venerdì 12 dicembre 2014

"Diletta, Girl with Suitcase" e "Winterline", due mostre a Castello Pandone




A Castello Pandone due mostre, a cura di Deirdre MacKenna, direttore di ‘Cultural Documents’:

Diletta, Girl with Suitcase un’istallazione delle opere di Valentina Bonizzi e Robert Capa per la collezione permanente del Museo Nazionale del Molise.

Winterline una mostra delle nuove opere di Elaine Shemilt che esplora l’impatto del conflitto della Seconda Guerra Mondiale sui territori montani dell’Italia centrale.

La mostra continua fino ad Aprile 2015.
Inaugurazione VENERDI 12 DICEMBRE, 2014, ore 17.00 :
Inaugurazione delle mostre e presentazione di Valentina Bonizzi, Elaine Shemilt, Dott. Daniele Ferrara, Soprintendente per i beni artistici, storici ed etnoantropologici del Molise e Arch. Carlo Birrozzi, Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici del Molise.
Museo Nazionale Castello Pandone
Via Tre Cappelle, Venafro (IS)
Dal 13 dicembre 2014
Martedì-sabato 9.00-13.00, domenica e festivi 9.00-19.00
Info visite guidate e laboratori didattici: MeMo Cantieri Culturali, 
00 39 3 892 191 032, memovenafro@gmail.com
www.castellopandone.beniculturali.it

Il Museo Nazionale del Molise in Castello Pandone a Venafro presenta l’acquisizione di nuove opere e una mostra che mirano a considerare la storia e le conseguenze della seconda guerra mondiale nella regione attraverso il lavoro di artisti internazionali. Lo scopo è di provocare la riflessione sugli eventi storici attraverso l’elaborazione del linguaggio artistico contemporaneo, prendendo come spunto il territorio dell’Alto Volturno, sulle connessioni tra il concetto antropologico dell’immagine e il fare artistico.
Il Museo ha collaborato con Cultural Documents, un’attività culturale della Scozia diretta da Deirdre MacKenna, che dal 2009 realizza progetti di ricerca in Molise invitando gli artisti a una riflessione sul luogo e al rapporto con storie individuali, nonché con associazioni e imprese culturali locali.
L’opera ‘Diletta, Girl with Suitcase’ acquisita dal Museo consta di due parte; il video di Valentina Bonizzi, artista attiva tra la Scozia e l’Italia, in cui una signora di Filignano, racconta dell’incontro con i militari alleati nel 1943 e della sua rivendicazione della fotografia con la propria immagine, fissata dai soldati incuriositi dalla ragazzina che percorreva un sentiero con la tina in testa e il secchio in mano; e l’immagine immortalata ‘Girl with Suitcase’ scattato nella stessa zona dal celebre fotografo Robert Capa durante inverno 1943/44.
‘Winterline’ è il titolo della mostra delle opere di Elaine Shemilt, artista che utilizza spesso le mappe per disporre di un ritratto del territorio, da cui far partire una riflessione sul territorio e sulle sue trasformazioni. Dopo avere lavorato sugli effetti della guerra nelle isole Falkland in lavori esposti anche nell’Imperial War Museum di Londra nel 2002, la ricerca è proseguita coerentemente in Molise.

martedì 9 settembre 2014

"La voce a te dovuta" Grafiche di Chiara De Iuliis all'Officina Solare

Chiara De Iuliis - Acquaforte


"La voce a te dovuta". 

Personale di incisioni e grafiche di Chiara De Iuliis


13/25 settembre 2014

a cura di Tommaso Evangelista 

Inaugurazione sabato 13 settembre 2014 ore 19.00
Aperta tutti i giorni ore 19.00 / 21.00
INGRESSO LIBERO


OFFICINA SOLARE GALLERY
Via Marconi, 2 Termoli
info: 329.4217383


Testo critico

La lenta costruzione dell’immagine può essere illuminazione o sconfine, nel tentativo di trasfigurare l’attimo della forma-veduta in costruzione sintetica che è allo stesso tempo labirinto e traccia. L’arte calcografica ha la caratteristica, unica nel suo genere, di unire percorso, scavo e sintesi in una sola visione densa come il flusso nero della vernice e profonda come le tracce dei solchi. I lavori di De Iuliis, giovane incisore molisano formatasi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, si mostrano come lente strutture di forze implose proprio nell’insistenza ossessiva per un tratteggio invasivo e prismatico che scompone la liricità della visione, celandone il racconto e facendo emergere dal metallo uno spazio mentale e generico. Un’estensione lavorata, liquida e sfuggente, tormentosa e insistente come le impronte cesellate in un horror vacui asfissiante nel quale sembra di sentire l'ascesa dei pensieri allo strato della coscienza. Vi è pertanto un celato gioco di rispecchiamenti tra disegno, lastra ed anima, certamente nascosto nella convenzionalità apparente dello scorcio ma perfettamente leggibile se si mette da parte la struttura descrittiva e rappresentativa, analizzando il segno come specchio e tracciato psichico. L’intricato passaggio di piani, prospettici e chiaroscurali, comporta una complicazione inafferrabile, percepibile non solo come negazione e assenza bensì identificabile come lontananza e silenzio. Nel mondo asettico ed immateriale di tali stampe, che siano piranesiane suggestive vedute d’archeologia industriale oppure sperimentali astrazioni ottenute attraverso l’accumulo e la sublimazione di oggetti e spessori, vi è come una sorta di vita interiore che suona i solchi corrosi dagli acidi e sfiora l’epidermide sensibile della realtà come di chi vive incessantemente rinchiuso nei suoi atti e strappa dal mondo solo quegli oggetti e forme capaci di formare luce. Da qui la suggestione del titolo, che riprende la celebre raccolta di liriche di Pedro Salinas La voz a ti debida, e che ci suggerisce il luogo analogico entro il quale lavora l’artista, un luogo materico e metrico, ovvero messo a schema, che ruota intorno al tentativo di senso e alla ricerca impossibile di accordo e di voce –la voce dei luoghi o delle strutture interne della materia- «Non si vede nulla, non si sente nulla. / Superflui gli occhi e le labbra, in questo mondo tuo. / Per sentire te non valgono i sensi consueti, / che si usano con gli altri. / Bisogna attenderne di nuovi. / Si cammina al tuo fianco sordamente, al buio, / inciampando nei forse, nelle attese; / sprofondando verso l'alto con gran peso di ali» (Salinas). Si percepisce, infatti, nell’ossessione dell’inciso la perdita di una maschera e lo svelamento, in profilo di grido, di una forma sensibile e personale d’assenza rotante intorno all’idea assoluta del disegno quale unico strumento per controllare il rifiuto, quando la vita diventa ciò che si concretizza nella distanza piatta del metallo. L’acido è una bella metafora di questi sottili cambiamenti di stato e della trasfigurazione che ottiene il segno nel momento della perdita. Un lasciar andare i solchi nella profondità della lastra e allo stesso tempo il cercare di dare forza -voce dovuta- alla visione, a quel silenzio spiazzante che cela le immagini negli sguardi o nelle fotografie. Il distanziarsi dal mondo visibile –significativa l’assenza della figura umana- per un’intensificazione della veduta, che sia realistica, archeologica oppure astratta ma interessata alla radiografia delle zone infinitamente piccole attraverso la sublimazione teorica dell’informe, è, del resto, un tentativo di protezione dai pericoli dell’attesa e dall’irrompere dell’irrazionale: «Ora io suppongo il disegnatore calcografico evidentemente dotato dalla natura di tutta la buona disposizione per le arti imitatrici, e per assidua e ben regolata pratica giunto finalmente ad una giustezza d’occhio ed ubbidienza di mano irreprensibili. Ma egli è ben certo di conservarsi a lungo in quella linea media tra l’eccesso e il difetto, in che consiste il vero bello pittorico?» si chiedeva Giuseppe Longhi nel trattato del 1830 La calcografia propriamente detta: ossia L'arte d'incidere in rame. Nella pratica calcografica, che diventa giocoforza, più che in altre tecniche, tensione evolutiva e stilistica ancorata al flusso vitale dell’esperienza personale, vi è sempre il rischio, sublime, di un’Estetica dei visionari, ovvero di un ordine della creazione che si concentra maggiormente sulla fantasia per sublimare la banalità confusa della necessità. E’ facile percepire, pertanto, nelle grafiche dell’artista una diversa densità del mondo sensibile interpretato attraverso la luce e analizzato nella negazione delle sue forze vitali appunto perché non vi è accordo con la mano che incide. Questo sofisticato retrocedere nel proprio universo, nascondendosi nell’intenso “pieno” del tratteggio, non è che una regressione al grado zero della scrittura e un tentativo di apparente silenzio nell’eccesso dei segni. I lavori, pertanto, non hanno nulla da dire appunto perché si sono spesi nell’ossessione di una ricerca e di un percorso –come quando Piranesi cercava un utopico emissario del lago di Albano-, e sembrano usciti quasi da un combattimento o una lotta, visioni martoriate di uno scenario mentale messo a nudo e che a noi comunicano esclusivamente gli effetti, negandoci la struttura e le cause. Occorre allora leggere le stampe come un percorso disegnato e il segno-tratto come la radiografia estetica del cuore. La ricerca di uno stile e, soprattutto, di una voce –e il Goya dei Capricci lo sapeva bene- non è in fondo che una battaglia, il tentativo di comprendere la parte più incerta e nascosta del proprio disegno e del proprio essere per confidarlo ad altri muti visionari: «Ogni percorso si compone anche delle nostre perdite e dei nostri rifiuti, delle nostre omissioni e dei nostri desideri insoddisfatti, di ciò che una volta abbiamo tralasciato o non abbiamo scelto o non abbiamo ottenuto, delle numerose possibilità che nella maggior parte dei casi non sono giunte a realizzarsi – tutte tranne una, alla fin fine -, delle nostre esitazioni e dei nostri sogni, dei progetti falliti e delle aspirazioni false o deboli, delle paure che ci hanno paralizzati, di ciò che abbiamo abbandonato e di ciò che ci ha abbandonati. Insomma, noi persone forse consistiamo tanto in ciò che siamo quanto in ciò che siamo stati, tanto in ciò che è verificabile e quantificabile e rammemorabile quanto in ciò che è più incerto, indeciso e sfumato, forse siamo fatti in ugual misura di ciò che è stato e di ciò che sarebbe potuto essere” avrebbe scritto Javier Marias in Mañana en la batalla piensa en mí.

