lunedì 15 agosto 2011

"La bellezza in Molise è ancora possibile, non uccidiamola"

Parola di Antonio Picariello, critico d’arte più noto e apprezzato della regione. Che in questa chiacchierata affronta i temi dello sviluppo urbano e delle trasformazioni del paesaggio in una chiave “estetica”. E avverte: “Anche i parchi eolici vanno progettati in base al territorio, non in base al progettista. Diamo queste torri eoliche a degli artisti e facciamone delle opere d’arte integrate”. E annuncia: “La biennale di Venezia quest’anno vedrà la presenza di 6 artisti molisani, dei quali 3 scoperti e seguiti da me in questi anni”.

di Michele Mignogna su Primonumero

Si terrà il 19 e il 20 maggio prossimi la settima edizione di TrackerArt, il convegno sulla critica d’arte in Italia, che si terrà al liceo artistico Jacovitti di Termoli. L’evento curato, organizzato, ma soprattutto inventato dal professoreAntonio Picariello, critico d’arte e project manager del settore, in collaborazione con l’artista Nino Barone e il movimento Archetyp’Art, nonché del filosofo moderno Geppino Siano di Salerno conosciuto oltre un decennio prima ad un convegno all’università “Carlo Bo” di Urbino. Primonumero.it, ha incontrato Picariello per discutere di arte e di critica. Ma soprattutto dello stato dell’arte in Molise, oggi.

Quando si parla di parla di arte di parla di uomini. E di contesti. Cominciamo da qui, da quello che abbiamo creato attorno a noi. 
«Appunto. Prendiamo l’edilizia urbanistica, la costruzione di case insomma. E’ possibile che vada a distruggere una archeologia industriale, cancellando in questo modo centinaia di anni di storia dello sviluppo delle popolazioni, facendo un danno incommensurabile all’umanità, e tutto questo perché in quel momento il progettista deve, per commissione, fare quel lavoro. Senza nemmeno intuire le conseguenze che questo gesto creativo avrà». 

Qual è allora il compito della critica in tutto questo? 
«Quello che ho cercato di fare io, e voglio precisare che in Molise la storia dell’arte inizia da me, è far capire che ci sono altri modi per affrontare questo tema. Nelle università si insegna la storia della critica d’arte, che nasce di pari passo con la storia dell’arte, e nasce a Parigi dagli stessi autori della enciclopedia universale che ha fatto storia, e quindi la critica d’arte è fondamentale alla storia dell’arte, e non viceversa. La storia della critica d’arte significa la storia delle società, dell’urbanistica, dell’architettura e delle idee che gli uomini hanno realizzato e realizzano. Ecco in Molise è questo che dobbiamo capire: cosa è avvenuto? Come è avvenuto? Ma soprattutto se c’è consapevolezza del prodotto, bellissimo, che il Molise ha da questo punto di vista, e che potrebbe essere venduto all’esterno.
Il Molise offre ancora tantissimo, solo che ha avviato una linea che la critica d’arte ha il dovere quanto meno di segnalare, perché potrebbe essere fallimentare e soprattutto senza possibilità di tornare indietro. A meno che la critica d’arte non intervenga, con gli strumenti a sua disposizione, per chiarire le “prese di coscienza”». 

Professore, che intende esattamente? 
«Molto semplicemente, mentre le città e le metropoli sono ormai al collasso, anche nel rincorrere la bellezza dell’arte, in Molise c’è ancora questa possibilità, e quindi tutti ne devono “prendere coscienza”. Significa capire come le parti sociali si rapportano al territorio, che deve essere un rapporto di collaborazione e non in competizione tra loro, e l’obiettivo deve essere comune, e cioè la crescita culturale sia del territorio che delle popolazioni che lo abitano. E questa politica deve necessariamente partir da gruppi, chiamiamoli intellettuali, che assolvano a questa funzione sociale ma anche spirituale. Insomma: dire agli amministratori guardate che questa strada ha finalità di benessere se c’è concertazione sul territorio, altrimenti rischia di diventare benessere solo per un gruppo ristretto di personaggi, il che non va bene, perché il ritorno in quel caso non è collettivo, non è per tutti». 

