra grezza e ciò rende ancor più apprezzabile il lavoro, sottolineando un alto valore qualitativo e l'indubbia capacità dell'artista di lavorare la materia.

Come sosteneva Lucrezio “la goccia scava la pietra” e le mani e gli attrezzi dell'artista sono come quelle gocce che trasformano il blocco di pietra in qualcosa che possiede vita propria, una propria identità ed un proprio valore.

Gioia Cativa

martedì 29 luglio 2014

Il nuovo sito di Dusi


"È online il nuovo sito dell'artista Nicola Dusi Gobbetti con una sezione dedicata all'acquisto online. Intendiamo, in questo modo, abbattere la barriera logistica fra i collezionisti e le opere, fra la passione per l’arte e le regole del suo mercato. Sul nuovo sito è possibile acquistare online opere di Gobbetti di piccolo e grande formato, con spedizione internazionale e pagamento anche in contrassegno". Nicola Dusi

Potete visitarlo all'indirizzo www.dusigobbetti.com

lunedì 28 luglio 2014

Ananche - Ernesto Saquella a Campodipietra

Quest’anno JazzinCampus proporrà un’allestimento di Opere pittoriche dell’artista molisano, prematuramente scomparso, Ernesto Saquella, dal titolo ANANCHE, a cura di Antonio Porpora Anastasio. L’allestimento riguarda due serie di opere: Griglie e Alberi musicali. 
GRIGLIE
Occorre che mi presenti. Gli esordi risalgono al settantaquattro, tempere e disegni della campagna molisana; quindi il caparbio impegno per mesi e mesi nel disegnare teste di imperatori romani, copie da bronzi greci ed arti di gesso bianco. Tuttavia non ho mai amato la linea, i miei inizi sono con la spatola: larghe campiture di colore dai forti valori cromatici. Astrattista? No! Tengo a precisarlo con vigore: dipingo esclusivamente ciò che vedo, rappresento la realtà della commedia quotidiana di uomini e cose senza l’illusorio velo di una beltà desueta ed idilliaca. Le griglie non organizzano spazi equilibrati, superfici gradevoli che s’offrono all’occhio distratto dell’osservatore. Sono il resoconto d’una battaglia che si combatte tra spirito e Leviatano. Le griglie non segnano né dividono lo spazio bidimensionale, semplicemente lo occupano come l’orma d’un felino in corsa. Attraverso l’orma, fissata in uno spazio bidimensionale, l’osservatore può immaginare quale animale l’abbia lasciata. È un processo mentale, di pre-comprensione appunto, che rimanda ad una tridimensionalità virtuale (virtuale non nel significato che oggi assume tale termine). La griglia è lo scontro con le strutture, con tutte le strutture che uno spirito giovane e battagliero si trova a dover affrontare.
ALBERI MUSICALI
Le pagine musicali provengono dal Fondo della famiglia Contino di Napoli. Si tratta di partiture ricopiate a mano con inchiostro blu su carta oleata e, in seguito, riprodotte con procedimento fotografico. La datazione dei fogli è tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. L’utilizzo della musica ricopiata sui fogli di carta oleata era specifico per gli ambienti bui delle sale cinematografiche e dei teatri di quartiere: le partiture erano poggiate su un vetro debolmente illuminato dal retro e si leggevano in controluce. Il repertorio riprodotto indica il gusto musicale dell’epoca: melodie e fantasie strumentali tratte da Opere di successo, canzoni sentimentali in voga, canzoni napoletane di vario genere, danze strumentali autonome o tratte da Operette, brani vocali e strumentali di grandi autori classici. La famiglia Contino, di origine siciliana, giunse a Napoli con Zenobio (medico) nella seconda metà dell’Ottocento. I suoi discendenti coltivarono le arti e la musica in particolare: Eugenio (oboista solista e nell’Orchestra del Teatro San Carlo, massone), Paolo (violoncellista e contrabbassista), Nora, Maria, Eraclide, Ionio (mandolinista), Elena (pianista). Le pagine musicali fatte oggi rivivere da Ernesto Saquella, hanno sempre “servito” l’immagine e i suoi linguaggi. È più che giusto che continuino a farlo, anche se, questa volta, in “silenzio”…

Antonio Porpora Anastasio

sabato 26 luglio 2014

Uno sgarbo "gratuito" ad Antonio Pettinicchi


Dato l'affetto che mi lega ad Antonio Pettinicchi, che considero tra i più grandi pittori e incisori che abbia prodotto la nostra regione e che sto studiando da ben quattro anni non posso tacere sul trattamento che gli è stato riservato ultimamente con una "personale" all'ex-Gil di Campobasso. Una retrospettiva che doveva essere, nelle intenzioni degli organizzatori, il primo omaggio ad un mese della sua dipartita ma che si è rivelata invece un'operazione dilettantesca e offensiva che di certo il pittore non meritava. Invito quindi i miei amici ed operatori del settore a prendere visione di questa petizione e nell'eventualità a contribuire all'appello

UNO SGARBO “GRATUITO” AD ANTONIO PETTINICCHI
A poche settimane dalla scomparsa di uno dei più grandi ed evocativi artisti molisani del Novecento, l’Assessorato alla cultura della Regione Molise, ha avuto l’improntitudine di dedicargli una “mostriciattola” senza né capo né coda , rabberciata per spazio e per impalcatura. Senza criterio (senza chiara curatela) , sono state messe in mostra quindici (15) opere del Maestro Pettinicchi, scelte (chissà come e da chi) fra le 87 che illustrano la Divina Commedia, acquistate dalla Provincia di Campobasso nel 1994.
Intanto, sulla facciata dell'ex-GIL, campeggia il manifesto della mostra di Domenico Fratianni che si svolge in contemporanea, mentre è assente del tutto l’indicazione dell’esposizione di Pettinicchi. Le opere di quest’ultimo sono affilate in una saletta di dimensioni modeste quasi fino all’offesa, addirittura di passaggio, per accedere alla mostra di Fratianni, che invece si irradia in tre ambienti ampi e ben strutturati. Tecnicamente, per impianto, quest’iniziativa rappresenta un danno grave per la figura e per l’opera di un vero e proprio caposcuola dell’arte contemporanea molisana, e dunque per l’immagine culturale dell’intera nostra comunità.
I sottoscrittori di questo appello chiedono che sia immediatamente chiuso il “corridoio espositivo” dedicato a Pettinicchi presso il palazzo dell’EX GIL, che siano rimossi dai loro incarichi, per incompetenza manifesta, i responsabili di un’iniziativa tanto improvvida e che ad Antonio Pettinicchi sia dedicato un grande evento espositivo, assegnandone la curatela ad uno dei tanti critici di rilievo nazionale che negli anni si sono occupati del suo lavoro. 
Per sottoscrivere l’appello è sufficiente inviare un’e-mail a redazione@ilbenecomune.it oppure a regiaedizioni@virgilio.it, specificando nome, cognome e ragione sociale e indicando nell’oggetto il titolo dell’appello: “uno sgarbo gratuito ad Antonio Pettinicchi”