Tommaso Evangelista

Chiara De Iuliis - Cartiera San Bernardo - Acquaforte

mercoledì 27 agosto 2014

Christo e Jeanne-Claude all'Officina Solare - Manifesti e fotografie


CHRISTO E JEANNE CLAUDE
Manifesti e fotografie dal centro culturale Il Campo

A cura di Renato Marini e Tommaso Evangelista

30 agosto / 11 settembre 2014
Inaugurazione sabato 30 agosto 2014 ore 19.00
Aperta tutti i giorni ore 19.00 / 21.00
INGRESSO LIBERO

OFFICINA SOLARE GALLERY
Via Marconi, 2 Termoli
info: 329.4217383


Testo critico

L’arte di Christo è un’arte della differenza e della ripetizione incostante, ancorata ad un mondo poetico da materializzare nello spazio vitale del paesaggio e della topografia urbana. L’impacchettamento non è altro che un disperdere la vista, dal dettaglio all’insieme, per percepire l’elemento racchiuso come traccia puramente segnica slegata dalla composizione e dal contesto. Un retrocedere di piani visivi fino al grado zero del volume messo a nudo. Gli interventi sono concettuali e minimali allo stesso tempo, inquadrabili nella cosiddetta “land art” ma volutamente slegati da forti implicazioni politiche in quanto l’artista ha sempre ricercato nel fruitore reazioni di godimento e di stupore. E’ un voler prendersi cura dello spazio comune e il tentativo, forse ultimo, di un’etica della progettazione e dell’esecuzione, nell’insistenza primaria per il “coprire per svelare”. Cito da un’intervista a Christo e Jeanne-Claude, sua fedele compagna di vita e di ricerca artistica: G.: "Qual è il significato dell'impacchettare altre opere d'arte?" C.: "Il significato sta nel dare un'altra visione dell'opera in questione." J-C.: "Una volta un uomo mi chiese che differenza c'era tra una bicicletta impacchettata e una donna impacchettata. Gli risposi...Messieur, se non conosce la differenza tra una bicicletta e una donna, lei ha dei problemi!". Per Christo l’arte è un’entità assolutamente dinamica che si pone come regola quella di mettere in relazione le persone, gli elementi della natura, la luce, lo spazio, il colore. Ponendo in comunicazione il pubblico con il proprio passato e la propria ricchezza, naturalistica ed artistica, l’artista arriva così a materializzare l’idea di opera come monumento, non rappresentativo o simbolico bensì identitario e allo stesso tempo alieno. La sua è un’architettura dell’effimero, barocca e volutamente anti-moderna, in quanto non basata sull’accumulo e l’eccesso bensì sulla dispersione ed estensione dello stimolo. La massima entropia ottenuta con una progettualità minimale, fatta di pochi segni significanti moltiplicati fino alla saturazione dello spazio. Proprio per il carattere effimero e temporaneo delle azioni l’artista ha lavorato molto sul versante della progettazione e della documentazione, tanto che oggi di “originale” rimangono solo i progetti, i disegni e le fotografie. Le opere di Christo venivano smantellate dopo un certo periodo di tempo e toccava allora alla fotografia fermare l’istante, la composizione, l’impressione spaziale e cromatica per trasferire, immutabile, l’opera nel futuro. Poiché in assenza di scatti il progetto scomparirebbe del tutto non appena concluso è bene allora intendere la fotografia come parte integrante del linguaggio. Lo conosce bene questo sistema il fotografo Wolfgang Volz il quale ha documentato buona parte delle opere dell’artista e che, attualmente, è direttore tecnico dei lavori. Proprio per la loro natura pubblica, le installazioni di Christo sono fotografate da migliaia di persone essendo fuori da ogni museo o galleria, fuori da ogni controllo, e il compito di Volz, che ha collaborato con la coppia dal 1971 e ha seguito tutti i loro progetti, è quello di comunicare ufficialmente il lavoro, studiarlo e diffonderlo. Volz, infatti, è l’unico fotografo ufficiale e la sola persona che può editare e vendere le immagini delle realizzazioni, immagini che sono spesso stampate in edizioni di grande formato. Il suo contributo, allora, diviene fondamentale per diversi motivi: l’opera è intrasportabile, è strettamente legata ad un luogo, è temporanea, è interamente autofinanziata grazie alle vendite dei bozzetti e delle edizioni fotografiche. Per questo motivo i manifesti della collezione del centro culturale Il Campo acquistano una particolare valenza in quanto autentiche espressioni dell’artista e uniche testimonianze ufficiali dei suoi lavori. Nell’epoca della riproducibilità tecnica, smarrita l’opera nella temporalità dell’evento, rimane solamente il mostrare con la fotografia che, acquisendo uno specifico punto di vista, da una parte limita la fruizione integrale e dall’altra condensa la durata in un frammento denso come l’intero processo. Il processo di Christo è l’evidenza della morfologia ideale dello spazio attraverso un segno cromatico e materico. Le opere de Il Campo sono manifesti fotografici firmati in originale da Christo e Jeanne-Claude, donati in occasione del ventennale, nel 2000, del celebre centro culturale di Campomarino il quale, diretto dall’artista Renato Marini, è riuscito a proporre negli anni personali e collettive di indubbia qualità. Le fotografie di grande formato (70x100 e 50x70) e le cartoline più piccole, che documentano i più famosi interventi dell’artista dall’imballaggio del Pont Neuf (settembre 1985) a quello del Reichstag (giugno 1995), da The Gates (2004-2005) a The Umbrellas(1984), sono esposti per la prima volta a Termoli dopo essere stati presentati a Roma, a palazzo Malaspina ad Ascoli, e naturalmente al centro Il Campo, dove sono entrate stabilmente in collezione. La donazione, pertanto, è stato un omaggio dei coniugi alla galleria, a testimonianza della stima e dell’apprezzamento del lavoro di questa piccola realtà che ha contribuito nel suo piccolo alla storia dell’arte contemporanea in Molise nel secondo Novecento.

Tommaso Evangelista

lunedì 18 agosto 2014

Arte contemporanea e sport a Capracotta



Quando l’arte dipinge lo sport.

