domenica 22 dicembre 2013

Molise a colori



"Molise a colori", paesaggi e tradizioni a mano libera a cura di Gianluca Di Lonardo. Una selezione di disegni a mano libera raffiguranti scene del territorio molisano in mostra a Chiauci (IS), presso la Sala San Giorgio Martire dal 22 dicembre al 6 gennaio (h. 16-20), ingresso gratuito. Inaugurazione domenica 22 dicembre ore 18.30. In collaborazione con il Comune di Chiauci, l'Associazione Culturale "l'Incontro" ed il centro parrocchiale San Giorgio Martire di Chiauci.

Campana e sonus - Percussioni Ketoniche


Percussioni Ketoniche e Fonderia Marinelli presentano Campana e Sonus. Interazioni fra campane, metalli e percussioni. Domenica 22 dicembre all'auditorium Parco della Musica a Roma.

martedì 17 dicembre 2013

Di Stefano. Pagus Mundi Magis


Nella galleria del Museo Regionale di Capodistria saranno presentate le opere del nuovo ciclo pittorico del giovane artista molisano Paride Di Stefano. La serie pittorica dal titolo Pagus Mundi Magis sara' accompagnata anche da una serie di video eseguiti dallo stesso artista e da una performance durante il vernissage. Inaugurazione 18 dicembre ore 19.

domenica 15 dicembre 2013

Ritorno alla forma La linea figurativa e realistica nell’arte molisana del Novecento


Ritorno alla forma
La linea figurativa e realistica nell’arte molisana del Novecento

A cura di
Francesca Della Ventura
Tommaso Evangelista

Col patrocinio di
PROVINCIA DI CAMPOBASSO

21 dicembre 2013 / 12 febbraio 2014

Inaugurazione sabato 21 dicembre ore 18.00

Galleria Artes Contemporanea
Viale Elena, 60, Campobasso

Artisti:
Antonio D’Attellis
Antonio Di Toro
Walter Genua
Giovanni Manocchio
Giulio Oriente
Leo Paglione
Gilda Pansiotti D’Amico
Rodolfo Papa
Antonio Pettinicchi
Marcello Scarano
Amedeo Trivisonno
Vincenzo Ucciferri

Abstract

Una delle peculiarità dell’arte molisana contemporanea è stata quella di non aver mai smarrito una spiccata linea figurativa. Fuori dalle correnti più significative, lambita solo superficialmente dalle tensioni del Futurismo, lontananel dopoguerra dai dibattiti sull’astrattismo, la regione ha mantenuto intatta un modo di saper dipingere e scolpire che affonda molte radici nella tradizione più nobile dell’arte italiana. Il merito principale del perdurare di tale tendenza è da ascrivere soprattutto a Amedeo Trivisonno e Marcello Scarano. Mentre il primo, Trivisonno, ha creato una vera e propria “scuola” formando diversi validi artisti in relazione, in particolare, all’arte sacra autentica, Scarano ha ispirato una ricerca sempre sulla forma ma letta in chiave maggiormente espressiva e intimista. I dibattiti sorti agli inizi degli anni Sessanta, di rottura e tensione, e liberazione di un’arte non più legata alla forma ma al concetto, andavano contro gli epigoni e gli esponenti meno innovativi della pittura, i cosiddetti “pittori della domenica”, ma mai contro i grandi maestri. Una collettiva sulla linea figurativa e realistica nell’arte molisana è un atto dovuto alla storia della regione per fissare alcuni punti certi, per riscoprire maestri dimenticati e soprattutto per mostrare un’arte sempre attuale e mai anacronistica, fatta di sapere tecnico e progettuale ma anche di spiccate doti creative; è anche un’occasione di studio e di approfondimento su artisti significativi del Novecento. Oltre alle opere di artisti storici si sono voluti esporre anche i lavori di pittori che, pur nel perdurare delle correnti e degli “ismi”, non hanno mai abbandonato il pennello e la forma. La collettiva ha diversi pregi. Ha la pretesa di concentrare su poche pareti un secolo di arte molisana seguendo la linea della forma; vuol presentare una rassegna quanto più completa ed esplicativa degli artisti figurativi molisani, ovvero di quei pittori che maggiormente hanno indagato la raffigurazione, mostrando legami, derivazioni e ispirazioni; cerca di rivalutare contesti poco indagati dalla critica, mostrando un ambiente estremamente vitale e di forte spessore tecnico e qualitativo. Parlare della forma significa indagare l’intima natura dell’arte, capace di schiudere, nel gesto personale del rappresentare, la visione concreta e spirituale dell’artista chiamato a farsi carico del reale per comunicarlo all’esterno. Se l’astratto è tensione emotiva e riconfigurazione in chiave sintetica dell’idea, la costruzione sulla e intorno alla figura comporta un perenne agire sulla struttura interna del dipinto per veicolare, nello scontro tra immagine e percezione, una personale osservazione sull’unicità del mondo.

giovedì 12 dicembre 2013

Presentazione calendario Sipbc Onlus-Molise


Isernia in punta d'inconscio - P.A.C.I

comunicato stampa

Il critico d’estetica contemporanea Paolo Meneghetti parlerà, chiudendo l’Esposizione Collettiva d’Arte Contemporanea “P.A.C.I. 2013”. Ospitata presso l’Auditorium d’Isernia, in questa hanno partecipato i poeti, i pittori, i fotografi, gli scultori del Molise... e non (essendo il suo bando aperto a tutto il territorio nazionale). Precisamente, nella serata conclusiva, l’’Associazione Culturale “SM’ART”, organizzatrice dell’esposizione, procederà alle singole premiazioni. Paolo Meneghetti, assieme alla storica dell’arte Gioia Cativa, ha curato la selezione sulla pittura, la scultura e e la fotografia. Alla serata conclusiva, parlerà anche il Prof. Luigi Alfiero Medea, critico letterario. Egli ha curato la selezione delle poesie. Paolo Meneghetti, nella sua prolusione d’estetica, ci ricorda che la città d’Isernia è circondata dai monti, nella loro conca. Essa ha un borgo antico, lungo il “cuneo” d’un pendio. Gli artisti in mostra (in tutto, una trentina) quasi riconfigurerebbero la conca fra i monti, nell’abbraccio con le opere, così da elevarle sentimentalmente. Paolo Meneghetti citerà la poesia di Rainer Maria Rilke e di Fernando Pessoa, interpretandole però in via psicanalitica. Per il primo, esisterà la “conca” dei fiori, dove il nostro sguardo “dormirebbe” profondamente. Per il secondo, la poesia dovrà “abbracciare” la mente, portando con la sua universalità “all’abdicazione” d’ogni senso. Nella serata conclusiva del 15 Dicembre, l’Organizzazione conferirà quattro premi: uno per sezione (per la pittura, la scultura, la fotografia e la poesia).

