martedì 23 febbraio 2016

“Non sono un iperrealista. Indago il tempo”. Oltre il ritratto: un’intervista ad Antonio Finelli

Antonio Finelli, classe 1985, originario di Riccia, vive e lavora tra Roma e Campobasso. Ha iniziato la sua formazione artistica frequentando nel capoluogo molisano il liceo artistico Manzù mentre, successivamente, si è trasferito a Roma perfezionando le proprie doti artistiche presso l’Accademia di Belle Arti. In regione ha recentemente chiuso una sua personale, “L'Illusione del Corpo”, a cura di Lorenzo Canova e Piernicola Maria Di Iorio, ospitata alla Galleria ARATRO, che è stata un successo di pubblico e probabilmente tra le personali più stimolanti viste ultimamente nell’attivo spazio espositivo universitario. Finelli, che prossimamente esporrà le proprie opere in rappresentanza del Molise alla mostra “Il Tesoro d’Italia”, curata da Vittorio Sgarbi in occasione dell’EXPO2015, è certamente tra gli artisti più interessanti della regione e sicuramente tra i più attivi nel contesto nazionale. La sua arte, ad una prima lettura dichiaratamente iperrealista, in effetti nasce da dinamiche ispiratrici e compositive differenti da quelle della celebre corrente americana, dinamiche molto “tradizionali”, ovvero europee per quel tentativo di lettura ed indagine dell’umano che ci deriva da secoli di speculazione filosofica e artistica sull’uomo, anche se una delle frasi più calzanti circa i suoi ritratti la ritrovo poi in una dichiarazione di Chuck Close «Il viso di una persona è la carta stradale della sua vita. Se l’affronta con atteggiamento positivo le rughe sono quelle che si formano quando si sorride. Allo stesso modo è subito palese quando invece la vita la si passa imbronciati». I disegni di Finelli sono la “carta stradale” delle figure che ritrae, ovvero sono le tracce di vita che prendono forma e segno nelle pieghe e che comunicano esclusivamente per via visiva l’ispessimento del tempo e la coesione e sovrapposizione di tutte le emozioni sfuggite al controllo dell’anima. Ci sentiamo di sera, per telefono. Io nella penombra della mia scrivania ho preparato alcune –forse tante- domande e la conversazione scivola via piacevole.

Finelli


Tommaso Evangelista Mimmo Paladino ha parlato, circa la tua arte, di –cito- “ritratti senza tempo” ma che, a ben guardare, parlano proprio del tempo che scorre e dei segni che lascia sui corpi. Trovi una contraddizione tra questa idea d’assenza di tempo e l’invadenza del presente sotto forma di vecchiaia?

Antonio Finelli Non vi vedo una contraddizione perché questi segni sono aspetti puramente “tecnici”. Non mi sono mai fossilizzato su un’età ben precisa o non ho voluto mai sottolineare, o caricare, la vecchiaia anche se questa, giocoforza, è emersa dalle mie ricerche. Non voglio evidenziare il passaggio del tempo in un determinato periodo ma indagarlo senza essere condizionato dagli anni. Certo, Paladino poi lavora molto sull’idea di arcaico e arcaismo e questa idea di assenza di tempo in lui è molto forte.

T. E. Rimanendo sull’analisi dei testi critici, invece, Lorenzo Canova, nell’ultimo testo per la mostra all’ARATRO, scrive di “corpo illusorio” e qui sorge un altro contrasto tra seduzione e illusionarietà del corpo e il suo estremo e crudo realismo. Cosa pensi a riguardo?

A. F. L’idea di corpo illusorio è legato alla nostra civiltà dell’immagine che blocca, quasi, nel tempo il decadimento. Ma il tempo continua a scorrere, è inarrestabile, e non permette alle persone di rimanere giovani in eterno. Ci viene inculcata una bellezza effimera mentre io cerco proprio i segni e le tracce. Noi siamo padroni del nostro corpo, sostanzialmente, e ci possiamo permettere di fermare il tempo ma non dobbiamo esserne schiavi.

