giovedì 3 marzo 2011

Nicola Dusi Gobbetti - Forma e inconscio

Entrare nello studio d’arte di Nicola Dusi a Colli al Volturno è come addentrarsi in un luogo atemporale riempito di arte e di ricordi, una sorta di Wunderkammer dall’inconfondibile odore di antico dove si trovano, quasi in simbiosi, oggetti d’antiquariato, opere antiche e tele moderne. In un angolo, nella penombra, una scrivania stracoma di libri e pastelli, fogli sparsi e schizzi, prove di colore e piccoli bozzetti. Li ci sediamo per una lunga chiacchierata. Nato a Mantova nel 1954, Dusi si forma presso l’Istituto Statale d’Arte di Mantova e prosegue gli studi all’Università di Parma, presso la facoltà di Storia dell’Arte, ottenendo in seguito, negli anni ’90, l’iscrizione all’Albo dei Periti ed Esperti d’Arte. 

L’ambiente mantovano di quegli anni, con influssi da Milano, dalle Biennali di Venezia, dall’Austria e dalla Francia, fu di certo un ambiente stimolante. Cosa lo ha spinto verso la pratica pittorica e cosa ha segnato maggiormente la sua formazione artistica? 

La famiglia del centauro
Mantova a quel tempo era una città in fermento; da una parte si respirava la tranquilla vita di provincia e dall’altra, invece, vi era un forte entusiasmo artistico con accenti di novità. Mio padre, Carlo Dusi, anch’egli affermato artista, già dal dopoguerra con altri colleghi aveva collaborato con la prima galleria del sindacato artisti. Si lavorava sul recupero del cubismo sintetico inteso come scomposizione delle forme e non dei piani, ma vi era anche un certo recupero del realismo in chiave socialista. Con lui, sin da piccolo, ho cominciato ad appassionarmi di arte girando per una miriade di mostre. Negli anni della mia giovinezza, invece, si cominciavano a respirare i primi odori di avanguardia. Intorno al ’65 arrivano le prime novità della pop art americana e viene aperta un’importante galleria nella piazza centrale di Mantova, vicino al palazzo della Ragione. Era situata in un’antichissima prigione medievale e si chiamava l’Inferriata. Dalla piazza la gente poteva osservare le opere all’interno. Vi si esponeva pittura, scultura, poesia visiva; si respirava un’aria internazionale e i cataloghi che vi si stampavano erano sempre molto aggiornati. 

Suo padre Carlo è stato un importante esponente del gruppo “Corrente”, presente alla Biennale di Venezia del ’48, tra le più significative del dopoguerra, e alla Collettiva al salone delle Nazioni di Parigi nell’83; che rapporto vi era con lui e quale stimoli e influenze, invece, ha ricevuto rispettivamente dall’Istituto Statale d’Arte e dall’Università? 

Mio padre è stato il mio primo maestro. Era una persona severa ma giusta; odiava le persone che si vantavano ed i vari nepotismi; non accettava compromessi e per questo fu anche penalizzato. Quando da giovane mi è capitato di esporre insieme a lui figuravo sempre come allievo e mai come figlio, col nome d’arte di Nicola Gobetti. Qualche critico, suppongo, se ne fosse accorto poiché, a livello figurativo, ho sempre cercato di ispirarmi alle sue ricerche e adesso, più che prima, tento di seguire le sue orme, in particolare ragionando sulla scomposizione dall’interno della figura umana, cercando anche nuove soluzioni. L’istituto Statale, debbo dire, è stata un’esperienza determinante per la mia formazione artistica; molti dei docenti avevano esposto e esponevano alle Biennali ma in classe erano dei perfetti accademici e puntavano molto sulla tecnica. Ricordo come ci facessero disegnare con pennarelli al posto delle matite, appunto per correggere ed evitare le incertezze. L’Università, infine, mi ha dato un solido bagaglio storico e teorico; vi insegnava il professore Arturo Quintavalle, tra i più grandi storici dell’arte italiani, e le sue lezioni erano interessantissime e aggiornate. 

Ha incominciato presto ad esporre e che strada perseguivano le sue prime ricerche? 