Ha scritto Paolo Meneghetti, nel catalogo ufficiale dell’Esposizione:
< ...L’inconscio degli artisti si percepirebbe come una “conca”, della mente che pensi. Allora, loro ricercheranno la “punta”… della Verità. Qualcosa che “sgonfi” l’empasse della mente, nel suo inconscio (quando i pensieri sarebbero tortuosi). In effetti, gli artisti ci mostrano una via ascensionale sia più tratti sia varie forme (specie per quelle circolari). Sarebbe il “cuneo” della Verità, mosso spiritualmente tramite “l’abbraccio” del nostro sguardo... >

giovedì 5 dicembre 2013

Ri-Letture - Personale di Salvatore Amedei


SALVATORE AMEDEI
"Ri-Letture"
A cura di Tommaso Evangelista
7 / 23 dicembre 2013
Inaugurazione sabato 7 dicembre 2013 ore 18.30
Apertura tutti i girni 18.30 / 20.30
Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 Termoli




Ri-Letture
Opere di Salvatore Amedei


Le parodie e le caricature sono le critiche più acute
Aldous Huxley

La storia dell’arte, soprattutto negli ultimi anni, è ricca di riletture e rimandi, riflessioni su opere del passato e interpretazioni dei lavori di grandi artisti. Il concetto di citazione, sdoganato dal significato etico ed operativo che poteva avere nell’arte moderna dove la copia era omaggio ai grandi maestri, acquisizione dello stile e rimodulazione delle forme, vive oggi nella tensione tra anacronismo e postmoderno poiché spesse volte la lettura non è altro che un meccanismo per destrutturare il messaggio. La Pietà di Michelangelo di Jan Fabre, vista come scheletro, o le infinite variazioni sul Cenacolo di Leonardo, o ancora le insufficienti attualizzazioni fotografiche di opere celeberrime, con l’eccesso della visione conducono tutte alla perdita dell’aura dell’opera originale e di quella riprodotta. C’è sottotraccia un’estetica della decadenza che legge i capolavori come vanitas, producendo estreme valutazioni sulla morte (dell’arte), perché essa stessa è incapace di generare bellezza. Ci si appella alla storia, all’arte sacra figurativa, come se solo nella ricerca della verità si potesse sopravvivere alla mancanza di senso, ed ecco allora che ritornano, negate, le categorie assolute di universalità, figuratività, bellezza e narratività. In tali infiniti, e inutili, tentativi di significato ci sono a volte delle piacevoli eccezioni e l’opera di Amedei si colloca proprio in questa categoria. Classe 1985, dopo un corso triennale alla Scuola Internazionale di Comics inizia a lavorare come disegnatore di fumetti maturando un’espressione personale e perfettamente riconoscibile che coniuga la caricatura alla riduzione dei tratti, attraverso una grafia che semplifica le forme e addolcisce i colori, e uno stile cartoon genericamente anti-naturalistico. Negli ultimi anni, sperimentando il bianco e nero come colori esclusivi di campitura, è arrivato ad effetti calligrafici di grande suggestione con le figure che emergono da un intelligente lavoro di inchiostrazione. Il segno semplice ma curatissimo e pulito, rotondeggiante e dinamico, senza tratteggi, campiture, modulazioni o mezzi toni, costruisce le forme attraverso contrasti monocromi, giocando sui contorni e la composizione che si avvale quasi sempre di un punto di vista frontale. L’ispirazione giunge dalle opere d’arte del passato, in particolare del Novecento, che non diventano mai aridi anacronismi o mancati tentativi di aggiornamento bensì genuine attualizzazioni rese divertenti dalla grafica fumettistica e dalla semplificazione dei soggetti. In assenza di vignette Amedei è capace di raccontare una storia, anche con una sola immagine, inserendo nella scena elementi contemporanei, richiamando il presente e il contesto territoriale, suggerendo sviluppi e dinamiche, e richiamando quasi un racconto unitario come se i personaggi delle diverse tele facessero parte di un unico affresco corale. LaPietà di Michelangelo o la Madre morta di Schiele, le donne di Modigliani o gli inquietanti personaggi di Gotico americano di Wood, figure semplici e immediate, vagamente picassiane in alcune scomposizioni formali e anatomiche, appaiono uscite tutte da un surreale museo immaginario. L’assenza dei colori esalta gesti ed espressioni e fissa, nell’immobilità spiazzante del monocromo, un rumore di fondo capace di legare tele e personaggi in un racconto che attinge dal più banale vissuto forme, oggetti e situazioni per trasfigurare il tutto in immagine segnica e onirica, grottesca e ironica, spiazzante e dolce. Solo con questa visione del mondo (e dell’arte), innocente e sognante, è possibile accostarsi ai capolavori del passato senza disintegrarne l’aura, attingendo formule e idee nuove nel tentativo diacronico dell’omaggio. Del resto la parodia è lo sguardo disincantato del mondo.

Tommaso Evangelista

martedì 3 dicembre 2013

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di essi se ne ricordano)”. Arte pubblica a Pesche

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta 
(ma pochi di essi se ne ricordano)” 

Bambini e artisti leggono il Presepe
Intervento d’arte pubblica nel centro storico di Pesche

A cura di
Tommaso Evangelista

In collaborazione 
con la scuola primaria di Pesche-Pettoranello

7 dicembre 2013 / 6 gennaio 2014

Inaugurazione 7 dicembre ore 17.00

Col patrocinio di
Comune di Pesche
Pro Pesche
I Presepi nel Presepe

Artisti partecipanti
Salvatore Amedei, Nino Barone, Giancarlo Civerra, Mariagrazia Colasanto, Lucia Di Miceli, Laura Luvi Fratangelo, Sara Iafigliola, Kunos, Manuel Malatesta, Cinzia Mastropaolo, Pop, Mauro Rea, Antonio Tramontano, Cristina Valerio, Veruska Ileana, Ivana Volpe

Con le installazioni di
Valentino Robbio

Luoghi
Le riproduzioni delle opere degli artisti saranno allestite lungo via di arciprete biondi, nel centro storico di Pesche. Nella sede della Pro-Loco, lungo le scalinate, invece, saranno allestiti i 16 disegni originali dei bambini oltre a tutti i disegni realizzati dalla scuola elementare di Pesche. Lo spazio accoglierà inoltre le installazioni di Valentino Robbio.