T. E. La tua ricerca sembra incentrata sull’ossessione del mutamento del corpo percorso dal tempo in un contesto, quello odierno, che cerca appunto di preservare all’infinito la perfezione, o meglio un’edulcorata bellezza. Nel tuo caso può la bellezza e il sublime –veicolato dall’arte- giungere dal decadimento oppure il tuo realismo può rischiare di andare in senso opposto, ovvero verso una estetizzazione cruda del dettaglio e della vecchiaia priva, quindi, di una prospettiva escatologica?

A. F. Ritengo che la bellezza del corpo è data dalla saggezza dell’individuo, e che questa nasca a sua volta dall’esperienza. La crudezza della vecchiaia non è da intendere in senso negativo perché custodisce una ricchezza che stimola diverse proprietà estetiche. La vecchiaia è un arricchimento della pelle e non un decadimento, quindi non cerco la crudezza ma il sublime nel dettaglio.

Finelli


T. E. Ho letto in una tua intervista che ti definisci “artista documentatore” per la volontà di documentare l’evoluzione del corpo. Ci puoi spiegare questa definizione? Tale evoluzione del corpo che segui nella vecchiaia ritieni sia lecita indagarla anche nel cosiddetto Transumanesimo, ovvero nel post-umano della performance che sempre più mira ad alterare i corpi con la tecnologia, disumanizzandoli?

A. F. Per artista documentatore intendo un lavoro estremamente tecnico di documentazione di un processo, di uno status dell’individuo che vado ad investigare con il disegno e la molteplicità dei segni grafici. Il mio discorso, ripeto, è legato al tempo e il contenuto artificiale o post-umano non appartiene al tempo naturale e si discosta dalla mia ricerca. Non guardo alla manipolazione dell’uomo ma al lavoro della natura.

T. E. Sempre in un’intervista ho letto di un tuo amore giovanile per Giuseppe Penone. Facevi riferimento in particolare all’opera Svolgere la propria pelle. In quel lavoro, ricordo, l’artista ripercorreva e fotografava il proprio corpo attraverso la sovrapposizione di una lastra di vetro sulla pelle. Il corpo segmentato e la schedatura dell’epidermide sembrano ritornare nei tuoi ultimi lavori.

A. F. Ho conosciuto Penone circa sette anni fa a Villa Medici in occasione di una sua personale. Ben prima avevo approfondito la sua opera durante un esame all’Accademia. Ci siamo fermati per un po’ a discutere e gli avevo chiesto proprio di questo lavoro, che tra l’altro non era presente in mostra. Mi aveva colpito questa volontà di rappresentare i vari segni della pelle mentre l’ingrandimento del dettaglio faceva perdere un’idea di unità ed evidenziava una sorta di vibrazione dell’epidermide. Penone, certo, è legato al concettuale ma posso affermare che quest’opera è stata probabilmente il punto di partenza per la mia ricerca figurativa. Anche il tentativo odierno di segmentare il corpo e annullare alcune parti probabilmente deriva da quella sorta di astrattismo che avevo individuato nella sua opera. Un giorno, passeggiando per via del Babbuino, ho avuto la fortuna di scambiare due chiacchiere anche con Gino Marotta ma più che di arte abbiamo discusso del nostro Molise.

Penone

T. E. Certamente la tua arte si situa, ad una prima e superficiale lettura, nel filone dell’Iperrealismo. L’Iperrealismo, però, non equivale al realismo contemporaneo inserito nel filone figurativo cristiano bensì nasce negli anni Sessanta negli U.S.A. in concomitanza con la Pop Art. Non vi è pertanto lo scopo di ritrarre il mondo ma le fotografie che ritraggono il mondo, gareggiando con gli effetti di stampa e di pixel. Il carattere di apparente oggettività meccanica e l’idea dell’artista visto come macchina non fanno che dimostrare l’aspetto consumistico dell’operazione. Come ti vedi in relazione a tale corrente e qual è il tuo modo di lavorare?