PRIMI SOTTOSCRITTORI:
Antonio Ruggieri – direttore de il Bene Comune
Vincenzo Manocchio – direttore di Artes Contemporanea
Paolo Pettinicchi – figlio di Antonio Pettinicchi


giovedì 24 luglio 2014

Museo della ceramica di Pescolanciano


Pettinicchi all'ex-Gil (sic!)

dal  23 luglio al 29 agosto 2014

Palazzo ex-Gil Via Milano

a cura dell'Assessorato Regionale alla Cultura



"Omaggio al Maestro Antonio Pettinicchi, recentemente scomparso, con l'esposizione di 15 opere dal ciclo ispirato alla Divina Commedia e realizzate da Antonio Pettinicchi in buona parte nel biennio 1985 – 1986. La serie fu acquistata dalla Provincia di Campobasso e oggi esposta al pubblico nelle sale e lungo i corridoi di Palazzo Magno. 
È uno dei lavori più noti amati della lunga carriera di Antonio Pettinicchi. Il forte tratto espressionista della sua pittura mette in scena un vero e proprio teatro crudele in cui figure mitologiche incontrano e dialogano con persone reali che rappresentano il Molise più povero e dignitoso, mettendo in mostra, senza giudicare, la condizione dell'uomo passata e presente. E così l’umanità dolorante di Dante si trasfigura e attualizza nell’umanità dolorante di oggi in quella che Gino Marotta definisce una complessa elegia e cognizione della crudeltà e della caducità umana".

domenica 20 luglio 2014

Coscienza Anestetica, al Museo Sannitico le opere degli artisti eventualisti


Inaugurazione mostra. Da sinistra Sergio Lombardo, Miriam Mirolla, Tommaso Evangelista, Dionigi Mattia Gagliardi



MOSTRA D’ARTE CONTEMPORANEA “COSCIENZA ANESTETICA”, IPOTESI SOTTRATTIVA PER UN’ARTE RELAZIONALE.
Nel museo Sannitico di Campobasso, dal 22 giugno al 1 agosto, opere di Artisti Eventualisti e Molisani interagiscono con il pubblico in un contesto storico di rilievo.

Grande successo per la Collettiva d’Arte Contemporanea “ Coscienza Anestetica, ipotesi sottrattiva per un’arte relazionale”, che domenica 22 giugno ha aperto i battenti nello splendido palazzo Mazzarotta di Campobasso, sede del prestigioso Museo Sannitico Provinciale. La mostra, promossa  dal curatore e critico d’arte Tommaso Evangelista, presenterà  fino al 20 luglio, le opere di artisti eventualisti: Paola Ferraris, Dionigi Mattia Gagliardi, Roberto Galeotti, Claudio Greco, Giuliano Lombardo, Sergio Lombardo, Miriam Mirolla, Piero Mottola, Luigi Pagliarini e Carlo Santoro  e di giovani artisti molisani: Michele Boccamazzo, Giammaria De Lisio, Vincenzo Merola, Salvo Nostrato e Ivana Volpe di cui condividono i principi teorici. 
Tra di loro Sergio Lombardo rappresenta il fondatore del Movimento,   considerato da molti l’ultima vera Avanguardia in Italia. L’Eventualismo affonda le radici nella Pop Art Storica e nella Scuola Romana di Piazza Del Popolo dei primi anni 60 di cui Lombardo era membro e dalla quale si è progressivamente distinto  continuando la sua attività su di un piano più concettuale e scientifico. Nel 1979 ne traccia le basi teoriche  ponendo, a fondamento della ricerca teorica, l’evento , inteso come contenuto mentale o vissuto psicologico originale e spontaneo che scaturisce da stimoli opportunamente predisposti dall’artista. Così concepito, l’Eventualismo si pone in antitesi alla Società dello Spettacolo Globale figlia del Consumismo ed alimentata da interessi di  mercato;  vuole usare nell’arte il rigore e la sperimentazione e proporsi come stimolo atto ad indirizzare l’individuo  verso scelte sempre più consapevoli in grado di concepire ideali culturali nuovi, più complessi e raffinati. 
Progetto ambizioso perseguito per anni attraverso il Centro Studi Jartrakor che svolge attività di ricerca sperimentale sulla Psicologia dell’Arte e produce un’intensa attività editoriale, espositiva e di organizzazione anche internazionale di eventi artistici e scientifici. 
In tale prospettiva i giovani artisti molisani accolgono una pesante eredità ponendosi sulla scia di un’Avanguardia difficile che pone sfide nuove in tempi altrettanto difficili. Le loro opere, come quelle degli artisti che operano da anni in tale direzione, attraverso questa mostra, sembrano trarre linfa vitale dall’esposizione in spazi nuovi, le tre sale del Museo Sannitico sistemate e inaugurate per l’occasione in un contesto di notevole importanza storica, dimostrando, attraverso nuovi linguaggi e performance, che la ricerca estetica contemporanea non si esaurisce nel passato ma dal passato trae fondamento e validità. D’altra parte il titolo stesso della collettiva “Coscienza Anestetica“, ipotesi sottrattiva per un’arte relazionale, apre nuovi orizzonti a una ricerca estetica che si caratterizza in maniera sempre più interdisciplinare, superando le vecchie dicotomie tra arte e scienza e ponendo sempre più il fruitore al centro dell’opera laddove lo stimolo , determinato in maniera automatica ma strutturato con rigorose procedure scientifiche, diventa occasione d’interazione sociale.