Presentazione

Nell’ambito della XIV edizione del concorso nazionale I Presepi nel Presepe organizzato dal comune di Pesche durante il periodo natalizio, e che vede il centro storico del paese trasformato in un museo a cielo aperto per l’installazione di presepi artistici e per la presenza di molte altre iniziative culturali, anche quest’anno si è voluta programmare una collettiva d’arte contemporanea. La formula, sperimentata con successo già nei precedenti anni, è quella di selezionare un tema specifico sul quale far lavorare gli artisti ed esporre l’opera realizzata, stampata su supporto da esterno, nel paese, per allestire una sorta di galleria urbana. L’intervento, che segue le dinamiche dell’arte pubblica, mira a riqualificare specifici spazi del centro storico e ad arricchire l’offerta “visiva” della manifestazione con uno sguardo al contemporaneo. Nelle precedenti edizioni si è lavorato sul concetto di famiglia (“La famiglia in vetrina. Ipotesi contemporanee sul concetto di unione”) e sull’idea del viaggio (“Quelli che vanno”), in riferimento a tematiche desunte dall’iconografia del presepe. Quest’anno, in collaborazione con la scuola primaria di Pesche-Pettoranello, si è scelto di lavorare con i bambini, come ricorda anche il titolo dell’evento che riprende una celebre frase di Antoine de Saint-Exupéry. Ai bambini di tutte le classi è stato chiesto di lavorare sull’immagine del Presepe, realizzando ognuno un singolo disegno legato ad un particolare personaggio o a un dettaglio della storia sacra. Di questi disegni sono stati successivamente selezionati 16 che a loro volta sono stati inviati ad altrettanti artisti. Gli artisti, in digitale o in “analogico”, hanno rielaborato il disegno del bambino offrendo una visione parallela e trasversale dell’opera, filtrata dal personale sentire. E’ emerso un mondo contemporaneamente onirico e vitale, corrispondente alle idee e ai segni dei piccoli ma capace di andare oltre, spingendosi per i sentieri delicati della forma, alla ricerca delle origini e di un senso intimo e interno che i disegni sembrano trattenere in maniera tanto immediata. La difficoltà degli artisti nel lavorare sulle opere dei bambini deriva appunto dal filtro che la società fa scendere sulla visione e sull’immaginazione, con conseguente smarrimento della purezza dell’idea, perché come riferiva giustamente Picasso «Tutti i bambini sono artisti nati, il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi». Nell’incontro (scontro) tra queste due modalità di osservare l’arte e il mondo, quella dei bambini e quella degli artisti, spesse volte si nasconde il segreto della grandezza espressiva di una poetica. Se il pensiero creativo infantile, infatti, è libero da sovrastrutture, legato esclusivamente all’immediatezza dell’osservazione, quello degli adulti, plasmato dall’esperienza e dalle convenzioni, può correre il rischio di smarrire la bellezza dell’innocenza e la grandezza dello stupore. Lo scopo della collettiva, quindi, seguendo la traccia iconografica del presepe, è stato quello di ripercorrere in senso inverso tale strada alla ricerca di archetipi e concetti che fossero quanto più possibili universali, alla scoperta di quel realismo naturale, frutto di schemi innati, e di quell’abilità visiva astratta che caratterizza tutta l’arte infantile e molte poetiche contemporanee. Anche la modalità espositiva, ovvero l’installazione delle riproduzioni delle opere tra i vicoli del borgo antico di Pesche, del resto, non fa che rimarcare la funzione itinerante dell’arte chiamata oggi più che mai a confrontarsi con gli spazi e con i luoghi dell’agire collettivo, nel tentativo disperato di salvarne il senso. Camminare è parlare, parlare è memoria, memoria è azione che permette all’individuo “teleoggettivo” e accecato di riterritorializzarsi, di riscoprire la propria tradizione e storia. Come scriveva De Certeau «ciò che spinge a camminare sono le reliquie del senso». E’ da queste reliquie, resti di tutte le finzioni del mondo salvate dalla purezza dei più piccoli, prendono origine le interpretazioni degli artisti. Opere alla ricerca di un senso nel singolare cammino nel mondo.

Tommaso Evangelista


dettagli





lunedì 18 novembre 2013

Molise - Un'altra storia - Settimana di eventi a Roma

Dal 22 novembre al 1 dicembre
oltre una ventina di iniziative in Garbatella

ROMA - Una settimana di eventi disseminati in diversi luoghi della Capitale – concentrati soprattutto nel quartiere Garbatella - per avvicinarsi alla più sconosciuta regione del Mezzogiorno. Oggi un po’ più conosciuta grazie alle location dell’ultimo film di Checco Zalone, “Sole a catinelle”.

E’ la missione di “Molise, un’altra Storia”, 26 iniziative riunite in un unico evento, che avranno luogo tra venerdì 22 novembre e domenica 1 dicembre con la regia del Formez PA, ente che attua progetti delle pubbliche amministrazioni, e il supporto di Regioni Lazio e Molise, Comune di Roma, VIII Municipio, Cna, Camera di Commercio, Millepiani (spazio condiviso di professionisti orientati all’innovazione) e associazione Forche Caudine (storico circolo dei molisani a Roma). L'evento gode del patrocinio di Expo 2015.

Ricco il programma che comprende otto mostre distribuite in altrettanti siti (dall’omaggio al disegnatore molisano Jacovitti a quelle su musei, castelli, folklore, agricoltura, emigrazione e memoria storica), spettacoli tradizionali, presentazioni librarie, esposizioni enogastronomiche ed artigianali (originale l’incontro tra gli artigiani molisani – creatori di zampogne, campane, coltelli e oggetti in pietra e rame - con il movimento romano dei makers, cioè gli artigiani digitali globalizzati).

“Molise, un’altra Storia”, con un logo in caratteri oschi che ne rimarca la prevalenza culturale, include anche un seminario sul Molise rivolto agli studenti delle scuole “creative” della Capitale (Accademia di belle arti, Istituto europeo di design, Istituto Rossellini cinetv, Quasar, Magica e Rufa), appuntamenti sulla mobilità sostenibile (con associazioni di trekking, biciclette e treni) e sull’integrazione degli immigrati (a cura di Arci Solidarietà ed Opera Nomadi), un incontro sull’apporto dei circa cinquemila operatori commerciali d’origine molisana che lavorano nella Capitale, per lo più ristoratori, profumieri. sarti e tassisti. 

Molta attesa per lo sbarco delle tante prelibatezze molisane presso il Mercato Garbatella di via Passino. Il periodo è quello del tartufo bianco, di cui il Molise è il maggior produttore europeo. Ma spazio anche ai celebri formaggi (tra cui la “stracciata”, prodotto a metà strada tra ricotta e mozzarella), al salume “ventricina”, allo straordinario vitigno autoctono Tintilia. Previsti laboratori del gusto e abbinamenti tra prodotto e territorio.

Nel corso della manifestazione l’VIII Municipio metterà a disposizione guide turistiche per visite guidate della Garbatella e animazione per i bambini.

Programma: www.moliseunaltrastoria.it - Informazioni: info@forchecaudine.it.

domenica 17 novembre 2013

Achille Pace su carta

Domenica 17 novembre alle ore 18.30 presso la Feltrinelli di Latina nuovo appuntamento con Mad on paper - La Feltrinelli - Maestri su “la scala rossa”, per questa occasione l’evento prevede l’inaugurazione della mostra personale del Maestro Achille Pace dal titolo “Achille Pace su carta”, a cura di Fabio D’Achille.

Come scrive il Maestro Achille Pace: “Il 1960 chiude un’epoca che aveva dimostrato che la razionalità non era stata una soluzione valida per evitare il grande conflitto. Ho attraversato l’informale con tutta la precarietà esistenziale, il senso di smarrimento e di disorientamento che la guerra aveva lasciato. Ho subito avvertito la necessità di uscire da una condizione esistenziale senza certezze e di trovare uno sbocco verso una mia identità. Ho quindi lottato con me stesso per riuscire finalmente ad individuare un mezzo che mi consentisse di esprimermi in termini di maggior ordine e maggior rigore, pur conservando il concetto di formatività del segno , affidato ad un procedimento in azione, momento per momento, non a un progetto predefinito. La mia pittura non è la classica metafora del reale. Essa è affidata all’idea di ‘concetto’, che sostituisce la rappresentazione fisica degli oggetti con una proposta di coinvolgimento mentale del fruitore. La povertà del mezzo usato e la ristrettezza dell’intervento segnico sulla superficie della tela, consistente in un campo neutro, di solito monocromo , di un tono variabile dal grigio al nero fumo, inserisce la tipologia delle mie opere nel filone dell’arte minimal e dell’arte povera, anche se quest’ultimo aspetto viene poco evidenziato dalla critica militante attuale che preferisce attribuirmi il ruolo di ‘poeta del filo’ pur riconoscendo il valore di liricità e di esistenzialità come messaggio fondamentale che le mie opere trasmettono”.