A proposito di questo, una riflessione: il territorio molisano è continuamente oggetto di cambiamenti, che a volte significano pure disastri. 
«Noi abbiano il dovere di pensare alle generazioni future. Se questo territorio ha resistito agli attacchi inconsapevoli della distruzione e si è mantenuto fino alla contemporaneità, significa che questo territorio, prendendo coscienza di se, può e deve essere difeso oggi per le generazioni future che hanno tutto il diritto di vedere, capire e studiare quello che oggi vediamo, capiamo e studiamo noi. L’arte deve essere goduta da tutti. Ed è qui che entra la concertazione, mettere cioè insieme idee ed interessi che però non deturpino i paesaggi, e questo è dato anche dalla qualità di un popolo e della società che ha costruito».

Faccia un esempio 
«Eccolo: a Larino nessuno si sognerebbe di andare a scrivere sulla Cattedrale, perché il valore, non solo di bellezza architettonica o il simbolo dato dalla festa del Patrono, viene trasferito di padre in figlio, ed è proprio questo che dobbiamo salvaguardare. Ma questo vale anche per i restauri che a volte possono trasformare irrimediabilmente un monumento, in base alla visione di un progettista al quale viene dato credito. Ebbene il progetto non può essere solo un mero calcolo matematico ma deve essere anche progettazione sacra ed etno-antropologica del luogo, supporto che la critica d’arte può dare. E questo vale per tutte le arti: dalla scultura alla pittura passando per la gastronomia e all’artigianato». 

Uno dei ruoli del critico d’arte oggi è anche quello di scoprire e promuovere nuovi artisti. Ma alla luce della endemica mancanza di fondi degli ultimi anni, quali sono le difficoltà che incontrate? Ma soprattutto quali potrebbero essere le vostre proposte? 
«Il critico d’arte non lavora solo su un giudizio di cosa è buono e cosa no nell’arte, ma lavora anche alla costruzione del valore, quindi deve necessariamente lavorare insieme all’artista, e questo lo sanno bene i francesi che sono degli ottimi organizzatori, se lei va in un museo francese trova tutte le eccellenze che vuole, perché hanno la cultura. Per intenderci Napoleone dopo essere stato in Italia ha inventato i musei in Francia. In Italia siamo ancora ad un livello ottocentesco, nel senso che dobbiamo ancora capire la funzione dei musei, dobbiamo ancora capire la differenza che esiste tra una galleria d’arte contemporanea, moderna ottocentesca e via dicendo, il che determina che nelle scuole non vengano date le giuste informazioni, partendo proprio dalla distinzione tra i vari periodi, storici ed artisti. Oggi io non trovo nessuno in un museo artistico che mi dica la differenza tra diverse scuole di pensiero che hanno fatto grandi i pittori che tutti conosciamo. Cosi come dobbiamo ancora far capire che l’architettura è una forma d’arte, le nostre città ad esempio, mentre una scultura ci giri intorno, la città la vivi da dentro, la vedi e la vivi, e questa è una condizione di autoformazione della coscienza eccezionale». 

E come si valuta un’opera d’arte? 
«le condizioni per valutare un’opera d’arte nascono sicuramente dalla raffigurazione del capolavoro, ma anche dalla spiritualità, dalla cultura, dal modo di vedere il mondo dell’artista, cose che concorrono a far crescere, in valutazione, un’opera. Non solo quindi un valore meramente economico, ma anche personale dell’artista. Non a caso i grandi artisti sono diventati famosi dopo la loro morte, e quando un critico d’arte ha tradotto, in chiave sociologica, la sua opera». 