Dal 10 Agosto al 10 Settembre, presso il Comune di Capracotta, sarà in esposizione la collettiva d'arte contemporanea, allestita in occasione del centenario della fondazione dello Sci Club locale. Domenica 10 Agosto ha avuto luogo l'inaugurazione, alla presenza delle autorità locali, che hanno sottolineato quanto sia importante l'evento per il Comune stesso. Poiché la mostra era associata ai Campionati Europei di sci di fondo, previsti nel mese di Marzo e non più svolti a causa della mancanza di neve, il tema delle opere è stato lo sport e la neve.
Nel corso dell'inaugurazione sono stati premiati gli artisti che si sono maggiormente distinti per la qualità dei propri lavori. Il primo premio è stato ricevuto da Mariagrazia Colasanto, mentre tre menzioni di merito sono state conferite a Michele Inno, Paolo Emilio Greco e Barbara De Renzis.
La commissione giudicante è stata composta da due critici d'arte: Gioia Cativa, membro dell'associazione SM'ART, organizzatrice dell'evento, e Grazia Nuzzi, di Mondragone, nel ruolo di critico esterno.
In Molise  le comunità montane sono un insieme di perle paesaggistiche dal forte impatto emotivo e sensoriale: paesaggi mozzafiato che si librano a centinaia di metri d’altezza , scrigni di una natura incontaminata e aria pulita che brillano davanti agli occhi di chi osserva: in particolare, il comune di Capracotta  “festeggia”il centenario dello “SCI CLUB CAPRACOTTA”, da sempre attivo nella promozione culturale e sportiva del paesino altomolisano.
Lo sport è un insieme di valori volti alla collaborazione reciproca  e al rispetto del prossimo: lo sport aiuta a crescere in armonia con noi stessi e con gli altri. L’attività sportiva, come molti altri temi, è stata oggetto di rappresentazione nell’arte, sia in pittura che in scultura; difatti, già nell’antichità, la plasticità di un corpo colto in un gesto atletico è stata oggetto di riproduzione artistica (es. il “Discobolo” del V sec a.c.). L’arte antica, soprattutto quella greca, ha prestato attenzione alle gesta degli atleti ed ai loro movimenti riproducendoli in più occasioni. Non di rado, però, l’attività sportiva si confonde con la pratica guerresca o con la sporadica prova d’abilità: questo ha impedito, in più occasioni, la nascita di una specifica forma di rappresentazione dell’evento sportivo o dell’atleta. Il rapporto fra arte e sport si rafforza nel Novecento, dove, da attività elitaria, divenne una pratica di massa, trovando la sua “manifestazione” artistica nel Futurismo di Marinetti. Nel XX secolo lo sport diventa lo scenario dove la mente dell’artista si muove per cercare nuovi punti di vista; infatti, i Futuristi si concentrarono sulla velocità, i Metafisici sulla statuarietà ed i contemporanei trovarono il pretesto  per dare libero  sfogo ad inedite soluzioni formali. Nel tempo, si hanno ripetuti punti di raccordo fra arte e sport, ora volti ad esaltare vecchi valori, ora proiettati nella modernità o nel futuro nel segno del dinamismo (vd. Enrico Prampolini “Dinamismo di un ciclista”, 1921) e  della velocità (Marco Sironi “Auto in corsa”, 1918). Lo sport nell’arte del XX secolo, trova una sua perfetta dimensione, la sua migliore interpretazione, vigorosa, viva, dinamica: Futurismo e Metafisica sono i movimenti ideali nei quali lo sport trova la massima espressione dei suoi punti vitali, in concomitanza con una società in continua evoluzione e trasformazione, sotto le parole chiave del dinamismo e della velocità (es. Fortunato Depero “Nitriti in velocità”,1934).
La collettiva di Capracotta vuole evidenziare in chiave contemporanea lo sport, invernale nel caso specifico, attraverso i molteplici modi che l’arte mette a disposizione. È l’esaltazione dell’agonismo e della dinamicità: gli artisti sono chiamati a rappresentare lo sport in modo personale cercando di dare una forma alle loro idee. Questa esposizione è in gran parte un trionfo della pittura figurativa rispetto alle nuove sperimentazioni dell’arte; viene privilegiata un’iconografia classica del tema della neve: paesaggi, scorci, piste innevate raccontano le emozioni che si scatenano davanti il “manto bianco”. Assistiamo a rielaborazioni interiori personali  profonde degli stati d’animo degli artisti: questi si raccontano attraverso le pennellate ed i colori e “non colori”, le linee e le idee che “costruiscono” l’opera e le conferiscono una propria identità. Osservare le tele esposte diventa un “catarsi” in una condizione di atarassia, si entra in una condizione di empatia con le intenzioni dell’artista. Diversamente, alcune tele sono l’estensione della contemporaneità dell’arte, alcune vicine allo stile minimale, altre che puntano al figurativo ma con un forte accento metafisico per quanto concerne la forza dei corpi in movimento. È un’implosione della concettualità, “costretta” dentro una tela.

GIOIA CATIVA

domenica 17 agosto 2014

My homeaway from home - Maria Chiara Calvani



Fuoriluogo 17 - VIS a VIS - Fuoriluogo
Artists in Residence Project

Maria Chiara CALVANI - presentazione dell'opera
realizzata durante la residenza nel Comune di Limosano CB)

progetto:
Limiti inchiusi arte contemporanea
a cura di Silvia Valente

Regione Molise
Progetto Integrato Molise Arte e Cultura

Comune di Limosano (CB)
Comune di Oratino (CB)
in collaborazione con:
ARATRO - Università del Molise
Associazione turistico culturale - Limosano

MY HOME AWAY FROM HOME
di: Maria Chiara Calvani per Vis à Vis
a cura di: Silvia Valente

My home away from home è un modo di dire Canadese per parlare di un posto in cui normalmente non si vive ma in cui ci si sente come a casa.

A Limosano ad agosto è festa, sembra che tutti ritornino qui da qualche parte del mondo; immigrati di seconda e terza generazione vengono a ritrovare il loro passato, molti provengono da Toronto altri dal nord Italia o da altri paesi d’Europa e del mondo. Il paese si arricchisce di linguaggi diversi, di volti che ricordano i volti di un tempo; gli stranieri si riconoscono, si riabbracciano e si salutano per le strade del paese con gli anziani o chi invece è rimasto qui e da qui non se n’è mai andato.

Limosano, come altri paesi del sud che hanno vissuto il fenomeno dello spopolamento che a partire dal dopoguerra ha svuotato interi centri abitati sia in Italia che altrove, e che ha portato all’abbandono ed alla conseguente distruzione del tessuto architettonico, ha un’identità molle, capace di includere il diverso, quello che porta con sé un mondo nuovo, una nuova identità da un ignoto altrove. Così si mescolano geografie umane a geografie linguistiche e in questa diversità la comunità acquisisce coscienza di una possibile trasformazione culturale ed emotiva.

Ho aperto un ufficio d’ascolto nella piazza del paese facendo firmare dal sindaco un avviso rivolto a tutta la cittadinanza. Ho iniziato a chiedere alle persone che incontravo in piazza e per le strade se avevano il desiderio di raccontarmi un ricordo legato al loro passato, alla vita nel paese alto, ora luogo abbandonato che dorme e vigila insieme sul paese vivo quello abitato.

Ho raccolto testimonianze diverse: memorie legate ai giochi di un tempo, alla vita quotidiana, a momenti di convivialità in cui la comunità si radunava per festeggiare con riti religiosi momenti importanti della vita contadina, pezzi di storia riferita ai monumenti, storie di attivismo politico che hanno fatto di questo paese un punto di riferimento per la partecipazione alla vita cittadina degli abitanti, aneddoti legati al ruolo importante della donna nella gestione della vita della comunità, canzoni limosanesi e piccole memorie, ricordi di momenti difficili dei genitori e parenti degli immigrati. Ho composto una traccia di racconti cercando di legare insieme questi ricordi attraverso delle analogie che emergevano durante l’ascolto. E’ emerso un tessuto narrativo che intreccia vissuti passati e presenti accenti diversi e diversi lingue, emozioni e ricordi.
La voce di un paese descrive un’identità in mutamento e l’architettura è solo una parte di quest’identità.

La sera prima del laboratorio con i bambini di Limosano, con un gruppo di persone siamo andati a fare un’escursione nei vicoli del paese abbandonato. Siamo entrati in alcune case ed abbiamo osservato gli spazi ormai degradati e in uno stato di avanzato abbandono. Abbiamo preso alcuni oggetti e li abbiamo portati in cima al paese alto.