“Il mio lavoro richiede materiali che ho usato dalla fine degli anni ’50 ad oggi - prosegue il Maestro Pace -. Il filo di cotone, la stoffa e la terra sono tre elementi che predominano nelle mie composizioni ed è opportuno ch’io spieghi cosa essi significano per me. La mia poetica, cioè la mia scelta operativa mi ha portato a scegliere materiali che per se stessi siano i più naturali possibile. Sono materiali che, presi a se sono non espressivi, come appunto un filo o un pezzo di stoffa, la terra, la sabbia o un pezzo di legno. Sono inespressivi. Il riscatto della materia avviene attraverso la creatività. Il filo è un altro materiale povero, così anche la terra, ma sia l’uno che l’altra possono diventare linguaggio, possono esprimersi attraverso l’azione dell’artista. Il filo ha un valore anche simbolico, come anche la terra. D’altra parte, l’arte è sempre simbolica, procede sempre dal tipo all’archetipo e dunque, un filo diventa discorso logico, diventa psiche, diventa pensiero e, naturalmente, tutto questo diventa azione. Quello che è importante è che l’operazione o il concetto operativo parta sempre dall’idea quando si vuole creare. Il concetto deve essere abbinato alla materia creativa, perché esso, da solo, non è sufficiente; deve essere valido, deve contenere in sè la creatività”.

“Col materiale che adopero - spiega inoltre Achille Pace - le possibilità creative sono molto maggiori di quelle che avrei da un altro materiale che io poi, tra l’altro, sento meno... Questi due o tre materiali io li porto avanti da trentacinque anni e li trovo affini al mio modo di pensare ma quello che maggiormente mi rappresenta e nel quale mi identifico totalmente è il filo di cotone. Il motivo per cui ho assunto questo materiale è stato di ordine creativo, cioè, mi sono chiesto che cos’è la creatività. Ricordando un po’ il principio della Genesi, che è già descritta nel primo capitolo dell’Antico Testamento, ho verificato che la genesi è interpretata in tanti modi che, comunque, vogliono dire creatività, creazione. Ora, la creazione deve avere un principio e nell’arte specialmente deve avere un sistema, un metodo, quello che si dice una poetica, per la quale, nel mio caso,il filo procede dal punto, quel punto che trova nel suo procedere,momento per momento, quindi nel tempo e nello spazio esecutivo, la formatività di un’immagine. Esso, nel suo distendersi diventa forma, la forma in fieri, forma-formante, forma che è in formazione. Ecco, in questo senso il filo mi risponde molto bene a quello che era il mio interesse per ciò che è la creatività. È un concetto che si esprime attraverso la creatività, e il filo è per me l’elemento più idoneo, essenziale e concettuale per esprimere appunto un’immagine che non ha riferimenti né con la terminologia naturale né con altre, ma solo col processo creativo”.

La mostra sarà aperta al pubblico fino al 14 dicembre il lunedì dalle 16 alle 20 e dal martedì alla domenica orario continuato 9-20. Lo rende noto MAD - Museo d’Arte Diffusa.

mercoledì 13 novembre 2013

L'officina di San Vincenzo


Ed(ipovisione)


ED(IPOVISIONE)
da Edipo Re di Sofocle

Regia, scene e luci NICOLA MACOLINO

TEATRO SAVOIA CAMPOBASSO
19 NOVEMBRE 2013 H. 21.00


Produzione ABRAXAS LAB 
con Giulio Maroncelli, Barbara Petti, Michele Mariano e con Gloria Di Biase, Antonio, D’onofrio, Letizia Iammarino, Antonio Iantomasi, Renzo Iantomasi, Antonella Macolino, Gennaro Santarelli, Mariaconcetta Santoianni, Antonio Soprano, Emanuela Vitulli, costumi Marina Miozza, regia, scene e luci Nicola Macolino.


NOTE DI REGIA

A cosa servono gli occhi se non ci permettono di vedere il male che commettiamo?

Cosa fa di un essere umano un “diverso”?

I temi della vista e della percezione sono centrali in Ed-Ipovisione: Edipo è colui che, non sapendolo, commette del male, poiché è incapace di leggere con chiarezza tutti gli accadimenti della sua esistenza, è colui che si acceca con la convinzione che gli occhi siano solo ingannevoli strumenti attraverso i quali l'uomo crede di acquisire una conoscenza della realtà, senza mai riuscirci, poiché l'essenziale è invisibile allo sguardo.

Se vivere in società significa dover accettare l'autorità dominante, condividere le regole che questa ha stabilito e sottomettersi al potere, anche se si è il potere, Edipo, contravvenendo a queste norme, si trasforma in un fattore di rottura dell'ordine, di sovvertimento dei codici condivisi dalla collettività ed assorbe su di sé lo stigma, il marchio, di una devianza fisica e morale, a causa dell'incapacità del potere di sopportare la diversità.

In questa "mia" tragedia, la Sfinge, come fosse un'attrazione circense, si reca quotidianamente sul suo “luogo di lavoro” per consumare i resti delle sue vittime, pazientemente catalogati e disinfettati dalla sua fedele assistente Anubi, accompagnatrice delle anime dei morti. Tiresia, pseudoscienziato transessuale, fa dei suoi escrementi strumenti di divinazione. Creonte, in canottiera e pistola, si ostina nella sua rude ars retorica, nel tentativo di trovare un capro espiatorio da punire ed allontanare. Edipo si prepara a combattere, scrutando il mondo attraverso una lente che distorce la sua percezione. Giocasta, immobile sul trono di Laio, in preda a deliri di identità, cerca di soddisfare il suo istinto materno attraverso oggetti perturbanti che minacciano di ucciderla. Una presenza inquietante si insinua tra la folla per disinfettare l'ambiente dalle impurità. Mentre un coro di "moderni medici della peste", figure in perenne lutto, ignare del senso di quanto accade, li osserva, li accompagna, ride, piange, gioca, decifra enigmi.

I personaggi di Ed-Ipovisione, inseriti in una dimensione atemporale ed asettica, vagano confusamente nello spazio scenico, quasi senza percepire la presenza dell'altro, ognuno racchiuso nella propria dimensione solipsistica e incomunicabile. Tra flash, visite oculistiche, funerali, rumori assordanti, urla, troni e macchinari, questa tragedia, totalmente riscritta, è concepita e costruita rielaborando codici e linguaggi che riflettono sulla complessità contemporanea.


Prevendita su Campobasso: 
presso Associazione Musicale Thelonious Monk (Ex-ONMI) 
Via Muricchio 1, dal lunedì al venerdì 16,00 20,00 Tel. 087498805

Info e prenotazioni:
Abraxas Lab 338 3183197

lunedì 11 novembre 2013

Oasi della natura artificiale - L'opera aperta di Gino Marotta

Di seguito il testo critico di Lorenzo Canova, curatore della mostra di Gino Marotta all'Ex-Gil di Campobasso. Maggiori informazioni e materiale (foto e testi) si possono trovare sul sito della Fondazione Molise Cultura.


OASI DELLA NATURA ARTIFICIALE
L’opera aperta di Gino Marotta

Lorenzo Canova

Palme, siepi e querce che sorgono dal pavimento, foreste di menta che inquadrano lo spazio in un modulo cubico, rinoceronti, giraffe e tigri che in un cono temporale riportano fino al paleolitico, cicloni e alberi elettrici che seguono il tracciato del laser in pulsanti vibrazioni di led luminosi: Gino Marotta, a un anno dalla sua scomparsa, torna a Campobasso con sessanta opere negli splendidi spazi di quella Ex GIL al cui recupero aveva dedicato una grandissima e costante attenzione. 

Questa grande mostra nella sua regione e città di origine, a cui Gino Marotta comprensibilmente teneva in modo speciale, non rappresenta solo un omaggio a un grande protagonista della cultura italiana e internazionale, ma una prova tangibile della vitalità creativa e della grande forza costruttiva di un uomo che ha sempre saputo rinnovarsi e mettersi in gioco fino agli ultimi giorni, cercando sempre nuove soluzioni tecniche, formali e concettuali e senza temere relazioni e confronti affascinanti e pericolosi, come nella sua mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma dello scorso anno. 