Quindi anche l’intimità dell’autore… 
«Esattamente, perché l’autore per arrivare a quel risultato deve fare auto ricerca, un lavoro di introspezione che servirà poi nella raffigurazione dell’opera. Prenda ad esempio Guernica di Picasso, in quel quadro lui rappresenta nel modo più crudele la guerra, una città devastata, persone ed animali morti e via dicendo, tutto ciò che oggi sta vivendo il Nord Africa a pochi passi da noi.
 Picasso ha raccontato, dal suo punto di vista, quello più intimo, la storia della guerra di Spagna. Ma questo è dato anche dal fatto che Picasso ha seguito la scuola africana, che di per se è pregna di spiritualismo. Vede, gli orientali hanno un modo di vedere le cose che è sferico, rispetto al nostro ancora geometricamente definito, noi vediamo gli angoli e le rette, loro vedono le sfere, per questo risalta lo spiritualismo, anche nelle arti, in oriente e quindi anche in Africa». 

Tracker Art dunque si inserisce in questo contesto. 
«Certo, Tracker Art, questo convegno arrivato ormai alla sua settima edizione e che si sta tentando di sottrarmelo, deve fare proprio questo, analizzare cioè le criticità del settore artistico e cercare le soluzioni. Soluzioni che tra l’altro abbiamo iniziato a dare già dai primi anni, basta andarsi a leggere gli atti del convegno che sono pubblicati, atti che diventano un piano di intervento se solo si volessero ascoltare chi di arte e cultura ci capisce. Ma è anche la prima volta che a Termoli, in Molise, si facciano dei convegni sulla critica d’arte, raccogliendo i pareri dei critici di tutte le regioni italiane che hanno partecipato ai convegni. Da qui bisogna che i project manager dell’arte ripartano, per collocare il prodotto “arte” sui mercati. Questo fa l’arte, non altro». 

Professore, parliamo un po’ del paesaggio, degli interventi che modificano la visuale di un luogo, che ne cambiano il profilo e via dicendo: cosa sta accadendo in Molise? Come si pone un critico d’arte rispetto alle trasformazioni del territorio attuale? 
«Intanto c’è un discorso di energia e quindi di sopravvivenza dei cittadini, per fare questo bisogna compromettersi qualche valore. Ad esempio il paesaggismo è ciò che offre il luogo, è ciò che io vedo dalle colline di Larino è una percezione visiva che qui ancora esiste. Prenda le grandi città, per vedere il cielo lei dovrà mettere la testa a 90 gradi, mentre in questo luogo dove l’inquinamento visivo non sappiamo ancora cos’è, ho una visione d’insieme tenendo la testa in posizione normale, posso vedere le stelle la strada le case, tutte insieme, quindi è questo che va salvaguardato, ed è questo che dobbiamo salvaguardare, non possiamo portare in questo territorio strutture o palazzi progettati per altre città. Detto questo, il concetto di paesaggio è complesso, pensiamo a cosa era il Molise nell’ottocento con i suoi mulini per la farina, anche loro avevano delle torri abbastanza grandi, ma erano integrati non solo nel territorio, ma anche nella cultura delle popolazioni, anzi, intorno ai mulini c’erano delle vere e proprie filiere che partivano dal produttore del grano per arrivare al consumatore. Io direi che in Molise queste cose, i parchi per la produzione di energia vanno studiati meglio, nel senso che se un parco eolico, lo inserisci in un ambiente dal quale oltre a produrre energia, salvaguardi anche il paesaggio, potremo fare anche un conto sul benessere che ne deriva, ma per tutti però e non per pochi. In conclusione vanno progettati in base al territorio non in base al progettista. Diamo queste torri eoliche a degli artisti e facciamone delle opere d’arte integrate al territorio, perché non pensarci?» 

Parliamo della Biennale di Venezia 
«La biennale nella sezione Italia e Molise, visto che è diventato patrimonio delle regioni italiane, quest’anno vedrà la presenza di numerosi artisti molisani. Sono tutti artisti che potranno dare quel valore aggiunto, all’arte di questo posto, e parlo di Giuseppe Capitani, Cleto di Giustino, Elio Franceschelli, Ettore Frani, Ernesto Liccardi, Vincenzo Mascia, Manovella Helena Manzan, Michele Mariano, Andrea Nicodemo, Caterina Notte, Giacinto Occhionero, Igor Verrilli»

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