Il giorno abbiamo raccontato ai bambini del progetto di ascolto e registrazione delle storie delle persone e gli abbiamo mostrato gli oggetti cercando di descriverne i significati; li abbiamo inviati poi a pulirli per poterci giocare.
Il gioco consisteva nel prendere questi oggetti e ridare ad essi l’uso di un tempo. Con una pala di legno per sfornare il pane fare finta di prendere le pagnotte e appoggiarle su un cesto, con il battipanni battere un materasso per togliere la polvere, con lo “struculatore” (la tavola su cui le donne lavavano i panni) lavare gli stracci che erano serviti prima per spolverare gli oggetti fino ad arrivare alla fine del percorso, togliersi le scarpe ed infilare gli scarponi con le “centrelle” (le scarpe che indossavano le genti del paese in passato per non scivolare lungo le strade ripide e ghiacciate del paese).

Dopo il gioco abbiamo proposto ai bambini di inventare, con gli oggetti con cui avevano giocato, un oggetto che potesse contenere l’impianto tecnologico costituito da una tromba, un amplificatore, un lettore mp3 e una luce, una specie di contenitore delle memorie narrative del paese.
Sulla base dei progetti realizzati dai bambini abbiamo elaborato un marchingegno funzionale al posizionamento degli apparecchi.
Sono state utilizzate due sedie della vecchia chiesa, una panca della vecchia chiesa, lo struculatore, un cassetto di un vecchio mobile, un deschetto da calzolaio, un’anta di una dispensa.

Un marchingegno che ricorda la forma di un cavallo di legno partirà dalla piazza di Limosano la sera del 19 agosto per poi essere trasportato fino al paese alto e posizionato all’interno di una stanza del Palazzo. Tutti gli abitanti potranno ascoltare la voce del paese che dalla finestra “marechiaro” della stanza del Palazzo si diffonderà verso la piazza e la campagna intorno.

Testimonianze di:

Stella Romano: canzoni di emigranti di Limosano e canzoni di guerra limosanesi
Filomena Santarella: il ricordo delle centrelle e della festa di Sant’Antuono
Angiolina Giancola frammenti di vita in via delle ficine
Giuseppina: episodi di vita quotidiana nel palazzo, la storia del padre che parte per l’america
Gino Donatelli: la famiglia numerosa al paese alto
Fausto Colavecchia: l’episodio della ragazza con la minigonna
Trignetti Antonio: la vita al paese alto e il padre che parte per la guerra
Angela D’Alessandro Giancola: il ritorno del padre e Limosano
Linda Giancola: il racconto della partenza dei genitori da Limosano a Halifax
Francesco Bozza: cenni storici di Limosano
Pino Braia: Ahi Ahi Ahi
Marilena Pulla: Ritorno a Limosano
Corvinelli Maria: Sambrella e canti di processioni
Maria Giancola 7 sorelle per 7 giorni
Banda di Petrella musica
Giovambattista Romano i giochi antichi a Limosano
Fiorucci Mario quando si ammazzava il maiale
Eva Lombardelli Repubblicani e democristiani
Nicola Minicucci riflessioni legate alla politica del paese
Kadija El Rami da Casablanca a Limosano

Con la partecipazione dei bambini di Limosano: Luca Minicucci, Milena Minicucci, Lara Colavecchia, Clarissa Minicucci e Anastasia.

Con la partecipazione di: Lavinia Palma, Giacomo Capaldi, Laura Calderoni, Nichi Vendemiati e Tommaso Battista.
Montaggio del marchingegno: Nicola Covatta
Realizzazione rivestimento seduta del marchingegno e fibbie per l’amplificatore del marchingegno: Massimo e Carlo Fiorucci; un ringraziamento al Comune di Limosano, alla Pro-Loco, al circolo parrocchiale.per il supporto e l’ospitalità ed a Nino Covatta per la concessione della finestra marechiaro.

* Il progetto verrà pubblicato in rete e la traccia audio potrà essere ascoltata da chiunque abbia interesse.

giovedì 14 agosto 2014

Carta Canta. Disegni di maestri italiani


CARTA CANTA

Disegni di maestri italiani

Salvatore Amedei / Nino Barone / Giuliano Cardella / Alberto Casiraghi 
Giuliano Cotellessa / Domenico Colantoni / Giancarlo Costanzo
Dino De Vecchis / Fabio De Santis Scipione / Rossano Di Cicco Morra 
Alberto Gallingani / Tania Lorandi / Sergio Lombardo / Enrico Manera
Renato Marini / Gabi Minedi / Gian Ruggero Manzoni / Patrizio Maria
Antonio Marcovicchio / Pietro Massaro / Umberto Mastroianni  
Manuela Mazzini / Cleonice Gioia / Thierry Lambert / Achille Pace 
Ciro Palladino / Andrea Petrone / Michele Peri / Albino Pitti / Giacomo Porzano  
Mauro Rea / Leonardo Santoli / Gianfranco Sergio / Mario Serra

a cura di Nino Barone e Mauro Rea

16 / 28 agosto 2014

Inaugurazione sabato 16 agosto 2014 
ore 19.00 / 21.00

OFFICINA SOLARE GALLERY
Via MArconi, 2 Termoli

Aperto tutti i giorni ore 21.30 / 24.00
INGRESSO LIBERO

Presentazione


“Nulla è oggi negletto come il disegno.
Sembra che gli attuali pittori altro non abbiano in testa
che menare il pennello sulla tela”
G. De Chirico

Una collettiva incentrata esclusivamente sul disegno colpisce per l’attenzione a quanto di più meditato possa produrre un artista. Erroneamente oggi il disegno è visto come un divertissement quando invece sintetizza, nell’attimo della traccia, l’immediatezza dell’Idea oppure, nel caso di progetti elaborati, riduce e mette in schema il concetto e lo studio di fondo. La ramificazione del pensiero trova nel foglio di carta una prima gestazione, una disposizione di segni e simboli che è già architettura creativa e vitale. Si tratta, in fondo, di scrittura disegnata, di intensificazione dell’atto costruttivo e di comunicazione. La carta è pertanto un’informazione intima e segreta sul ruolo della rappresentazione. Scrive Silvana Macchioni, tra le massime esperte del disegno italiano, sull’Enciclopedia per ragazzi della Treccani «Un'idea, un'emozione, un progetto affidati a una trama di segni. Il disegno è una pratica comune a tutte le culture e a tutte le età dell'uomo. Per il bambino è uno strumento di conoscenza del mondo che lo circonda ed espressione del suo sviluppo percettivo e intellettivo; per i popoli non alfabetizzati è un mezzo di comunicazione visiva anteriore alla scrittura; per l'artista è un momento imprescindibile dell'ideazione e dell'esecuzione delle sue opere; per il designer è la progettazione della funzionalità e della qualità estetica dei prodotti dell'industria». E’ un processo complesso, quindi, che nasce da un bisogno umano di memoria, divulgazione e trasmissione ed ha l’originaria fonte ispirativa nell’Idea che l’artista conserva nella propria mente, a seconda della personale visione del sistema. Che sia un sommario o un dettagliato progetto, che cerchi un senso compiuto o sembri il frutto di ennesimi ripensamenti, in forma accurata o di schizzo, il disegno può definirsi l’etimologia della lingua visiva e la base imprescindibile dell’arte. L’artista con il disegno si spoglia di ogni ricatto materico, di ogni tentazione all’accumulo, e registra sulla carta l’immagine come capovolgimento e rovesciamento all’esterno dell’immagine interna, come aveva teorizzato Federico Zuccari nel 1607, ne L’idea dé pittori, scultori ed architetti. L’immagine interna, che corrisponde all’Idea, è severa, ascetica, rarefatta, e vive in un sistema di relazioni concettuali e dinamiche intime; quella esterna sul foglio è un’impronta psichica del concetto, è il contorno essenziale che fonde il misticismo della linea che caratterizzava l’arte classica e la visione della Natura e della Storia occidentale quale spettro della realtà, sintesi e simbolo. Il disegno va dunque a scoprire e svelare la parte immutabile e intangibile dell’essere, il segno recondito senza spazio e tempo della sua vera essenza. Evitando di soffermarmi sulle singole opere della collettiva, che non seguono un filo comune bensì presentano le ricerche di svariati artisti contemporanei italiani, distanti per studi ed analisi ma accumunati dall’uguale scelta del supporto e della tecnica, si può concludere che il Disegno, che il nostro Paese, nel corso della sua storia artistica, ha concorso ad esaltarne ed estenderne gli orizzonti di bellezza e significato, elevandolo a disciplina autonoma madre di tutte le altre espressioni, è realmente l’espressione dell’eternità.