Il risultato di questa mostra rispecchia dunque pienamente il suo progetto, nell’idea di apertura e sconfinamento che ha segnato costantemente il suo lavoro, seguendo la visione di sviluppo del futurismo elaborata nel fecondo clima della Roma degli anni sessanta di cui Marotta è stato uno degli assoluti protagonisti, elaborando tra i primissimi i codici fondanti dell’environment, di quell’opera-ambiente i cui spazi immersivi devono assorbire e coinvolgere totalmente lo spettatore in modo multisensoriale, come accade nella sua Foresta di Menta del 1968. Questo capolavoro, esposto nel Teatro delle mostre a Roma proprio nel 1968 e che per fortuna ha rivisto recentemente la luce dopo anni di oblio, apre non a caso la mostra di Campobasso per fare entrare gli spettatori nel mondo magico dell’artista, assorbendoli nel suo avvolgente abbraccio fatto di liane artificiali, di profumi e sapori, fondendo l’elemento visivo, tattile, olfattivo e gustativo come se si sprofondasse tra le alghe di un lago di menta e realizzando in modo geniale le intuizioni dell’arte polisensoriale teorizzata da Marinetti. L’unicità della Foresta di Menta è tuttavia anche quella di legare tutte le ricerche di Marotta coniugando la sua ironia e il suo sguardo ludico al rigore progettuale che lo ha sempre visto dialogare col design e l’architettura, in un modulo cubico che, nella sua raffinata sintesi polimaterica, dialoga in modo paritario con le ricerche poveriste e con il minimalismo, a cui aggiunge una qualità tutta italiana della scansione prospettica e della concezione cromatica, dove le strisce di plastica fremono di vibrazioni di verde nella stasi o nel movimento generato dall’attraversamento dei visitatori. 

Non casualmente la stessa idea di inglobamento dello spettatore nello spazio, nell’architettura, nella luce e nel colore dell’opera, che provoca un sottile e raffinato senso di disorientamento, si ritrova anche nel solenne Cronotopo virtuale del 2011, altra opera-ambiente che conclude l’arco temporale dei lavori esposti. Qui l’artista, incidendole col laser percorso dalla luce artificiale, ripercorre alcune immagini portanti della sua carriera, costruendo un piccolo labirinto traslucido dove la scatola prospettica si scompone e si sovrappone in una simultaneità iconica di punti di vista e di intrecci spazio-temporali incastrati in un luogo apparentemente accogliente ma che ha il potere di ribaltare e mettere in crisi le nostre certezze percettive. 

Seguendo dunque la seconda matrice della sua opera, derivata dalla Metafisica di Giorgio de Chirico, che tra l’altro lo aiutò in occasione del suo primo arrivo a Roma da ragazzo, Marotta struttura le sue opere sul modello di una geometria in cui i punti prospettici si sincronizzano in un gioco di chiusure e di vuoti, di volumi architettonici e di rivelazioni matematiche, dosando in modo sapiente anche la dialettica di contrasti e armonie delle luci e delle ombre. Marotta accende così i colori pop che lo stesso de Chirico aveva anticipato nei suoi quadri ricevendo l’omaggio dei suoi ammirati e più giovani continuatori, rischia cromatismi acidi e si immerge in tenebre splendenti di magnifici riflessi sintetici e industriali che ci regalano tutta la sua sfarzosa e rigorosissima intensità della sua visione cromatico-pittorica. 

La mostra di Campobasso, nei suoi spazi aperti dove le opere conversano liberamente, evidenzia ancora una volta come Marotta sia stato uno dei veri artisti totali del secondo novecento, prosecutore della visione dell’artista polimorfico rinascimentale e barocco, capace di fondere pittura, scultura e architettura, di raggiungere il design e di contribuire all’apertura verso l’opera ambientale e la dimensione dello spettacolo, in una declinazione anche elettronica, con l’uso del neon prima e poi con i led delle sue ultime opere che pulsano nel buio come costellazioni artificiali nate dal suo pensiero costruttivo. 

L’interesse di Marotta per l’elemento artificiale rimodellato dal pensiero e dalla mano dell’artista, in dialogo attivo e propositivo con il mondo della produzione e dell’industria è del resto evidente sin dal Bandone del 1958, in cui la suggestione informale dialoga con il contesto internazionale del nouveau réalisme e del new dada nel riutilizzo dei materiali di recupero a cui l’artista imprime tuttavia una direzione architettonico-costruttiva del tutto personale che lo porta presto alle pitture-oggetto dei primissimi anni sessanta e al successivo uso di quel metacrilato che diventa il suo materiale di elezione. 

Sono gli anni in cui l’artista entra in rapporto diretto con quel contesto internazionale che ha portato alla pop art, a cui Marotta dà un originale contributo proprio con i suoi metacrilati, dove fonde le sue esperienze progettuali di designer alla sua sintesi iconica e strutturale che ha dato un senso nuovo al concetto stesso di scultura. 

Marotta, infatti, non ha rinnegato il rapporto con la produzione industriale, ma lo ha posto al centro delle sue opere nate dalla sua azione disegnativa e progettuale. Così è stata la materia plastica la protagonista di questo intenso dialogo che Marotta ha intrapreso seguendo quell’idea costruttiva che negli anni Cinquanta e Sessanta ha reso l’Italia un esempio per moltissime ricerche internazionali. 

Attraverso il metacrilato, l’artista ha superato l’idea statica della scultura spostandosi, parallelamente ad alcuni compagni di strada, proprio verso l’esito (già intuito dai futuristi) dell’arte ambientale, di nuovo quell’environment in cui l’opera si apre per fare entrare lo spettatore al centro del suo nucleo strutturale. Quest’idea di spalancare l’arte alla dimensione della vita conduce così a installazioni dove è diventato centrale l’interesse di Marotta per la dialettica e il confronto tra naturale e artificiale. 

In queste opere degli anni sessanta e primissimi settanta, difatti, gli alberi, i boschi, le palme, gli animali, il mare e la pioggia sono di metacrilato, spesso con inserimenti di neon, per annunciare le metamorfosi della modernità di un’arte che trasforma e modella il paesaggio, ma anche per celebrare industrialmente il sentimento elegiaco della perdita, la nostalgia per un mondo rurale in via di estinzione, come quello del suo Molise. 

Nell’età dell’oro della Roma degli anni sessanta, Marotta approda allora alla dimensione aperta e collettiva dello spettacolo, come territorio di dialogo e interazione per le arti sulla linea inaugurata proprio dal futurismo. Muovendo da questi presupposti, e soprattutto nel suo lungo sodalizio con Carmelo Bene, dal film Salomè fino agli spettacoli teatrali Nostra Signora dei Turchi e Hommelette for Hamlet, Marotta sposta in modo quasi naturale la sua attenzione verso una dimensione legata al teatro e al cinema, intesi come forme espressive che immergono e coinvolgono lo spettatore nello spazio dell’opera. 

Marotta, con le sue Veneri artificiali che citano l’immagine della Venere e Amore di Lucas Cranach ma usando comunque materiali extrapittorici e metacrilato, ha poi anticipato il contesto di recupero della storia dell’arte degli anni ottanta, nel cui contesto si collocano la grande installazione in pietra Le rovine dell’Isola di Altilia della Biennale di Venezia del 1984 (un omaggio all’area archeologica dell’antica città romana di Sepino, i cui resti sorgono non lontano da Campobasso e a cui l’artista era molto legato) e la straordinaria scenografia di Hommelette for Hamlet (1987) che vale a Marotta il Premio Ubu nel 1988, in una nuova stagione degli anni ottanta che mostra un artista allo stesso tempo differente e coerente rispetto alle esperienze precedenti. 

