giovedì 26 settembre 2013

Vincenzo e Angiolino Palombo - Una famiglia di pittori del Novecento termolese



Vincenzo e Angiolino Palombo
Una famiglia di pittori nel Novecento termolese

A cura di Tommaso Evangelista

28 settembre / 10 ottobre 2013
Evento inserito nella Nona Giornata Nazionale del Contemporaneo organizzata dall'AMACI

Inaugurazione sabato 28 settembre 2013 ore 18.30
Officina Solare Gallery
Via Marconi, 2 Termoli (Italy)


L’esposizione dei lavori di Vincenzo e Angiolino Palombo segna per la galleria Officina Solare un’apertura verso la città di Termoli e la sua storia artistica poiché va ad indagare le opere di due pittori, padre e figlio, che hanno segnato quasi un secolo di storia locale. In assenza di approfonditi studi specifici, se si escludono gli atti del convegno Vincenzo Palombo, pittore svoltosi a San Martino in Pensilis il 19 Agosto 2004 e la “traccia di presenza” riportata dallo studioso Dante Gentile Lorusso nel suo fondamentale testo Attraversamenti. Sulla cultura artistica nell’Ottocento molisano[1], l’analisi non può che vertere su dati stilistici e formali, ovvero su una lettura puntuale delle opere in relazione alle limitate note biografiche. 

Vincenzo Arturo Palombo nasce a Campobasso il 18 agosto 1883 da Francesco, di professione calzolaio, e Rosa Troilo. Dopo una prima formazione artistica, probabilmente in botteghe artigiane della città, si stabilisce a San Martino in Pensilis dove il 21 settembre 1903 sposa Rosina Zuppone. Giovanissimo emigra negli Stati Uniti e si stabilisce a New York rimanendovi per ben sette anni e lavorando nella carpenteria delle case di legno; in tale periodo entra in contatto con maestri artigiani, provenienti in particolare da Catania (sue sculture sono presenti nel giardino botanico della città), dai quali apprende uno spiccato gusto per la decorazione di ascendenza post-rococò e per certe raffinatezze compositive. Tornato nel paese bassomolisano, in quel periodo tra i centri più ricchi e fiorenti della zona, comincia a ricevere una serie di commissioni pubbliche e private che lo porteranno a decorare diverse chiese e abitazioni borghesi. La prima grande prova artistica la porta a termine nel 1913 per la chiesa di San Giuseppe di San Martino in Pensilis; nella navata centrale realizza quattro episodi della vita di Gesù: l’Ultima Cena, il Bacio di Giuda, l’Ecce Homo, la Deposizione. Compie diversi viaggi a Roma, Napoli e Milano che accrescono le sue capacità artistiche e il bagaglio figurativo. Sono documentati in tali anni lavori nelle chiese di Guglionesi, Rotello, Colletorto e Monaciglioni e dipinti affrescati in diverse dimore gentilizie di San Martino e Termoli, dove si legge uno spiccato gusto per l’ornamento e l’utilizzo di soggetti tratti da un eterogeneo repertorio iconografico (putti, scene allegoriche, episodi di genere, vedute, festoni). Nel 1945 Vincenzo si trasferisce con la moglie e i suoi quattro figli, Domenico, Angiolino, Arturo e Aldo, a Termoli dove continua il lavoro di decoratore e intagliatore. La sua opera pubblica più significativa è di certo la decorazione nel 1947 della cupola di San Pietro Apostolo, a San Martino in Pensilis, la quale accoglie quattro storie della vita di San Pietro ripartite da una splendida cornice polilobata che reca al centro la colomba dello Spirito Santo. Le scene, la Chiamata, la Confessione, la Tempesta sedata, il Primato, si caratterizzano per le riuscite ambientazioni storiche, che ricordano certe sperimentazioni di stampo storicista di Amedeo Trivisonno, la salda padronanza della composizione, che rivela un artista estremamente maturo dal punto di vista dell’impostazione e costruzione dell’episodio, e un suggestivo uso del colore con una varietà di effetti atmosferici di grande suggestione (si veda la scena con la Tempesta sedata). Interessanti anche le decorazioni allegoriche per alcuni soffitti della sede della Società Operaia di San Martino in Pensilis, fondata nel 1879 da Nicola Ringoli. Vincenzo Palombo si è inoltre cimentato in altri campi artistici, dimostrando una maestria e una capacità realizzativa di certo rare per un artista che non aveva seguito corsi accademici ma che doveva la sua abilità esclusivamente a conoscenze personali. Il raffinato talento lo ritroviamo nella scultura (magistrale la tomba della figlia Rosina nel cimitero di San Martino in Pensilis) e soprattutto nell’intaglio e nella realizzazione dei mobili e cornici, campo dove rivela maggiormente l’influsso dell’intaglio siciliano. Riguardo alla produzione pittorica, “da cavalletto”, si segnala una predisposizione per scene con animali e per le vedute nelle quali la componente cromatica sembra prevalere sul disegno conferendo all’ambiente un sapore decisamente post-impressionista. Muore a San Martino in Pensilis nel 1957. Pregevole, in mostra, una veduta del Vesuvio in eruzione, dalla splendida cornice lignea intagliata con motivi geometrici e vegetali (ciliegie e ghiande), che sembra richiamare per l’impostazione scenografica e l’uso acceso del colore e delle luci alcune tarde vedute di Armando De Lisio con il medesimo soggetto. Il dipinto raffigurante la Carrese tenta di rendere il movimento in corsa degli animali, con la scena che viene quasi bloccata, nei gesti misurati degli uomini, dalla luce diffusa del cielo, mentre la scena con i cavalli, maestosa e austera, pare richiamare alcuni soggetti con animali e praterie tanto cari al mondo figurativo americano. Autentico brano di bravura, che dimostra tutte le capacità tecniche dell’artista, è il frammento di disegno con testa di bovino colto nell’atto di muggire, probabilmente uno studio per una tela con animali. 

