domenica 1 luglio 2012

CibArt

Antonio Tramontano, Coboldo, 2012
30 giugno / 12 luglio 2012
CibArt

Artisti Partecipanti


Enza Acciaro

Valeria Acciaro

Nino Barone

Gabriella Campanelli

Michele Carafa

Carma

Cleofino Casolino

Mariagrazia Colasanto

Francis Desiderio

Lucia Di Miceli

Walter Giancola

Antonio Marcovicchio

Renato Marini

Michele Peri

Alessandra Peri

Mariangela Regoglioso

Nazzareno Serricchio

Massimo Traino

Antonio Tramontano

Cristina Valerio


Breve storia del cibo in arte


Eat Me 

L. Carroll, Alice's Adventures in Wonderland, 1865 


Inizio questo breve scritto con una frase celeberrima e fin troppo abusata: “L’uomo è ciò che mangia” (in tedesco, “der Mensch ist was er isst”). L’espressione ripresa da Feuerbach da un popolare gioco di parole “Man ist was Mann isst” (letteralmente: “Si è ciò che l'uomo mangia”) era a sostegno del suo materialismo radicale nell’affermare che sostanzialmente noi coincidiamo con ciò che ingeriamo e che siamo perché mangiamo. Per il filosofo esiste un’unità inscindibile fra psiche e corpo e l’uomo, per accrescere le sue facoltà intellettuali, deve vivere in buone condizioni materiali: il cibo, infatti, porta con sé delle qualità che non si esauriscono nel momento fisiologico ma agiscono fin dentro la vita spirituale. Ma se vi è un così profondo legame tra alimentazione e vita, materiale e intellettuale, vi è un legame intimo anche con l’arte e con ciò che si produce/realizza?

Una collettiva sul legame tra arte e cibo potrebbe sembrare un argomento quasi banale di riflessione poiché sostanzialmente saturato dalla “società dei consumi” che ha fatto dell’estetizzazione dei prodotti (e in particolare degli alimenti e dello stesso atto alimentare) un suo cavallo di battaglia. Se si eliminano però tante sovrastrutture ci si accorge che questa relazione ha basi ben più profonde e che tutta la storia dell’arte è ricca di citazioni, riferimenti, nessi tanto che il cibo, a buon diritto, si può considerare tra le iconografie più sfruttate nel corso dei secoli. Evitando quindi di analizzare singolarmente le varie opere, che spaziano dall’installazione alla scultura, dalla pittura alla fotografia, dimostrando un’attenta quanto originale recezione del tema, con tanto di riferimenti alla storia dell’arte o del costume, vorrei proporre una piccola digressione che riguarda proprio il cibo nelle opere per fornire ulteriori spunti di riflessione alla luce della nostra tradizione artistica.

Esiste indubbiamente un primigenio legame di dipendenza tra la produzione artistica e il cibo ed ha i suoi fondamenti nell’antropologia dato che si riferisce ai primi manufatti realizzati dal’homo sapiens. Si è cominciato, naturalmente, con le armi per la caccia e sculturine votive, sostentamento e sacralità (senza dimenticare i graffiti preistorici con scene di lotta e con battute, momento fondamentale di recupero del cibo) per giungere alle prime produzioni di oggetti utili alla vita quotidiana. La maggior parte di questi oggetti hanno a che fare con gli alimenti dato che erano brocche, piatti, vasi adatti ad accogliere e conservare le vivande. Tali utensili, all’inizio molto semplici e senza decorazione, cominciano ad essere abbelliti e la superficie esterna diventa uno spazio da arricchire e ornare con motivi geometrici. Massimo sviluppo di questa pratica si avrà con la pittura vascolare greca nei suoi diversi passaggi di stile (stile proto geometrico, geometrico, ornamentale, a figure nere e a figure rosse). Il cibo, come soggetto vero e proprio della pittura, entra con l’arte romana e nature morte sono ampiamente documentate nelle decorazioni parietali di Pompei ed Ercolano. Allora, ci riferisce Plinio, erano conosciuti col nome di xenia a ricordare un’antica tradizione greca che così appellava i doni di cibi freschi offerti dal padrone di casa all’ospite di turno. Non solo comunque sulle pareti. Tra i mosaici più affascinanti rinvenuti vi è quello ritrovato nell’800 sull’Aventino, del II sec. d.C., e conservato oggi nei Musei Vaticani che raffigura gli avanzi di un pasto: questo particolare tipo di decorazione pavimentale con natura morta prende il nome di asaroton, vale a dire “pavimento non spazzato”. 