Tommaso Evangelista

giovedì 31 luglio 2014

Petra: le suggestioni della materia. Sculture di Di Maria


ANTONIO DI MARIA
PETRA: LE SUGGESTIONI DELLA MATERIA
a cura di Gioia Cativa

2 / 14 agosto 2014

Inaugurazione sabato 2 agosto 2014 ore 19.00 / 21.00
Performance di musica moderna di
ILEANA DE SANTIS
flautista


OFFICINA SOLARE GALLERY
Via MArconi, 2 Termoli

Aperto tutti i giorni ore 21.30 / 24.00
INGRESSO LIBERO


Presentazione

 “Una piuma può tornire una pietra se a muoverla è la mano dell'amore” (Hugo Von Hofmannsthal)

La personale di Di Maria “manifesta” attraverso una materia dura come la pietra l'idea del mondo e di come viene visto, vissuto ed interpretato. Grazie all'utilizzo di pietra locale molisana e della breccia, lo scultore dà voce alla materia stessa, si pone come mezzo di comunicazione tra la natura e l'uomo e “parla” attraverso quelle forme che sono la trasposizione del suo “Io”, il fine ultimo e concreto di un processo emozionale che vede origine, come sostiene Di Maria stesso “dalla terra e si innalza nella ricchezza delle forme”. È un'arte viva quella che viene presentata attraverso le sculture selezionate ed esposte in galleria. Lo scultore è fortemente legato alla sua terra natìa ed è da questa che prende inizio la creazione; egli stesso si definisce “un uomo legato alle origini della sua esistenza ed un canale attraverso cui la natura si esterna al mondo”.Quelle di Di Maria sono forme in divenire, non sono chiuse in loro stesse, ma si aprono a qualcosa che va oltre il tangibile ed “incarnano”la poetica dello scultore. Questi lavori non nascono da un'idea primigenia dell'artista per poi essere concretizzate nel manufatto in pietra, ma si generano in un processo inverso: è come se la pietra scegliesse il suo destino. L'artista, infatti, racconta la sua ricerca della materia prima e di come sia essa stessa ad indirizzarlo verso la creazione. Ne nascono dei soggetti che sono determinati dal suggerimento della pietra: sono la concretizzazione dei sentimenti che la pietra stessa fa scaturire nell'animo dello scultore e il rapporto di forte empatia che ne deriva e che vive nelle forme che possiamo ammirare. Nelle sculture di Di Maria assistiamo ad un lavoro che unisce rigore e creatività non solo nelle forme e che sono parte di un racconto dalla molteplice trama. La storia delle nostre origini culturali, quell'aspetto demo-etno-antropologico che racconta le nostre tradizioni popolari è rappresentato attraverso un trittico di statuine che rimandano alle serenate popolari: il suonatore di bufù (tipico strumento molisano), il tamburo e il fisarmonicista. È un ritorno alle origini, è un viaggio melanconico nel passato, un tentativo di imprimere sulla pietra quello che siamo e quella ricchezza popolare e culturale di cui siamo portatori contemporanei. È l'occasione per rimembrare tradizioni, se non perdute nell'oblio del tempo, quantomeno poco conosciute dalle nuove generazioni, come la “maitunata”, stornellata tipica di Gambatesa, in provincia di Campobasso. Siamo davanti a figure armoniche, linee che danzano fra loro: c'è una classicità in questi lavori, un ordine ed una tranquillità emotiva.

La stessa delicatezza , l'occhio che “accarezza” le linee e la liscia pietra levigata ad arte, la ritroviamo in una serie di gruppi scultorei raffiguranti la Natività, intesa come esaltazione del valore della famiglia. Lineamenti morbidi definiscono le forme, non c'è disomogeneità fra le varie parti ma, anzi, assistiamo a dei lavori che fanno dell'unicità un valore incontestabile. Sono lavori che “sprigionano”amore, un calore che li avvolge come un'aurea e che si arricchiscono nella loro stessa forma. Cosi come accade, ad esempio, nel “Volto di donna” , un viso senza tempo che sembra guardare imperturbabile il mondo circostante; è qui che possiamo osservare la reale qualità del lavoro dell'artista: soffermandoci sul profilo della donna notiamo che dietro è stata lasciata la corteccia naturale,la pietra grezza e ciò rende ancor più apprezzabile il lavoro, sottolineando un alto valore qualitativo e l'indubbia capacità dell'artista di lavorare la materia.

Come sosteneva Lucrezio “la goccia scava la pietra” e le mani e gli attrezzi dell'artista sono come quelle gocce che trasformano il blocco di pietra in qualcosa che possiede vita propria, una propria identità ed un proprio valore.

Gioia Cativa

martedì 29 luglio 2014

Il nuovo sito di Dusi


"È online il nuovo sito dell'artista Nicola Dusi Gobbetti con una sezione dedicata all'acquisto online. Intendiamo, in questo modo, abbattere la barriera logistica fra i collezionisti e le opere, fra la passione per l’arte e le regole del suo mercato. Sul nuovo sito è possibile acquistare online opere di Gobbetti di piccolo e grande formato, con spedizione internazionale e pagamento anche in contrassegno". Nicola Dusi

Potete visitarlo all'indirizzo www.dusigobbetti.com

lunedì 28 luglio 2014

Ananche - Ernesto Saquella a Campodipietra

Quest’anno JazzinCampus proporrà un’allestimento di Opere pittoriche dell’artista molisano, prematuramente scomparso, Ernesto Saquella, dal titolo ANANCHE, a cura di Antonio Porpora Anastasio. L’allestimento riguarda due serie di opere: Griglie e Alberi musicali. 
GRIGLIE
Occorre che mi presenti. Gli esordi risalgono al settantaquattro, tempere e disegni della campagna molisana; quindi il caparbio impegno per mesi e mesi nel disegnare teste di imperatori romani, copie da bronzi greci ed arti di gesso bianco. Tuttavia non ho mai amato la linea, i miei inizi sono con la spatola: larghe campiture di colore dai forti valori cromatici. Astrattista? No! Tengo a precisarlo con vigore: dipingo esclusivamente ciò che vedo, rappresento la realtà della commedia quotidiana di uomini e cose senza l’illusorio velo di una beltà desueta ed idilliaca. Le griglie non organizzano spazi equilibrati, superfici gradevoli che s’offrono all’occhio distratto dell’osservatore. Sono il resoconto d’una battaglia che si combatte tra spirito e Leviatano. Le griglie non segnano né dividono lo spazio bidimensionale, semplicemente lo occupano come l’orma d’un felino in corsa. Attraverso l’orma, fissata in uno spazio bidimensionale, l’osservatore può immaginare quale animale l’abbia lasciata. È un processo mentale, di pre-comprensione appunto, che rimanda ad una tridimensionalità virtuale (virtuale non nel significato che oggi assume tale termine). La griglia è lo scontro con le strutture, con tutte le strutture che uno spirito giovane e battagliero si trova a dover affrontare.
ALBERI MUSICALI
Le pagine musicali provengono dal Fondo della famiglia Contino di Napoli. Si tratta di partiture ricopiate a mano con inchiostro blu su carta oleata e, in seguito, riprodotte con procedimento fotografico. La datazione dei fogli è tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. L’utilizzo della musica ricopiata sui fogli di carta oleata era specifico per gli ambienti bui delle sale cinematografiche e dei teatri di quartiere: le partiture erano poggiate su un vetro debolmente illuminato dal retro e si leggevano in controluce. Il repertorio riprodotto indica il gusto musicale dell’epoca: melodie e fantasie strumentali tratte da Opere di successo, canzoni sentimentali in voga, canzoni napoletane di vario genere, danze strumentali autonome o tratte da Operette, brani vocali e strumentali di grandi autori classici. La famiglia Contino, di origine siciliana, giunse a Napoli con Zenobio (medico) nella seconda metà dell’Ottocento. I suoi discendenti coltivarono le arti e la musica in particolare: Eugenio (oboista solista e nell’Orchestra del Teatro San Carlo, massone), Paolo (violoncellista e contrabbassista), Nora, Maria, Eraclide, Ionio (mandolinista), Elena (pianista). Le pagine musicali fatte oggi rivivere da Ernesto Saquella, hanno sempre “servito” l’immagine e i suoi linguaggi. È più che giusto che continuino a farlo, anche se, questa volta, in “silenzio”…