Concetta Russo su Primo Piano Molise del 19 luglio 2014. (Foto Concetta Russo)

Segnalo anche questo reportage fotografico dal blog dell'artista Carlo Colli

Coscienza Anestetica - Sala eventualista

Carlo Colli e Vincenzo Merola

Sala eventualista

Gianmaria De Lisio

Cortile Museo Sannitico

Centro storico di Campobasso visto dal museo


giovedì 17 luglio 2014

Vis à Vis - Fuoriluogo 17


Vis à Vis - Fuoriluogo 17 
Artists in Residence Project

Limosano - Oratino
1 - 20 agosto 2014

E’ fissata per il 1 agosto 2014 la data di partenza della terza edizione del progetto artistico “Vis à Vis - Fuoriluogo 17” ideato dall’Associazione culturale “Limiti inchiusi arte contemporanea”.

Vis à Vis è un progetto di residenza per artisti che ormai da tre anni si svolge in Molise e che, a partire dal 2013, si è affiancato all’ormai noto Fuoriluogo, evento che da diciassette anni promuove lo sviluppo delle arti contemporanee nella regione.

Le passate edizioni delle residenze d’artista hanno favorito l’accoglienza di artisti provenienti dall’Italia e dall’estero, vedendo protagonisti nel 2012 i comuni abruzzesi di Carpineto Sinello (CH) e Guilmi (CH), unitamente ai molisani Acquaviva Collecroce (CB) e Montemitro (CB); nel 2013 è la volta di Oratino (CB), che quest’anno è al secondo appuntamento.
Dal 2013 gli sforzi dell’associazione promotrice del progetto si sono concentrati prevalentemente sulla promozione del territorio molisano nel tentativo di ampliare, anno dopo anno, i confini dei comuni coinvolti al fine di rendere l’operazione artistica una esperienza in grado di coinvolgere il maggior numero di abitanti molisani.

La residenza d’artista è una pratica largamente consolidata e ha dimostrato di essere un efficace modus operandi specie se attuato in contesti territoriali di modeste dimensioni. L’artista ospitato dalla comunità è invitato allo studio e alla riflessione sul contesto di riferimento, analizzando aspetti di variegata natura attraverso un’azione diretta e partecipata, priva di filtri e caratterizzata da una reale presenza fisica sul territorio. Gli aspetti analizzati possono spaziare dal dato paesaggistico a quello storico, dallo studio delle tradizioni alla sfera del sociale. A seguito della residenza l’artista dovrà realizzare un’opera d’arte che resterà di proprietà del comune ospitante ed essa sarà il risultato, la sintesi e la rielaborazione delle analisi condotte durante il periodo di permanenza sul territorio. L’arte contemporanea diventa, dunque, la chiave di accesso alla riscoperta del patrimonio locale, favorendo una continuità creativa in linea con la tradizione ma, al contempo, caratterizzata dai tratti propri del linguaggio contemporaneo. L’obiettivo è inserire l'artista contemporaneo e suoi lavori in un contesto organico, non autoreferenziale, ma capace di innescare una serie di sinergie con il territorio e i fruitori, auspicando alla costruzione, nel tempo, di una vera e propria “rete” di opere d’arte contemporanea collocate sul territorio molisano.

L’idea, in sostanza, è quella di utilizzare la consolidata pratica della residenza d’artista come procedimento in grado di apportare nuove formule creative, incentrate sul dialogo con il contesto, fortemente caratterizzato da una tradizione artistica di indiscutibile livello e cospicua produzione. Tale formula permetterà di costruire, nel tempo, un circuito di interesse turistico che possa fungere da volano per lo sviluppo dei comuni coinvolti grazie alla presenza delle opere realizzate da artisti nazionali e internazionali.

Durante la residenza saranno programmati open studio, laboratori didattici e incontri con il pubblico.

Il progetto, a cura di Silvia Valente, coinvolgerà per questa edizione i comuni di Limosano (CB) e Oratino (CB) e vedrà la presenza di due artisti molto diversi fra loro per formazione e poetica: Maria Chiara Calvani (Perugia, 1975) e David Fagioli (Roma, 1968).

Il progetto è ideato dall’Associazione culturale Limiti inchiusi arte contemporanea, sostenuto dall’Assessorato alla Cultura - Regione Molise, dal Comune di Limosano (CB) in collaborazione con l’Associazione Turistica e culturale “Pro-Limosano” e dalComune di Oratino (CB).

Franco Sciusco - La Modella


FRANCO SCIUSCO
"La Modella"
a cura di Umbero Russo

19 / 31 Luglio 2014
Inaugurazione Sabato 19 Luglio 2014 ore 19.00
con performance musicale della flautista
FRANCESCA DEL CIOTTO

Apertura tutti i giorni ore 21.30/24.00
Ingresso Libero

Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 Termoli

Presentazione

Una vocazione spontanea, si direbbe incoercibile, quella che ha condotto Franco Sciusco a dedicarsi fin da adolescente alla pittura, dapprima coltivata nel solco della tradizione figurativa, poi interpretata in modo originale e tutto personale, come intreccio di tele, manipolazione materica, quasi un’esplosione di fremiti e impulsi profondi tradotta in proiezioni informali.

Nell’introduzione al volume Franco Di Tizio ripercorre questo cammino artistico, segnalandone le tappe salienti e citando ampiamente i giudizi della critica qualificata, a testimonianza dei positivi riscontri che l’opera di Sciusco ha sempre ottenuti nel corso, ormai, di più di un trentennio.

Del resto, la sua è un’opera ancora in cammino, che riserba altri interessanti momenti creativi, altre forme di invenzione, nel fertile sviluppo di un’attività che nasce dal fondo più genuino della sua personalità.

«Io penso che nella vita di un artista – dichiara lui stesso – si dica solo una parola, questa parola è scritta nell’opera, in una o in mille opere la parola è sempre la stessa: importante che alla fine dei tempi si sappia». (Umberto Russo) 

FRANCO SCIUSCO, E NATO A ORTONA (CH) NEL 1956 .ESPONE PER LA PRIMA VOLTA A ROMA NEL 1976. IN TRENTACINQUE ANNI DI ARTE SI AFFERMA E OPERA COME ARTISTA INTERNAZIONALE. FIN DAI PRIMI ANNI NOVANTA REALIZZA OPERE CON UNA ORIGINALE TECNICA DI TELE E FOTO TAGLIATE E INTRECCIATE CHE LO ANNO PORTATO AD ESPORRE IN UNA PERSONALE NEL 1994 AL MIAMI BEACH WORL DEXPOSITION (USA).

lunedì 7 luglio 2014

Un_volo_molto_rapido - Greta Rodan

Riporto con piacere questo appello della scrittrice Greta Rodan che si è autoprodotta e sta sponsorizzando il suo libro su FB