Per passare velocemente all’arte tardo antica e medioevale bisogna dire come il cibo venga nobilitato dal cristianesimo diventando vero e proprio oggetto sacramentale; il pane e il vino, con la transustanziazione, durante la celebrazione eucaristica diventano sostanza del corpo e del sangue di Cristo. Questo mistero della fede permea tutta la cultura artistica altomedievale che nell’impossibilità di raffigurare l’invisibile si apre sorprendentemente al simbolo cosmico e storico. 

La natura morta viene riscoperta nel ‘500 sostanzialmente attraverso le decorazioni di Giovanni da Udine per la Loggia di Amore e Psiche di Raffaello nella villa di Agostino Chigi a Roma. Giovanni realizza la finta architettura arborea che incornicia le scene, e che diventerà modello per tutte le decorazioni successive, inserendo tra gli arbusti e le foglie una varietà infinita di specie vegetali, frutti e fiori, tanto che se ne possono contare più di 150 varietà diverse, anche provenienti dall’America da poco scoperta. Sempre nel ‘500, in area nordica, perdurano leggende e racconti medievali, e tra tutti quello che riferisce di un paese favoloso ricco di ogni cosa necessaria a vivere allegramente e dove regna sempre l’abbondanza e il piacere: è il famoso paese della Cuccagna (da koka, torta) raffigurato nel 1567 in una celebre tela di Bruegel il Vecchio quale un luogo “farcito” letteralmente di delizie culinarie. Solo nel ‘600, comunque, il cibo arriva a rivestire ruoli più centrali divenendo un vero e proprio “genere”. Ad inaugurarlo è il Caravaggio con la Canestra di frutta, quadro che raffigura unicamente della frutta ma che si apre ad ulteriori significati: non nasconde, come più volte erroneamente si sottolinea, sottili messaggi legati alla precarietà delle cose terrene ma bensì ha un significato cristologico. I frutti presagiscono la passione di Cristo mentre la figura del cesto trova il suo modello ispiratore nel Cantico dei Cantici: è il simbolo della sposa, ovvero della Chiesa, che si sporge verso lo spettatore in segno di offerta di sé nei confronti dell’umanità. Di maggior realismo sono le opere giovanili di Annibale Carracci: lo sgraziato Mangiafagioli dalla voracità animalesca fa eco alla grezza Bottega del macellaio che inaugura una sorta di sottogenere, riguardante carcasse di animali appesi, che passando per la cruda maestà del Bue squartato di Rembrandt arriverà fino al ‘900 con i deliri muscolari di Bacon, pseudo crocifissioni di carne, fino ai riti neo-pagani di Nitch, azioni cruente alla ricerca del sacro. Saltiamo qualche secolo di definizione e standardizzazione del genere e arriviamo direttamente all’800 con un altro capolavoro che riguarda il cibo. 


La Colazione sull'erba (Le déjeuner sur l'herbe) è un dipinto realizzato tra il 1862 ed il 1863 dal pittore Édouard Manet; ispirato al Concerto campestre di Tiziano raffigura una colazione in un bosco, nei pressi di Argenteuil, dove scorre la Senna. In primo piano vi è una donna nuda che guarda verso il pittore, comodamente adagiata su un panno azzurro, probabilmente una parte delle vesti di cui si è liberata. Essendo il dipinto privo di riferimenti mitologici o simbolici capaci di trasportare la scena nella pudica dimensione del mito viene a mancare qualsiasi giustificazione del nudo che perde i connotati dell’ideale per vestire immediatamente quelli dell’erotismo. Una semplice colazione, allora, si trasforma in una scena carica di pathos e sensualità che fece enormemente scandalo al Salòn del 1963. Van Gogh riscopre e rinnova, attraverso la sua corposa e furente pennellata, il genere della natura morta che diventa metafora del suo tormento interiore mentre De Chirico nel rappresentare le “cose che non sono vive” le riconduce al respiro silenzioso della terra; dirà: “Una natura morta contiene una geografia, tutto un mondo ridotto come nei dizionari”. Il Futurismo, nel suo tentativo di “ricostruzione dell’universo”, non può non interessarsi anche del cibo. Ultima delle “grandi battaglie artistiche e politiche spesso consacrate col sangue” di Marinetti e compagni è proprio la rivisitazione della cucina, rivisitazione intesa come la lotta contro l'”alimento amidaceo” (cioè la pastasciutta) colpevole di ingenerare negli assuefatti consumatori “fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo”. Il Manifesto della cucina futurista, che voglio inserire in appendice, uscirà il 20 gennaio 1931. Per soffermarci infine sull’arte più recente le impressioni sono molteplici. Nel 1961 l’artista Daniel Spoerri partecipò allo sviluppo della corrente artistica della Eat Art dove le creazioni andavano a mostrare direttamente il cibo e le nostre abitudini alimentari. 