Icaro in volo
Ho partecipato alla mia prima collettiva a 16 anni a Venezia, con un gruppo di artisti mantovani; ero il più giovane. La mia prima mostra personale è stata nel 1974 alla galleria La Torre di Mantova mente nel 1978 sono stato premiato nella Sala della Stampa di Milano nell’ambito del prestigioso Concorso Internazionale d’Arte Contemporanea Torre d’Ansperto, con in giuria Sassu e Kodra. Riguardo ai miei inizi mi rifacevo ad elementi e stilemi arcaici, che vagamente richiamavano iconografie delle popolazioni sudamericane o certe trame delle stoffe andine. Realizzavo delle figure su tavole riciclate, ad olio e smalto, quasi dei feticci primitivi, oppure, in una sorta di elementare pratica litografica, riportavo su una tela i colori che stendevo su un altro supporto ottenendo pertanto un negativo delle linee. 

Osservando questi primi lavori noto un forte ricorso alla geometrizzazione delle forme ma anche un certo espressionismo che fa si che le immagini emergano quasi da una sorta di inconscio collettivo; nei lavori successivi, invece, si percepisce una maggior libertà nel tratto e nella raffigurazione. Come si è evoluto il suo stile? 

Il critico Benvenuto Guerra parlava, circa i miei primi lavori, del ripescaggio degli archetipi che abbiamo nell’inconscio in virtù di una sorta di istintiva regressione. Successivamente ho cominciato a distruggere la geometria recuperando, contemporaneamente, la materia. Colpito dalla pittura americana e dall’espressionismo astratto ho lavorato con maggior libertà esecutiva tenendo sempre ben presente la figura umana, il corpo e la sua scomposizione. Il segreto nell’arte, e lo diceva spesso mio padre, non è dipingere ma sapere quando fermarsi. Naturalmente poi conta la padronanza della tecnica e della figurazione. Gli americani, dai quali pur sono attratto, non hanno alle spalle l’arte classica o il Rinascimento; la loro è un’arte vergine e ingenua. E’ impensabile invece per un artista europeo fare a meno delle proprie origini, dello stratificarsi di stili e periodi. In futuro voglio continuare su questa linea di ricerca, tra materia, forma e sua scomposizione. 

A proposito di origini quali artisti del passato l’hanno colpita o ispirata e, contemporaneamente, da quali artisti moderni ha tratto influenze e stimoli? 

Del passato ho sempre adorato l’arte veneta e la preponderanza dei valori tonali su quelli timbrici; mi riferisco in particolare a Giorgione e Giovanni Bellini. Del ‘400 apprezzo la staticità delle forme, la linea di contorno e il colore irreale in funzione esclusivamente di se stesso e non della figura, tutti valori che si perderanno nel manierismo e saranno riscoperti solo agli inizi del ‘900. Di moderni, invece, naturalmente amo Picasso, poiché la sua arte ha una risposta per ogni problema formale e poi Mirò e Klee, che stimo particolarmente. I suoi paesaggi sono paesaggi interni, dell’anima, oscuri e luminosi; e poi c’è l’astrattismo americano e italiano con Capogrossi e Vedova, considerato sempre un maestro. La discussione sarebbe ancora lunga e le domande ancora molte; ripensando ad un paio di libri usciti fuori dalla nostra conversazione (Balzac e Yung) posso affermare come l’arte di Dusi si muova in perfetta armonia tra materia e inconscio, ricerca onirica e ricerca formale. Nel Capolavoro sconosciuto di Balzac, il protagonista, Frenhofer, impiega una vita a lavorare su un ritratto il quale, una volta scoperto, mostrerà solo una massa informe di materia tanto l’artista era rimasto ossessionato dalla ricerca del vero e di una pittura incarnata. In Psicologia e Alchimia, invece, Yung ha messo in luce il significato intrinseco del lavoro alchemico come ricerca spirituale e il legame tra alchimia e inconscio. Il processo figurativo di arrivo ad una forma significante, allora, è come il processo alchemico che conduce dal mondo materiale, degli archetipi, alla coscienza di sé.

Uscito su Il Ponte - maggio 2010

La bestia dell'ombra


Il sito ufficiale: Studio d'arte Dusi.


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