"L'evento è finalizzato alla "sponsorizzazione" del libro_canto_racconto di Greta Rodan, volumetto che rappresenta un’ operazione artistico_finanziaria volta alla futura pubblicazione del romanzo della stessa, romanzo che pare essere fuori dagli standard imposti dalle case editrici per la sua “complessità formale e sostanziale”. Ebbene, la Rodan, dopo aver trascorso preziosissimi giorni a commiserarsi ed a sciorinare critiche sul degrado della società contemporanea, ha pensato di trovare occupazioni meno sterili e dedicarsi a questo progetto. 
Il segno di copertina è realizzato a mano dall’autrice, ogni copia è unica.
Pre_fazione e post_fazione sono curate rispettivamente da Manuela Petescia e Camelia Mirescu, grandi professioniste e amiche care, animegemelle.
Un grazie a tutti coloro che vorranno contribuire... state partecipando ad un ottimo disegno e ad una pregevole attesa: ché di scrittura e di Bellezza si possa vivere.
Il contributo è di 5 euro, il libro verrà spedito ovunque, le spese di spedizione sono incluse. Gli estremi per il versamento saranno forniti in privato". (LINK)


giovedì 3 luglio 2014

Anna Di Fusco - White Noise all'Officina Solare


White noise.
Ipotesi monocromatiche
di Anna Di Fusco
A cura di Tommaso Evangelista
6/18 luglio 2014

Inaugurazione domenica 6 luglio ore 19.00
con performance musicale di
ILEANA DE SANTIS
Flautista

Apertura tutti i giorni dalle 21.30 alle 24.00
Ingresso libero
Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 TERMOLI



Presentazione

White noise. Ipotesi monocromatiche di Anna DI Fusco

Quando il particolare è l’assenza non di rado si assiste all’inversione della visione, che da sguardo analitico diventa ipotesi di senso. Il fascino della pittura monocromatica risiede infatti nell’essere una pittura di “grado zero” che alla polisemia cromatica predilige la profonda, e a volte struggente, esplorazione di un unico tono. L’assenza allora diventa tattile e concreta ed ecco perché il monocromo, in fondo, è un’utopia della materia pittorica. La storia dell’arte (e dell’occhio) a riguardo offre infinite suggestioni sulle quali vale la pena, brevemente, soffermarsi per apprezzare quanto possa essere complesso e per nulla banale adottare come poetica, come ha fatto Di Fusco, la ricerca su una gamma limitata di colori e in particolare sul bianco. La definizione è antica. Permonochromata Plinio il Vecchio si riferiva verosimilmente alla preparazione dei dipinti eseguita in bianco e nero e poi colorata con un’unica tinta; Quintiliano parlava invece di una pittura singulis coloribus che parrebbe identificarsi con il chiaroscuro monocromo. Una pittura a tinta unica è stata usata largamente nei secoli, comunque, sia in sussidio di grandi decorazioni murali sia come trattamento di sfondi tanto che l’Angelico nel convento di San Marco ci ha lasciato splendide varianti di bianco, tono su tono: basti a riguardo osservare l’armonia della scena della Trasfigurazione. Il Novecento complica la forma e la visione. Malevič sosteneva un’arte liberata da fini pratici e di rappresentazione, basata sul riconoscimento della supremazia della sensibilità pura, tanto che il suo Bianco su bianco del 1918 è più che altro un’intuizione, poetica come un pensiero; nel 1922 scrisse: «Il suprematismo bianco si spinge verso una natura bianca e priva di oggetti, verso impulsi bianchi, verso una conoscenza ed una purezza bianche come verso lo stadio più alto di ogni realtà, della quiete come del movimento». Arriviamo al secondo Novecento. In Italia si assiste al trionfo del bianco inteso come sdoganamento dagli schemi e ricerca di uno spazio d’azione intensificato, e molti artisti dell’avanguardia hanno percepito questo non-colore come un elemento dalla forte carica simbolica ed energetica. C’è Lucio Fontana che nel 1946, a Buenos Aires, pubblica il Manifiesto Blanco, cercando nello spazialismo una sorta di luogo extra-temporale di sconfine ma ci sono anche i pallidi cretti di Burri, densi come terra, oppure l’ironia dei monocromi di Piero Manzoni o le modulazioni ottiche di Enrico Castellani. Ci sono poi ancora i lavori di Capogrossi, Boetti, Lombardo, Bonalumi, Pascali, Kounellis, Ceroli, tutti alla ricerca di sequenze di bianco che solo il sortilegio della pittura e la personale sensibilità del colore ci aiutano a distinguere. Equilibrio di fondo, purezza, essenzialità oppure disarmonia, cinismo, angoscia, disorganicità. Le opere di Di Fusco, alla luce di tante ed eterogenee influenze, sembrano vivere tra la sensualità materica e barbara di Burri e l’invisibile ricerca di spirito di Fontana, il quale aveva adottato una materialità liberata da qualsiasi atomo realista per mostrare una natura invisibile e celata oltre la superficie. Per l’artista di origini molisane, proveniente da eccellenti prove pittoriche di superamento delle tensioni costruttive, il bianco su bianco degli ultimi lavori è un significativo punto di arrivo nella riuscita rappresentazione di un silenzioso annullamento di tutte le forme adoperate finora. La materia pittorica si compenetra col supporto, compattandosi in costruzioni ritmiche e irregolari ricche di tensioni prospettiche che si percepiscono nelle ombre solide degli spessori. Emerge una spazialità nuova, sensibile al vuoto, dove il tocco della pittrice diventa fenomeno ottico complesso e la tela un tempo sospeso, come la pausa di un rumore. E proprio al rumore ci riporta segretamente il titolo poichéwhite noise in inglese indica il rumore bianco ovvero un particolare tipo di rumore caratterizzato dall'assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante. Tale rumore, simile ad un continuo fruscio, è normalmente usato per mascherare altri suoni, ovvero coprire il rumore in ambienti interni, e in particolari circostanze è indicato per provocare allucinazioni uditive e rilassamento. Sia che osserviamo i monocromi bianchi o quelli neri, oppure le varianti cromatiche in blu, rosso o grigio, impostate su solide increspature di materia, l’idea della pittura come “rumore di fondo” mi sembra particolarmente interessante perché va a cogliere una proprietà essenziale dell’arte contemporanea: la decorazione. L’arte è diventata decorativa perché ha abdicato alla sua funzione narrativa ed universale, sostituendo al racconto l’attimo della sensazione personale che diviene impronta psichica nella ricerca di sintesi astratte. L’arte, come il bianco di Kandinskij, è diventata assoluto divenendo silenzio. Questa inconscia sinestesia ci conduce, pertanto, ad un’altra lucida sperimentazione sul bianco e sul suono. Siamo nel 1951 e Rauschenberg crea i suoi White Paintings, inserendosi nella tradizione dei dipinti monocromatici. L’obiettivo dell’artista era quello di ridurre il dipinto alla sua natura più essenziale, così da condurre l’osservatore verso una forma pura dell’esperienza artistica. I White Paintingsfurono esposti alla Eleanor Ward’s Stable Gallery in New York, nell’Ottobre del 1953, e apparivano semplicemente come tele vuote, completamente bianche. Ma invece che come frutto di un processo distruttivo di riduzione della forma al nulla totale, per apprezzarli è necessario pensarli piuttosto come “schermi ipersensitivi”, o più suggestivamente, affidandosi all’interpretazione che John Cage diede di loro, come “aeroporti di luci, ombre e particelle”. Fu proprio Cage che, ispirato da tali opere, realizzò il suo più famoso e controverso lavoro, intitolato 4’33’’, per qualsiasi strumento musicale. Si tratta di uno spartito bianco poiché la composizione consiste nel non suonare alcuno strumento per la durata di 4 minuti e 33 secondi, rendendo protagonista dell'opera né l’esecutore né tantomeno il compositore, bensì l’ambiente con la sua gamma infinita di manifestazioni acustiche, ovvero col suo white noise. Cage dava spazio alla voce del mondo come Rauschenberg dava corpo all’ambiente in quanto i suoi lavori erano influenzati dalle condizioni esterne “così che potenzialmente – diceva - avresti persino potuto evincere quante persone erano nella stanza”. Il bianco assoluto, come il silenzio, non esiste e tutta la pittura monocroma di Di Fusco cerca di suggerire delle impressioni ambientali ed armoniche ricavate dalla totalità del reale. I lavaggi di colori, gli accostamenti tono su tono, le spatolate e l’uso evidente della traccia, che parrebbero indirizzare verso una pittura d’azione, cercano di modulare gli ambienti in attimi e pause poiché l’intento dell’artista è quello di decorare con i gesti le misure personali, lasciando all’evocazione quella freschezza naturalistica alla quale si arriva per lenta comparazione. Una declinazione della leggerezza e il tentativo di ricomposizione del piano pittorico, ormai saturato dalla materia e per questo in perenne disvelamento attraverso i segni e le tracce lasciate dalla pittrice. L’intento è proprio quello di somministrare al fruitore frammenti sonori, ovvero quel rumore di fondo capace di colorare la vita e senza il quale tutto si perderebbe in un vuoto inquieto. Ma soprattutto c’è il colore, analizzato e sperimentato nella tridimensionalità dell’impasto cromatico, nella sua risonanza interna di sintesi. L’azzeramento della forma, il passaggio dalla decorazione all’evento, per chiudere con Filiberto Menna, è allora inevitabile: «il colore agisce con le sue proprietà dinamiche quantitativamente accettabili e regolabili. Il quadro non rinvia ad un altro di sé, rifiuta ogni rimando metaforico sia pure di ordine soltanto espressivo, per trasformarsi in una struttura oggettiva, al limite impersonale».