L’artista trasformò una drogheria in galleria dove si comprava del cibo etichettato “attenzione opera d’arte” (nello stesso anno Piero Manzoni conservava e sigillava le sue feci in 90 barattoli di conserva ai quali applicò l’etichetta “Merda d’artista”). Alcuni anni dopo apriva il Restaurant Spoerri dove venivano serviti piatti tanto bizzarri quanto orripilanti: ragù di pitone, mammelle affumicate, omelette alle termiti grigliate, bistecca di proboscide, formiche alla griglia. Ma fece ancora di più. Nel 1983 più di un centinaio di invitati si erano dati appuntamento per un omaggio al celebre dipinto Déjeuner sur l’herbe di Manet. Solo che l’happening in questo caso si chiamava Déjeuner sous l’herbe (sous-sotto): a fine pasto l’artista aveva invitato tutti a scavare una trincea lunga 40 metri per digerire meglio e calarci dentro i tavoli ancora mezzi imbanditi, senza aver spostato una singola posata. Il cibo è uno degli emblemi della Pop-art. Il consumo della merce e l’esaltazione del prodotto connesso al marchio caratterizza gran parte della produzione di Andy Wahrol. Tra tutte le opere, dai celebri barattoli di Zuppa Campbell alle bottiglie di Coca-cola, voglio accennare brevemente alla copertina di un album. The velvet underground & Nico, del 1967, è un disco leggendario: con questo nasceva il rock alternativo e la Pop-art, grazie al lavoro grafico di Andy, diventava effettivamente arte di consumo in quanto applicata ad un oggetto che avrebbe avuto una grandissima diffusione. La prima, rarissima, copertina del disco su sfondo bianco è in completa sintonia col carattere provocatorio dell’artista il quale aveva realizzato una banana gialla dall’esplicito riferimento sessuale. Si invitava l’ascoltatore a sbucciare la banana (“peel slowly and see“) per scoprire, effettivamente, una polpa rosa shocking, “il frutto del desiderio”. 

Oggi il cibo, presente in molte performance e video d’arte, è inteso spesse volte come materia, malleabile e fluida, con la quale sporcarsi per mostrare l’assurdità di una società “carnivora” che ha smarrito il senso ultimo delle cose: è il caso delle pellicole di Matthew Barney che spesse volte nascondono richiami al processo dell’alimentazione umana inteso come metafora della natura fisiologica della creazione. 

Il cibo nel corso della storia ha sempre accompagnato l’uomo non solo nella sua funzione essenziale di nutrimento ma spesso come inesauribile fonte di inspirazione e, come visto, sono molte le diverse arti ed espressioni con le quali si è interfacciato. Per cambiare genere e riferimenti, allora, vorrei concludere con due esempi tratti dalla storia del cinema. La prima immagine è quella di Totò che in Miseria e Nobiltà sale sulla tavola, per una volta imbandita, e si lancia in un balletto con le mani piene di spaghetti. Inconsciamente il Principe De Curtis, con quel gesto tanto simpatico quanto anarchico, sta recuperando formule di pathos antiche poiché nel testo settecentesco La mimica degli antichi investigata nel gestire napoletano compare proprio una tavola con la scritta “La scuola dei mangia-maccheroni” e che riporta identico il gesto a ribadire di come anche le abitudini alimentari abbiano poi un solido fondamento culturale. Il secondo esempio è il film La Grand Bouffe, pellicola drammatica, spesso violenta, in cui il cibo diventa strumento per una critica feroce alla società del benessere e dei consumi e dove proprio attraverso l’abuso tanto voluttuoso quanto sadico delle pietanze i protagonisti, tutti membri di questa dorata società, si daranno la morte.

Tommaso Evangelista

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