Antonio Porpora Anastasio

sabato 26 luglio 2014

Uno sgarbo "gratuito" ad Antonio Pettinicchi


Dato l'affetto che mi lega ad Antonio Pettinicchi, che considero tra i più grandi pittori e incisori che abbia prodotto la nostra regione e che sto studiando da ben quattro anni non posso tacere sul trattamento che gli è stato riservato ultimamente con una "personale" all'ex-Gil di Campobasso. Una retrospettiva che doveva essere, nelle intenzioni degli organizzatori, il primo omaggio ad un mese della sua dipartita ma che si è rivelata invece un'operazione dilettantesca e offensiva che di certo il pittore non meritava. Invito quindi i miei amici ed operatori del settore a prendere visione di questa petizione e nell'eventualità a contribuire all'appello

UNO SGARBO “GRATUITO” AD ANTONIO PETTINICCHI
A poche settimane dalla scomparsa di uno dei più grandi ed evocativi artisti molisani del Novecento, l’Assessorato alla cultura della Regione Molise, ha avuto l’improntitudine di dedicargli una “mostriciattola” senza né capo né coda , rabberciata per spazio e per impalcatura. Senza criterio (senza chiara curatela) , sono state messe in mostra quindici (15) opere del Maestro Pettinicchi, scelte (chissà come e da chi) fra le 87 che illustrano la Divina Commedia, acquistate dalla Provincia di Campobasso nel 1994.
Intanto, sulla facciata dell'ex-GIL, campeggia il manifesto della mostra di Domenico Fratianni che si svolge in contemporanea, mentre è assente del tutto l’indicazione dell’esposizione di Pettinicchi. Le opere di quest’ultimo sono affilate in una saletta di dimensioni modeste quasi fino all’offesa, addirittura di passaggio, per accedere alla mostra di Fratianni, che invece si irradia in tre ambienti ampi e ben strutturati. Tecnicamente, per impianto, quest’iniziativa rappresenta un danno grave per la figura e per l’opera di un vero e proprio caposcuola dell’arte contemporanea molisana, e dunque per l’immagine culturale dell’intera nostra comunità.
I sottoscrittori di questo appello chiedono che sia immediatamente chiuso il “corridoio espositivo” dedicato a Pettinicchi presso il palazzo dell’EX GIL, che siano rimossi dai loro incarichi, per incompetenza manifesta, i responsabili di un’iniziativa tanto improvvida e che ad Antonio Pettinicchi sia dedicato un grande evento espositivo, assegnandone la curatela ad uno dei tanti critici di rilievo nazionale che negli anni si sono occupati del suo lavoro. 
Per sottoscrivere l’appello è sufficiente inviare un’e-mail a redazione@ilbenecomune.it oppure a regiaedizioni@virgilio.it, specificando nome, cognome e ragione sociale e indicando nell’oggetto il titolo dell’appello: “uno sgarbo gratuito ad Antonio Pettinicchi”

PRIMI SOTTOSCRITTORI:
Antonio Ruggieri – direttore de il Bene Comune
Vincenzo Manocchio – direttore di Artes Contemporanea
Paolo Pettinicchi – figlio di Antonio Pettinicchi


giovedì 24 luglio 2014

Museo della ceramica di Pescolanciano


Pettinicchi all'ex-Gil (sic!)

dal  23 luglio al 29 agosto 2014

Palazzo ex-Gil Via Milano

a cura dell'Assessorato Regionale alla Cultura



"Omaggio al Maestro Antonio Pettinicchi, recentemente scomparso, con l'esposizione di 15 opere dal ciclo ispirato alla Divina Commedia e realizzate da Antonio Pettinicchi in buona parte nel biennio 1985 – 1986. La serie fu acquistata dalla Provincia di Campobasso e oggi esposta al pubblico nelle sale e lungo i corridoi di Palazzo Magno. 
È uno dei lavori più noti amati della lunga carriera di Antonio Pettinicchi. Il forte tratto espressionista della sua pittura mette in scena un vero e proprio teatro crudele in cui figure mitologiche incontrano e dialogano con persone reali che rappresentano il Molise più povero e dignitoso, mettendo in mostra, senza giudicare, la condizione dell'uomo passata e presente. E così l’umanità dolorante di Dante si trasfigura e attualizza nell’umanità dolorante di oggi in quella che Gino Marotta definisce una complessa elegia e cognizione della crudeltà e della caducità umana".

domenica 20 luglio 2014

Coscienza Anestetica, al Museo Sannitico le opere degli artisti eventualisti


Inaugurazione mostra. Da sinistra Sergio Lombardo, Miriam Mirolla, Tommaso Evangelista, Dionigi Mattia Gagliardi



MOSTRA D’ARTE CONTEMPORANEA “COSCIENZA ANESTETICA”, IPOTESI SOTTRATTIVA PER UN’ARTE RELAZIONALE.
Nel museo Sannitico di Campobasso, dal 22 giugno al 1 agosto, opere di Artisti Eventualisti e Molisani interagiscono con il pubblico in un contesto storico di rilievo.

Grande successo per la Collettiva d’Arte Contemporanea “ Coscienza Anestetica, ipotesi sottrattiva per un’arte relazionale”, che domenica 22 giugno ha aperto i battenti nello splendido palazzo Mazzarotta di Campobasso, sede del prestigioso Museo Sannitico Provinciale. La mostra, promossa  dal curatore e critico d’arte Tommaso Evangelista, presenterà  fino al 20 luglio, le opere di artisti eventualisti: Paola Ferraris, Dionigi Mattia Gagliardi, Roberto Galeotti, Claudio Greco, Giuliano Lombardo, Sergio Lombardo, Miriam Mirolla, Piero Mottola, Luigi Pagliarini e Carlo Santoro  e di giovani artisti molisani: Michele Boccamazzo, Giammaria De Lisio, Vincenzo Merola, Salvo Nostrato e Ivana Volpe di cui condividono i principi teorici. 
Tra di loro Sergio Lombardo rappresenta il fondatore del Movimento,   considerato da molti l’ultima vera Avanguardia in Italia. L’Eventualismo affonda le radici nella Pop Art Storica e nella Scuola Romana di Piazza Del Popolo dei primi anni 60 di cui Lombardo era membro e dalla quale si è progressivamente distinto  continuando la sua attività su di un piano più concettuale e scientifico. Nel 1979 ne traccia le basi teoriche  ponendo, a fondamento della ricerca teorica, l’evento , inteso come contenuto mentale o vissuto psicologico originale e spontaneo che scaturisce da stimoli opportunamente predisposti dall’artista. Così concepito, l’Eventualismo si pone in antitesi alla Società dello Spettacolo Globale figlia del Consumismo ed alimentata da interessi di  mercato;  vuole usare nell’arte il rigore e la sperimentazione e proporsi come stimolo atto ad indirizzare l’individuo  verso scelte sempre più consapevoli in grado di concepire ideali culturali nuovi, più complessi e raffinati. 
Progetto ambizioso perseguito per anni attraverso il Centro Studi Jartrakor che svolge attività di ricerca sperimentale sulla Psicologia dell’Arte e produce un’intensa attività editoriale, espositiva e di organizzazione anche internazionale di eventi artistici e scientifici. 
In tale prospettiva i giovani artisti molisani accolgono una pesante eredità ponendosi sulla scia di un’Avanguardia difficile che pone sfide nuove in tempi altrettanto difficili. Le loro opere, come quelle degli artisti che operano da anni in tale direzione, attraverso questa mostra, sembrano trarre linfa vitale dall’esposizione in spazi nuovi, le tre sale del Museo Sannitico sistemate e inaugurate per l’occasione in un contesto di notevole importanza storica, dimostrando, attraverso nuovi linguaggi e performance, che la ricerca estetica contemporanea non si esaurisce nel passato ma dal passato trae fondamento e validità. D’altra parte il titolo stesso della collettiva “Coscienza Anestetica“, ipotesi sottrattiva per un’arte relazionale, apre nuovi orizzonti a una ricerca estetica che si caratterizza in maniera sempre più interdisciplinare, superando le vecchie dicotomie tra arte e scienza e ponendo sempre più il fruitore al centro dell’opera laddove lo stimolo , determinato in maniera automatica ma strutturato con rigorose procedure scientifiche, diventa occasione d’interazione sociale.