Tommaso Evangelista

L’umile come l’artista: dentro il suo sangue, Dio - Intervista di Pier Paolo Giannubilo ad Antonio Pettinicchi


Riproponiamo l’intervista ad Antonio Pettinicchi, pubblicata nel catalogo "I dipinti su La Divina Commedia" (Palladino Editore) che raccoglie le pitture del Maestro esposte nella grande mostra ospitata alla Pinacoteca Dinamica di Campobasso nel marzo-aprile 2002. (su Primonumero)

Campobasso. A quando risalgono le pitture su carta ispirate alla Commedia? 
Più o meno l’intero ciclo è stato terminato in quattro anni, soprattutto nel biennio ’85-’86. Le tavole sono state iniziate, abbandonate temporaneamente, riprese, rifatte, buttate. Non si è trattato di un lavoro fatto di getto.

Lo spunto nacque da una rilettura di Dante, o Dante fu il necessario approdo di una sua meditazione sui temi dell’eternità e dell’aldilà?
Non ho riletto Dante prima di affrontare le pitture. Dante era parte di me da quando l’avevo studiato a scuola. Ma questo è stato un bene: se avessi riletto Dante a ridosso del lavoro, credo che sarei stato meno libero, avrei sentito l’istinto di essergli più fedele.

Quali tavole sono state composte per prime? 
È andata così. All’inizio mi sono cimentato con l’Inferno e il Liceo dove insegnavo ha allestito subito una mostra. Poi mi è venuta voglia di continuare su quella scia e ho dipinto anche le altre due cantiche. Avevo già messo nell’Inferno personaggi legati alla lussuria, l’avidità, l’ira: sono gli aspetti che ho trovato più interessanti. Una personaggio che ho amato rappresentare è stato Gerione. L’ho dipinto come una biscia dalla figura umana dai tanti occhi. In realtà volevo raffigurare l’uomo che vuole tenere in mano le redini di tutto, avido di soldi e potere, con quegli occhi che vedono ogni cosa, se tu lavori, se sei fermo, gli occhi che spiano. Del Purgatorio invece mi hanno affascinato maggiormente le situazioni umane, terrene, come gli incontri con Casella il cantore e con quelli che piangono e dicono di volere piangere, perché in quel momento hanno bisogno di farlo. Mi piacevano quei penitenti che vogliono piangere, piuttosto che parlare, che desiderano diventare anime in tutto e per tutto, e andarsene via…