A. F. I miei primi lavori sono estremamente iperrealisti anche se non mi è mai importato nulla di questo movimento, nel senso che non mi ci sono mai relazionato. Anzi, apprezzando Penone o altri artisti dell’avanguardia romana, ho sempre cercato una linea diversa di azione e di suggestione. Le mie prime opere sono molto definite, quest’ultime invece, con l’aggiunta di spazi vuoti e indeterminati, virano verso il minimale perché l’assenza di dettagli appiattisce l’immagine e non la rende un’icona “consumistica”. Non sono un iperrealista, indago il tempo. Non ho mai approfondito inoltre gli aspetti tecnici del movimento. Il mio lavoro parte, certo, da fotografie che scatto ma che mi servono per capire il vissuto del soggetto. Inizio quindi dalla selezione dei volti e da una documentazione fotografica alla quale attingere, ma successivamente disegno e inizio a chiaroscurare tutto a mano. Gli artisti contemporanei, poi, si affidano spesse volte a idee facendo realizzare ad altri le proprie opere e personalmente non condivido molto questo processo. Tengo molto al recupero della tecnica e al perfezionamento del disegno.

T. E. Nell’Iperrealismo americano, e penso in particolare a Chuck Close, non vi è una visione naturalistica del mondo mentre il sovradimensionamento è inteso come effetto straniante e molto postmoderno che esalta solamente la coseità dell’oggetto; anche le tue zone bianche, nel disegno, hanno un risultato disorientante. Come analizzi queste tue pause o fratture temporali che frammentano la superficie dei corpi e dei volti? Pensi che ciò porterà ad un’evoluzione della tua ricerca formale?

Close


A. F. I primi miei lavori erano incentrati sulla somiglianza dell’individuo e non sull’epidermide. Ho cercato allora di scomporre l’immagine per focalizzarmi sui segni, dando quasi un aspetto di maschera ai volti nell’eliminazione delle zone intorno agli occhi o al naso. Volevo non far riconoscere il soggetto per spostare l’attenzione dalla conformità al segno. Anche l’idea di “Autoritratto” nei titoli tende a esaltare non la singola persona bensì i frammenti della superficie, il passaggio del tempo sulla pelle e il tentativo di parlare, in fondo, sempre di me stesso attraverso l’arte. Mi interessava inoltre l’effetto alienante e conturbante che veniva a crearsi con queste zone bianche le quali complicano la visione e l’approccio all’immagine. E’ una ricerca, per esempio, che è stata apprezzata molto da Sgarbi, in occasione dell’invito all’EXPO. Il professore ha sottolineato questa idea frammentaria dei volti che risultava molto più comunicativa rispetto alla ritrattistica comune. La presenza di spazi che possono essere confusi tra la luce e il vuoto mi affascina e voglio cercare di portarla anche nella realizzazione di figure intere. Alcuni esempi sono stati presentati all’ARATRO ma in futuro, oltre ai singoli volti, voglio insistere sul corpo nella sua interezza di campo, analizzandolo e disegnandolo sempre con questi spazi vuoti e chiaroscurati.

Finelli
E’ passata quasi un’ora dall’inizio della discussione. Interrompo le domande e parliamo di progetti futuri. Antonio mi confida come, in fondo, non sia interessato a ridurre la propria arte alla pura vendita e che non vuole essere condizionato dalle gallerie. Il suo, oltre che un lavoro, è soprattutto una passione e il tentativo di portare avanti una tradizione disegnativa tutta italiana lo allontana certamente dal consumismo iperrealista. In fondo, forse, è proprio tale distacco dalle mode e questo amore per la matita e il segno a dare spessore –tempo e spazio- alla sua opera.


Finelli


Tommaso Evangelista


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