Concetta Russo su Primo Piano Molise del 19 luglio 2014. (Foto Concetta Russo)

Segnalo anche questo reportage fotografico dal blog dell'artista Carlo Colli

Coscienza Anestetica - Sala eventualista

Carlo Colli e Vincenzo Merola

Sala eventualista

Gianmaria De Lisio

Cortile Museo Sannitico

Centro storico di Campobasso visto dal museo


giovedì 17 luglio 2014

Vis à Vis - Fuoriluogo 17


Vis à Vis - Fuoriluogo 17 
Artists in Residence Project

Limosano - Oratino
1 - 20 agosto 2014

E’ fissata per il 1 agosto 2014 la data di partenza della terza edizione del progetto artistico “Vis à Vis - Fuoriluogo 17” ideato dall’Associazione culturale “Limiti inchiusi arte contemporanea”.

Vis à Vis è un progetto di residenza per artisti che ormai da tre anni si svolge in Molise e che, a partire dal 2013, si è affiancato all’ormai noto Fuoriluogo, evento che da diciassette anni promuove lo sviluppo delle arti contemporanee nella regione.

Le passate edizioni delle residenze d’artista hanno favorito l’accoglienza di artisti provenienti dall’Italia e dall’estero, vedendo protagonisti nel 2012 i comuni abruzzesi di Carpineto Sinello (CH) e Guilmi (CH), unitamente ai molisani Acquaviva Collecroce (CB) e Montemitro (CB); nel 2013 è la volta di Oratino (CB), che quest’anno è al secondo appuntamento.
Dal 2013 gli sforzi dell’associazione promotrice del progetto si sono concentrati prevalentemente sulla promozione del territorio molisano nel tentativo di ampliare, anno dopo anno, i confini dei comuni coinvolti al fine di rendere l’operazione artistica una esperienza in grado di coinvolgere il maggior numero di abitanti molisani.

La residenza d’artista è una pratica largamente consolidata e ha dimostrato di essere un efficace modus operandi specie se attuato in contesti territoriali di modeste dimensioni. L’artista ospitato dalla comunità è invitato allo studio e alla riflessione sul contesto di riferimento, analizzando aspetti di variegata natura attraverso un’azione diretta e partecipata, priva di filtri e caratterizzata da una reale presenza fisica sul territorio. Gli aspetti analizzati possono spaziare dal dato paesaggistico a quello storico, dallo studio delle tradizioni alla sfera del sociale. A seguito della residenza l’artista dovrà realizzare un’opera d’arte che resterà di proprietà del comune ospitante ed essa sarà il risultato, la sintesi e la rielaborazione delle analisi condotte durante il periodo di permanenza sul territorio. L’arte contemporanea diventa, dunque, la chiave di accesso alla riscoperta del patrimonio locale, favorendo una continuità creativa in linea con la tradizione ma, al contempo, caratterizzata dai tratti propri del linguaggio contemporaneo. L’obiettivo è inserire l'artista contemporaneo e suoi lavori in un contesto organico, non autoreferenziale, ma capace di innescare una serie di sinergie con il territorio e i fruitori, auspicando alla costruzione, nel tempo, di una vera e propria “rete” di opere d’arte contemporanea collocate sul territorio molisano.

L’idea, in sostanza, è quella di utilizzare la consolidata pratica della residenza d’artista come procedimento in grado di apportare nuove formule creative, incentrate sul dialogo con il contesto, fortemente caratterizzato da una tradizione artistica di indiscutibile livello e cospicua produzione. Tale formula permetterà di costruire, nel tempo, un circuito di interesse turistico che possa fungere da volano per lo sviluppo dei comuni coinvolti grazie alla presenza delle opere realizzate da artisti nazionali e internazionali.

Durante la residenza saranno programmati open studio, laboratori didattici e incontri con il pubblico.

Il progetto, a cura di Silvia Valente, coinvolgerà per questa edizione i comuni di Limosano (CB) e Oratino (CB) e vedrà la presenza di due artisti molto diversi fra loro per formazione e poetica: Maria Chiara Calvani (Perugia, 1975) e David Fagioli (Roma, 1968).

Il progetto è ideato dall’Associazione culturale Limiti inchiusi arte contemporanea, sostenuto dall’Assessorato alla Cultura - Regione Molise, dal Comune di Limosano (CB) in collaborazione con l’Associazione Turistica e culturale “Pro-Limosano” e dalComune di Oratino (CB).

Franco Sciusco - La Modella


FRANCO SCIUSCO
"La Modella"
a cura di Umbero Russo

19 / 31 Luglio 2014
Inaugurazione Sabato 19 Luglio 2014 ore 19.00
con performance musicale della flautista
FRANCESCA DEL CIOTTO

Apertura tutti i giorni ore 21.30/24.00
Ingresso Libero

Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 Termoli

Presentazione

Una vocazione spontanea, si direbbe incoercibile, quella che ha condotto Franco Sciusco a dedicarsi fin da adolescente alla pittura, dapprima coltivata nel solco della tradizione figurativa, poi interpretata in modo originale e tutto personale, come intreccio di tele, manipolazione materica, quasi un’esplosione di fremiti e impulsi profondi tradotta in proiezioni informali.

Nell’introduzione al volume Franco Di Tizio ripercorre questo cammino artistico, segnalandone le tappe salienti e citando ampiamente i giudizi della critica qualificata, a testimonianza dei positivi riscontri che l’opera di Sciusco ha sempre ottenuti nel corso, ormai, di più di un trentennio.

Del resto, la sua è un’opera ancora in cammino, che riserba altri interessanti momenti creativi, altre forme di invenzione, nel fertile sviluppo di un’attività che nasce dal fondo più genuino della sua personalità.

«Io penso che nella vita di un artista – dichiara lui stesso – si dica solo una parola, questa parola è scritta nell’opera, in una o in mille opere la parola è sempre la stessa: importante che alla fine dei tempi si sappia». (Umberto Russo) 

FRANCO SCIUSCO, E NATO A ORTONA (CH) NEL 1956 .ESPONE PER LA PRIMA VOLTA A ROMA NEL 1976. IN TRENTACINQUE ANNI DI ARTE SI AFFERMA E OPERA COME ARTISTA INTERNAZIONALE. FIN DAI PRIMI ANNI NOVANTA REALIZZA OPERE CON UNA ORIGINALE TECNICA DI TELE E FOTO TAGLIATE E INTRECCIATE CHE LO ANNO PORTATO AD ESPORRE IN UNA PERSONALE NEL 1994 AL MIAMI BEACH WORL DEXPOSITION (USA).

lunedì 7 luglio 2014

Un_volo_molto_rapido - Greta Rodan

Riporto con piacere questo appello della scrittrice Greta Rodan che si è autoprodotta e sta sponsorizzando il suo libro su FB

"L'evento è finalizzato alla "sponsorizzazione" del libro_canto_racconto di Greta Rodan, volumetto che rappresenta un’ operazione artistico_finanziaria volta alla futura pubblicazione del romanzo della stessa, romanzo che pare essere fuori dagli standard imposti dalle case editrici per la sua “complessità formale e sostanziale”. Ebbene, la Rodan, dopo aver trascorso preziosissimi giorni a commiserarsi ed a sciorinare critiche sul degrado della società contemporanea, ha pensato di trovare occupazioni meno sterili e dedicarsi a questo progetto. 
Il segno di copertina è realizzato a mano dall’autrice, ogni copia è unica.
Pre_fazione e post_fazione sono curate rispettivamente da Manuela Petescia e Camelia Mirescu, grandi professioniste e amiche care, animegemelle.
Un grazie a tutti coloro che vorranno contribuire... state partecipando ad un ottimo disegno e ad una pregevole attesa: ché di scrittura e di Bellezza si possa vivere.
Il contributo è di 5 euro, il libro verrà spedito ovunque, le spese di spedizione sono incluse. Gli estremi per il versamento saranno forniti in privato". (LINK)


giovedì 3 luglio 2014

Anna Di Fusco - White Noise all'Officina Solare


White noise.
Ipotesi monocromatiche
di Anna Di Fusco
A cura di Tommaso Evangelista
6/18 luglio 2014