La vera novità, per quanto riguarda i personaggi, è stata però il Paradiso. Contrariamente a Dante, che è riuscito più suggestivo e potente nell’Inferno, gli aspetti più originali della sua Divina Commedia sono in quel Paradiso degli artisti e degli umili, dove volano i poveri per essere consolati: madri con bambini, persone con zappe o strumenti musicali in mano e berretti in testa, con bicchieri e tazze accanto a loro, fino a Gesù Cristo che spezza il pane…
Nel Paradiso mi sono sbizzarrito. Mi stava particolarmente a cuore inserire nei luoghi della beatitudine non i santi, che già c’erano, ma la gente comune, quegli uomini e donne che io consideravo martiri. I miei beati del popolo li ho posti accanto a poeti, pittori, musicisti. Lo meritavano, il martirio l’avevano sopportato davvero. Quella famiglia del Codacchio, per esempio, che arrivava nella mia Lucito per elemosinare un tozzo di pane, un po’ di olio e un pezzo di lardo. Raccattavano alla festa di San Giuseppe tutto quello che potevano, mettevano tutto dentro. Si accontentavano perché avevano forza morale e spirituale. Sopravvivevano, nient’altro. Ho fatto beati i coltivatori col bidente insieme ai rivoluzionari: Marat e Masaniello, uno innamorato della giustizia la cui lotta alla fine non fu capita: come accade sempre, del resto, a quelli che si occupano di queste cose.
C’è un personaggio che vola in cielo col trombone in mano. È Persichillo. Era un suonatore di trombone che non aveva pari. Non aveva studiato al Conservatorio, era autodidatta, si era formato ascoltando suonatori di bombardino. Quando soffiava nello strumento si sentiva a tre chilometri, aveva una potenza di fiato e un accordo favolosi. Il suo non era un suono “inutile”, non so se riesco a spiegarmi. Sapeva fare emozionare. Quando vedo un quadro di Caravaggio, io provo sollievo. Apprezzo la vita. Una tela di Van Gogh, di Gauguin, rivela l’interiorità di uomini che hanno un’aspirazione, una visione superiore. È come se essi hanno, dentro il sangue, Dio. Sono dei “protetti” da Dio. Quando leggi Leopardi, in quelle parole c’è tutto. Caravaggio e Leopardi sono santi o no? Questi artisti sono stati traforati dal Padreterno. Le sinfonie di Mahler danno i brividi. “Gianni Schicchi” e la “Bohème” di Puccini, la storia della zimarra venduta al banco dei pegni per comprare le medicine alla tisica Mimì… Quando ascolti quel canto capisci che c’è gente trapassata da Dio. Significa che lì dentro c’è la mano di Dio. E allo stesso modo Dio è nei contadini, cioè in quei personaggi che io dipingo e che non sono solo contadini, ma così li chiamano e va bene lo stesso... La loro resistenza, la loro capacità di vivere rivela la presenza di una forza superiore che li abita. È uno sbocco naturale, per loro, il Paradiso.

Secondo la legge del contrappasso?
Già. Ricordo uno storpio, che se ne stava sempre vicino ad una cartolibreria nel centro di Campobasso a chiedere l’elemosina. Anche lui va in cielo, fugge e fa finalmente quello che non ha potuto fare sulla faccia della terra…

Ma nel Paradiso di Pettinicchi non mancano neppure i personaggi danteschi in senso stretto.
San Bonaventura, San Francesco, un uomo vicino a noi, che si accontentava del pane e dell’acqua. I mistici, che entrano ed escono dall’aria, mentre l’aria entra ed esce da loro, nello spazio infinito, quindi in Dio.

Lei in una lettera a un critico ha scritto: “Sono attaccato alla mia terra e agli uomini che ci stanno e cerco nel mio lavoro di farli parlare. Nelle cose che mi stanno davanti c’è il reale, il surreale e l’essenziale. Questi pochi uomini liberi li amo; ne condivido le angosce, le sconfitte, le pesanti rassegnazioni e l’attesa della fine. Questa visione l’avevo già quando giravo a piedi per queste terre. Ora sono più accanito a considerare le vicende umane di questi luoghi per trarne, per quanto posso, gli echi e le risonanze tragiche che possiedono”. Di anni ne sono passati altri 17, dall’85. È ancora vivo, il senso di questa ricerca dolorosa, per Antonio Pettinicchi?
Non è propriamente una visione dolorosa. Perché in questa gente c’è la vita, e la vita supera il dolore. Il catalogo della mia prossima antologica si intitolerà “Penitenti in attesa”. Tutti noi sulla terra siamo penitenti, alcuni sono più penitenti di tutti gli altri: e a quelli io cerco di dare la vita. Le figure che rappresento escono da me dopo che io gli ho posto in testa l’aureola: sono per lo più uomini tritati, che hanno sofferto ingiustizie enormi, ma hanno resistito fin quando hanno potuto.

L’ingiustizia nei confronti del mondo che lei ha amato è un dato immodificabile?
Quelli che governano hanno studiato i filosofi, Dante, Manzoni, Leopardi. Sono credenti, vanno a messa. Sono colti. Da loro gli uomini si aspettano qualcosa, ma loro sono sordi. Vorremmo aspettarci gioia e invece alla fine, sulla terra, siamo tutti nemici.