Tuttavia, mai appagato dai risultati raggiunti, Marotta, dalla fine degli anni novanta in poi, rinnova i suoi metacrilati, facendone quadri, sculture e installazioni con inserti digitali e di led luminosi come il citato Cronotopo virtuale .

In questa e nuova e felice stagione, l’artista si è concesso anche il lusso elegante di una pittura in cui, come de Chirico con la sua Neo-Metafisica, Marotta gioca con il suo mondo iconografico componendo opere di misteriosa sospensione in cui tutto viene preso da un vento enigmatico di leggerezza che fa volare le cose nel turbine leggero e fremente di una stesura lieve e raffinatissima formata su una visione composita e impalpabile, allo stesso antica nel suo rigore e futuribile nel suo immaginario. 

In questo senso si comprende di nuovo come una mostra di Gino Marotta non sia fatta da una serie di opere in successione, ma come formi al contrario una sola grande opera ambientale che gli spettatori potranno percorrere come una splendida avventura in un mondo fantastico, composto dall’integrazione totale di installazioni, scultura e pittura, in una dimensione aperta e spettacolare che si dona alla vita per abbattere i confini tradizionali formando nuovi codici spaziali e costruttivi. 

Nella fusione di tutti questi elementi di questa opera unica e aperta, i diversi capitoli tracciati da Marotta si stagliano con energia nelle prospettive tese e rilucenti delle sale rinnovate della Ex GIL, dialogano con lo spazio e formano nuove relazioni tra le loro modulazioni e il loro impianto costruttivo, i colori acidi e squillanti si armonizzano con le oscure trasparenze dell’Oasi d’ombra che si distende verso la Foresta di Menta e il Corteo di dromedari, i Fenicotteri artificiali sembrano essere volati via dall’Oasi coloratissima e rispecchiata nelle vetrate dell’Hortus conclusus con il suo serpente blu e la sua giraffa rosa che mangia un fiore, lirica anticipazione della Ninfea blu che sboccia nel buio con le sue onde azzurre riflesse nelle sculture di luce, vibrazioni ininterrotte del genio elettrico di Gino Marotta che continua ancora a regalare nuove visioni e nuove splendenti rivelazioni.






Gino Marotta all'Ex-Gil




GINO MAROTTA
a cura di Lorenzo Canova

Palazzo EX GIL
Fondazione Molise Cultura
Via Milano 15/ Via Gorizia 86100 Campobasso

conferenza stampa sabato 16 novembre 2013 ore 11

inaugurazione sabato 16 novembre 2013 ore 18

Una grande mostra di Gino Marotta (Campobasso 1935- Roma 2012) inaugurerà sabato 16 novembre le splendide sale espositive della Fondazione Molise Cultura nel restaurato palazzo della Ex GIL di Campobasso progettato dall’architetto Domenico Filippone. 

La mostra (curata da Lorenzo Canova, docente di storia dell’arte contemporanea dell’Università del Molise e Sovrintendente della Fondazione Molise Cultura) nasce come un grande omaggio a Gino Marotta nella sua regione e nella sua città di nascita, a un anno esatto di distanza dalla sua scomparsa, e sviluppa un progetto, al quale ha lavorato fino ai suoi ultimi giorni, pensato proprio per gli spazi del palazzo della Ex GIL a cui l’artista era particolarmente legato. 

Raccolte intorno a otto grandi installazioni, saranno dunque esposte sessanta grandi opere pittoriche e scultoree di Marotta che coprono più di cinquanta anni di lavoro, dal Bandone del 1958 fino al Cronotopo virtuale del 2011, in un percorso che non rappresenta solo un dovuto tributo a un grande protagonista della cultura italiana e internazionale, ma una dimostrazione tangibile della vitalità creativa e della grande forza costruttiva di un uomo che ha sempre saputo rinnovarsi e mettersi in gioco, cercando sempre nuove soluzioni tecniche, formali e concettuali

Sarà possibile dunque ammirare una splendida selezione dei metacrilati di Marotta: palme, siepi e querce che sorgono dal pavimento, foreste di menta che inquadrano lo spazio in un modulo cubico, rinoceronti, giraffe e tigri che in un cono temporale riportano fino al paleolitico, cicloni e alberi elettrici che seguono il tracciato del laser in pulsanti vibrazioni di led luminosi. 

Il risultato di questa mostra rispecchia dunque pienamente l’idea di apertura e sconfinamento che ha sempre segnato il lavoro di Marotta, seguendo la visione di sviluppo del futurismo elaborata nel fecondo clima della Roma degli anni sessanta di cui l’artista è stato uno degli assoluti protagonisti, elaborando tra i primissimi i codici fondanti dell’environment, di quell’opera-ambiente i cui spazi immersivi devono assorbire e coinvolgere totalmente lo spettatore in modo multisensoriale, come accade nella sua Foresta di Menta del 1968. Questo capolavoro apre non a caso la mostra di Campobasso per fare entrare gli spettatori nel mondo magico dell’artista, assorbendoli nel suo avvolgente abbraccio fatto di liane artificiali, di profumi e sapori, fondendo l’elemento visivo, tattile, olfattivo e gustativo. 

L’esposizione, nei suoi spazi aperti dove le opere conversano liberamente tra loro, dimostra ancora una volta come Marotta sia stato uno dei veri artisti totali del secondo novecento, prosecutore della visione dell’artista polimorfico rinascimentale e barocco, capace di fondere pittura, scultura e architettura, di raggiungere il design e di contribuire all’apertura verso l’opera ambientale e la dimensione dello spettacolo, in una declinazione anche elettronica, con l’uso del neon prima e poi con i led delle sue ultime opere che pulsano nel buio come costellazioni artificiali nate dal suo pensiero costruttivo. 

Si potranno ammirare anche i grandi quadri degli ultimi anni in cui Marotta gioca con il suo mondo iconografico componendo opere di misteriosa sospensione dove tutto viene preso da un vento enigmatico di leggerezza che fa volare le cose nel turbine leggero e fremente di una stesura lieve e raffinatissima formata su una visione composita e impalpabile, allo stesso antica nel suo rigore e futuribile nella sua visionarietà iconica. 

Nella fusione di tutti questi elementi di questa opera unica e aperta, i diversi capitoli tracciati da Marotta si stagliano con energia nelle prospettive tese e rilucenti delle sale rinnovate della Ex GIL, dialogano con lo spazio e formano nuove relazioni tra le loro modulazioni e il loro impianto costruttivo, i colori acidi e squillanti si armonizzano con le oscure trasparenze dell’Oasi d’ombra che si distende verso la Foresta di Menta e il Corteo di dromedari, i Fenicotteri artificiali sembrano essere volati via dall’Oasi coloratissima e rispecchiata nelle vetrate dell’Hortus conclusus con il suo serpente blu e la sua giraffa rosa che mangia un fiore, lirica anticipazione della Ninfea blu che sboccia nel buio con le sue onde azzurre riflesse nelle sculture di luce, vibrazioni ininterrotte del genio elettrico di Gino Marotta che continua ancora a regalare nuove visioni e nuove splendenti rivelazioni. 

Per l’occasione sarà stampato un catalogo pubblicato da Maretti Editore dove saranno pubblicate le immagini delle opere di Marotta già installate negli spazi della Ex GIL. 