Inaugurazione domenica 6 luglio ore 19.00
con performance musicale di
ILEANA DE SANTIS
Flautista

Apertura tutti i giorni dalle 21.30 alle 24.00
Ingresso libero
Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 TERMOLI



Presentazione

White noise. Ipotesi monocromatiche di Anna DI Fusco

Quando il particolare è l’assenza non di rado si assiste all’inversione della visione, che da sguardo analitico diventa ipotesi di senso. Il fascino della pittura monocromatica risiede infatti nell’essere una pittura di “grado zero” che alla polisemia cromatica predilige la profonda, e a volte struggente, esplorazione di un unico tono. L’assenza allora diventa tattile e concreta ed ecco perché il monocromo, in fondo, è un’utopia della materia pittorica. La storia dell’arte (e dell’occhio) a riguardo offre infinite suggestioni sulle quali vale la pena, brevemente, soffermarsi per apprezzare quanto possa essere complesso e per nulla banale adottare come poetica, come ha fatto Di Fusco, la ricerca su una gamma limitata di colori e in particolare sul bianco. La definizione è antica. Permonochromata Plinio il Vecchio si riferiva verosimilmente alla preparazione dei dipinti eseguita in bianco e nero e poi colorata con un’unica tinta; Quintiliano parlava invece di una pittura singulis coloribus che parrebbe identificarsi con il chiaroscuro monocromo. Una pittura a tinta unica è stata usata largamente nei secoli, comunque, sia in sussidio di grandi decorazioni murali sia come trattamento di sfondi tanto che l’Angelico nel convento di San Marco ci ha lasciato splendide varianti di bianco, tono su tono: basti a riguardo osservare l’armonia della scena della Trasfigurazione. Il Novecento complica la forma e la visione. Malevič sosteneva un’arte liberata da fini pratici e di rappresentazione, basata sul riconoscimento della supremazia della sensibilità pura, tanto che il suo Bianco su bianco del 1918 è più che altro un’intuizione, poetica come un pensiero; nel 1922 scrisse: «Il suprematismo bianco si spinge verso una natura bianca e priva di oggetti, verso impulsi bianchi, verso una conoscenza ed una purezza bianche come verso lo stadio più alto di ogni realtà, della quiete come del movimento». Arriviamo al secondo Novecento. In Italia si assiste al trionfo del bianco inteso come sdoganamento dagli schemi e ricerca di uno spazio d’azione intensificato, e molti artisti dell’avanguardia hanno percepito questo non-colore come un elemento dalla forte carica simbolica ed energetica. C’è Lucio Fontana che nel 1946, a Buenos Aires, pubblica il Manifiesto Blanco, cercando nello spazialismo una sorta di luogo extra-temporale di sconfine ma ci sono anche i pallidi cretti di Burri, densi come terra, oppure l’ironia dei monocromi di Piero Manzoni o le modulazioni ottiche di Enrico Castellani. Ci sono poi ancora i lavori di Capogrossi, Boetti, Lombardo, Bonalumi, Pascali, Kounellis, Ceroli, tutti alla ricerca di sequenze di bianco che solo il sortilegio della pittura e la personale sensibilità del colore ci aiutano a distinguere. Equilibrio di fondo, purezza, essenzialità oppure disarmonia, cinismo, angoscia, disorganicità. Le opere di Di Fusco, alla luce di tante ed eterogenee influenze, sembrano vivere tra la sensualità materica e barbara di Burri e l’invisibile ricerca di spirito di Fontana, il quale aveva adottato una materialità liberata da qualsiasi atomo realista per mostrare una natura invisibile e celata oltre la superficie. Per l’artista di origini molisane, proveniente da eccellenti prove pittoriche di superamento delle tensioni costruttive, il bianco su bianco degli ultimi lavori è un significativo punto di arrivo nella riuscita rappresentazione di un silenzioso annullamento di tutte le forme adoperate finora. La materia pittorica si compenetra col supporto, compattandosi in costruzioni ritmiche e irregolari ricche di tensioni prospettiche che si percepiscono nelle ombre solide degli spessori. Emerge una spazialità nuova, sensibile al vuoto, dove il tocco della pittrice diventa fenomeno ottico complesso e la tela un tempo sospeso, come la pausa di un rumore. E proprio al rumore ci riporta segretamente il titolo poichéwhite noise in inglese indica il rumore bianco ovvero un particolare tipo di rumore caratterizzato dall'assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante. Tale rumore, simile ad un continuo fruscio, è normalmente usato per mascherare altri suoni, ovvero coprire il rumore in ambienti interni, e in particolari circostanze è indicato per provocare allucinazioni uditive e rilassamento. Sia che osserviamo i monocromi bianchi o quelli neri, oppure le varianti cromatiche in blu, rosso o grigio, impostate su solide increspature di materia, l’idea della pittura come “rumore di fondo” mi sembra particolarmente interessante perché va a cogliere una proprietà essenziale dell’arte contemporanea: la decorazione. L’arte è diventata decorativa perché ha abdicato alla sua funzione narrativa ed universale, sostituendo al racconto l’attimo della sensazione personale che diviene impronta psichica nella ricerca di sintesi astratte. L’arte, come il bianco di Kandinskij, è diventata assoluto divenendo silenzio. Questa inconscia sinestesia ci conduce, pertanto, ad un’altra lucida sperimentazione sul bianco e sul suono. Siamo nel 1951 e Rauschenberg crea i suoi White Paintings, inserendosi nella tradizione dei dipinti monocromatici. L’obiettivo dell’artista era quello di ridurre il dipinto alla sua natura più essenziale, così da condurre l’osservatore verso una forma pura dell’esperienza artistica. I White Paintingsfurono esposti alla Eleanor Ward’s Stable Gallery in New York, nell’Ottobre del 1953, e apparivano semplicemente come tele vuote, completamente bianche. Ma invece che come frutto di un processo distruttivo di riduzione della forma al nulla totale, per apprezzarli è necessario pensarli piuttosto come “schermi ipersensitivi”, o più suggestivamente, affidandosi all’interpretazione che John Cage diede di loro, come “aeroporti di luci, ombre e particelle”. Fu proprio Cage che, ispirato da tali opere, realizzò il suo più famoso e controverso lavoro, intitolato 4’33’’, per qualsiasi strumento musicale. Si tratta di uno spartito bianco poiché la composizione consiste nel non suonare alcuno strumento per la durata di 4 minuti e 33 secondi, rendendo protagonista dell'opera né l’esecutore né tantomeno il compositore, bensì l’ambiente con la sua gamma infinita di manifestazioni acustiche, ovvero col suo white noise. Cage dava spazio alla voce del mondo come Rauschenberg dava corpo all’ambiente in quanto i suoi lavori erano influenzati dalle condizioni esterne “così che potenzialmente – diceva - avresti persino potuto evincere quante persone erano nella stanza”. Il bianco assoluto, come il silenzio, non esiste e tutta la pittura monocroma di Di Fusco cerca di suggerire delle impressioni ambientali ed armoniche ricavate dalla totalità del reale. I lavaggi di colori, gli accostamenti tono su tono, le spatolate e l’uso evidente della traccia, che parrebbero indirizzare verso una pittura d’azione, cercano di modulare gli ambienti in attimi e pause poiché l’intento dell’artista è quello di decorare con i gesti le misure personali, lasciando all’evocazione quella freschezza naturalistica alla quale si arriva per lenta comparazione. Una declinazione della leggerezza e il tentativo di ricomposizione del piano pittorico, ormai saturato dalla materia e per questo in perenne disvelamento attraverso i segni e le tracce lasciate dalla pittrice. L’intento è proprio quello di somministrare al fruitore frammenti sonori, ovvero quel rumore di fondo capace di colorare la vita e senza il quale tutto si perderebbe in un vuoto inquieto. Ma soprattutto c’è il colore, analizzato e sperimentato nella tridimensionalità dell’impasto cromatico, nella sua risonanza interna di sintesi. L’azzeramento della forma, il passaggio dalla decorazione all’evento, per chiudere con Filiberto Menna, è allora inevitabile: «il colore agisce con le sue proprietà dinamiche quantitativamente accettabili e regolabili. Il quadro non rinvia ad un altro di sé, rifiuta ogni rimando metaforico sia pure di ordine soltanto espressivo, per trasformarsi in una struttura oggettiva, al limite impersonale».

Tommaso Evangelista
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