Quali sono state le tappe principali della sua carriera di pittore? Come è iniziato tutto e cosa ha significato per lei il lungo contatto con la terra molisana e la città di Campobasso in particolare?
Bisogna partire dalla scuola. Mio padre, prima di iscriverci all’Istituto magistrale, ci aveva mandato alla scuole industriali. C’era un esame di ammissione e noi non sapevamo nulla. A Lucito si mangiava e si beveva, nient’altro. Avevo dodici anni, quando arrivai a Campobasso. Andavo bene in Disegno. In un giorno di giugno mi arrivò una lettera della scuola per gli “Agonali” di disegno, le gare della scuola fascista. Mio padre mi proibì di andarci, mia madre si oppose alla sua decisione, mi preparò una frittata, mi fece andare a letto presto e a mezzanotte mi svegliò per la partenza. Arrivai a Campobasso alle 7.30, dopo 35 chilometri a piedi. Facevo Lucito-Campobasso sempre a piedi, anche quando avevamo giorni di vacanza per neve. Andavo e tornavo da Lucito senza mezzi, con la neve alta. Era una vita da poveraccio, ma era bella perché ero pieno di vigoria fisica. Poi finii all’Istituto Magistrale. Ero un tipo timoroso, me ne stavo nascosto all’ultimo banco, non parlavo. Abitavo nei pressi del passaggio a livello insieme a mio fratello: io cucinavo e lui rassettava. Una mattina - mi alzavo prestissimo - avevo visto un’alba e la ritrassi sulla lavagna coi gessetti colorati. Ci misi dieci minuti, più o meno: allora l’orario non era così rigido fra un’ora e l’altra, si parlava, passava del tempo. Il professore di Disegno, che si chiamava Trivisonno, entrò in classe e chiese: “Chi ha fatto questo disegno?”. Io, naturalmente, tacevo. I compagni mi indicarono. Il professore allora disse: “Tu in questa scuola non ci devi stare, devi fare l’artista”. Da allora cominciò ad aiutarmi, mettendomi 10 nella sua materia. Ma mio padre non volle saperne, si impuntò, dovevo continuare e terminare gli studi da maestro. In realtà nelle altre materie andavo piuttosto maluccio. Però Trivisonno mi fece frequentare il suo studio per un po’, mi fece capire tante cose, era coltissimo. Poi feci il Liceo Artistico, privatamente, a Napoli. Acquisii la padronanza del disegno raffigurando le mani e i piedi dei contadini di Lucito. A Napoli l’ambiente era diverso da quello del mio paese. Stavamo soli, io e mio fratello, sempre io a cucinare e lui a rassettare. Anche a Napoli feci incontri giusti, con professori che mi volevano bene. Si può dire che l’Accademia di Belle Arti mi liberò. Quando andai lì, ero pavido. Durante gli esercizi di riproduzione avevo paura nel maneggiare il pennello. Poi il professore Emilio Notte mi si avvicinò e mi disse: “Afferra il pennello all’estremità superiore e butta colore, con libertà assoluta, senza paura”. Io non avevo un soldo in tasca, mai. Mai una lira. Erano tempi difficili, ma rifarei quella vita con entusiasmo. Abitavamo in uno stanzino, avevamo solo una piccola spiritiera, su cui preparavamo per lo più maccheroni e frittata, frittata e maccheroni. Per mesi. Mio fratello studiava ingegneria e portava i conti, studiavamo. Queste sono le cose belle che io ricordo, tutto il resto - Dante, anche la pittura stessa - è marginale rispetto alla vita, alla vita che uno ha fatto. Il professore di incisione mi portava le lastre di zinco nuove o mi faceva lavorare sul retro di lastre già usate. A Napoli finalmente potevo studiare in biblioteche ricchissime, a Campobasso non esistevano biblioteche con libri di storia dell’arte illustrati, o a colori. Ricordo questo problema delle fotografie in bianco e nero. Non ci si capiva niente, è chiaro. Quando mi accostai a Gauguin, Cezanne, quando a Milano vidi nel ’50 tutto Van Gogh, a Brera Tintoretto che mi sconvolse, poi Tiziano, fu meraviglioso. Un momento importante fu la partecipazione alla Biennale internazionale di Venezia, che funzionava per accettazione, non per inviti come adesso. C’era una commissione di critici e pittori che decideva chi avrebbe partecipato e chi no. Io ero tornato a Lucito, avevo comprato il torchio per le incisioni, sempre grazie ai soldi di mia madre che per accontentarmi e mettere da parte qualcosa vendeva lenzuola. Mio padre continuava ad essere contrario: “Che devi fare, tu? il pittore?” Mandai delle acqueforti, un gruppo di acqueforti. Su 6000-7000 opere ne selezionarono 300, fra cui le mie. Quando arrivò la lettera da Venezia, andai a farmi un quarto di vino. Tutto qua. Ero contento, ma anche allora ero distaccato da quello che ruotava intorno al mondo dell’arte. Tutti i miei cataloghi li ho persi, li perdo in continuazione, non sono bravo a raccogliere e ordinare le cose che mi riguardano. Non ci tengo. E quando devo trovare una cosa, sono sicuro che non troverò nulla.

Perché decise di tornare in Molise?
Ho avuto più possibilità di restarmene lontano. Mi chiesero di fare l’assistente al Liceo artistico di Napoli. Rifiutai, anche se adesso rimpiango quella decisione. Ebbi dei guai in famiglia, e contemporaneamente il posto qui nella scuola. Avevo da pensare a vari problemi. Ripeto: rispetto alla vita, tutto sembra una stupidaggine, qualsiasi altra scelta passa in secondo piano.

Come non si può parlare della Divina Commedia senza Dio, così non possiamo parlare di un artista contemporaneo che ha lavorato sui temi e le metafore dell’aldilà cristiano senza interrogarci su come funziona o ha funzionato il rapporto tra Pettinicchi e Dio.
Durante la vita da studente ho sofferto, sia a Campobasso che a Napoli. Qualche volta mia madre riusciva a spedirci un po’ di carne da Lucito, altrimenti fagioli e peperoni fritti, e uova. Cataste di gusci coprivano la casa, non li buttavamo neppure. Dio significa grandiosità, immensità. Noi significhiamo piccolezza. La nostra vita significa piccolezza. L’immensità ci copre, ci assorbe. Io credo. Da sempre. E credo proprio perché parto da questa piccolezza. Una figura religiosa a cui sono molto legato è la Madonna. Quando penso a lei intensamente avverto ancora oggi come dei rumori. Ti racconto un episodio. Una volta, nei pressi delle Quercigliole, dove c’è una cappellina, mi ero fermato a pregare la Madre di Dio. Feci proprio questo pensiero: se mi sente, deve comparire un serpente. Nello stesso istante ne passarono due. Mi si drizzarono i capelli in testa ed ebbi paura. Non dovevo aver paura, oggi che ci penso capisco che ho fatto un grave errore. Avrei dovuto restare lì, invece fuggii…

Lei ha dipinto un mondo spesso torchiato dalla sofferenza. Con il passare del tempo gli uomini e la società soffrono di più o di meno?
Questo non lo so: se ne occupa la filosofia. Ma posso dire che per me l’uomo della Divina Commedia è un uomo scalfito, un uomo che si decompone. È per questo che su alcuni soggetti continuo a metterci l’aureola. La materia di molti uomini, la materia, i muscoli, se ne va. La visione dell’uomo è drammatica. Non è propriamente una visione tragica dell’esistenza. È una visione drammatica. È diverso. Gli uomini che mi interessano artisticamente sono gonfi di spirito, dentro, hanno sofferto, la loro spiritualità è aumentata, mentre il corpo si liquefa. È questa l’immagine dell’uomo che ho.

Campobasso, che è il centro e il simbolo di tutto il Molise, è radicalmente cambiata rispetto al passato. In bene o in male?
Direi in bene. Non posso fare a meno di pensare al benessere materiale, alle cose, alla tecnologia. Carne, pesce, cibo. Ma in fondo non so se questo è un fatto positivo o meno. Siamo coperti di cose, però io non so il “dentro” delle persone com’è: io le persone le vedo cadenti. Forse mi sbaglio, sono io ad essere cadente e poiché riproduco sempre me stesso nelle pitture - come se in ciò che dipingo facessi solo autoritratti che non si somigliano - le vedo cadenti. Non so rispondere.