Conferenza stampa sabato 16 novembre 2013 ore 11 

Interventi: 
Paolo di Laura Frattura 
Presidente Regione Molise
Fondazione Molise Cultura
Sandro Arco
Direttore Fondazione Molise Cultura
Lorenzo Canova
Università del Molise- Sovrintendente Fondazione Molise Cultura - Curatore della mostra

Seguirà visita guidata alla mostra per la stampa 

Nel pomeriggio
Inaugurazione e apertura al pubblico sabato 16 novembre 2013 ore 18
Alle 19 cocktail dinner in collaborazione con 
Cantine D’Uva; Pastificio La Molisana; Onav sezione di Campobasso

GINO MAROTTA
Palazzo EX GIL
Fondazione Molise Cultura
Via Milano 15/ Via Gorizia 86100 Campobasso
16 Novembre 2013 – 28 febbraio 2014
Orari: Lun - Ven. 10,00/ 13,00 - Lun. e Merc. 15,30/ 18,00
Info e Prenotazioni Tel. 0874/314383 Fax 0874/437388 Cell. 3891018993 www.fondazionecultura.it
mostra organizzata con la collaborazione scientifica dell’ARATRO, Archivio delle Arti Elettroniche – Laboratorio per l’Arte Contemporanea dell’Università del Molise
Catalogo: Maretti Editore

Nicola Continelli


sabato 9 novembre 2013

Street Gallery 2 - Tag Experience - Collettiva di street art a Termoli




STREET GALLERY II – TAG EXPERIENCE
Artisti

DES - SMAKE - NORH - SMOH - MOE – MESS TOO - KUNOS - KENO -XEROX –CARTO – ICKS – POP – ZIGO – VOLPE - LUVI


9 / 21 novembre
Inaugurazione 9 novembre 18.30

Apertura
Tutti i giorni 18.30 / 20.30
Ingresso Libero

Officina Solare Gallery
Via Marconi 2, Termoli (CB)

A cura di Kunos e Tommaso Evangelista

[...] La comunicazione visiva di un messaggio avviene attraverso dei segni, delle lettere e delle immagini. La scrittura è uno dei primi sistemi di interazione, per elaborare e produrre un significato, ma è anche, se letta come semplice segno grafico, una forma espressiva indipendente dotata di una propria bellezza, regola e riproducibilità. La doppia valenza comunicativa della scrittura per il writer, estetica e nominale, permette l’intensificazione del significato attraverso la ricerca sul significante. Se è vero che tutte le scritture sono grafiche, è parimenti esatto dire che tutte le grafiche sono scritture. Un “pezzo” quindi non è mai né una semplice opera figurativa né tantomeno un testo, bensì una forma complessa e organica di comunicazione da leggere in una prospettiva diacronica. Le esperienze testimoniate nella collettiva, seconda edizione della rassegna sulla street art ospitata all’Officina Solare, sono diverse: si va dalla semplice tag a scritture più elaborate, dai disegni su supporti differenti a composizioni di lettere e parole fino ad installazioni concettuali, affrontando un discorso espositivo e visuale tutto incentrato sulla scrittura (e sull’azione dello scrivere) come elemento immediato di comunicazione e come settore fondante della street art. Tag, poesia visiva, lettering, decorazione, sono i campi di ricerca con l’idea di voler saturare l’ambiente attraverso l’ossessione della grafica e della compilazione, della vertigine della lista e dell’horror vacui. Se il segno (punto, linea e superficie), che diventerà disegno o parola, è il primo elemento grafico col quale abbiamo a che fare quando siamo bambini, la parola che diventa segno è un momento parimenti significativo, nel sistema contemporaneo dell’arte, per riflettere sulla durata e sulla fruibilità, sulla centralità del messaggio-comunicazione e sull’odierna iconoclastia. Come ci racconta Moe infatti «Sempre più spesso si apprezza l'effetto di un "murales" o di un fumetto/illustrazione fatto con gli spray, non considerando cosa c'è dietro: le basi per la diffusione del fenomeno "aerosol art" sono state poste da chi disegnava lettering. Senza i precursori che hanno generato questa fotta, oggi il 95% degli street artist non saprebbero cosa fare».

Tommaso Evangelista

lunedì 28 ottobre 2013

Camusac Cassino Museo Arte Contemporanea ai confini della regione

Ai confini della regione, esattamente a Cassino, è stato inaugurato recentemente il Camusac Cassimo Museo Arte Contemporanea che nella linea territoriale tra Napoli e Roma, e tra Tirreno e Adriatico, viene a colmare un vuoto espositivo d'arte contemporanea presentando una raccolta privata di assoluta qualità e prestigio, incentrata sulle arti e gli artisti più rappresentativi degli ultimi anni.Tra le espressioni più rappresentate l'arte povera, la minimal art, l'arte concettuale e la land art.


Di seguito un articolo di Alessandra Pinchera da Milano Arte Expo

Camusac Cassino Museo Arte Contemporanea – di Alessandra Pinchera per Milano Arte Expo – Ai piedi della millenaria Abbazia benedettina di Montecassino (vediMAPPA) apre i battenti il museo dedicato all’arte contemporanea. Passione per l’arte e condivisione della cultura: queste le ragioni della nascita del Camusac, nuovo museo dedicato alle arti figurative contemporanee, inaugurato a Cassino lo scorso 12 ottobre 2013. In barba a chi dice che l’arte è ormai un accessorio inutile. Ne dimostra il contrario la tenacia della famiglia Longo che, a dispetto della avvilente condizione culturale con la quale conviviamo, ha deciso di investire proprio in cultura. >

Un ex edificio industriale di proprietà della Longo Spa, intelligentemente adibito a “museo di riuso”, è diventato così dimora di una preziosa collezione privata, accresciuta nel tempo dalla lungimiranza di Sergio e Maria Longo, imprenditori cassinati, che nell’arco di quasi trent’anni le hanno dato corpo e che ora la svelano al pubblico con l’intento di un’illuminata condivisione culturale. Il museo, affidato alla cura di Bruno Corà, si propone come organismo museale attivo nella valorizzazione e nella divulgazione delle arti visive contemporanee in una prospettiva di ampio respiro. Oltre alla cospicua collezione permanente, per la quale è previsto un criterio espositivo ciclico che permetterà la sua totale visibilità al pubblico, la Fondazione Camusac si propone nel futuro di pensare a mostre temporanee e promuovere convegni, laboratori didattici e seminari di ricerca.

Anselmo, Boetti, Merz, Horn, Kounellis, Pistoletto, Paladino, Jodice, Poirer, Bourgeois sono solo alcuni dei nomi presenti all’appello della vasta raccolta, in parte militante e in parte già storicizzata, della famiglia Longo. Artisti che, nella convivenza delle loro singolari esperienze artistiche, sono lo specchio affascinante della grande vastità fenomenologica dell’arte contemporanea, caratterizzata da linguaggi, tecniche e modalità espressive diversissimi tra di loro.
Le opere esposte al Camusac restituiscono in maniera sorprendente questo linguaggio internazionale in continua evoluzione che oggi si esplicita con soluzioni creative libere e mezzi tra i più svariati, segnando e sottolineando una netta e decisa frattura con l’arte del passato.
Le istallazioni minimaliste costruttivo-architettoniche di Sol le Witt, le toccanti riflessioni psicologiche di Rebecca Horn, la scultura concettuale di Paolini, le sperimentazioni materiche di Peppe Penone, la fotografia di Nubuyoshi Araki, il polimaterismo oggettuale di Jannis Kounellissono solo alcune delle affascinanti testimonianze concrete del mondo creativo vivo e pulsante dei nostri giorni esposte al Camusac. Un mondo che continua ancora a creare e cercare arte come necessità atavica, a dispetto di un’evoluzione tecnologica crescente e di un selvaggio senso pratico che sembrano inevitabilmente inghiottire l’interiorità umana che è matrice dell’arte.