Dei quattro figli, tutti educati alla nobile arte della pittura, Angiolino è stato quello che più di altri ha portato avanti la pratica artistica del padre. Angelo Palumbo, nato a San Martino nel 1915 e morto a Termoli nel 2002, si è distinto nella pittura di genere con alcuni sconfinamenti anche nell’arte sacra: l’enorme affresco sulla parete di fronte al battistero, nella chiesa di San Pietro Apostolo di San Martino in Pensilis, raffigurante il Battesimo di Cristo, del 1965, oltre a dialogare con le scene di Vincenzo si qualifica per uno stile semplice e spontaneo, quasi naif nella semplificazione delle figure, ma suggestivo nell’ambientazione e nella costruzione dell’evento. Le tele presentate in mostra declinano tutti i diversi sviluppi dei generi per cui si passa dalle vedute pittoresche alle marine, dalle nature morte ai soggetti floreali alle scene con animali, mentre si fanno apprezzare per un uso emozionale del colore, per la naturalezza delle composizioni, per una certa atmosfera senza tempo e priva di turbamenti. Notevole la veduta del borgo antico di Termoli per l’impiego di una pennellata dissolta in frammenti e tessere di colore, e la natura morta con insalata per una perfetta messa in posa degli oggetti in relazione alla luce. Rimane molto forte l’impronta del padre sia nella scelta dei soggetti che nell’uso del colore, mentre il disegno appare maggiormente messo in evidenza e fatto trasparire sulla tela. Di certo però Vincenzo Palombo è stato un grande maestro la cui figura dovrebbe essere oltremodo riscoperta sia perché si tratta di un pittore quasi del tutto autodidatta, e che raggiunge in breve tempo un ottimo livello esecutivo, sia perché è l’unico artista molisano, operante per importanti commissioni pubbliche, attestato nel basso Molise nella prima metà del Novecento e che porta avanti la linea figurativa difesa in quegli anni da Trivisonno, e caratterizzante la cosiddetta “scuola di Campobasso”. Dante Gentile Lorusso così descrive i suoi lavori: «opere caratterizzate per le buone capacità di ripresa della realtà, nella sua dimensione più immediata e spesso aneddotica, ma per questo più intima. I suoi soggetti sono tratti soprattutto dal vissuto, con uno stile giocato su tonalità chiare, teso a una vivace luminosa rappresentazione della realtà»[2], mentre a tratteggiare la sua singolare figura valgono le parole di Domenico Lanese, riprese dagli atti del convegno del 2004: «Il suo talento raffinato ed espressivo, frutto di una genialità intrinseca di indiscusso valore oggettivo, in assoluto emerge autorevolmente e si impone con suggestiva e incantevole attrazione, in un’ampia dimensione di capacità, di pregio, di competenza, nelle sue numerose opere di pittura, di scultura e di intaglio che si trovano sparse in diversi luoghi di culto e, maggiormente, nelle case private e nelle collezioni private di appassionati ed estimatori d’arte. Ha lasciato le tracce della sua autorevole presenza umana con umiltà, quasi con riservata timidezza e discrezione, mentre le sue opere sono, in effetti, gigantesche, indimenticabili e imperiture». 


[1] Cfr. D. G. Lorusso, Attraversamenti. Sulla cultura artistica nell’Ottocento molisano, Campobasso 2010, p. 341. Il convegno su Vincenzo Palombo, pittore, svoltosi a San Martino in Pensilis, presso la Società Operaia, il 19 Agosto 2004 ha visto gli interventi di Domenico Lanese, Michele Mancini e Giuseppe Zio. 
[2] D. G. Lorusso, op. cit., p. 341.


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