Il maestro Pettinicchi ha detto che non ama fare filosofia…
No, no, stavo scherzando. Io sono un ottimo filosofo. Su questo si può stare tranquilli…

… ma, oggi come oggi, è possibile per un artista lanciare ancora un messaggio positivo a quelli che verranno?
Io dico semplicemente una cosa: il motore di tutto è il lavoro. Artista o macellaio, il lavoro in sé ti costruisce dentro. È la base di tutto, qualunque lavoro. Purché fatto senza lagnarsi.

L’etica del lavoro?
L’etica del lavoro.

Le piace parlare più della vita, che dell’arte, vero? 
Esatto. Quando si arriva a una certa soglia non posso più rispondere, perché il “dentro” mi si sfiata. E non posso permetterlo. Il “dentro” deve essere forte. Se io parlo troppo, mi si sgonfia l’anima, è come diventare un’altra persona, perdi energia. Ci sono cose che non puoi comunicare, vanno tenute esclusivamente per te. Gli altri, se sanno leggere, leggono. Questa mia Divina Commedia è una lettura, no? Non dimenticherò mai quel critico che veniva a vedere le mostre e passava quasi correndo davanti ai quadri dando un’occhiata distratta. Parlare troppo intorno alle cose a volte non aiuta. Bisogna saper leggere, i libri come i quadri. Tu che ne dici, professore? Va bene, così come è andata?

Certamente.
Benissimo. Allora abbiamo finito…

Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri


“Mi permetto di ripetere questo che dice il Profeta, ascoltate bene: «Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, / delle loro lance faranno falci; / una nazione non alzerà più la spada / contro
un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra». Ma quando accadrà questo? Che bel giorno sarà, nel quale le armi saranno smontate, per essere trasformate in strumenti di lavoro!
Che bel giorno sarà quello! E questo è possibile! Scommettiamo sulla speranza, sulla speranza della pace, e sarà possibile!”
(Papa Francesco, Angelus, Piazza San Pietro, 1 dicembre 2013)

Un uomo la cui azione è costantemente e pervicacemente rivolta alla speranza e alla necessità della pace, un reale costruttore di pace capace di fermare il bombardamento della Siria con la forza del digiuno e della preghiera e di invitare israeliani e palestinesi in Vaticano per una preghiera comune finalizzata alla pace in Medio Oriente: questa mostra composta da quindici artisti contemporanei intende essere un omaggio a Papa Francesco e alla sua azione costante verso l’edificazione della pace nel mondo, troppo spesso vista come una semplice utopia.
Il titolo della mostra è ripreso da un celebre passo di Isaia (2, 1-5)- citato dallo stesso pontefice nell’Angelus del 1 dicembre 2013- che si riferisce alla profezia di una pace universale ed è stato tra l’altro uno dei riferimenti per la stessa scelta del nome del centro di arte contemporanea dell’Unimol, visto come spazio di condivisione multiculturale delle arti viste come strumenti di dialogo, contro ogni forma di odio e di discriminazione.
La mostra vuole dunque trattare il tema della pace legandolo al lavoro degli artisti- costruttori per eccellenza- e di artisti che da tempo nelle loro opere lavorano come “artigiani pazienti che cercano quel che unisce e mettono da parte quel che divide” (come ha detto lo stesso Papa Francesco, citando San Giovanni XXIII, il 15 giugno 2014 nella sua visita alla Comunità di Sant’Egidio), testimoni di un dialogo sempre possibile tra culture, fedi, paesi e visioni differenti, e che va ricercato costantemente allontanando l’odio e cercando l’amicizia. 
Cercando di evitare ogni possibile rischio di banalizzazione, sono stati invitati artisti che da tempo hanno trattato i temi legati alla mostra con una seria visione critica, lavorando in modo diverso ma rigoroso sul tema della pace attraverso ottiche, strumenti e riferimenti diversi, come Alì Assaf, che in un suo video ha trattato in modo metaforico ed efficace la tragedia dei naufragi dei migranti che fuggono dalla guerra per trovare la morte sulle carrette del mare; Paolo Borrelli e la sua mappatura simbolica dei conflitti che formano la dinamica vitale del mondo, in un viaggio per immagini e concetti dove lo scontro e l’incontro possono assumere connotazioni differenti; Bruno Canova, deportato in un lager tedesco durante la seconda guerra mondiale, che sin dalla fine degli anni sessanta ha realizzato un lungo ciclo sui disastri della guerra dove ha una parte importante la persecuzione dei diritti e delle vite degli ebrei sotto i regimi totalitari nazista e fascista;
Sergio Ceccotti con i suoi quadri dove un falciatore allude alla speranza della pace mentre intorno la guerra esplode in un mondo indifferente; Stefania Fabrizi che con il suo velo dove un uomo dagli occhi coperti allude al Cristo bendato e percosso, simbolo di tutta l’umanità torturata e offesa dalla violenza; Susanne Kessler, con il suo albero che da serpente oscuro si trasforma in un ulivo di pace dal simbolico colore dorato; Federico Lombardo con le sue maternità, dove l’abbraccio tra la madre e il figlio compone il primo nucleo di un mondo dedicato non più alla morte, ma allo sviluppo pacifico della vita; Ernesto Morales, giovane artista argentino conterraneo di Francesco, che dipinge cieli simbolici liberi da minacce di guerra; Massimo Orsi che con le sue bandiere riflette sui conflitti in Medio Oriente, in Iraq e nel mondo arabo proponendo però una speranza di pace; Cosimo Paiano con la sua palma metaforica che vuole alludere alla speranza di pace e agli immigrati che giungono in Italia dal nord Africa; Tobia Ravà con il suo simbolico e spirituale bosco-giardino della Torah, fatto di parole di pace; Sandro Sanna con il suo mosaico dorato che allude a una Gerusalemme pacificata e punto di incontro di religioni e culture; Marco Verrelli con i suoi bombardieri disarmati che si trasformano in macchine pacifiche di lavoro benefico proprio come le spade mutate in aratri della profezia di Isaia.

5 luglio - 30 settembre
Dal 5 luglio alle 10.00 al 30 settembre alle 20.00

Unimol
via F. de Sanctis, 1, 86100 Campobasso
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