Camusac non è solo esposizione permanente, ma anche parco sculture allestito nel giardino adiacente al museo con un’attualissima e eterogenea collezione plastica a cielo aperto. Interventi segnici di Nunzio, Mattiacci e Pettena convivono con le strutture dal sapore ambientale di Saito, Pepper e Le Witt insieme alla figurazione di Pistoletto, Paladino e Plensa. Diversificazioni tipologiche, quindi, e libere soluzioni creative donano alla collezione un’anima poliedrica, che proprio nella sua molteplicità trova il suo prezioso collante: la coerenza decisionale della famiglia Longo stuzzicata e sollecitata –in un’ottica assolutamente avanguardistica- dalle disparate esperienze del mondo internazionale dell’arte.
Con il tradizionale taglio del nastro inaugurale, il Camusac si valorizza ulteriormente grazie alla mostra temporanea – curata anch’essa di Bruno Corà – Infinito riflesso. Opere di Enrico Castellani e Shigeru Saito che si protrarrà fino al 12 gennaio 2014. Le tele monocrome estroflesse di Castellani sono accostate alle strutture metalliche del giovanissimo scultore giapponese Saito: il maestro e l’esordiente accomunati, quindi, da un comune senso di ricerca spaziale che se in Castellani si esplicita tramite l’incidenza luminosa scaturita dalla lavorazione della tela, in Saito trova corpo nel gioco plastico delle grandi, lucenti strutture. Lo stesso scultore giapponese riconosce nelle proprie opere esposte una vera ispirazione desunta dall’arte di Enrico Castellani, erede della sensibilità di Lucio Fontana e pioniere con Piero Manzoni della irriverente corrente neodadaista milanese degli anni Sessanta. Le opere di Saito (Nodo, 2010; Torre, 2012, Fioritura, 2013; Muro, 2013; Modulo, 2012; Composito, 2012) sono accompagnate in mostra, infatti, dalle autentiche opere ispiratrici di Castellani esposte per l’occasione (Lo spartito, 1969; Stendardo di Pisa, 1998; Doppio angolare, 2009).
Camusac come propulsore di cultura, Camusac come organismo attivo sul territorio: gli obiettivi di questa neonata “macchina culturale”, a cui porgiamo un fiducioso augurio, si dimostrano numerosi e accattivanti. Certamente il coraggio non manca, che è la sua dote più esemplare.




Direzione artistica: Bruno Corà

CAMUSAC - CASSINO MUSEO ARTE CONTEMPORANEA

Via Casilina Nord, 1 – 03043 Cassino +39 3665904400 - info@camusac.com
Mostra temporanea Infinito riflesso. Opere di Enrico Castellani e Shigeru Saito: dal 12 ottobre 2013 al 12 gennaio 2014.
Orario: Aperto tutti i sabati. Altri giorni su prenotazione. Ingresso libero. Possibilità per gruppi di guida su prenotazione.


Didattica al Camusac 

Laboratori

In occasione delle mostre d’arte contemporanea vengono proposti percorsi e laboratori didattico espressivi, interdisciplinari, destinati alle classi delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado o a gruppi di bambini a partire dai tre anni, accompagnati dai genitori.
I percorsi prevedono attività educative e formative, realizzate attraverso un approccio di apprendimento non formale, di tipo partecipativo,
finalizzato ad avvicinare i bambini e i ragazzi alla conoscenza, alla comprensione e alla sperimentazione in forma espressiva di tematiche, codici e linguaggi della cultura visiva contemporanea.
Tali percorsi, modulati in base alle esigenze e all’età dei partecipanti, possono essere strutturati, a seguito di specifiche richieste, anche su medi e lunghi periodi con l’intento di affiancare la formazione curricolare prevista dalle programmazioni scolastiche.
Il progetto porta a confrontarsi con nuovi media e nuovi linguaggi della comunicazione, come la fotografia, la video-arte, le drammatizzazioni
corporee, le azioni grafiche, plastiche, pittoriche.

Workshop

Nell’ambito delle attività educative predisposte dalla direzione del CAMUSAC, è prevista con cadenza mensile una serie di workshop affidati alla cura di taluni artisti contemporanei la cui opera è presente nella collezione permanente del Museo.
Per partecipare a tali attività, condotte da ciascun artista mediante un calendario che verrà predisposto e reso noto, si rende necessaria l’iscrizione al workshop, fornendo così all’artista l’opportunità di valutare il gruppo dei partecipanti, il programma da svolgere e la durata del workshop.
I workshop avranno luogo a partire dal mese di dicembre 2013.

Per le modalità d’iscrizione è necessario prendere contatto con la segreteria al numero 366 5904400.


Patini - Il ritorno

Con questo articolo inauguriamo l'etichetta Ai confini che riporta notizie di mostre ed eventi artistici sui confini della nostra regione.

Torna in Alto Sangro un altro pezzo dello storia artistica e pittorica di Teofilo Patini. Nove tele firmate dal maestro di Castel di Sangro, e una di scuola patiniana, da sabato 26 ottobre saranno esposte nella pinacoteca civica. Andranno ad unirsi alla trentina in mostra permanente a palazzo De Petra. Non a caso l’organizzatore, nonché direttore della pinacoteca patiniana, Lino Alviani, ha scelto di intitolare la mostra, che sarà inaugurata sabato alle 17, “Teofilo Patini, il ritorno”: una rassegna, che è poi un percorso tematico e cronologico tra le opere del maestro Patini, che proprio nella cruda indigenza della sua gente, dagli anni Settanta dell’Ottocento, trovò la vena ispiratrice più profonda della sua arte.

Le nuove opere, che saranno esposte nella pinacoteca sangrina fino al 6 gennaio, provengono dalla raccolta d’arte della Banca Intesa Sanpaolo (“Il buon samaritano“, “Cristo nell’orto“, “La famiglia patrizia del mio paese“, “Ai piedi della croce“, “Interno con culla”, “Il ciabattino“) e dalla Provincia dell’Aquila (la seconda edizione di “Pulsazioni e palpiti“, datata 1881, e “Pancia e cuore”, lavoro di scuola patiniana). A queste si aggiungono due nuove acquisizioni dell'amministrazione di Castel di Sangro che andranno ad arricchire la collezione permanente: “L’oratorio“ e “La rivolta di Masaniello“. La mostra, coordinata da Alviani, sarà presentata da Isabella Valente (storica dell’arte dell’università Federico II di Napoli), ed è curata dal sindaco di Pescocostanzo, Pasquale Del Cimmuto. «L’iniziativa, così come rappresentata», scrive il curatore, «vuole rimarcare con pervicacia, nella odierna affannata provvisorietà culturale e promozionale accampata da parte di Istituzioni pubbliche e private, il motivo ed il valore di un progetto culturale capace di catalizzare una serie ulteriore di rimandi virtuosi che comprendono tra l’altro, in assoluto ordine di importanza decrescente, il valore affettivo ed identitario della Comunità, il concorso ad una ambiziosa e continua ricerca storico-critica sull’Autore, oltre che una intelligente e prestigiosa, integrativa forma di offerta turistica». Saranno presenti all’inaugurazione, oltre al sindaco dei Castel di Sangro, Umberto Murolo, l’assessore alla Cultura della Regione, Luigi de Fanis, il vice presidente del consiglio provinciale, Salvatore Orsini, e la soprintente Bsae Abruzzo Lucia Arbace. La pinacoteca Patiniana è aperta tutti i giorni dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 17 alle 19, biglietto 2 euro.
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